“Don” Ernesto Buonaiuti (1881-1946): il Giusto Europeo e l’ospitalità agli ebrei a Roma dopo le leggi razziali

Fides Catholica Anno XVII n.

1 gennaio-giugno 2022

A Ernesto Buonaiuti (1881-1946), sacerdote cattolico apostata scomunicato a seguito dell’opera Lettere di un prete modernista (1908, da lui scritta in risposta all’enciclica di san Pio X Pascendi Dominici gregis), è stata dedicata a Roma una targa commemorativa in occasione dell’ultima “Giornata europea in memoria dei Giusti” (6 marzo 2022). Il saggio sostiene che, in questo caso, i reali intenti dell’iniziativa non siano stati rivolti a fare memoria della persecuzione degli ebrei romani, bensì a rinfocolare la polemica contro la Chiesa cattolica e le liturgie dell’antifascismo poiché Buonaiuti fu allontanato dalla cattedra di Storia del cristianesimo all’università “La Sapienza” perché tra i dodici professori che si rifiutarono di giurare fedeltà, nel 1931, «alla Patria e al Regime Fascista».

Giuseppe Brienza

«In quest’epoca di laicismo

si distinguono due tipi di persone:

quelli che attaccano la Chiesa dal di fuori 

e quelli che la attaccano dall’interno,

servendosi della Chiesa stessa»

[san Josemaría Escrivá (1902-1975),

Lettera Res omnes, 9 gennaio 1932,  in Lettere – Vol. 1, a cura di Luis Cano,  Edizioni Ares, Milano 2021, p. 158]

I “cattolici” che attaccano la Chiesa dall’interno sono particolarmente apprezzati dal mondo laicista. Fra questi “don” Ernesto Buonaiuti (1881-1946), il personaggio più noto del Modernismo italiano, al quale è stata dedicata in occasione dell’ultima Giornata europea in memoria dei Giusti (1)una targa nel quartiere romano di Montesacro. L’ex sacerdote e professore di Storia del cristianesimo all’università di Roma “La Sapienza”, infatti, a seguito delle leggi razziali del 1938-39 ospitò per alcuni mesi nella sua casa di via Monte Faraone 5 Giorgio Castelnuovo, un ragazzo di religione ebraica affidatogli dalla madre (2). ù

Giusti Europei? Sì, purché eretici!

Sicuramente atto dovuto in sé, il riconoscimento appare però discutibile sotto almeno due punti di vista

Anzitutto perché l’encomio ad Ernesto Buonaiuti è arrivato da ambienti culturali e civili che, negli ultimi sessant’anni, hanno misconosciuto il soccorso ben più rilevante prestato alle 4447 persone di razza ebraica che, fra il 1943 e il 1945, hanno trovato asilo e protezione negli istituti religiosi e in case private dell’organizzazione clandestina cattolica facente direttamente capo a Papa Pio XII (3). Sorge dunque il dubbio che, assieme alla doverosa memoria della persecuzione degli ebrei romani, si voglia con questo riconoscimento specifico alimentare ulteriormente l’obiettivo di screditare la Chiesa, in quanto il “Buonaiuti-benefattore” è stato come noto scomunicato per la sua professione dell’eresia Modernista nel 1926.

Altro concomitante obiettivo che, a nostro avviso, ha motivato il riconoscimento dell’ex sacerdote quale Giusto Europeo è stato quello di reiterare la liturgia dell’antifascismo, essendo egli stato rimosso nel 1931 dalla cattedra della Sapienza per essersi rifiutato, assieme ad altri 11 professori universitari, di giurare fedeltà «alla Patria e al Regime Fascista» (4). Si tratta di una circostanza alla quale è stato dato ampio risalto nelle cronache mediatiche della Giornata del 6 marzo 2022 ma che, per dolo o per colpa non sappiamo, si basa su una deprecabile opera di mistificazione storica.

E siamo quindi al secondo motivo che avrebbe dovuto sconsigliare il riconoscimento romano: nel 1939-1940 Buonaiuti si rese responsabile di un’imbarazzante opera di propaganda politica del regime nazionalsocialista. Ebbe infatti a scrivere diversi articoli di entusiastico consenso nei confronti del regime hitleriano e della potenza tedesca, come riportato, con delusione ma onestà intellettuale, dallo scrittore e storico Giordano Bruno Guerri che, all’ex sacerdote, ha dedicato una elogiativa biografia (5).

Quel Buonaiuti filonazista

Quello del Buonaiuti filonazista è un capitolo non indagato della sua vita, su cui gli storici avevano steso sinora un velo di ipocrisia o di “pietoso silenzio”. Una circostanza inaccettabile sia sul piano etico sia su quello storico. Non si può ignorare, infatti, che l’apologia hitleriana fu opera non solo di uno studioso maturo – nel 1939 Buonaiuti aveva 58 anni – ma anche in un momento in cui la parabola del Reich era già in uno “stadio avanzato”, nel senso che erano passati oltre 7 anni dall’inizio delle malefatte, interne ed esterne, del Führer.

Eppure negli scritti dell’ex sacerdote, a seguito del Blitz-Krieg che diede inizio alla seconda guerra mondiale, troviamo inni alla «formidabile potenza germanica» e, l’anno successivo (1940), addirittura alla sciagurata decisione di Mussolini di entrare in guerra a fianco della Germania hitleriana. Scriveva infatti Buonaiuti dopo il famoso discorso del Duce a Palazzo Venezia del 10 giugno 1940:«la solenne parola di Roma ha suonato tempestivamente nell’ora sua, per dire al mondo che l’Italia della guerra e della rivoluzione non può straniarsi dalle vicende della politica europea».

Si è trattato di un atteggiamento utilitaristico per cercare di accattivarsi in anticipo le grazie dei due regimi che sembravano alla vigilia di una grande vittoria nel conflitto mondiale? È probabile, dato che Buonaiuti, ha rilevato Vittorio Messori, non è stato avulso come «molti esponenti del modernismo» del tempo, da «“furbizie” e ambiguità per evitare guai peggiori» (6).

Il carattere anti-popolare del Modernismo

Oltre che sotto questo aspetto, la vicenda personale di Ernesto Buonaiuti non si presterebbe ad encomi e riconoscimenti pubblici anche perché, come il Modernismo stesso, riflette una storia e una memoria che non ha riguardato che piccole e contraddittorie minoranze. Mai, quindi, il popolo italiano in generale né quello cattolico in particolare.

Gli stessi Modernisti d’inizio Novecento, del resto, non furono mai più che sparuti gruppi, riuniti attorno a “capiscuola” il cui numero, nel Vecchio continente, si contava sul palmo di una mano. Oltre ai francesi Alfred Loisy (1857-1940) e Lucien Laberthonnière (1860-1932), si possono ricordare l’irlandese George Tyrrel (1861-1909) e l’austriaco Friedrich von Hügel (1852-1925), a cui dobbiamo aggiungere i due sacerdoti italiani sospesi a divinis Salvatore Minocchi (1869-1943) e, appunto, Ernesto Buo­naiuti. Vero è che costoro ebbero numerosi “fiancheggiatori”, come ad esempio Romo­lo Murri (1870-1944), altro prete colpito da scomunica nel 1909 (poi revocata nel 1943), che fu molto attivo nel pubblicare riviste nelle quali si moltiplicavano gli pseudonimi per far apparire il movimento ramificato e presente a tutti i livelli (7). Come di recente rilevato da mons. Luigi Negri (1941-2021), il Modernismo è rimasto sempre una «fede dei dotti, più preoccupata di piacere alle ideologie che di volta in volta hanno dominato il contesto del nostro mondo occidentale» (8) che di convincere e affermarsi fra il Popolo di Dio.

Non è un caso che, nonostante i tentativi di rivitalizzarne la figura ed il (cattivo) insegnamento, la biografia di Ernesto Buonaiuti pubblicata nel 2001 da Giordano Bruno Guerri per i tipi della maggiore casa editrice italiana e dal titolo altisonante Eretico e profeta. Ernesto Buonaiuti, un prete contro la Chiesa, per stessa (ancora una volta, intellettualmente onesta) ammissione dell’Autore, «ha venduto circa un terzo dei miei libri precedenti… troppo sconosciuto il personaggio» (9).

La scuola (anti-cattolica) del prof. Ernesto Buonaiuti

Anche per quanto riguarda i “dotti”, comunque, almeno quelli che furono vicini all’allora prof. Buonaiuti, va detto che nessuno di essi conservò la fede. Anzi, riportando di nuovo quanto osservato al proposito da Vittorio Messori, tutti «i frutti del suo albero furono inquietanti: il suo allievo prediletto, Ambrogio Donini [(1903-1991)] (che intervistai per Inchiesta sul cristianesimo (10) divenne un marxista puro e duro, sino alla fine, e, nel comunismo staliniano, fu uno dei massimi teorici dell’ateismo. Nessuno della cerchia di discepoli di Buonaiuti rimase cattolico» (11).

Sebbene convinto che il Modernismo fosse il solo modo per permettere agli uomini contemporanei di salvare la fede, Buonaiuti causò non solo la perdita della fede da parte di tutto il gruppo di giovani che si formò attorno a lui, ma anche l’adesione di questi giovani alle varie culture laiciste e anticlericali del XX secolo. Non a torto, quindi, la Chiesa dovette rimuoverlo dalle cattedre ecclesiastiche che ricopriva (12).

Ma quando nel settembre 1904 fu obbligato a rassegnare le dimissioni dall’insegnamento ecclesiastico a causa delle gravi affermazioni polemiche rivolte contro la Chiesa e, in particolare, contro gli Ordini religiosi (per questo fu criticato dalla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica), Buonaiuti fu aiutato economicamente assicurandogli l’impiego di archivista presso la Sacra Congregazione della Visita Apostolica.

Nella Prefazione alla sua Storia del cristianesimo lo stesso Buonaiuti giustifica del resto, dal punto di vista della Chiesa, il provvedimento della sua prima rimozione. Scrisse infatti: «non ci volle molto perché mi accorgessi che se il professore di dogmatica doveva fare il più crudele scempio delle testimonianze bibliche e patristiche per trarle a sostegno del [Concilio] Tridentino e del Vaticano [I], il professore di storia ecclesiastica era costretto a fare scempio crudelissimo della realtà storica, per costringerla sul letto di Procuste dei suoi schemi dogmatico-teologali. Fu il primo colpo alla mia convinzione ortodossa» (13).

don Orione

Anche don Luigi Orione (1872-1940), probabilmente su invito del Vaticano, aiutò Buonaiuti sia spiritualmente sia economicamente, dirigendo fra l’altro verso di lui alcune offerte di donazioni che riceveva per sé e per le sue opere. L’interessato, da parte sua, non si chiuse del tutto ai tentativi di amicizia offerti dal santo sacerdote, come testimonia fra l’altro la fitta corrispondenza conservata fra i due.

La rimozione dalla cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza

Per quanto riguarda poi la rimozione statale dall’insegnamento di Storia del cristianesimo all’università “La Sapienza”, dal punto di vista religioso non fu affatto un “favore” fatto alla “fede concordataria”, poiché il posto di Buonaiuti fu assegnato, appunto, al suo allievo prediletto, quel giovanissimo Ambrogio Donini che, come detto, fu poi uno dei più radicali teorici dell’ateismo sedicente “scientifico”. Nell’intervista concessa a Messori il diretto interessato ripeté a tal proposito «di sentirsi proprio come ateo marxista discepolo fedele di Buonaiuti, avendo tirato le conseguenze logiche del suo modernismo» (14).

Oltretutto a scontare le conseguenze della rimozione dalla cattedra statale fu la Chiesa e non il Regime fascista. Dal 1931, infatti, Buonaiuti non svolse attività antifascista ma intensificò la polemica anti-ecclesiastica e anti-romana se, già nel dicembre del 1932, poté liberamente pubblicare a Milano il libro La Chiesa romana che, posto all’Indice con decreto del Sant’Uffizio del 25 gennaio 1933, godette però di ampia diffusione sia in Italia sia all’estero.

Oltretutto con tale orientamento Buonaiuti finì per accostarsi ai gruppi protestanti romani, presso i quali trovò, a partire dal 1932, la possibilità di tenere conferenze e lezioni. Dal 1933 prese anche sistematicamente parte ai convegni organizzati ad Ascona, nel Canton Ticino, dalla cultrice di teosofia Olga Fröbe Kapteyn (1881-1962) sotto la denominazione di “Eranos”.

Le conferenze tenute a Torino, a Milano e a Genova nel 1933 furono pubblicate a Modena nel 1935 col titolo Pietre miliari nella storia del cristianesimo, altra opera posta all’Indice con decreto del Sant’Uffizio del 15 gennaio 1936. 

Non a caso dopo la caduta del governo fascista il rifiuto della reintegrazione nella cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza fu opposto anche dalle nuove autorità democratiche. Nell’agosto 1944, infatti, alla petizione che scrisse in questo senso al ministro della Pubblica Istruzione Guido De Ruggiero (1888-1948), Buonaiuti ricevette una chiara risposta negativa: non poteva tornare a insegnare a causa dell’articolo 5 del concordato del 1929. Quest’ultimo, al terzo comma, impediva infatti, ma teoricamente come vedremo, ai «sacerdoti apostati o irretiti da censura» di «essere assunti o conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego [pubblico], nei quali siano a contatto immediato col pubblico».

Si trattò quindi con tutta evidenza di un pretesto formalmente corretto ma dettato da sfiducia nei confronti del personaggio se, con decreto del ministro dell’istruzione successivo, Vincenzo Arangio-Ruiz (1884-1964), Buonaiuti fu reintegrato a tutti gli effetti nella carriera universitaria, con vigenza retroattiva a partire dal 1º gennaio 1932 (decreto ministeriale 12 aprile 1945).

San Pio X e i “maestri del dubbio”

Venendo al Papa che dovette gestire la fase più acuta della “crisi modernista”, cioè san Pio X (1903-1914), egli si rese presto conto della riduzione della fede a “istinto” soggettivo come unico e principale esito logico degli studi dei Modernisti. Questi ultimi, quindi, si riallacciavano al tentativo dello gnosticismo di abbracciare tutte le istanze della verità relativa in tutta la relatività delle sue formulazioni. Così facendo, naturalmente, si finiva per affermare la relatività degli stessi dogmi della Fede cattolica.

Papa Sarti, di proprio pugno, scrisse pertanto quella sorta di Sillabo anti-Modernista che fu il decreto Lamentabili sane exitu (15),  pubblicato il 3 luglio 1907, riassumendo poi i termini e le conseguenze dell’eresia nell’enciclica Pascendi Dominici gregis (8 settembre 1907) (16). Si badi, inflessibile con l’errore, Pio X fu assai generoso nei confronti di chi faceva ammenda dei propri sbagli e, come indicazione ai vescovi, prescrisse questa linea di azione nei confronti dei Modernisti soggetti a vario titolo a processi disciplinari o altri provvedimenti repressivi: «se fanno un passo verso di voi, fatene due verso di loro».

Buonaiuti, però, insofferente fin da giovane dell’autorità e della disciplina ecclesiastica (17), si ritrasse da queste offerte di riconciliazione e, come gli altri Modernisti più noti, scelse la via della ribellione. I vari Murri, Minocchi e Loisy, oltre allo stato clericale, rinunciarono anche alla Chiesa e, anche per questo negli ambienti ecclesiastici la sorveglianza e la repressione del Modernismo furono per molti decenni condotte con mano pesante, essendo appunto rimasta impressa nella memoria la eco degli strascichi delle dolorose vicende personali dei primi “maestri del dubbio”.

Nelle Lettere di un prete modernista pubblicate in forma anonima da Buonaiuti a Roma nel 1908, sono espressi giudizi triviali e irriguardosi nei confronti del Pontefice, all’indomani della Pascendi dominici gregis. Nello scritto troviamo “perle” contro un Papa santo come Pio X di tale tenore: «tutta la grettezza d’animo degli infimi strati sociali […], tutta la ignoranza della più vecchia generazione clericale, cresciuta e alimentata fra gli anatemi al movimento di modernità; tutto l’astio degli incolti contro gli uomini della scienza; tutto il disprezzo incolto di chi non sa, per lo sviluppo e la ricchezza dell’intelligenza; dimorano nell’animo di questo buon parroco di campagna, strappato da un singolare colpo di fortuna alle occupazioni vicine e alle conversazioni innaffiate di un buon vino e di facili barzellette, della solitaria canonica, e portato a reggere il governo della più grande organizzazione religiosa» (19).

Il tenore di queste espressioni costituisce un’ulteriore conferma della bontà della Pascendi dominici gregis che individuò e mise in evidenza atteggiamenti estremamente pericolosi per l’anima di molti e per lo stesso vissuto ecclesiale.

La morte di Buonaiuti e la sua adesione – non formalizzata – al protestantesimo

Nel gennaio del 1939 fu offerto a Buonaiuti di diventare professore ordinario presso la facoltà di teologia dell’università di Losanna. Poiché la posizione di professore ordinario comportava l’adesione alla Chiesa riformata, egli rifiutò. È stato scritto, in effetti, di come l’ex sacerdote sia stato sempre restio a corrispondere alle ripetute profferte dei protestanti di adesione alle varie denominazioni e confessioni.

Tale circostanza è stata accreditata alla volontà dell’interessato di rimanere sino all’ultimoprete romano”, rifiutando di sposarsi, di rinunciare alla talare. A mio modesto avviso, però, tali interpretazioni andrebbero ridimensionate e, il rifiuto accampato da Buonaiuti dopo la scomunica di entrare a far parte di organizzazioni non meno “disciplinate” della Chiesa cattolica come quelle protestanti, sia da giustificare con il carattere insofferente all’autorità dell’interessato. L’adesione al protestantesimo, in effetti, risulta esplicita dalle vicende finali della sua vita.

Nella notte sul 17 marzo 1946, Ernesto Buonaiuti dettò il proprio testamento spirituale e, letteralmente, il suo attaccamento alla Chiesa romana vi appare definitivamente incrinato: «Mi sento partecipe, in speranze e comunione, con quella nuova chiesa cristiana ecumenica, a cui ho veduto lavorare quelle denominazioni evangeliche che mi sono sempre apparse salutarmente travagliate da un autentico spirito di fraternità, di pace e di vita carismatica nel mondo».

Pochi giorni dopo si presentò a lui il cardinal Francesco Marmaggi (1870-1949) con le proposte del Vaticano per la sua riammissione nella Chiesa: avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione in cui affermava di accettare tutto ciò che la Fede cattolica professa, riprovando tutto ciò che essa riprova. Ma Buonaiuti rifiutò, morendo senza sacramenti il 20 aprile 1946.

Nel 1942 l’editore Corbaccio di Milano aveva pubblicato il primo dei tre volumi (gli altri saranno pubblicati l’anno successivo) della sua Storia del cristianesimo, che fu condannata e posta all’Indice il 16 dicembre 1942. Con decreto del Sant’Uffizio del 17 maggio 1944 tutte le opere di Buonaiuti pubblicate dopo il 1924 vennero poste all’Indice, con questo ultimo provvedimento suggellando la sua parabola anti-cattolica.

Conclusione. Il Modernismo è una setta filosofica 

Il modernismo è stato in definitiva una setta filosofica, altro che tentativo di riforma all’interno della Chiesa! Esso ha dato vita anche ad un movimento culturale che, mirando a conciliare la fede con la filosofia e l’epistemologia moderna, sosteneva l’evoluzione – e quindi la modificabilità – dei dogmi. In realtà, più che di conciliazione, ha propugnato quell’assoggettamento della fede alla scienza che oggi è diventato nuovo dogma, ovvero quello scientista. I Modernisti pretendevano di entrare nel campo teologico per interpretare in maniera scientifica i dogmi, ma d’altro canto hanno vietato ai teologi di avvicinarsi alla materia scientifica, in particolare a quella storica, via percorsa più o meno fruttuosamente a partire dal Concilio Vaticano II.

Ma nelle tesi del Modernismo, piuttosto che il rapporto Fede/scienza, è stato negato implicitamente o esplicitamente non solo il culto delle reliquie e l’essenza dei miracoli ma, occorre ribadirlo, il valore delle Scritture e la Rivelazione stessa. Per questo oltre che eresia questo movimento setta fu e, dopo di esso, il neo-modernismo setta rimane.

Per quanto riguarda infine la personalità e l’opera di Ernesto Buonaiuti, oltre che ai documenti ecclesiastici citati, credo possa essere utile riportare il giudizio di un dotto ma fedele sacerdote, rimasto ortodosso ai tempi del maggior influsso intellettuale del Modernismo come don Giuseppe De Luca. Il quale ha detto del Buonaiuti-presbitero che ha potuto «sì conservare lo spirito sacerdotale nel suo lavoro, ma liquidando in storia tutta profana il cristianesimo, togliendo al suo sacerdozio ogni validità soprannaturale, facendo una specie di religione dell’irreligione effettiva [e] servendo l’irreligione con animo religioso, anzi sacerdotale» (20).

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1) Tale ricorrenza, dedicata ai Giusti d’Europa che nella storia hanno difeso o aiutato gli ebrei perseguitati dai regimi totalitari, è stata istituita con Dichiarazione scritta n. 3/2012 del Parlamento europeo. È celebrata ogni anno il 6 marzo, data della morte del magistrato israeliano superstite dell’Olocausto Moshe Bejski (1921-2007), presidente della Commissione dei Giusti tra le nazioni di “Yad Vashem” (l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah, con sede a Gerusalemme). A proporre all’Assemblea di Strasburgo la nuova “Giornata della memoria” è stato il giornalista, saggista e storico italiano Gabriele Nissim, presidente di GariwoNetwork, la rete che unisce le realtà impegnate nella diffusione del messaggio dei Giusti delle Nazioni. Dal 2017 la Giornata europea in memoria dei Giusti è solennità civile anche nel nostro Paese, ed è quindi celebrata con commemorazioni pubbliche nei vari Giardini dei Giusti, nelle scuole, nelle istituzioni, amministrazioni locali e presso le varie associazioni sensibili al tema della memoria dell’Olocausto.  

2) Cfr. Guglielmo Gallone, La scelta del coraggio. Nell’iniziativa il “Civico giusto” il ricordo di don Ernesto Buonaiuti, L’Osservatore Romano, 5 marzo 2022, p. 8.

3) L’elenco è stato pubblicato da uno storico rigoroso (e non cattolico) come Renzo De Felice (1929-1996): cfr. Storia degli ebrei in Italia sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1972, pp. 610-614.

4) Giuramento richiesto dal Regio decreto n. 1227/1931 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto 1931. Va precisato che ai “non giuranti” non era minacciato il licenziamento tout court, bensì la pensione se o quando fosse raggiunta l’anzianità richiesta. Nel novembre del 1931 a Buonaiuti, come a tutti i professori universitari, fu rivolto l’invito a prestare il giuramento di fedeltà ma, il 19 dello stesso mese egli scrisse una lettera al rettore nella quale affermava che «a norma di precise prescrizioni evangeliche (Matteo, V, 34) […] reputo mi sia vietata ogni forma di giuramento». Di conseguenza, almeno ufficialmente, l’obiezione dell’ex sacerdote non era motivata da dissenso politico bensì da interpretazione letteralista del Vangelo. Con r.d. del 28 dicembre del 1931, quindi, Buonaiuti venne dispensato dal servizio a partire dal 1º gennaio successivo.

5) Cfr. Giordano Bruno Guerri, Eretico e profeta. Ernesto Buonaiuti, un prete contro la Chiesa, Mondadori, Milano 2001.        

6) Vittorio Messori, Le cose della vita, SugarCo, Milano 2009, (pp. 450-451) p. 450.         

7) Il grande sacerdote e scrittore don Giuseppe De Luca (1898-1962) ha riassunto l’esito di un tale attivismo modernista con una conclusione interessante: «oh quante cicale riempivano il cielo di Roma del loro clamore eguale, come dire condanne, polemiche, riviste, ire, senza tuttavia lasciarsi dietro un risultato, uno solo, ma concreto e nuovo, ma personale, di solida scienza» (cit. in Paolo Vian, Si ha paura adesso della verità? Pubblicato l’epistolario (1898-1962) dello storico friulano Pio Paschini, L’Osservatore Romano, 10-11 settembre 2018, p. 4)

8) Mons. Luigi Negri, Premessa, in San Pio X, Pascendi Dominici Gregis. Sugli errori del Modernismo, tr. It. di Gianandrea de Antonellis, Cantagalli, Siena 2007, (pp. 5-7) p. 6-7.

9) G. Bruno Guerri, Riscoperto Buonaiuti eretico senza discepoli, Il Giornale, 12 novembre 2002, p. 33.

10) Cfr. V. Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Mondadori, Milano 1987.

11) V. Messori, Le cose della vita, op. cit., pp. 450-451.

12) Nel 1903, conclusi gli studi teologici e ordinato sacerdote, Buonaiuti aveva sostituito monsignor Umberto Benigni (1862-1934), già suo professore, nell’insegnamento di Storia della Chiesa nel seminario dell’Apollinare.ù

13) Ernesto Buonaiuti, Prefazione, in Idem, Storia del cristianesimo: origini e sviluppi teologici, culturali, politici di una religione, a cura di Cesare Marongiu Buonaiuti, con una Introduzione di G. Bruno Guerri, Newton & Compton, Roma 2002. 

14) V. Messori, Le cose della vita, op. cit., p. 143.

15) Il Decreto contiene la condanna di 61 proposizioni Moderniste: si parte dalla relatività dell’esegesi scritturale data dalla Chiesa per giungere alla trasformazione del cattolicesimo in protestantesimo quale unico mezzo per conciliare fede e scienza. A distanza di tre anni da tale documento venne diramato il cosiddetto “Giuramento antimodernista” (Lettera Sacrorum Antistitum), reso obbligatorio «per tutto il clero, pastori, confessori, predicatori, superiori di ordini religiosi e docenti nei seminari di filosofia e teologia» e rimasto in vigore fino al Concilio Vaticano II.

16) Nell’Enciclica Pascendi è esaminata a fondo l’essenza del Modernismo. Si parte analizzando le sette metamorfosi del Modernista (il filosofo, il credente, lo storico, il critico, il teologo, l’apologista ed infine il riformatore) e, quindi, si individuano sette «rimedi» per combattere quella che San Pio X definisce «sintesi di tutte le eresie» (o, con vocabolo ancor più significativo, «sentina» di esse), primo fra tutti il ritorno al tomismo, faro principale di ogni pensiero razionale.  

17) Ricordiamo a questo proposito che, non appena ricevuta la tonsura nel 1897, a causa del suo rifiuto di leggere esclusivamente i libri selezionati della biblioteca del Pontificio Seminario Romano, ove era stato accolto come interno (quindi mantenuto dalla diocesi del Papa) nel 1894, lo posero in dissidio con i suoi superiori. Questo atteggiamento di ribellione, unitamente ad una clamorosa lettera di adesione inviata al sacerdote modernista Minocchi nel 1901, quando quest’ultimo fondò la rivista Studi religiosi, costò al giovane Buonaiuti (allora non era neanche ventenne) il posto gratuito alla fine del primo biennio di seminario maggiore (1900-1901).

18) Nel 1908 fu un sacerdote, poi tornato allo stato laicale e diventato metodista, Gustavo Verdesi (1883-1950), allora collaboratore di Buonaiuti, a inviare in Vaticano una denuncia scritta nella quale accusava il suo mentore di essere stato l’autore delle Lettere di un prete modernista. Solo a quel punto, il 3 novembre del 1908, alla riapertura della Sacra Congregazione della Visita Apostolica, fu intimato a Buonaiuti di rassegnare le dimissioni dal lavoro di archivista. Nonostante ciò, gli venne anche in questa circostanza conservato l’assegno per consentirgli di provvedere al proprio sostentamento materiale.  

19) Anonimo [Ernesto Buonaiuti], Lettere di un prete modernista, Libreria editrice romana, Roma 1908, p. 92.

20) Cit. in Paolo Vian, Si ha paura adesso della verità?, art. cit..

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