Fotografia di una Italia malinconica e latente

Sede del Cnel-Roma

2 Dicembre 2022

Presentazione del 56° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2022. Trascrizione della diretta video. Interventi di Massimiliano Valerii, direttore generale,  e Giorgio De Rita, segretario generale del Censis

di Redazione

Massimiliano Valerii Direttore Generale Censis : E’ finita l’era dell’abbondanza ha detto il presidente francese Macron, una affermazione che suona come una tardiva affermazione di quello che stiamo vivendo perché il quadro di incertezza attuale si stava componendo già da tempo, tuttavia non c’è dubbio che l’alto tasso di inflazione che abbiamo in Italia segna uno spartiacque rispetto allo schema dicotomico tra garantiti nel mondo del lavoro e non garantiti, ancora applicabile nella fase più acuta della emergenza sanitaria in cui i 2/3 dei percettori di reddito, i redditi fissi, sono stati sostanzialmente garantiti mentre 1/3 di lavoratori, autonomi e piccoli imprenditori, è rimasto tra i segmenti vulnerabili.

Oggi invece l’inflazione riguarda tutti, per quanto con un impatto differenziato colpendo maggiormente i ceti sociali meno abbienti. L’erosione del potere di acquisto depotenzia anche quello scudo protettivo che le famiglie del ceto medio avevano utilizzato per difendersi dall’incertezza, ovvero il risparmio accumulato negli anni e la rassicurante liquidità cautelativa.

Questo è il contesto generale.

Dopo la caduta verticale del Pil nel 2020 di 9 punti abbiamo avuto un robusto rimbalzo nel 2021 (più 6,7%), quest’anno nel penultimo trimestre abbiamo una crescita acquisita del 3,9% e molti analisti concordano che sarà l’ultimo trimestre di quest’anno e il primo del prossimo anno a segnare una fase di recessione. Per Ottobre il FMI parla per l’Italia di un meno 0,2% per tutto il 2023

Anche dalle nostre rilevazioni emerge che oggi la quasi totalità degli italiani (il 93%) è convinto che l’impennata dell’inflazione durerà a lungo anche se si fermerà la corsa del tasso di inflazione. Il 69% teme che il proprio tenore di vita è destinato ad abbassarsi e questa percentuale sale al 79% tra chi già detiene bassi redditi. Il 64% sta già intaccando i risparmi per fronteggiare l’aumento dei prezzi.

La considerazione è che a quelle vulnerabilità sociali ed economiche strutturali di lungo periodo del nostro Paese oggi si aggiungono gli effetti deleteri delle crisi dell’ultimo triennio: la pandemia, la guerra, l’inflazione e la morsa energetica. Se tutto ciò è vero la rinnovata domanda di prospettive di benessere e le legittime istanze di equità sociale che emergono dal quadro non sono più semplicisticamente liquidabili come populiste, ovvero come aspettative irrealistiche fomentate da qualche leader politico demagogico. Siamo in una fase di post populismo ed effettivamente se si fa attenzione tutte le élite politiche stanno adottando politiche protettive che vanno al di là delle culture politiche di appartenenza.

Già da tempo i governi occidentali stanno alzando barriere in forme diverse e hanno varato misure di protezione contro gli effetti negativi della globalizzazione: dazi, il rimpatrio di molte produzioni… Globalizzazione che secondo molti ha impoverito ampie fasce della classe media a vantaggio delle classi medie dell’Asia.

C’è ad esempio una perfetta continuità tra le politiche dell’amministrazione Biden e il predecessore Trump, il populista, quello del muro tra Stati Uniti e Messico che in realtà era stato completato dal predecessore Obama. C’è una grande continuità in Italia anche tra il precedente e l’attuale governo. Non ha più senso allora parlare di populismi nel senso di leader demagogici che fomentano aspettative irrealistiche.

La verità è che per quanto nella nostra società non si registrino fiammate conflittuali e intense mobilitazioni collettive c’è una rilevante “ritrazione” silenziosa dei cittadini perduti della Repubblica. Un dato delle ultime elezioni su cui si è poco riflettuto è che il primo partito è stato di gran lunga quello dei non votanti che ha segnato una profonda cicatrice nella storia repubblicana. I non votanti sono stati quasi 18 milioni, pari al 39% degli aventi diritto: in 12 province i non votanti hanno superato il 50%; tra le politiche del 2006 e quelle del 2022 i non votanti sono raddoppiati: più 103%; tra il 2018 e il 2022 sono aumentati del 31%, ovvero quasi 4,3 milioni in più. Questo significa che per ampie porzioni del ceto popolare e del ceto medio non funziona più il tradizionale intreccio tra lavoro, acquisizione del benessere economico e democrazia. Questo è un aspetto molto pericoloso.

L’Italia post populista è quella che fa i conti con l’ingresso in una nuova età dei rischi in cui i più cercano una profilassi per l’immunizzazione dai pericoli correnti. Nell’immaginario collettivo si è sedimentata la convinzione che oggi tutto può accadere, anche l’indicibile: il lockdown, il taglio dei consumi essenziali, la guerra di trincea. L’aspetto nuovo è che si è sedimentata una paura straniante di essere esposti a dei rischi globali fuori dal nostro controllo. L’84% degli italiani è convinto che eventi geograficamente lontani possano cambiare improvvisamente e radicalmente la propria quotidianità, il 61% teme possa scoppiate il terzo conflitto mondiale, il 59% ha paura si ricorra all’atomica, il 50% teme l’Italia possa entrare in guerra.

Il punto è che l’assottigliamento del diaframma tra i grandi eventi della storia che si è rimessa in moto e le microstorie delle vite individuali genera la percezione di rischi che ci fanno sentire impotenti, al di là di ogni prevenzione.

Se quella del 2020 non sembra una Italia sull’orlo di una crisi di nervi e segnata da diffuse espressioni di rabbia paga un prezzo all’irruzione dei grandi eventi della storia nelle microstorie individuali. Il prezzo è l’inceppamento dei meccanismi tipici di una rampante società dei consumi, che in passato spingevano le persone a fare sacrifici per modernizzarsi, arricchirsi, crescere nella scala sociale. Rileviamo che 8 italiani su 10 affermano di non avere voglia di fare sacrifici per cambiare e il 36% dei lavoratori non è disposto a fare sacrifici per fare carriera e guadagnare di più. Potremo dire che c’è una impermeabilità ai miti proiettivi che può tradursi in una esplicita rinuncia all’autopromozione individuale.

Se tutto questo è vero noi diciamo che è la malinconia oggi a definire il carattere degli italiani, che è il sentimento del nichilismo dei nostri tempi. Una malinconia che corrisponde alla coscienza della fine del dominio incontrastato dell’io sugli eventi e sul mondo. Un io, un individuo, che oggi malinconicamente è costretto a confrontarsi con i propri limiti.

Il senso di insicurezza e privatizzazione dei rischi porta il 52% degli italiani a temere di rimanere vittima di reati; eppure oggi siamo statisticamente in un Pese più sicuro di sempre: nell’ultimo decennio i reati denunciati in Italia si sono ridotti del 25,4% mentre gli omicidi volontari sono diminuiti del 42,4% e le rapine del 48,2%.

A questo stato di insicurezza fa da riflesso una mappa di fragilità sociali perduranti. Innanzitutto la povertà assoluta: 5,6 milioni, 1 milione in più rispetto al 2019, il 44% dei quali vive al Sud. Siamo in una Pese in cui la percentuale di laureati è ancora inferiore alla media europea con 21 punti percentuali di differenza tra il Mezzogiorno e la media europea. Siamo anche il paese che detiene il primato dei Neet: il 23% degli under 30 mentre nel Mezzogiorno sono addirittura il 32%. Sappiamo che l’83% delle nuove assunzioni nello scorso anno sono o a termine o atipici.

Se poi guardiamo in prospettiva, tenendo conto degli scenari demografici rischiamo di avere una scuola e una università senza studenti. Tra dieci anni la popolazione dai 3 ai 18 anni scenderà dagli attuali 8,5 milioni a 7,1 milioni; tra vent’anni potrebbe ridursi a 6,8 milioni. Tra vent’anni avremo una popolazione di 19-24 anni di 760mila persone in meno il che significa che se anche avessimo una propensione agli studi come quella attuale avremmo 390 mila iscritti all’università in meno. Questi sono aspetti da non sottovalutare.

Analogamente rischiamo di avere una sanità senza medici e senza infermieri se pensiamo all’alta età media del personale sanitario e se si stima che nel prossimo quinquennio saranno oltre 29mila i medici e 21 mila il personale infermieristico che lasceranno il sistema sanitario nazionale. Quindi una società senza. Senza studenti, senza medici e infermieri negli ospedali…

Per quanto riguarda l’economia l’analisi mostra che a causa dell’incidenza dei costi dell’energia si stima che possano essere 355mila le aziende che potrebbero avere quest’anno un grave squilibrio tra costi e ricavi e quindi rischiare il fallimento. Parliamo dell’8% delle imprese attive, collocate per la gran parte nel terziario, col rischio di 3,3 milioni di addetti, più del 19% del totale degli addetti in Italia, di restare senza lavoro.

Ma poi, tipica polarizzazione italiana, il manifatturiero continua a segnare record nella esportazione. Lo scorso anno il valore dell’export italiano ha superato 600miliardi di euro, pari al 33,8 % del Pil mentre per quest’anno si attende un aumento delle esportazioni di ulteriori 70miliardi; tuttavia è verosimile una decelerazione del commercio internazionale a causa della guerra. Però è quasi rincuorante il fatto che il nostro manifatturiero vocato all’export ha già iniziato a perseguire una propria strategia di frenshoring, poiché si sono fortemente intensificati gli scambi con i paesi europei, l’area nord americana e i paesi del Mediterraneo.

Tra gennaio e luglio di quest’anno le esportazioni italiane verso l’Unione europea e il Regno Unito sono aumentare di quasi il 23%, quelle verso i paesi Nafta (Canada, Stati Uniti e Messico) del 31%. Insomma potremo valutare che oltre il 70% del nostro export è di tipo frenshoring. A questo potremmo aggiungere l’area del Mediterraneo, spesso trascurata in termini geopolitici, con ulteriori 23 miliardi nei primi sette mesi dell’anno con un aumento di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Questo ci restituisce ancora una volta la forte polarizzazione dell’Italia con un manifatturiero che ha esportazioni da record e una domanda interna che invece, almeno fino all’anno scorso, era caratterizzata da una forte depressione.

In questo quadro una spinta positiva di sistema potrebbe provenire da una pubblica amministrazione più efficiente. Oggi abbiamo un settore pubblico con 3,3milioni di dipendenti che negli ultimi vent’anni si è ridotto di quasi 260 impiegati. In Italia il 13,7% degli occupati è impiegato dalle amministrazioni pubbliche ma con un tasso inferiore a quello della Francia (19,7%), della Spagna (16,9%), del Regno Unito (16,4%).

Non abbiamo un problema di ipertrofia quantitativa del personale pubblico ma abbiamo un problema di forte senilizzazione. L’età media degli impiegati pubblici sfiora i cinquant’anni, 6,5 anni in più rispetto al 2001. A fronte di ciò solo una quota residuale (appena il 3%) di cittadini ritiene che l’amministrazione pubblica funzioni molto bene mentre il 51% si dichiara insoddisfatta dei servizi resi ai cittadini e alle imprese.

In questa Italia post-populista e malinconica che fin qui è stata descritta sinteticamente, in cui molti hanno la sensazione di non credere più alle radiose promesse della modernità e sentono messo in pericolo il proprio benessere, le autentiche legittime rivendicazioni di equità e benessere rappresentano non aspettative realistiche ma l’inaggirabile base sociale dell’agenda collettiva del Paese e questa è una presa di coscienza che dobbiamo fare quantomeno per scongiurare il rischio di vedere nei prossimo anni ingrossarsi ulteriormente il numero dei cittadini perduti della Repubblica

Giorgio De Rita Segretario Generale Censis  Il rapporto in genere cerca di dar conto dell’anno che è passato ma quest’anno ci è sembrato molto difficile racchiudere l’interpretazione della situazione sociale del Paese legandola al periodo dell’anno.

Come appena ricordato negli ultimi tre anni abbiamo avuto quattro crisi profonde e per la prima volta l’interpretazione che cerchiamo di dare è giocata sugli ultimi tre anni, che sono stati di emergenza ma con l’idea e con rassicurazione che le crisi erano straordinarie e potevano essere superate rapidamente ma non è stato così. L’emergenza non si chiude, il passato non passa e in qualche modo il Paese è rimasto incastrato nella sensazione di dover far fronte alle difficoltà con l’arma della rassicurazione pubblica – andrà tutto bene – e l’arma dell’adattamento individuale – in qualche modo ce la caveremo – perché come diceva Pasolini in Italia siamo avvezzi a lottare a mezz’aria: mezze idee, mezzi soldi, mezze leggi, mezze proposte…

Quel lungo ciclo si sviluppo fatto di individuale adattamento alle difficoltà e alle crisi della storia, a quello che le emergenze ci mettevano difronte non basta più e non funziona più. Non riusciamo più a dare una risposta come corpo sociale alle difficoltà strutturali del Paese che chiedono risposte strutturali. In questo senso l’impressione è che nella società italiana nel corso degli ultimi mesi sia andata crescendo una domanda che è anche all’inizio della nostra storia: dove siamo? Dove siamo nell’era del nostro sviluppo?

C’è un senso di spaesamento e di difficoltà a interpretare la nostra collocazione in Europa e nel quadro internazionale. E’ evidente che ciascuno di noi è capace di dare una risposta individuale, e lo fa tutti i giorni, al dove siamo. Una risposta individuale che ha ridisegnato le planimetrie individuali di ciascuno, che ha rifatto la mappa dei propri impegni, delle proprie difficolta, delle proprie soluzioni e del proprio modo di stare dentro il vivere sociale. Quello che manca è la risposta collettiva, dove non conta tanto la capacità di dare una risposta ma ancor prima di assumere la consapevolezza dell’importanza della domanda: dove siamo? Perché se non si sa dove siamo come possiamo aver cura delle nostre cose e del nostro Pese?

Il “dove siamo” è una domanda rivolta da ciascuno a se stesso, alla propria famiglia, alla propria impresa ma suona quasi come un rimprovero alla classe dirigente perché assuma la consapevolezza del dove siamo e dove stiamo andando. La nostra impressione è che siamo in una società che non regredisce e non matura ma sta lì e aspetta. Gli esempi sono tanti, pensiamo alle riforme che di questi ultimi anni ma tutte abbozzate; sono intuizioni, schemi di lavoro, promesse.

Abbiamo immaginato un recupero sostanziale della capacità amministrativa ma in realtà è ancora qualcosa che si sta preparando e che fatica a diventare concreto. Negli ultimi tre anni abbiamo disegnato piani per ogni genere di cose: dalla cybersicurezza alla ricostruzione, all’ambiente, di cui poco si sa e di come avanzano e di cui poco si discute. Il Paese sta lì, non matura e non regredisce e questo contraddice la nostra storia e dimostra che non basta più l’individuale adattamento.

Se andiamo a vedere le grandi crisi della nostra storia sociale vediamo che ci ributtavano indietro ma per questo c’era anche una spinta in avanti. Oggi le emergenze e il funzionamento interno della macchina sociale non ributtano indietro ma non danno neppure la spinta ad andare avanti.

Si può dire con buona ragione che questo non è solo nel nostro Paese ma è un po’ in tutta Europa che si registra una situazione di questo tipo, però il nostro Pese è più in difficoltà di altri. I dati demografici sono preoccupanti e uno di questi è che fra vent’anni avremo un terzo di ventenni in meno ed è qualcosa su cui non possiamo intervenire; abbiamo un debito che sta galoppando e i documenti della finanza pubblica dicono che crescerà nel quinquennio di 500miliardi di euro senza calcolare il debito nascosto nelle Regioni, nelle amministrazioni locali, nelle società pubbliche e nei crediti d’imposta. Abbiamo una difficile situazione dei redditi; come sappiamo il nostro è l’unico Paese occidentale a non aver visto negli ultimi trent’anni crescere i redditi medi.

Allora come descrivere questa fase così particolare della nostra società? Abbiamo scelto di definirla come un tempo di latenza. Questa espressione è presa dal linguaggio informatico ed è il tempo che intercorre tra il segnale inviato al calcolatore centrale e la risposta che questo esprime. Possiamo anche prenderla dalla cultura medica, in cui il tempo di latenza è quando la malattia ha colpito ma i sintomi non sono evidenti; è qualcosa né presente né assente ma sta là, anche in modo inconsapevole. La società italiana in questo momento è intrappolata nella latenza.

Nella latenza ci sono due elementi di cui tener conto, il primo è che se dura troppo crescono i rischi. Se dovessimo rimanere ancora nella condizione in cui non si va indietro e non si va avanti, contando sulla promessa di un futuro meraviglioso che arriverà o sulla condanna a veder scivolare tutto verso il basso, di fatto ci si rischia di trasformare la rinuncia a guardare avanti in una rinuncia strutturale e in una masochistica rinuncia a progredire, a rischiare di nuovo e a mettersi in cammino.

Nella latenza tutto va bene perché si sta lì e si aspetta ma se si lascia per troppo tempo che i segnali del calcolatore non vengano elaborati poi quei segnali perdono di senso; sicuramente sul paino collettivo ma anche sul piano individuale.

Dentro la latenza c’è un altro elemento che va sottolineato: lo spirito costruttivo, il mettersi di lato per ricaricare le batterie in attesa della ripartenza. Non è detto che ci siano i segnali per farlo e anzi probabilmente se ne vedono molto pochi, però ci sono alcuni elementi positivi. Nella latenza non c’è la condanna al declino e non c’è la certezza del nuovo sviluppo ma ci sono le condizioni per potersi muovere e trasformarla in una condizione di ripresa e di costruzione; non soltanto di resilienza ma anche di crescita significativa delle nostre condizioni economiche, di reddito e di indebitamento nei confronti del nostro e degli altri Paesi.

Come abbiamo visto l’export va bene e vanno bene anche il turismo e il risparmio mentre molte imprese stanno reagendo bene alla crisi internazionale. Ci sono quindi degli elementi positivi e sono anche dentro le famiglie, che ritrovano il gusto di investire e di rimettersi in gioco. E’ però uno spirito costruttivo che non è ancora emerso e sta ancora esprimendo la propria capacità di mandare segnali al corpo centrale in cerca di una risposta.

Non c’è una soluzione. La latenza è una condizione molto particolare dalla quale bisogna uscire molto rapidamente perché non ci possiamo permettere il lusso di rimanerne intrappolati.

C’è una condizione sociale che richiama la responsabilità in primo luogo politica ma anche della classe dirigente nel suo complesso. E’ la classe dirigente che deve trovare la consapevolezza della domanda che la società esprime e che occorre dare delle risposte. Cosa che la classe dirigente ancora non fa perché rimane nella dimensione dell’emergenza e della rassicurazione, perché la rassicurazione funziona.

Ma la nostra società non è più in grado di utilizzare la rassicurazione per poi muoversi ma ha bisogno di una riapertura dei meccanismi di ripartenza verso il futuro, pena la condanna a quello che prima è stata chiamata la malinconia. La vendetta dello spirito costruttivo non lasciato agire e a cui non è permesso di riscostruire un Paese ormai così malandato è la malinconia individuale e collettiva.

Oggi ricominciamo a sentire che tutto deve tornare ad essere politica ma questo è vero solo in parte. Non tutte le risposte arrivano dalla politica anche se certamente la classe politica deve fare la sua parte, però è la classe dirigente tutta assieme che deve ritrovare il coraggio di discutere e fronteggiare lo sviluppo del Paese.

Le preoccupazioni sono tante perché l’Italia esprime difficoltà da ogni lato ma gli elementi di un potenziale nascosto ci sono e vanno in qualche modo esplicitati però va soprattutto indicato il fatto che la realtà sociale non è più in grado di rispondere come ha fatto negli ultimi settant’anni con un po’ di furbizia e un po’ di cinismo. I difetti del Paese ormai sono strutturali, vengono dal lungo periodo e vanno affrontati altrimenti rimaniamo incastrati nel guscio dell’emergenza e della latenza.

Qui il video della  la presentazione

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