Corrispondenza Romana n. 1958 del 8 luglio 2026
di Guido Milanese (*)
La recente decisione della Fraternità San Pio X (FSSPX) di procedere, nonostante l’accorato richiamo del Sommo Pontefice e gli inviti a riconsiderare la decisione giunti da ogni parte del mondo cattolico, ha suscitato, com’è ovvio, commenti di vario livello, dai più competenti a quelli per lo meno approssimativi. Per chi si interessa di musica sacra, di liturgia e di latino liturgico (si veda di recente https://www.scholapalatina.it/courses/il-latino-e-la-cultura-cattolica/) è spiacevole e doloroso constatare che, ancora una volta, si sono definiti i cosiddetti ‘lefebvriani’ come sostenitori delle “messa in latino”: in modo questa volta non solo approssimativo, ma del tutto errato. Premesso che le vere cause del contrasto tra Roma e la Fraternità sono di natura primariamente dottrinale, come risulta dalla cosiddetta “professione di fede” inviata a Roma dal Superiore (cfr https://fsspx.news/it/news/professione-di-fede-cattolica-della-fraternita-sacerdotale-san-pio-x-illuminare-le-anime-di), è opportuno fare un po’ di chiarezza.
Innanzitutto, è inaccettabile contrapporre la liturgia in latino al Concilio Vaticano II. Questo concilio, infatti, ha affermato che la liturgia deve essere in latino, concedendo, soprattutto nelle letture e nelle admonitiones, maggiore spazio alle lingue nazionali (Sacrosanctum Concilium, n. 36), e richiedendo anche che i sacerdoti, a parte casi singoli, siano tenuti alla recita corale o individuale dell’Ufficio Divino (detto ora “Liturgia delle Ore”) in latino e non nelle lingue locali. La fattuale rimozione del latino dalla liturgia non è affatto richiesta dal Vaticano II, ma è evidentemente un caso di quelle applicazioni distorte dei testi conciliari che molte volte, fin dagli anni ’80, segnalava Joseph Ratzinger, prima come professore, poi come cardinale e infine come Benedetto XVI. Il fatto stesso che tutti i Papi seguiti al Vaticano II abbiano celebrato in latino ne è una dimostrazione fattuale: se il punto dirimente fosse il latino, considerato che Leone XIV, come i suoi predecessori, celebra di frequente in latino, dove sarebbe il contrasto?
In altri casi si sostiene che i ‘lefebvriani’ sarebbero in lotta con la Santa Sede per difendere quella che viene chiamata la “messa tridentina”, mentre la Chiesa ‘romana’ difenderebbe la “messa del Vaticano II”. Qui il discorso è un po’ più tecnico. Il Concilio Vaticano II non ha affatto elaborato una “nuova messa”; il Vaticano II terminò nel 1965, e solo nel 1969 Paolo VI promulgò il nuovo Messale Romano, rapidamente seguito dai nuovi testi per l’Ufficio. Il Concilio di Trento (1545-1563) non elaborò una “nuova messa”: Pio V nel 1570 indicò la forma abituale del Messale utilizzato a Roma come testo normativo, ma com’è noto la possibilità di utilizzare altre forme era garantita a chi potesse dimostrare un’antichità rituale di almeno due secoli, evidentemente per evitare l’infiltrazione di riti di tipo protestante. La forma liturgica in uso a Roma non era affatto un nuovo testo, ma il risultato di lente stratificazioni e adattamenti: sul nucleo fondamentale della messa tardo antica, che possiamo studiare grazie a testi come l’Ordo Romanus I, una sorta di ‘manuale del cerimoniere’ che fotografa la liturgia del tardo VI-VII secolo, si aggiunsero innesti provenienti dalla sensibilità del Nord Europa, ad esempio le cosiddette ‘apologie’ del sacerdote.
Questa formazione della liturgia cosiddetta ‘romano franca’ è parallela e integrata con ciò che accadde al canto liturgico, il “gregoriano”, che non risale a Gregorio Magno ma alla rielaborazione dell’VIII secolo e dell’inizio del IX effettuata dalla collaborazione di liturgisti e musicisti romani e franchi, arricchita, come i testi e la prassi liturgica, da ulteriori sviluppi dei secoli seguenti. Si tratta appunto di quel concetto di “sviluppo” che, delineato da John Henry Newman, fu ripreso e ulteriormente approfondito da Joseph Ratzinger. Alcuni “tradizionalisti”, da un lato, affermano che la Messa del 1570 è la stessa messa di Gregorio Magno e forse anche più antica, il che è un falso storico; i cosiddetti “modernisti” affermano che la liturgia elaborata dopo il Vaticano II corrisponderebbe agli strati più antichi della storia liturgica. Ambedue rifiutano la storia, ossessionati dal ricorso ad una più o meno mitica “antichità”, con quell’atteggiamento che Pio XII definiva “archeologismo”.
In tutto questo che cosa c’entra il latino? Nulla, se non in una prassi che si è allontanata dal Vaticano II e anche dall’attuale diritto canonico. Il primo testo, quello conciliare, vede il latino come lingua normale della liturgia, il secondo afferma che la Messa si celebra o in latino o in una delle lingue approvate dalla Chiesa (n.928: Eucharistica celebratio peragatur lingua latina aut alia lingua, dummodo textus liturgici legitime approbati sint), prendendo atto, evidentemente, della prassi postconciliare; ma nessuna norma ha mai proibito il latino, come si vede accadere nella prassi purtroppo corrente. Una voce autorevole della Chiesa, quella del card. Müller, ha in questi giorni raccomandato, per quanto riguarda la forma liturgica, di riconsiderare le decisioni del precedente pontificato (https://lanuovabq.it/it/scisma-compiuto-mueller-dalla-fraternita-uneresia-nella-prassi), che certamente hanno spinto non pochi fedeli, scandalizzati da abusi liturgici che nulla hanno a che fare con il Vaticano II, a cercare riparo nella San Pio X, non trovando in altre chiese una liturgia celebrata in modo decoroso: e si tratta di persone che null’altro cercano se non una liturgia celebrata bene e non trasformata in uno show del celebrante o accompagnata da musiche indecenti. Spiace che le reazioni di non pochi vescovi dopo l’innegabile scisma siano state di tipo puramente disciplinare, senza domandarsi: se tanti buoni cattolici si sono rifugiati nella FSSPX, e se la Fraternità ha un elevato numero di seminaristi e una bassissima età media del clero, non sarà il caso di domandarsi perché questo accade? Lasciando da parte la questione della forma del rito, autorevolmente richiamata dal card. Müller, e limitandoci alla questione della lingua, le campagne di stampa affinché la Chiesa dia maggiore spazio al latino sono comprensibili, ma tutto questo nulla ha a che fare con le consacrazioni della Fraternità San Pio X. Difendiamo il latino, certo, la lingua che ha unito l’Occidente e ha unito il Cattolicesimo; ma lo si faccia, per favore, con ragioni solide e non fondate su fantasmi storiografici e su basi inesistenti.
(*) L’autore è professore ordinario di Lingua e letteratura latina all’Università cattolica di Milano e docente di storia della musica liturgica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Genova.





