Il quoziente d’intelligenza se ne va in fumo

fumatore_cannabisInternazionale n. 967 del 21 settembre 2012

Il consumo regolare e prolungato di cannabis fin dall’adolescenza può alterare le prestazioni cognitive in modo irreversibile. I risultati di uno studio neozelandese

Sandrine Cabut, le Monde, Francia

Dopo aver seguito un migliaio di persone per vent’anni, un’equipe di ricercatori è arrivata alla conclusione che un consumo regolare e prolungato di cannabis cominciato durante l’adolescenza può provocare un’alterazione delle prestazioni intellettive.

Con una riduzione del quoziente d’intelligenza (Qi) in età adulta che può arrivare fino a 8 punti (il Qi medio è 100). Una riduzione non indifferente, fanno notare gli autori dello studio su Proceedings of the National Academyof Sciences (Pnas): “Chi perde punti di Qi durante l’adolescenza o intorno ai vent’anni può essere svantaggiato rispetto ai coetanei”. Il Qi è legato a molti parametri: accesso agli studi superiori, un buon posto di lavoro, prestazioni lavorative, reddito, ma anche tendenza a sviluppare malattie cardiache o Alzheimer, rischio di morte prematura e così via.

Nel complesso le conclusioni dello studio, condotto in Nuova Zelanda, non sorprendono: i disturbi cognitivi (perdita di memoria, dell’attenzione e della concentrazione, mancanza di motivazione) sono noti tra i consumatori abituali di cannabis. Ma per Madeline Meier e i suoi colleghi l’aspetto importante è la vulnerabilità del cervello adolescente a questa droga.

La loro ricerca si basa su una metodologia molto affidabile: di solito i dati vengono soprattutto da indagini retrospettive che confrontano le prestazioni intellettive di fumatori di cannabis con quelle di non consumatori. In questo caso i volontari sono stati selezionati, nella città neozelandese di Dunedin, prima che avessero provato l’hashish e sono stati seguiti regolarmente per vent’anni. Facevano parte di un gruppo di 1.037 individui seguiti fin dalla loro nascita, tra il 1972 e il 1973, per studiarne diversi aspetti sanitari e comportamentali.

Per quanto riguarda la cannabis, i volontari sono stati intervistati in modo confidenziale sul loro consumo e sulla loro dipendenza in cinque occasioni: a 18, 21, 26, 32 e 38 anni. Alcuni test neuropsicologici sono stati eseguiti all’età di 13 e 38 anni, e un declino evidente del Qi (fino a otto punti) è stato riscontrato tra chi ha cominciato a usare la cannabis da adolescente e ne è poi diventato un consumatore abituale – almeno quattro volte alla settimana – per un lungo periodo.

“L’alterazione è globale e riguarda le cinque aree del funzionamento neuropsicologico. E non può essere spiegata con altri fattori come un minore livello d’istruzione o l’uso di alcol o di altre droghe”, precisano gli autori.

Sviluppo cerebrale

Un altro punto importante è che l’interruzione definitiva o la riduzione del consumo di droga non ha ripristinato completamente le capacità intellettive. Invece un inizio più tardivo, in età adulta, non è accompagnato da una riduzione del Qi, sottolineano Madeline Meier e i suoi colleghi.

“C’era chi pensava che i problemi di memoria e di attenzione scomparissero una volta interrotta l’assunzione di cannabis. Questo studio dimostra che i disturbi possono diventare irreversibili e abbastanza consistenti da causare problemi nella vita quotidiana”, commenta Philippe Arvers, medico epidemiologo e specialista di fenomeni di dipendenza.

“Si tratta di un’ottima ricerca, e particolarmente interessante è la dimostrazione dell’interazione della cannabis con lo sviluppo cerebrale”, aggiunge Mickaèl Naassila, direttore del Gruppo di ricerca su alcol e farmacodipendenze dell’istituto di sanità e ricerca medica francese (Inserm). “Il risultato conferma l’idea che bisogna ritardare l’incontro con questa droga”.

Tuttavia in questo gruppo neozelandese, il sottogruppo dei soggetti più vulnerabili agli effetti della cannabis sul Qi (inizio precoce, uso regolare e prolungato della droga) è piuttosto ridotto: una quarantina di persone, cioè il 5 per cento della popolazione studiata, osserva Jean-Lue Martinot, pedopsichiatra e direttore di ricerca ali’Inserm: “Questo elemento spinge alla prudenza nell’interpretazione dei risultati, così come il fatto che sono stati misurati solo dei comportamenti.

Non ci sono state analisi obiettive a livello cerebrale”, spiega il ricercatore francese. Analizzare il cervello di un gruppo di adolescenti con la risonanza magnetica anatomica e funzionale è proprio quello che sta facendo Martinot nel quadro di un progetto europeo, il cui scopo è quello di cercare dei legami tra i fattori biologici e ambientali che influenzano la salute mentale e le dipendenze dei giovani.

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