Corrispondenza romana n. 1948 del 29 aprile 2026
Nel caldo luglio del 1789, mentre la Rivoluzione francese muoveva i suoi primi passi, un nome cominciò a circolare tra le strade di Parigi: quello dei dragoni del principe di Lambesc, noti per il loro coraggio e per il loro attaccamento alla Monarchia. Il loro comandante, Carlo Eugenio di Lorena, principe di Lambesc, nato nel 1751, era il capo e l’ultimo rappresentante della famiglia dei duchi di Guisa, il Casato, sempre devoto alla Chiesa di Roma, che durante le guerre di religione del XVI secolo aveva guidato la Lega cattolica contro i protestanti ugonotti.
Lambesc vedeva con lucidità ciò che molti rifiutavano di ammettere: Parigi non era inquieta, era sull’orlo della rivolta. I suoi dragoni – appartenenti al reggimento Royal-Allemand – erano soldati esperti, spesso di origine tedesca, ma fedelissimi al Re. Cavalieri armati di sciabola e di moschetto, addestrati a combattere sia in sella che a piedi, rappresentavano una delle ultime forze realmente capaci di ristabilire l’ordine nel caos crescente.
La situazione precipitava. Il 9 luglio 1789 l’Assemblea nazionale francese si proclama Costituente. Il Re, Luigi XVI, licenzia il ministro Jacques Necker e richiama truppe attorno alla capitale, ma esita. Sovrano pio e mite, ma debole, fatica a concepire l’idea di avere dei nemici e cerca solo di evitare lo scontro aperto.
Il 12 luglio, a mezzogiorno, Parigi è in preda a un immenso disordine. Nei giardini delle Tuileries e al Palais-Royal, la folla si accalca, in un turbinio di urli, d’invettive, di false notizie. Si gridano slogan, si agitano i busti di Necker e del duca d’Orléans, il cui palazzo è il centro della rivolta, mentre i discorsi incendiari di Camille Desmoulins trasformano il malcontento in furia.
I dragoni del principe di Lambesc, schierati sulla piazza Luigi XV, all’ingresso delle Tuileries, vengono bersagliati di pietre, mattoni e cocci di bottiglia. Le sciabole brillano al sole, ma il Re ha dato l’ordine di non reagire. Lambesc, fatta fare ai soldati qualche evoluzione, fa avanzare i suoi uomini, compie una carica di alleggerimento, più dimostrativa che distruttiva, e si ritira sulla riva sinistra della Senna.
Due giorni dopo, il 14 luglio, una folla di non più di un migliaio di scalmanati, provenienti soprattutto dal Faubourg Saint Antoine, assale l’Hotel des Invalides e poi la Bastiglia, identificata come il simbolo del potere monarchico. Il governatore Bernard-René de Launay, dopo aver trattato con i rivoltosi, che gli promettono l’incolumità, si arrende, ma viene massacrato. Un garzone di cucina ne mozza la testa, la infila in cima a una picca, e, seguito da una muta selvaggia, la porta in giro fino a notte. Quello che sarà chiamato il “Terrore”, non inizia con Robespierre, ma con la presa della Bastiglia.
La notizia dell’insurrezione giunge al Re, che si trova a Versailles, durante la notte. Luigi XV, il suo predecessore, scrive lo storico Pierre Gaxotte, «sarebbe balzato in sella a qualsiasi ora, sarebbe entrato a Parigi con tutti gli uomini atti a combattere e, spuntato il giorno, sarebbe stato freneticamente acclamato da una borghesia che, dopo aver tanto protestato, temeva ormai per la propria vita e per i propri beni. Avrebbe fatto impiccare una dozzina di assassini alle finestre dell’Hotel de Ville, rimesso una guarnigione alla Bastiglia e sarebbe rientrato a Versailles ad accogliere le dichiarazioni di obbedienza di un’Assemblea umile e sottomessa» (La Rivoluzione francese, tr. it. Edizioni A. Barion, 1949, p. 129).
Il principe di Lambesc vorrebbe caricare la folla alla testa dei suoi dragoni e disperderla con i suoi moschetti, ma l’ordine è di tenere riposte le sciabole, perché il Re non vuole che sia versato del sangue. Il barone Pierre-Victor de Besenval, che sulla piazza di Parigi dispone di tre reggimenti svizzeri e ottocento cavalieri, obbedendo anch’egli agli ordini del sovrano, non interviene. Il 15 luglio Luigi XVI annuncia il ritiro delle truppe; il 16 richiama Necker; il 17 entra a Parigi, dove riceve dal sindaco Bailly la coccarda tricolore, nuovo simbolo della Rivoluzione. È un gesto di conciliazione, ma anche il segno della resa alla Rivoluzione.
Una settimana dopo, in un parossismo di furore, la folla lincia l’Intendente generale di Parigi Louis Bertier de Sauvigny e suo suocero Joseph François Foulon, controllore delle Finanze. A Foulon il popolaccio taglia la testa e la esibisce in corteo su una picca, riempiendogli la bocca di fieno, per denunciarlo come complice di una congiura antipopolare. Poi un gruppo di rivoltosi afferra Bertier de Sauvigny, e lo costringe a marciare per le vie della città con la testa mozzata del suocero di fronte a sé, cantando: “Bacia papà, bacia papà”. Di fronte all’Hotel de Ville, Bertier è ucciso: gli strappano il cuore dal petto e lo gettano verso i notabili del municipio. poi riprendono a marciare, con la testa di Bertier affiancata a quella di Foulon.
Il principe di Lambesc, costretto all’inazione, lascia la Francia e si trasferisce a Vienna dove nel 1791 sarà nominato maggiore generale dell’esercito imperiale. Alla battaglia di Tournai, del 22 maggio 1794, carica con i suoi cavalieri la fanteria francese, mettendola in fuga. Da allora combatte, distinguendosi per il suo valore, tutte le battaglie anti-giacobine e anti-napoleoniche del suo tempo, come generale dell’esercito austriaco. Sotto questo aspetto, il principe di Lambesc può essere definito, e fu, un soldato della Contro-Rivoluzione, così come i suoi antenati lorenesi erano stati soldati della Contro-Riforma cattolica sotto san Pio V.
Con la restaurazione dei Borboni in Francia nel 1815, vennero restituite al principe di Lambesc tutte le sue dignità dinastiche e venne nominato Maresciallo di Francia e Pari di Francia ereditario. Ma ormai la sua patria era Vienna, dove morì all’età di 74 anni il 2 novembre 1825. Non avendo avuto figli, alla sua morte la gloriosa Casa di Guisa si estinse.
Il 21 gennaio 1793, Luigi XVI era stato ghigliottinato e il Papa Pio VI, nell’allocuzione Quare lacrymae del 17 giugno 1793, aveva riconosciuto nel sacrificio del sovrano “una morte votata in odio alla religione cattolica”, attribuendogli “la gloria del martirio”. Sarebbe stata evitata la tragedia se i Dragoni del principe di Lambesc avessero ricevuto, l’ordine mai dato, di affrontare i rivoltosi?
Quel che è certo è che nelle guerre e nelle rivoluzioni, di fronte a un nemico che ci minaccia, tra tutte le decisioni, la più difficile è quella di difendersi, perché non basta possedere la forza, occorre la volontà di usarla, e, soprattutto, la convinzione di avere il diritto di farlo.







