Perché ha vinto l’Ungheria del ‘56

Libero, venerdi 22 Ottobre 2026

Settant’anni dopo lo storico Argentieri ricostruisce le contraddizioni di quei giorni e la frattura che divise gli uomini del Pci

Maurizio Stefanini

Settant’anni fa, il 23 Ottobre 1956, iniziava la Rivoluzione ungherese. Ne parliamo con Federigo Argentieri, direttore del Guarini Institute alla John Cabot University di Roma e considerato il massimo studioso italiano su quell’evento, oltre che di cose magiare in genere, anche perché ne conosce la complicatissima lingua. La Rivoluzione Ungherese du una rivoluzione per il pluralismo in cui confluirono posizioni diverse. C’era il cardinale Jòzsef Mindszenty, con posizioni conservatrici molto vicine a quelle di Pio XII, che nel 1949 aveva scomunicato il comunismo. C’erano  i sostenitori dei vecchi partiti  messi fuori legge, come quello dei Piccoli Proprietari e quello socialdemocratico. Ma c’erano anche comunisti che volevano liberarsi definitivamente dello stalinismo. E c’era soprattutto un forte movimento socio-economico composto dagli operai delle fabbriche di vecchia e nuova industrializzazione, che unanimemente e co grande organizzazione spontanea formarono dei consigli operai: Ciò è descritto in una bellissima frase di Ignazio Silone: «Le Cinque Giornate di Milano, il Palazzo d’Inverno, Kronstadt e Barcellona si sono seguiti con la rapidità delle edizioni speciali di u quotidiano popolare». Ma nessuno diceva: «Tutto il potere ai Soviet». Il sentimento generale sul punto era: «Abbiamo già dato». Adesso volevano anche i partiti politici per costruire un modello misto di democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La cosa fu colta bene non solo da due grandi intellettuali di sinistra radicale anti-stalinista come Cornelius Castoriadis e C. R. James, ma anche da un “destro” come Indro Montanelli che disse: «A Budapest è morto il comunismo, ma è morta anche la nostra reazione».

Lei ha pure ricordato che Montanelli, come altri giornalisti italiani presenti a Budapest, in realtà seguirono tutto dall’ambasciata italiana, ripetendo ciò che dicevano la BBC e altri media internazionali. Un po’ per preoccupazioni di sicurezza, e un po’ perché l’ungherese non lo capivano.

«L’eccezione fu Vittorio Mangili: un grande inviato Rai morto nel 2024 a 102 anni, purtroppo dimenticato. Avendo la madre ungherese parlava la lingua, e dunque andò in giro documentando tutto. E ci fu anche Maio De Biasi: un grande fotografo che ha lasciato una documentazione straordinaria. Montanelli stava in ambasciata, ma aveva una grande capacità di comprendere, e comunque parlò con Mangilli tantissimo»

In Italia una conseguenza fu la spaccatura nella sinistra…

«La rottura tra il segretario del Pci Palmiro Togliatti e il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio fu annunciata da Togliatti  nella sua lettera ai sovietici del 30 ottobre 1956, in cui diceva che l’Ungheria stava andando in “direzione reazionaria” e denunciava che i dissidenti del Pcilo volevano sostituire con Di Vittorio. Arrivò in serata, poco prima della riunione con cui il Politburo dell’Urss decise di intervenire. Anche Chu En-Lai disse di sì, dopo aver telefonato a Mao. L’unico a opporsi fu il polacco Gomulka. Anche Giorgio Amendola raccontò che facendo un comizio a Torino sabato 3 novembre, il giorno prima della seconda invasione, disse che l’Urss doveva intervenire, e ricevette “applausi sfrenati”. Gomulka disse no anche un anno dopo, quando fu chiesto ai partiti comunisti di assentire all’esecuzione del leader della Rivoluzione Imre Nagy. Togliatti chiese solo di giustiziarlo dopo le elezioni italiane, per evitare contraccolpi negativi. Lo ottenne. I socialisti aprirono gli occhi. Non tutti. Pietro Nenni restituì il Premio Stalin, ma Sandro Pertini si lamentò. Pare che a luglio fosse stato in vacanza in Ungheria sul Lago Balaton».

Comunque alla fine la Rivoluzione ha vinto. Nel 1968 fu proprio la decisione del regime ungherese di aprire al pluralismo e innescare il crollo dei regimo comunisti in tutto l’Est Europa. In un momento di crisi, si preferì offrire una riforma politica piuttosto che rischiare un  nuovo 1956.

«E i comunisti ungheresi furono più avanti del Pci, che aspettò la caduta del Muro di Berlino per decidere di cambiare il nome. La svolta di Achille Occhetto alla Bolognina avvenne dopo un viaggio a Budapest. All’epoca stavo al Cespi e mi telefonò per chiedermi consigli».

Una cosa che pure lei ha osservato è che fu il regime comunista a creare le condizioni per la Rivoluzione.

«L’apprendista stregone. L’Ungheria nel 1956 era un Paese agricolo, con poche industrie. Col nuovo regime milioni di giovani e meno giovani ricevettero un’istruzione senza precedenti, e molti di loro vennero inurbati per costruire un’ industria pesante a imitazione dell’Unione Sovietica. Ma quella nuova classe operaia forgiata per dirigere uno Stato autoritario si scoprì libertaria perché, orwellianamente, scoprì che i maiali si erano messi in piedi, e i comunisti avevano costruito una nuova classe di sfruttatori, come in quegli anni spiegò Milovan Gilas».

E ci fu la rottura tra Pci e intellettuali…

«Tra i 1001 che firmarono il manifesto contro la posizione del Pci sull’Ungheria c’era il fior fiore degli intellettuali italiani. Da Natalino Sapegno e Italo Calvino e Renzo De Felice. Nel Pci non rimasero personalità altrettanto importanti. Sarebbe però da ricordare chi aveva preso le distanze da prima. Un intellettuale come Fabrizio Onofri e anche due parlamentari come Aldo Cucchi e Valdo Magnani che avevano contestato la subordinazione a Mosca già nel 1951».