Il padre della tecnocrazia

Saint-Simon

Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon

Capitolo 9 de “I mostri della ragione” di Rino Cammilleri

Ed.Ares 1993

«L’umanitarismo come idea politica è un luogo comune, come
idea religiosa un equivoco, come idea etica un’illusione»
Arthur Schnitzler

L’antenato

«Probabilmente dovremo avere governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i regimi tecnocratici del futuro ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male […]». Questa frase è di Giovanni Agnelli ed è contenuta in un’intervista al Corriere della Sera del 30 gennaio 1975 (1)La tecnocrazia, cioè la forma di governo universale del Terzo Millennio, è già cominciata? Parrebbe di sì (2).

Gorbaciov con la sua perestrojka strizzò l’occhio ai circoli mondialisti e questi moltiplicarono le joint ventures a suo favore. Senza ricordare Armand Hammer e i vari miliardari rossi che sostennero Lenin, la mente corre all’artefice del «disgelo», Kruscev, che nel ricevere una delegazione italiana di cui faceva parte anche Agnelli, solo con lui volle parlare, definendo «pagliacci» i politici del gruppo (3). Oppure Brzezinski, ideologo della Trilaterale, che vedeva nel marxismo «pur sempre un trionfo della Ragione sulla Fede».

La Tecnocrazia è stata l’ossessione che ha accompagnato l’umanità in tutti i tempi. La vediamo comparire – e reclamare apertamente il diritto all’esistenza – nelle eresie gnostiche, in quasi tutte quelle medievali, nella Città del sole di Campanella, nel giacobinismo e nei «grandi movimenti gnostici di massa» – nazismo e comunismo – secondo la già ricordata definizione di Augusto del Noce.

Ma il vero padre della tecnocrazia è Saint- Simon, la cui figura, da questo punto di vista, è stata sapientemente tracciata da L. Daménie in un libretto intitolato appunto La Tecnocrazia, uscito qualche tempo fa in Italia nei tipi di un’editrice minore (4).

Uno strano ragazzino

Nato nel clima dei «falansteri» di Fourier, Claude-Henry de Rouvroy, conte di Saint-Simon, fu eccentrico e stravagante fin da piccolo: accettò persino la prigione pur di non fare la prima comunione (5).

Fin qui niente di strano: molti tra i più arditi pensatori utopici e rivoluzionari sono stati psicologicamente degli outsiders.

Nella sua opera significativamente intitolata Riorganizzazione della Società Europea, Saint-Simon apre la strada al suo allievo Comte, lamentando che «finora il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche». L’uomo non è quindi l’unico essere dotato di autodeterminazione ma è come i minerali, gli animali e le piante e come essi deve essere studiato. Ecco nata la sociologia, la scienza che studia la società come un animale da laboratorio. La società può essere «smontata» nelle sue parti essenziali e «rimontata» magari diversamente, come tentarono di fare i numerosi brigatisti italiani laureati in sociologia (6).

Il pensiero di Saint-Simon è noto: per la sua «legge» dell’evoluzione, la società attraversa una prima fase militare e teologica; nella seconda fase essa prende coscienza e cerca di liberarsi dalle costrizioni «feudali» che ne limitano il naturale processo di maturazione; la fase adulta è quella positiva e industriale.

In questo processo deve essere aiutata possibilmente senza scossoni (le rivoluzioni sono un puro spreco). Da chi? Dai filosofi naturalmente, come conclude Comte: «Il filosofo si pone alla sommità […] poiché sono le sue opinioni su come il mondo deve diventare che regolano la società umana». Sembra Platone, ma è la sottolineatura di quel «deve diventare» che fa tutta la differenza. Siano gli «illuminati», siano i «virtuosi» giacobini, sia il gramsciano «Partito-Principe», si tratta sempre dei «capaci» che si reclutano per cooptazione.

Per Saint-Simon «il governo è un male necessario, ma è un male». Occorre sostituirgli l’amministrazione: «Gli industriali formeranno un consiglio amministrativo che redigerà il bilancio, esaminerà quei progetti di legge che sembrino utili, e concederà le somme necessarie alla loro realizzazione. Esso affiderà i progetti di legge così elaborati ai ministri, che li presenteranno alle camere». Poi i politici e i militari, ormai inutili, saranno progressivamente eliminati.

Ma non il clero: attenzione, sta qui il fiore all’occhiello del progetto di Saint-Simon, come si vedrà.

«Il dogma della libertà illimitata è valido solo come mezzo di lotta contro il sistema teologico», svela senza mezzi termini il nostro utopista. La libertà va data solo agli «uomini consacrati all’industria». Un intero capitolo reca un titolo che è tutto un programma: «Che tutte le Nazioni d’Europa siano governate da un Parlamento nazionale e concorrano alla formazione di un Parlamento generale che decida degli interessi comuni della Società Europea». L’integrazione europea era già, come si vede, nei sogni di Saint-Simon. Occorre però nelle masse quel che Comte definirà eufemisticamente la «disponibilità a credere spontaneamente, senza dimostrazione preliminare, ai dogmi proclamati da una autorità competente». E cosa meglio del cristianesimo (opportunamente addomesticato)? «Sono convinto di compiere una missione divina, richiamando i popoli e i Re al vero spirito del cristianesimo», gridava Saint-Simon.

Il «vero» cristianesimo

La religione dell’umanità è il cristianesimo, purché abbia come vero fine «il miglioramento della condizione fisica e morale della classe più numerosa e più povera». E, con tono ispirato: «Ascoltate la voce di Dio che parla tramite la mia bocca: ridiventate buoni cristiani, cessate di vedere negli eserciti assoldati, nei nobili, nel clero eretico e nei giudici corrotti i vostri principali sostegni. Uniti nel nome del cristianesimo sappiate adempiere a tutti i doveri che esso impone».

Tra i suoi primissimi discepoli troviamo massoni e carbonari, teosofi, fondatori di chiese gnostiche e spesso tutte queste cose assieme. Costoro dopo la morte del maestro (1825) si raggrupparono attorno ad un giornale dal titolo significativo, Le Producter, dalle cui pagine continuarono a predicare che il cristianesimo doveva rinnovarsi, ma in una nuova evoluzione che portasse l’umanità monoteista «all’unità e alla totalità di una specie di panteismo». Ecco la Religione del Progresso e dell’Umanità di bensoniana memoria (7).

In effetti oggi sembra proprio che i tecnocrati del Terzo Millennio aprano le braccia ai cristiani: voi metteteci l’etica, al resto pensiamo noi.

Forse stiamo vivendo le ultime battute di un progetto sansimoniano in via di realizzazione.

Successo postumo

Saint-Simon a diciotto anni partecipò alla Rivoluzione americana al seguito di Lafayette, poi si fece un anno di galera sotto il Terrore, col pericolo quotidiano di venir ghigliottinato. L’esperienza gli ispirò le Considerazioni sulle misure da pendere per porre fine alla rivoluzione. Era ossessionato dai canali: ne voleva aprire in America, in Africa, in Europa. Propose un supergoverno mondiale composto di tre Camere: quella delle Invenzioni, guidata da ingegneri; quella della Ricerca, guidata da scienziati; quella delle Esecuzioni pratiche guidata da industriali.

Lo sforzo propagandistico sarebbe stato affidato a due Accademie, quella della Ragione e quella del Sentimento. La capitale sarebbe stata a Roma, che avrebbe avuto un papa «fisicista».

Qui sarebbe sorto un immane Mausoleo di Newton, al quale tutti avrebbero dovuto recarsi annualmente in pellegrinaggio, pena sanzioni gravissime. Nel suo soggiorno a Ginevra (città che ha sempre esercitato una incredibile attrattiva su eretici, utopisti e rivoluzionari) sognava di poter fecondare Madame de Staël, per dare alla luce il nuovo Messia. Odiava le rivoluzioni, ma finì per fondare la disciplina più rivoluzionaria, la sociologia.

Non eccessivamente apprezzate durante la sua vita, le sue idee ebbero un incredibile successo dopo la sua morte. Moltissimi furono i suoi simpatizzanti. Tra questi, Heine, Goethe, Mill, Liszt, Mazzini. Più numerosi ancora i suoi seguaci. Furono loro a lanciare termini come «socialismo», espressioni come «socializzazione dei mezzi di produzione», e «sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo», nonché il concetto di lotta di classe.

Templi dell’Umanità e Comuni sansimoniane nascevano qua e là, soprattutto in Francia. Vi si praticavano il misticismo, numerologico pitagorico e vi si indossavano vestiti abbottonati sulla schiena per aumentare la dipendenza gli uni dagli altri. Si trattò comunque di esperienze effimere. Gruppi di sansimoniani si dirottarono allora verso l’Egitto alla ricerca di un messia-donna e della possibilità di ringiovanire. Molti vi si fermarono, convertiti all’hashish. Da queste esperienze nacque un nuovo tipo umano: l’intellettual sradicato, senza patria né ideologia, il cui unico scopo è l’unità e la «felicità» del genere umano.

Note:

(1) I supercapitalisti nostrani sono abbastanza univoci. Carlo De Benedetti ha manifestato sentimenti analoghi: «Avere una storia dietro di sé è anche un limite, un vincolo. Solo un esempio banale: spostare una persona dal Colorado alla Georgia non è un problema, perché non c’è memoria storica. Ma in Europa, se si deve spostare un individuo da Milano a Roma è già difficile perché gli cambia il background nel quale è abituato a vivere».

En passant: quanti sanno che Franco Rodano, padre del cattocomunismo italiano e frequentatore del salotto buono dell’industria e della finanza, da giovane aveva fondato un partito sinarchico?

(2) Che non si tratti di fantasie è chiaro anche ai comunisti. La relazione tenuta da Silvino Grussu alla V Conferenza nazionale degli Insegnanti Comunisti – svoltasi il 23, 24 e 25 aprile 1988 nell’auletta dei Gruppi parlamentari, a Roma – così preambola: «Nei dieci anni appena trascorsi si è assegnato a gruppi ed élites  il compito di guidare ed estendere i grandi cambiamenti nel modo di vivere e di produrre. Il cambiamento è stato individuato come la risultante degli sforzi di coloro che avevano il potere  o che il potere avevano deciso di prendersi in tutti i settori della vita sociale, nell’economia e nella produzione in particolare. A questi ceti si sono riservati privilegi e indirizzati premi». La cosa preoccupa lo stesso relatore, che poco dopo avverte: «[…] il futuro può avere esiti involutivi, che con nuovi linguaggi e nuove formule può avere i tratti dell’efficienza e della credibilità di massa». Ma questo lieve trasalimento è subito abbondantemente superato  e recuperato nel resto della relazione, che descrive gli obiettivi della politica marxista per la scuola italiana: elevazione nel lungo periodo  dell’obbligo scolastico a diciotto anni, tempo pieno ove possibile, scuola materna obbligatoria a cinque anni, abolizione de facto delle bocciature, licenziamento del «personale eccedente» per farlo combaciare con l’utenza in crescita zero, mobilità obbligatoria per gli occupati. Chissà se il relatore è consapevole del fatto che questi sono obiettivi tecnocratici e che sono del pari marxisti nell’essenza.

(3) Cfr. Charles Levinson, Vodka –Cola, Vallechi, Firenze 1978.

(4) Cfr. Louis Daménie, La tecnocrazia, Il Falco, Milano 1985.

(5) Un piccolo chiarimento è necessario, onde non ingenerare nel lettore l’impressione che nell’Ancien Régime  chi non faceva la prima comunione finisse senz’altro in galera. Spesso erano le famiglie che chiedevano al Re (il quale agiva con le famose lettres de cachet) di mettere per qualche tempo in riformatorio i figli scapestrati e incorreggibili. Anzi, per le famiglie di un certo livello era quasi un obbligo sociale mostrare così la loro integrità. Non di rado tali esperienze erano determinanti per i giovani debosciati e molti si ravvedevano. Non fu questo purtroppo il caso di Saint-Simon, chiuso in riformatorio su richiesta della madre, né di quell’allievo di De Sade che fu liberato dalla Bastiglia il 14 luglio 1789 assieme ai quattro falsari e al folle ivi detenuti. Cfr. P. Gaxotte, op. cit.

(6) Cfr. Sabino S. Acquaviva, Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia, Rizzoli, Milano 1979.

(7) Cfr. Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, Città Armoniosa, Reggio Emilia 1977

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