Lisander blog 12 Marzo 2026
di David Mazzerelli
(Imprenditore e docente Iusve)
Qualche sera fa, una mia amica mi ha mandato un vocale pieno di ringraziamenti e stupore per la gentilezza che le aveva riservato una persona a me cara, con cui l’avevo messa in contatto per aiutarla in un progetto lavorativo. Anche se la cosa non si era conclusa come sperato, lei era rimasta colpita dal fatto che qualcuno potesse rispondere con celerità, cortesia e in maniera proattiva, offrendo aiuto senza alcun obbligo. Uno stupore che noto sempre più anche nel lavoro e nelle interazioni quotidiane con chiunque incontro. Alcune cose che davamo per scontate, come ad esempio l’educazione, forse non lo sono più così tanto?
Seguendo il dibattito in corso sulle buone maniere, mi sembra che le accuse di questo “degrado” dell’approccio all’altro siano rivolte soprattutto verso il digitale e, in particolare, verso i social media. Vedo buone ragioni in chi lo sostiene, ma anche qualche criticità. Partiamo da lontano, come direbbero gli esperti, dal marketing della nostalgia. Sempre buono per il clickbait di un articolo online come questo.
A fine anni Novanta c’era un programma di messaggistica che si chiamava ICQ. Inciso per chi è molto giovane: si trattava di una sorta di Skype (che a sua volta non c’è più) o di Facebook Messenger. Solo che permetteva di collegarsi, in maniera un po’ disordinata, con tante persone di varie parti del mondo. Ci voleva parecchia pazienza nel connettersi con un modem lento e una linea che saltava. Ricordo che in uno dei primi libri all’università c’era scritto, più o meno così: comunica sì in rete, ma occhio alle fasce orarie, altrimenti ti arriva una bolletta mostruosa.
Le funzioni di ICQ come “random chat” (per parlare con gli sconosciuti) o “free to chat” (per comunicare disponibilità) sono oggi mutuate in mille applicazioni di messaggistica, dating e funzionalità aziendale come Teams. Nella netiquette digitale di allora c’era un tentativo pionieristico di rispettare la privacy altrui: pareva brutto contattare utenti senza motivo o ignorare i loro status di “away” o “do not disturb”. Era anche abbastanza comune iniziare una chat con “ASL” (age/sex/location) per presentarsi, come si farebbe in una conversazione reale, e le chiacchierate potevano essere anche piuttosto formali, specialmente tra completi sconosciuti. Il ritmo era più lento a causa del dial-up, rendendo le interazioni più simili a scambi epistolari accelerati che al flusso continuo a cui siamo abituati oggi.
Più o meno negli stessi anni usciva al cinema C’è posta per te. La trama è nota: Kathleen Kelly (Meg Ryan) gestisce una piccola libreria bohémien a New York, Joe Fox (Tom Hanks) è l’erede di una potente famiglia che possiede invece una grande catena di librerie. Quando i Fox aprono un enorme punto vendita proprio vicino alla libreria di Kathleen il piccolo negozio indipendente rischia di chiudere. Nel frattempo, entrambi i protagonisti, insoddisfatti delle rispettive relazioni, si conoscono in una chat room di AOL (America Online) e iniziano poi una fitta corrispondenza via e-mail, ignorando le rispettive reali identità. Usano gli pseudonimi di “Shopgirl” e “NY152” e si confidano pensieri profondi, sogni e paure, finendo per innamorarsi l’uno dell’altra.
In un’epoca ancora precedente McLuhan osservava che quando un nuovo medium si affaccia nella società la gente spesso lo utilizza come il suo predecessore. Gli scambi di Kathleen e Joe avevano come mezzo un oggetto la cui lenta accensione presupponeva un gesto: il computer e la connessione dovevano avviarsi e poi andava impostata la mail che, essendo allora una cosa ancora abbastanza nuova, aveva ancora tutte le caratteristiche intrinseche della cara vecchia lettera.
Parafrasando Nicholas Carr in Superbloom, ogni mezzo aveva tre proprietà: un tempo, uno spazio e una gestualità. Quest’ultima, spesso rituale, richiamava a sua volta l’oggetto stesso della comunicazione. Per ascoltare musica l’unica cosa che si poteva fare era inserire un CD o una musicassetta nel lettore, per chiamare occorreva la cornetta di un telefono o una cabina e dei gettoni. Per scrivere una lettera serviva una busta, della carta, una penna. Per vedersi, bisognava… incontrarsi. Ciascuno di questi gesti richiedeva tempo, a volte molto tempo. Ma i gesti restano iconici, anche in un’epoca in cui tutto è stato sintetizzato in uno smartphone: non è un caso se ancora si usa l’emoji della cornetta quando si vuole indicare “ti chiamo”, la cassetta della posta per indicare “ti scrivo” o un CD per indicare l’ascolto musicale.
La parcellizzazione dei gesti per “fare qualcosa” porta anche a seguire dei codici linguistici personalizzati: più tempo per fare una cosa presuppone maggiore elaborazione, riflessione e, manco a dirlo, educazione.
La mancata educazione è un riflesso della mancanza di tempo? Andrea Venanzoni ci fa notare che le buone maniere «ci fanno perdere la partita performante della nostra presenza in un reale gamificato». Condivido che sia questa la percezione di molti: essere sopraffatti dalla quantità di scelte possibili riduce la soglia dell’attenzione. Il bombardamento di stimoli digitali solletica il sistema di ricompensa del nostro cervello, naturalmente “progettato” per inseguire le novità. È un po’ la logica del gioco d’azzardo, che crea un loop di dipendenza da dopamina. In questa continua ricerca dello stimolo e della novità si riduce il tempo per approfondire gli argomenti e per fare di una conversazione, una bella conversazione.
Ma da quando è stato stabilito che proprio il tempo per le buone maniere fosse quello sacrificabile? Le tante ricerche sulla Gen Z (probabilmente la generazione più analizzata di sempre) rispondono spesso che oggi la moneta di scambio è il tempo. Tempo per fare cosa? Per se stessi, innanzitutto, per le serie TV e i servizi alla persona (tra quelli più in crescita in Italia), per le passioni e gli hobby, forse. Sicuramente non per bere in compagnia, visti i drammatici dati sul calo del consumo di vino tra i giovani.
Uno studio dell’UCLA ha recentemente messo in luce quanto sia calato l’uso della parola “per favore” tra gli americani adulti: solo circa il 7% delle persone la inserisce nelle richieste quotidiane. Inoltre, è stato notato, che il “per favore” viene usato sempre di più come un modo per spingere gli altri a dire di sì, quasi una tecnica di nudging piuttosto che un gesto segno di gentilezza vera e propria.
Lo schermo che filtra le nostre comunicazioni digitali porta con sé un’altra conseguenza nel discorso scritto: la caduta del tabù della prossimità. Se l’altro non è immediatamente visibile e percepibile nello spazio fisico, le formalità vengono spesso vissute come inutili salamelecchi, e il “buongiorno” non si dà più, se non nei meme dei “boomer”.
Non sono certo che a un mondo nuovo servano nuove regole, come scrive Guia Soncini. Quello con cui sono d’accordo però è che queste nuove regole siano, per genesi, scivolose, difficili, con troppi se, ma e però.
La chiarezza del galateo non può andare d’accordo con le mille eccezioni di quest’epoca in cui i feelings di tutti (un tempo si diceva, i capricci) devono essere sempre compresi e rispettati come le intolleranze alimentari. Le nuove norme di educazione sociale vorrebbero convincerci a fare uno schema per ogni persona che incontriamo, per non turbare nessuno.
Le buone maniere, condivise e tramandate, servivano proprio per saltare questo passaggio burocratico, lento e cavilloso andando al punto della questione: trattare tutti con la medesima educazione.
Le echo chamber degli algoritmi digitali, attaccate da ogni parte come il male assoluto, in realtà ci possono aiutare in questo: se non possiamo salvare il mondo dalla maleducazione almeno possiamo frequentare spazi puliti, rapportarci con persone educate e reiterare i piccoli, buoni, gesti quotidiani. In un’epoca in cui la tecnologia ha democratizzato l’accesso alla comunicazione, liberandoci dalle catene di intermediari e monopolisti, la scelta di usare le buone maniere diventa un atto di affermazione individuale, all’interno dei “falò digitali” dei gruppi più connessi a noi.
I codici imposti da fantomatiche élite e algoritmi sofisticati spesso rischiano di essere una scusa per scaricare la colpa del nostro comportamento maleducato. In una celebre scena de Lo Hobbit, Galadriel interroga Gandalf sul perché abbia scelto proprio Bilbo Baggins per una missione epica. Lo stregone grigio risponde: «Saruman ritiene che soltanto un grande potere riesca a tenere il male sotto controllo, ma non è ciò che ho scoperto. Ho scoperto che sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune, a tenere a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore».
Se il tempo è la nostra risorsa più preziosa, allora scegliamo consapevolmente come usarlo al meglio: riflettere prima di inviare, ignorare l’urgenza dei like e delle notifiche (che la gran parte delle volte urgenti non sono), condividere (contenuti e valore) consapevolmente, trattare l’altro come lo si tratterebbe se lo si avesse davanti di persona, magari in una cena rilassata. Ringraziare non solo per ottenere, evitare di pretendere tutto “ora per ora”. Un galateo spontaneo può radicarsi solo nella libertà personale. Perché, in fondo, chi non ha tempo per le buone maniere il proprio tempo lo ha già ceduto da un pezzo.







