L’Islam e «La Civiltà Cattolica»

padre faustiArticolo pubblicato su La Civiltà Cattolica  n.3656 del 19 ottobre 2002

I recenti fatti ci inducono a ricordare  che ci furono tempi, anche non lontani dai nostri, in cui i rapporti tra musulmani e cristiani erano già improntati a un tentativo di reciproco ascolto e dialogo. Gli articoli di padre Fausti: un precursore del dialogo tra musulmani e cristiani

di Giovanni Sale S.J

Dopo gli attentati alle Torri di New York e al Pentagono di Washington, posti in essere da membri di Al-Qaeda, organizzazione terroristica che fa capo a Osama Bin Laden, si è ripreso in Occidente a parlare di Islam. Gli atti di terrorismo, che hanno ucciso migliaia di persone innocenti, sono stati fermamente condannati da quasi tutti gli Stati, i quali hanno anche autorizzato attraverso l’ONU, gli Stati Uniti e i loro alleati a compiere mirate azioni di polizia militare internazionale per sconfiggere tale doloroso flagello dell’umanità.

In questi mesi, molti hanno fatto sentire la propria voce di condanna e di rifiuto del terrorismo. Tale condanna andrebbe estesa, naturalmente, a ogni tipo di azione terroristica perpetrata  sia da cristiani sia da musulmani sia da altri; infatti essa non può trovare alcuna giustificazione nella fede religiosa, neppure in quella dell’Islam, che crede in un Dio misericordioso (1), come i cristiani e gli ebrei . Questi recenti fatti ci inducono a ricordare  che ci furono tempi , anche non lontani  dai nostri, in cui i rapporti tra musulmani e cristiani erano già improntati a un tentativo di reciproco ascolto e dialogo.

P.Fausti: un precursore del dialogo tra musulmani e cristiani

Più volte La Civiltà Cattolica, anche in tempi recenti, si è occupata del rapporto dell’islam con il cristianesimo. Particolare importanza hanno avuto però, sul piano storico-culturale sia del dialogo interreligioso, una serie di articoli pubblicati sulla nostra rivista negli anni 1931-35 (2), che riprendiamo da un punto di vista storico. Per la prima volta in questi scritti si affronta tale tema utilizzando un approccio eminentemente storico-crisitco, nonché un linguaggio tipico del dialogo: non più quello della polemica difensiva o offensiva, che aveva caratterizzato in passato molta lettura cristiana su questo argomento, ma quello del confronto e della valorizzazione dei punti in comune tra le due religioni. Tutto questo naturalmente a partire da una prospettiva cristiana fermamente presupposta ma che tentava di uscire dal proprio hortus conclusus per cerare di comprendere una religione per secoli considerata la principale nemica.

Gli articoli furono scritti da p. missionario italiano in Albania, in una terra, cioè, di confine tra mondo cristiano e mondo islamico e perciò particolarmente adatta al confronto tra le due religioni. Egli fu un precursore del dialogo islamico-cristiano e, più in generale, un convinto sostenitore del «Vangelo dialogante», inculturato nella fede e nella cultura del popolo. P.Fausti pagò con la vita la propria fedeltà al popolo albanese, di cui conosceva e amava le abitudini e la carità: fu fucilato dai comunisti – con l’accusa, infondata, di complottare contro il nuovo regime – la mattina del 4 marzo 1946 nei pressi del cimitero cattolico di Scutari, insieme a un confratello gesuita, un frate francescano e due seminaristi (3).

Nei suoi articoli il p.Fausti utilizzò, oltre alle fonti letterarie dirette della religione islamica, anche gli strumenti interpretativi che la nuova scienza critica gli metteva a disposizione. In Europa infatti, come già era accaduto per i testi sacri del cristianesimo, erano molti gli studiosi che sottoponevano a esame critico  i testi religiosi dell’islam, distinguendo anche una periodizzazione storica nella loro formazione. Ricordiamo che la stragrande maggioranza  delle scuole islamiche ritengono che il Corano non sia soltanto un’opera «ispirata dall’alto», ma «dettata» direttamente da Allah, e in quanto tale «increata e senza tempo». L’intento di quegli studiosi , partendo naturalmente da una prospettiva occidentale, era di «purificare» i testi antichi dalle tante aggiunte o interpolazioni  successive per meglio comprendere (sotto il profilo storico-religioso) il carattere dell’islam primitivo. Il gesuita fece tesoro di tali ricerche e utilizzò come schema interpretativo per la sua indagine sull’islam i risultati di questo metodo «storico-critico», rigettato ancor oggi dalla grande maggioranza dei musulmani.

Dal diario delle consulte della Civiltà Cattolica risulta che fu lo stesso Pio XI a «commissionare» questi articoli. Il Papa desiderava che i cattolici conoscessero meglio il mondo dell’islam; d’altronde l’avventura coloniale, nella quale anche l’Italia fascista poco dopo si sarebbe di nuovo lanciata, metteva sempre più a contatto tra loro le due più grandi religioni monoteiste. Dopo secoli di lontananza – dovuta al fatto che gli europei a partire dal Cinquecento avevano spostato dal Mediterraneo all’Atlantico il centro dei propri interessi economici e commerciali – il rapporto tra questi due mondi, che precedentemente si erano incontrati e combattuti, ritornava ad annodarsi, sebbene con il giogo del colonialismo imposto  alle nazioni islamiche dalle maggiori potenze occidentali.

«Finora – diceva Pio XI – si è fatto poco per avvicinare i musulmani . E’ necessario studiare a fondo la lingua, la religione, i costumi, il loro modo di pensare; e quindi per via del bene facere rivolgersi a loro direttamente, procurando di acquistarne la stima e poi l’amore» (4). E’ su tale binario che, a partire dagli anni Trenta, si muovono gli interventi della Civiltà Cattolica su questo tema: il lavoro di redazione degli articoli, come abbiamo accennato, fu affidato non a un redattore della rivista, ma a un gesuita missionario, il quale, oltre ad avere una solida competenza nella materia, conosceva anche direttamente il mondo e la cultura islamica.

Va sottolineato ancora che in quel tempo il mondo della cultura laica occidentale, fuori dalla sfera degli specialisti di professione, guardava con un certo distacco – un misto di disprezzo e di curiosità  per l’esotico – all’Islam, sia come religione, sia come cultura: la maggior parte di questi «razionalisti» riteneva inutile occuparsi di «superstizioni orientali», partendo dal presupposto «razionalista»  dell’indiscussa superiorità della cultura (laica e areligiosa) europea su quella islamica. Lo scrittore turco Nâmiq Kemal, nel secolo scorso se ne lamentava in questi termini: «Gli europei, che sanno consacrare delle vite intere a studiare le specie degli insetti, quando si tratta dell’importante porzione dell’umanità che siamo noi, danno prova di ignoranza o di una mezza scienza strabilianti. Essi hanno contro di noi dei pregiudizi che li accecano» (5).

Lo sfondo su cui vanno collocati questi articoli sull’Islam, secondo una prospettiva più marcatamente storica, è però più ampio: la Chiesa cattolica iniziava a rendersi conto che il secolarismo  e l’ateismo, nonché l’ideologia comunista già al potere in Unione Sovietica, minacciavano alla radice la società occidentale, e che questi potevano essere più efficacemente combattuti in unione con le altre religioni monoteiste, portatrici di alcuni valori morali comuni. Il razionalismo moderno (prevalentemente europeo), infatti, già da tempo, aveva dichiarato guerra all’ordine soprannaturale, escludendo a priori ogni speciale intervento di Dio nella storia degli uomini; per esso tutte le religioni erano ugualmente opera umana, frutto della paura e della superstizione dei popoli non ancora giunti allo stadio di sviluppo intellettuale che permette loro di affidarsi alla ragione critica, alla scienza e alla moderna tecnologia.

La Civiltà Cattolica riteneva che nella lotta contro «razionalisti» e «comunisti», i quali intendevano eliminare Dio dalla storia dell’uomo e in particolare emarginare la religione dalla sfera pubblica e sociale, l’«Islam dello spirito» – come lo chiama il p. Fausti con una sua peculiare distinzione, per differenziarlo da quello più mondano, implicato nelle cose umane e politiche – poteva dare un grande contributo per il progresso dell’umanità riaffermando, insieme al cristianesimo e all’ebraismo, che Dio è Signore della storia, e che non vi può essere nessun vero progresso  senza riconoscimento delle  giuste e ineliminabili esigenze dello spirito e della trascendenza.

A questo proposito – scrive il p. Fausti – i migliori tra i cristiani e i musulmani sono impensieriti dalla piega che stanno prendendo gli avvenimenti contemporanei. «Dalla Russia bolscevica si è alzato un grido di guerra contro Dio e contro ogni fede religiosa: i ministri del culto cattolico furono accomunati alla furia persecutrice col clero delle Chiese separate e con i ministri del culto musulmano. La Repubblica sovietica tenta di rovinare coll’imposizione di trattati rovinosi la giovane Turchia, mentre scatena gli odi antireligiosi nella Spagna cattolica e nel Messico martire» (p.24).

Molto apprezzato dai musulmani russi fu l’aiuto economico che Pio XI inviò nel 1931 per alleviare le pene degli islamici perseguitati dal regime sovietico. Il delegato dei musulmani residenti nell’Unione Sovietica, Iyad Ishaqui, al Congresso generale di Gerusalemme lodò apertamente la carità umana del Papa, aggiungendo: «[…] né S.M. Ibn Saud re di Higiaz e protettore dei luoghi santi, né gli ulâmâ [ulema] musulmani degli altri Paesi diedero ascolto ai lamenti  di 30 milioni di musulmani, e neppure diedero loro il menomo aiuto morale» (p.142).

L’intenzione del gesuita non era né di creare un generico concordismo teologico tra le due grandi religioni monoteiste, né tanto meno di metterle sullo stesso piano dal punto di vista delle verità di fede rivelate, ma, anticipando posizioni del Concilio Vaticano II, riteneva che si dovesse accogliere  ciò che di buono e di accettabile anche per il cristiano c’è nell’Islam (6). Egli inoltre apprezzava i tesori di vita spirituale e ascetica che l’Islam aveva prodotto nella sua storia secolare e li additava all’Occidente cristiano come ricchezze da non sottovalutare: «Mentre l’Islam si sta europeizzando al contatto con la nostra civiltà, siamo persuasi che esso può portare un buon contributo di ricchezze culturali alla cultura occidentale. I suoi filosofi e i suoi teologi rappresentarono un periodo assai notevole nella storia del pensiero umano; i loro sforzi si concentrano spesso sui più alti problemi religiosi, concernenti o la teodicea naturale o la rivelazione divina. Noi pensiamo che alcuni trattati dell’Ihya di Ghazâli […] starebbero bene in mano della nostra gioventù studiosa» (p.69).

In ogni caso, continua l’articolista, la nostra carità verso i fratelli islamici non potrà mai diventare indifferenza religiosa o implicita accettazione di credenze che noi come cristiani riteniamo in contrasto con il Vangelo; «ma il cristiano sa che spesso, sotto l’involontario errore, si nasconde l’anelito di un’anima che cerca sinceramente Dio e lo ama e gli ubbidisce secondo i dettami della propria coscienza», e queste, come ci insegna la teologia cattolica, sono anime  «implicitamente cristiane», toccate dalla grazia di Dio e chiamate alla vita eterna (p.142). Eppure, nonostante le differenze profonde che separano le due religioni – continua p. Fausti – l’islamismo è pur sempre la religione che, meno di quanto comunemente si creda,  sia allontana dal cristianesimo (p.9).

La ragione di tanta diffidenza tra cristiani e islamici sta nel fatto che questi due mondi si conoscono troppo poco  e per questo sembrano stare «l’uno contro l’altro armati». Infatti spesso gli scrittori occidentali si sono sbizzarriti nel dire tutto il male possibile dell’islam, credendo, a torto, di spingere i popoli verso una nuova vita di progresso e di civiltà. Ma al contrario «è nostro ufficio di missionari cattolici, anzi di ogni laico cattolico, di ogni persona seria far sentire ai musulmani che noi non siamo dei gretti materialisti, che il cattolicesimo è tutt’altro che “religione di corazzate e di mitragliatrici”, come pensa Farhat Abbas.

La Chiesa cattolica vede con infinita tristezza che si confondono tanto  spesso l’opera sua e le sue intenzioni con le idee di un insensato imperialismo, che non è meno antiscientifico che anticristiano;perché fondandosi sulla forza bruta, ignora i potenti segreti  delle forze spirituali dell’umanità, le quali pure, come insegna la storia, presto o tardi finiscono col trionfare» (p. 141). Crediamo che non vi sia altro da aggiungere a queste illuminanti, quanto attuali, parole.

La teologia islamica vista dalla «Civiltà Cattolica»

L’idea di fondo che percorre gli articoli del p. Fausti, e attraverso la quale l’Autore fissa i punti di vicinanza, di contatto e allo stesso tempo di distanza e di opposizione tra le due religioni monoteiste, è la distinzione, peraltro specifica del p. Fausti (7), tra un «Islam della carne» e un «Islam dello spirito». Il primo sarebbe, secondo l’articolista, una sorta di degenerazione dell’Islam primitivo predicato da Maometto alla Mecca. In questa definizione rientrerebbero «gli splendori mondani  della paganeggiante corte di Baghdad, i loro loschi intrighi di palazzo e le dispute degli ulâmâ [ulema] coi sottili cavilli in cerca  di una via d’uscita per tirare la legge  a proprio capriccio; le persecuzioni talvolta violente contro i migliori elementi dell’Islam».

All’opposto i rappresentanti «dell’Islam dello spirito» sarebbero i sostenitori di una religione pure, indipendente dai legami politici, volta ad affermare la preminenza della trascendenza di Dio, anche attraverso una vita santa, votata alla rinuncia dei beni materiali. Questo Islam – continua l’Autore – «prima nascosto nell’ombra, perché perseguitato dall’Islam carnale, fu visto poi comparire arditamente in pubblico, sostenere la lotta decisiva contro gli ulâmâ, suoi nemici mortali, e infine incorporarsi alla dottrina ortodossa musulmana col poderoso trattato  della “Rivelazione delle scienze religiose” di Ghazâli (1058-1111). Con questo Islam iniziale cominciò Maometto la sua carriera alla Mecca» (p.22). L’Islam dello spirito ebbe più di un tratto comune con il cristianesimo, anzi, questo «non cessò mai di influire sulla corrente mistica e spirituale sviluppata in seno all’islam» (p.23).

Anche l’esperienza spirituale di Maometto, il profeta di Allah, è segnata da questa dicotomia che ha attraversato tutta la storia islamica fino ai nostri giorni; anzi; proprio in essa trova il suo punto di riferimento più sicuro. Secondo il p.Fausti, infatti, bisogna distinguere il Maometto della mecca, il predicatore dell’unico vero Dio, misericordioso e compassionevole,  il restauratore dell’antica fede dei patriarchi e del Vangelo di Gesù Cristo corrotto dalla tradizione degli uomini, da quello di Medina, impegnato, spada alla mano, insieme ai suoi primi seguaci a combattere gli «arabi idolatri» e a conquistare un impero vasto e potente, sul quale «impiantare il nuovo regno di Allah» e dal quale partire per universalizzarne, anche con la forza, il messaggio di verità. «Quando purtroppo ai primi impeti religiosi dell’Ammonitore si sostituirono le mire  politiche del profeta, in Medina si posero anche i fondamenti dell’Islam carnale, e si scavò quel solco fra le due opposte correnti, il quale si fece poscia sempre più profondo» (p.22).

Il p.Fausti, seguendo l’idea che nel dibattito interreligioso bisogna partire «dalle cose vere e buone» che uniscono le due religioni, in una serie di articoli mise a confronto la «dogmatica» cristiana con quella islamica; egli basava tutta la sua trattazione su un assioma fondamentale: «L’Islam poggia tutto sopra la parola di Dio rivelata, e come rivelazione divina esso accetta il Pentateuco di Mosè, il vangelo di Gesù Cristo, aggiungendovi il Corano di Maometto». Per il Profeta, inoltre, come il Vangelo fu suggello della profezia per il popolo d’Israele – che non lo accolse, e per questo verrà giudicato  nell’ultimo giorno – così il Corano lo fu per il popolo arabo.

Secondo il p.Fausti, insomma, all’inizio della sua predicazione per Maometto non c’era contrapposizione fra  cristianesimo e islamismo, ma complementarietà:soltanto che per lui il Vangelo, cioè il libro dato da Dio a Gesù, predicato dai cristiani, sarebbe in realtà non un Vangelo autentico, ma corrotto, al quale non si può prestare fede. L’articolista su questo punto dà ragione al Profeta; infatti questi avrebbe conosciuto non l’autentico Vangelo di Gesù Cristo – quello cioè da sempre custodito a annunciato dalla Chiesa Cattolica -, ma un Vangelo alterato, apocrifo, redatto da sétte ereticali che vivevano da secoli in quella parte dell’Oriente,abitato da popolazioni beduine.

Se Maometto – continua il p.Fausti – avesse conosciuto il vero Vangelo di Gesù Cristo, forse egli lo avrebbe accolto e predicato al suo popolo, come prima avevano fatto i discepoli del Nazareno. In ogni caso il Profeta ebbe simpatia per i cristiani, non condannò mai la loro fede anche se la ritenne incompleta e viziata da gravi errori teologici, anzi in diverse occasioni li protesse. Si legge nella sura 2, 62 del Corano: «Certamente coloro che credono e coloro che seguono la religione giudaica e i cristiani e i sabei,in una parola tutti quelli che credono in Dio e nel giorno ultimo e che avran fatto del bene, tutti costoro riceveranno una ricompensa dal loro Signore».

Ma quali furono i maggiori errori teologici che Maometto rimprovera ai cristiani del suo tempo? Essi riguardavano fondamentalmente la dottrina trinitaria e quella dell’Incarnazione. Per quanto riguarda la prima, così egli la commenta nella sura 4, 169 del Corano: «O gente del libro non oltrepassate il limite della vostra religione né dite di Dio se non la verità. certo il Messia Gesù, figlio di Maria, è legato ad Allah e suo Verbo, che fece discendere in Maria, e spirito suo. Credete dunque in Dio e ai suoi legati, ma non dite: tre. Astenetevene».

Infatti la Trinità del dogma cristiano, secondo Maometto che la combatteva, sarebbe composta da Allah, Gesù e Maria. La sura 5, 116 su questo punto recita: «E allora dirà Allah: o Gesù figlio di Maria, forse tu hai detto agli uomini: prendete me e la madre mia come due dii oltre Allah?». Anche per la dottrina dell’Incarnazione, Maometto utilizza fonti coeve ai Vangeli canonici (egli dice, per esempio, che ogni uomo è toccato alla sua nascita da Satana, salvo Gesù e Maria), ma apocrife; lo stesso vale per il racconto della morte di Gesù, dove, seguendo una teoria gnostica, afferma che al momento della morte il Messia fu sostituito da Dio con un altro uomo (Giuda il traditore), mentre Gesù fu assunto in cielo (portando con sé il suo Vangelo), e che ritornerà nel gran giorno della resurrezione come testimone contro i giudei.

Come è evidente, queste non erano le dottrine che la Chiesa antica professava e insegnava, ma erano le sole che il Profeta e le popolazioni dell’Arabia a quel tempo conoscessero; egli, inoltre, nelle dottrine (ereticali) professate dai cristiani dell’Arabia, in particolare nella credenza gnostica che Gesù fosse figlio «naturale» di Dio e che egli fosse Dio al pari di sua madre, vedeva annidato il pericolo del politeismo, che combatteva con tutte le sue forze alla Mecca.

Così il rapporto tra cristianesimo e Islam fu sin dall’inizio inficiato da un sostanziale malinteso, che successivamente «l’Islam della carne» avrebbe continuato ad alimentare, tanto da creare tra le due religioni una distanza incolmabile, e questo diede luogo a tutte le sciagure che purtroppo successivamente arrivarono. L’islam posteriore andò sempre crescendo nella sua avversione al cristianesimo; ragioni politiche e questioni di interesse si mescolarono in questa gigantesca lotta secolare.

Ma la corrente mistica  e le scuole riformiste del XIII secolo (ad esempio quella di Al Ghazâli), le quali influirono anche sulla scolastica che si stava sviluppando nell’Occidente cristiano, non cessarono mai di richiamarsi alle origini dell’esperienza spirituale di Maometto, simpatizzando anche per il cristianesimo. Dal canto suo,  questo vedeva sempre più nell’islam un pericolo incombente  per la fede e per la civiltà cristiana e quindi un nemico da combattere o in ogni caso da tenere lontano, sopratutto dopo la conquista della Terra Santa da parte dei turchi. Dove invece le due religioni monoteiste trovarono un punto di incontro, fu la dottrina spirituale predicata dalle scuole ascetiche dei sûfi, amanti della penitenza e dell’ascesi mistica; animati dal desiderio di interiorizzare l’islam ufficiale. Essi, come è noto, furono costantemente combattuti e perseguitati da califfi e sultani (cioè dai sostenitori «dell’Islam della carne», più interessati agli affari politici che a quelli spirituali.

«La Civiltà Cattolica» vista dal mondo islamico

Gli articolo pubblicati sulla nostra rivista negli anni 1931-35 attirarono l’attenzione di molti intellettuali islamici, i quali, pieni di sorpresa, apprezzarono il lavoro di p.Fausti e lodarono il coraggio e l’audacia della Civiltà Cattolica, che, nonostante il suo punto di vista «di parte», si dissociava apertamente dal coro, a quel tempo maggioritario, di quelli  che, per difendere la religione laica del progresso, disprezzavano tutte le culture che si fondavano su tradizioni religiose e, in particolare, quella islamica, considerata oscurantista e perturbatrice dei «costumi naturali». A conferma di quanto diciamo riportiamo un articolo apparso nel febbraio1935 su un giornale iracheno , AL Tariq. Tale scritto fu inviato per conoscenza, nella traduzione francese, dal segretario della Sacra Congregazione orientale all’allora direttore della Civiltà Cattolica, p. Carlo G.Rinaldi (8).

«Una rivista cattolica, La Civiltà Cattolica, ha pubblicato una serie di articoli su “l’Islam e il cristianesimo”. Essa ha seguito vie non ancora battute dal clero occidentale nello studio della religione musulmana. per questo abbiamo deciso di dare una sintesi di questi articoli ai lettori, perché questo movimento di idee nuove contribuirà al bene del mondo inero. Alcuni pensatori europei hanno iniziato studiare l’islam in modo realmente scientifico, senza lasciare traccia del detestato fanatismo. E’ una buona cosa. ma quello che meglio, è che persino gli uomini di chiesa studiano la religione musulmana e ne comprendono la bellezza e la diffusione.

«Essi dicono: “I musulmani sono oggi in relazione con l’Europa, essi approfittano della sua scienza e delle sue arti. Anche noi vogliamo approfittare della religione dei musulmani e della ricchezza del loro pensiero. I filosofi dell’islam e i suoi sûfi hanno svolto una parte molto importante nella storia del pensiero umano. essi hanno tratto le più sublimi  questioni religiose e in particolare la Rivelazione. L’orientalista spagnolo Miguel Asin Palacios ha provato che la nostra filosofia religiosa scolastica è molto debitrice alla filosofia islamica e che Dante Alighieri e San Tommaso d’Aquino vivevano in relazione semi-spirituale con il pensiero dell’islam. In effetti la maggior parte delle pubblicazioni dei sapienti musulmani, e in particolare di Al-Ghazâli, possono essere messe in mano a studenti cattolici. Noi chiediamo fin d’ora un’interpretazione dei libri di Al-Ghazâli fatta da penne cristiane, perché le opinioni di questo autore, esposte con una mirabile sintesi, la sua straordinaria potenza psicologica, i suoi studi approfonditi su molte questioni concernenti la morale e il sufismo, tutto ciò ha una importanza  che non deve essere minore, a nostro avviso, di quella degli scritti di san Giovanni Crisostomo. Quello che diciamo di Al-Ghazâli può dirsi di decine e anche di centinaia di autori musulmani. Gli studi di questi grandi pensatori danno alla nostra filosofia cristiana vita e vigore e rivelano ai nostri giovani studenti una fede nuova nella forza dello spirito umano; questo spirito al quale Dio ha dato la forza di elevarsi al di sopra delle questioni materiali e del mondo sensibile, verso il cielo e l’infinito dove gli sono posti i più grandi interrogativi dell’esistenza.

«Il fanatismo  ci ha impedito finora di studiare l’islam e di conoscerne la verità. Noi lo consideravamo come una cattiva confessione nella storia delle religioni. ma oggi conosciamo la bellezza dell’islam e la nobiltà dei suoi insegnamenti. per questo desideriamo avvicinarci ai musulmani non per debolezza o per paura, ma col desiderio di affermare il pensiero religioso nel mondo e dare il colpo di grazia alle tendenze atee. Alcuni scrivono che il ricordo doloroso delle crociate è un ostacolo all’unità tra musulmani e cristiani, ma dobbiamo ricordarci che queste guerre sono state suscitate dall’ignoranza dei fatti. per questo dobbiamo considerarle come uno spiacevole errore di cui non si considera il ritorno, e che non deve essere un ostacolo alla reciproca comprensione. Noi dobbiamo ricordare che esiste oggi un nemico che minaccia l’islam   e il cristianesimo: è l’empietà di cui i bolscevichi portano la bandiera. Inoltre ci rende felici vedere che Sua Santità il Papa guardi i musulmani in una maniera nuova, con sentimenti di amore […]”.

«Accanto a questi cambiamenti di pensiero verso i musulmani e i loro pensatori, cambia ugualmente il modo di vedere  il Profeta arabo. Quelli che lo calunniavano accusandolo di materialismo e di sensualità ignoravano tutto. Egli, infatti, passò 25 anni con una sola moglie, Khadija; visse una vita umile, mortificata, sopportò la persecuzione e diversi guai  a causa della sua missione. Quanto alle molte mogli, ciò era dovuto ad uno scopo politico, non a passione carnale. Tutti gli uomini giusti, studiandola sua vita quale fu e non come l’hanno dipinta quelli che avevano interesse a denigrarla, riconosceranno che egli fu di un livello umano al di sopra di tutti gli uomini»

Questa è la lettura che l’autore islamico faceva degli scritti del p.fausti. Ciò che a noi interessa in questa sede non è tanto verificare la congruità delle sue affermazioni con ciò che realmente il gesuita scrisse nei suoi articoli, ma soltanto sottolineare, e non è poca cosa, il modo «amichevole» con cui questi furono accolti e commentati in una parte del mondo musulmano. Ci chiediamo, soltanto, se oggi accadrebbe la stessa cosa.

Conclusione

Gli articoli del p.Fausti davano un’immagine nuova, del tutto inedita, dell’islam, a quel tempo poco conosciuto nell’ambito della cultura cattolica; alcune delle sue intuizioni, inoltre, trovarono successivamente conferma nel decreto sul dialogo interreligioso del Concilio Vativano II (Dichiarazione Nostra aetate, n.3). Ancora oggi, attraverso questi scritti, scopriamo una tradizione religiosa e culturale ricca e varia, che per lungo tempo è vissuta in feconda osmosi con quella cristiana. Ci furono secoli, infatti,in cui nel Mediterraneo, mare nostrum comune alle tre grandi tradizioni monoteiste, non passavano solo mercanzie, navi cariche di soldati e di armi per combattere, ma anche idee ed esperienze spirituali condivise e rispettate in parte da tutti.

Il fondamentalismo islamico di questi ultimi decenni ha per così dire seppellito, oscurato questa comune, sebbene diversa, tradizione di civiltà e di fede. Ma qual è l’origine storica di questa nuova ondata di fondamentalismo? E’ vero, come si afferma, che anche l’islam è una religione «monolitica», immutabile, astorica? Secondo alcuni studiosi arabi occidentali il riformismo è uno dei pilastri della storia dell’islam: «Durante il periodo classico  fino al XIII secolo – sostiene Mohamed Arkuon, storico del pensiero islamico alla Sorbona III di Parigi – ci furono riformisti come Al-Ghazâli o gli andalusi Shatibi e Ibs Hazou (10)». Questo pensiero, continua l’autore,  è stato pluralista, e nessuna scuola cranica a quel tempo poteva imporre il proprio particolare punto di vista alle altre senza prima dialogare per giungere ad una soluzione concordata.

Per l’islam storico tutto cambiò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando gli imperi coloniali – formati nel secolo precedente o anche poche decine di anni prima – cominciarono a crollare, e nei Paesi prima colonizzati salirono al potere gruppi nazionalisti che professavano un islamismo integralista e fondamentalista. Tutti questi Stati post coloniali, secondo il professore della Sorbona, operarono una sorta di coup de force teologico, volgendo a loro profitto la libertà spirituale dei musulmani di avere accesso al libero dibattito sulle interpretazioni del testo cranico.

L’islam, scrive Arkoun, è infatti «teologicamente protestante e politicamente cattolico», nel senso che ogni musulmano è abilitato, secondo la tradizione classica, a leggere e interpretare il testo sacro secondo i dettami del libero esame. «Si assiste invece oggi ad una statalizzazione della religione, nella quale il ministro degli affari religiosi prende le decisioni sotto il controllo del partito unico» (11); così è venuto meno ogni spiraglio di riformismo religioso, tanto che la religione è diventata, in alcuni casi, «un’espressione ideologizzata» del fanatismo politico (12).

Per utilizzare l’immagine del p. Fausti, questo sarebbe appunto l’«Islam della carne», cioè la religione sottoposta  agli interessi mondani, alla politica e al nazionalismo fanatico e intransigente, che toglie alla fede ogni slancio verso un progetto di vera fratellanza universale, sentimento comune a tutti  gli uomini che adorano Dio. Chi uccide invocando il nome dell’Altissimo e del Misericordioso commette un grave peccato contro l’unico Dio e un crimine contro la coscienza di tutti gli uomini.

Note:

(1) Nel Corano si legge: «Voi non deciderete più le vostre dispute nel sangue come al tempo dell’ignoranza» e in riferimento al proselitismo: «Nessuna costrizione in materia religiosa» (sura 2, 256).

(2) Gli articoli pubblicati dal p. G. Fausti sulla Civiltà Cattolica furono i seguenti: «Islamismo e Cristianesimo» (1931 III 44-52; 218-244); «Le fonti craniche e il vangelo cristiano» (1931 III 326-340); «I valori della vita nella concezione cristiana e nella musulmana» (1932 II 117-131); «Islamismo e Cristianesimo di fronte alla rivelazione divina» (1932 III240-250; 353-361); «Morale cristiana e morale musulmana» (1932 IV 31-50); «Asceti e mistici nell’Islam» (1932 i 433-446); «L’Islam nella luce del pensiero cattolico» (1933 III 156-169); «La Chiesa cattolica e l’Islam» (1935 III 63-67). Questi articoli sono stati poi riuniti nel volume L’Islam nella luce del pensiero cristiano, Roma, La Civiltà Cattolica, 1933. nelle citazioni faremo riferimento a questo volume, riportando nel testo il numero di pagina.

(3) Sul p. Fausti si veda la documentata biografia di A.Guidetti, Un precursore del dialogo islamico-cristiano: p. Giovanni Fausti, martire in Albania, Roma, La Civiltà Cattolica, 1974. Nell’introduzione al libro si legge una dedica di Papa Paolo VI  che dice: «A quanti servono e onorano la memoria del compianto ed eroico p. Giovanni Fausti S.I., nel XXV anniversario della sua morte, mandiamo la nostra confortatrice benedizione, esprimiamo il nostro cordoglio e assicuriamo il nostro suffragio, sempre ricordando il compagno di studi, ammirando la sua dedizione alla vita religiosa e la sua valorosa testimonianza della fede cattolica, e auspicando che dal suo sacrificio abbia conforto ed esempio la Chiesa paziente. Paulus PP VI».

(4) La citazione è tratta dal periodico bergamasco Vita Missionaria, novembre 1931.

(5) N. Kemal, Apologia contro Renan, Costantinopoli, Mahmud bey, 1926,45.

(6) «Mostrando le relazioni fra islamismo e cristianesimo, non vogliamo già dire che le due religioni siano ugualmente buone, ma vogliamo mettere in luce il vero e il buono che c’è nell’Islam, e cercare donde esso sia venuto» (p.12).

(7) Questa originale distinzione è propria soltanto del p. Fausti. Egli la utilizza nei suoi scritti sull’Islam come categoria interpretativa generale.

(8) L’articolo ha il seguente titolo: «Cambiamento importante nel mondo delle idee e delle credenze. Una rivista cattolica dice: “Bisogna approfittare delle credenze islamiche. Oggi noi conosciamo la verità dell’Islam, che è una grande religione”. Il papa prende le difese dei musulmani russi. Bisogna allontanare il penoso ricordo delle crociate perché esse sono nate dal fanatismo e dall’ignoranza».

(9) Archivio della Civiltà Cattolica (ACC), Fondo p.Rinaldi, 14, 1.

(10) M. Arkoun, «Ce ne sont pas les bombes et les bateaux qui vont rèsoudre toute cette historie», in Le Monde, 8 octobre 2001, 20.

(11) Ivi. Cfr ID., L’Islam: morale et politique, Paris, Maisonneuve-Larose, 1986. Questa è anche la tesi sostenuta dallo storico Andrea Riccardi, della Comunità sant’Egidio, secondo il quale la «nazionalizzazione delle religioni» avrebbe seriamente compromesso la pacifica convivenza tra i popoli in diverse regioni del medio oriente.

(12) dello stesso avviso è il sociologo algerino Fouad Khaled Allam, dell’Università di Trieste, secondo il quale oggi «è la politica a definire l’identità religiosa dell’Islam e non viceversa». Egli inoltre ritiene che sul concetto islamico di «guerra santa» si sia avuto negli ultimi tempi un vero e proprio «dirottamento semantico»: Jihad (maschile in arabo, ma spesso tradotto al femminile per meglio assimilarlo a «guerra santa») da «atto conforme alla volontà di Dio» è divenuto, malauguratamente per tutti, «azione di guerra» contro i non musulmani (cfr «Bibbia e Corano, le vie per la pace passano dai testi sacri», in Corriere della Sera, 14 ottobre 2001). In arabo esistono due termini differenti per definire la guerra, il primo è harh, che indica la guerra di aggressione, l’altro è jihad di cui sovente parla il Corano e che significa (in base a una definizione letterale del testo): «Sforzarsi di camminare sul cammino di Dio» (Jhiad fi sabil Allah), o ancora: «Sforzo verso un fine determinato». esiste però anche un significato «militare» del termine jihad, che indica però  la guerra di difesa: «Combattete nel cammino di Allah quelli che vi combattono, ma non siate trasgressori: Allah non ama i trasgressori» (Sura 2, 186.13) All’epoca di Maometto il jihad contro cristiani ed ebrei non fu praticato che molto tardivamente. Questi infatti, come si è detto, non erano considerati dal profeta, almeno nei primi tempi, come nemici della fede. Soltanto a partire dal periodo di Medina, troviamo nel Corano parole dure, rivolte a cristiani e a giudei. Cfr A. Meddeb, «La maladie de l’Islam», in Esprit, octobre 2001, 75-92. vv

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: