Il futuro nero che i potenti pensano per noi

International Family News

4 Agosto 2021

Klaus Schwab, fondatore ed Executive Chairman del World Economic Forum, propone una visione distopica del futuro, fondata su un’antropologia distorta e una sociologia rovesciata

di Maurizio Milano

Il professor Klaus Schwab è persona intelligente, competente e informata, quindi le sue analisi meritano di essere considerate con la massima attenzione: per quello che dicono, ma anche per quello che non dicono.

Fondatore ed Executive Chairman del World Economic Forum (WEF) di Davos, autore dell’oramai noto libro CoViD-19: The Great Reset, Schwab ha recentemente pubblicato Stakeholder Capitalism: A Global Economy that Works for Progress, People and Planet per esprimere giudizio del tutto positivo sull’evoluzione economica successiva agli «Accordi di Bretton Woods» del 1944, con cui, dice, è stato creato un benessere diffuso, nonché assicurata una relativa pace sociale e tra i Paesi.

Schwab evidenzia però come, già negli anni 1970, emergano i primi punti deboli: vale a dire quei «limiti dello sviluppo», indicati nel «Rapporto Meadows» del 1972 commissionato dal “Club di Roma” presieduto dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei (1908-1984), dove la crescita “eccessiva” della popolazione rispetto alle risorse disponibili era indicata come la principale minaccia per la “sostenibilità” del sistema socio-economico-politico.

Oggi, dato che le persone non solo consumano risorse ma emettono anche anidride carbonica, la popolazione è sul serio diventata la minaccia principale alla “salute” dello stesso pianeta. Ora, il tema della popolazione, ha ragione il leader di Davos, è davvero cruciale: ma lo è proprio nella direzione opposta a quella paventata.

Il rischio reale non è infatti l’esplosione demografica, bensì un lungo inverno demografico, che potrebbe portare a rottura il paradigma di crescita a debito e di finanziarizzazione dell’economia seguito nell’ultimo quarto di secolo, aggravatosi dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2009 e ora in fibrillazione dopo la crisi del CoViD-19.

Ebbene, la svolta impressa a partire dagli anni 1980 dalla cosiddetta «Reaganomics» e dal «thatcherismo» sarebbe per Schwab un errore, poiché orientamenti incentrati «più sul fondamentalismo del mercato e l’individualismo, e meno sull’intervento statale o sull’implementazione del contratto sociale».

Schwab afferma infatti che il modello economico dominante – definito «shareholder capitalism», dove la responsabilità delle imprese è limitata alla produzione di utili per gli azionisti in assenza di implicazioni “sociali” ulteriori – dev’essere urgentemente abbandonato a favore dello «stakeholder capitalism del secolo XXI », dove tutti i “portatori di interesse”, dai clienti ai lavoratori, dai cittadini alle comunità, dai governi al pianeta, devono essere presi in considerazione, in una prospettiva non più nazionale, bensì globale, che richiede quindi un nuovo multilateralismo.

Concordando con la visione dell’economista italiana Mariana Mazzucato, Schwab sostiene cioè che «un governo forte non dovrebbe limitarsi alla regolamentazione, ma essere anche una forza fondamentale di innovazione e di valore aggiunto per la società».

Il socialismo finanziario delle Banche centrali

È però paradossale che si critichi il sistema economico attuale definendolo «neoliberista», lasciando quindi intendere che esista un “eccesso di libertà” dei privati, disfunzionale alla crescita armonica del “mondo”.

In realtà, i Paesi contemporanei sono caratterizzati tutti, chi più chi meno, da una presenza molto forte degli Stati nella vita economica e sociale, da un livello di pressione fiscale e contributiva importante, da un’elevata collusione dei grandi gruppi industriali e finanziari con il potere politico (il cosiddetto crony capitalismo capitalismo clientelare) e da un monopolio statale sul denaro, la cui quantità viene manipolata ad libitum dalle rispettive Banche centrali, le quali intervengono in modo sempre più attivo per orientare i sistemi finanziari, e quindi economici, dei propri Paesi. Da una situazione di partenza statalista e di capitalismo clientelare si sta cioè accelerando verso una prospettiva che si potrebbe definire disocialismo finanziario delle Banche centrali”, a danno delle famiglie e dei piccoli e medi risparmiatori e imprenditori.

Ciò detto, il cuore dello «stakeholder capitalism del secolo XXI», che Schwab vagheggia, è composto da due realtà, le persone e il pianeta: «il benessere delle persone in una società influisce su quello di altre persone in altre società, e spetta a tutti noi come cittadini globali ottimizzare il benessere di tutti». Ma i «cittadini globali» astratti indicati da Schwab esistono solo nelle visioni ideologiche: le “persone” concrete esistono invece sempre, sono costruttrici di relazioni con la famiglia e con la società circostante, e sono sempre portatrici di una storia (e di una geografia), nonché di una visione del mondo.

Ovviamente l’ecologismo

Con riferimento al “pianeta”, Schwab lo qualifica come «lo stakeholder centrale nel sistema economico globale, la cui salute dovrebbe essere ottimizzata nelle decisioni effettuate da tutti gli altri stakeholder. In nessun altro punto ciò è divenuto più evidente come nella realtà del cambiamento climatico planetario e nei conseguenti eventi climatici estremi provocati».

La teoria del “riscaldamento climatico di origine antropica”, alla base di tali affermazioni, non ha però conferme scientifiche certe: il “pianeta” è troppo complesso per pensare di gestirlo a piacimento. La pretesa di abbassarne la temperatura come si fa con il climatizzatore di casa e l’ambizione di cambiare il clima con una “transizione ecologica” dai costi probabilmente stratosferici, a danno dei contribuenti e con inevitabili gravi alterazioni della concorrenza e quindi delle stesse prospettive di crescita economica futura, appaiono più ideologiche che non scientifiche, e funzionali a interessi economici e finanziari di portata tale da rendere anche le analisi tutt’altro che neutrali e disinteressate.

Se il modello socio-politico-economico globale dell’«era post-pandemica», per dirla con Schwab, dovrà gravare su questi due pilastri c’è quindi davvero da temere derive liberticide. Mentre le società e l’iniziativa economica nascono storicamente dal basso, a partire dalle persone concrete, inserite in famiglie e in comunità, per poi svilupparsi secondo logiche sussidiarie, qui ci si prospetta una visione distopica fondata su un’antropologia distorta e una sociologia rovesciata. Una prospettiva, cioè, atomistica e materialistica, centralistica e dirigistica, dove si vorrebbe guidare dal centro e dall’alto, verso un presunto “mondo migliore”.

Bello, manca però la libertà

In linea di principio, la logica dello «stakeholder capitalism» sarebbe anche condivisibile, giacché le imprese non vivono nel vacuum ma in contesti sociali e politici, e quindi, oltre alla generazione di profitto per gli azionisti, ottenuto in regime di concorrenza libera e leale, servendo al meglio i propri clienti, è opportuno che sostengano i costi delle eventuali esternalità e che si assumano anche responsabilità più ampie, secondo il principio del bene comune a cui tutti sono tenuti a contribuire.

Il diavolo, tuttavia, si nasconde nei dettagli. Nel modello proposto da Schwab, l’epidemia CoViD-19 è indicata come una «grande opportunità» per attuare l’iniziativa del «Grande Reset» dei sistemi economici-sociali-politici attuali. Il quadro di riferimento è l’Agenda ONU 2030 per il cosiddetto «sviluppo sostenibile» e la direzione proposta (imposta?) è quella di andare verso un «New Normal», una sorta di governance mondiale, dove delle “cabine di regia” sempre più alte, composte da organismi sovranazionali, Stati, Banche centrali e grandi gruppi finanziari ed economici, assumono il ruolo di direttori d’orchestra per decidere dove, con quali mezzi e in che modo andare, per «ricostruire il mondo in modo migliore», secondo lo slogan «B3W», ovvero «Build Back a Better World» del presidente statunitense Joe Biden, condiviso dai Paesi del G7.

Non si parla, insomma, mai di “libertà”, né di famiglia e natalità o di comunità intermedie, né di esigenze spirituali: la prospettiva è esclusivamente materiale e orizzontale e se una verticalità esiste è quella che dice in relazione all’accentramento di funzioni presso gli Stati e all’auspicato aumento della governante mondiale.

Una visione immanente e «perfettistica», insomma, per dirla con il filosofo e teologo don Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), contraria alla realtà delle cose e quindi destinata ultimamente all’insuccesso: anche prescindendo dalla sensatezza dei fini perseguiti, nessun pianificatore centrale dispone di tutte le informazioni rilevanti, per tacere delle «conseguenze non intenzionali delle azioni umane intenzionali», da cui metteva in guardia già il fondatore della Scuola austriaca dell’economia, Carl Menger (1840-1921).

La sospensione del diritto

Nella situazione di emergenza continua in cui il mondo vive dopo la crisi del nuovo coronavirus, sovente alimentata dai media con poco scrupolo, sembra di ravvisare quell’Ausnahmezustand – lo «stato d’eccezione» descritto dal celebre filosofo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985) – in cui il diritto è come sospeso: la gestione politica dell’“emergenza sanitaria” desta infatti non pochi dubbi di costituzionalità e sembra il grimaldello per fare accettare ai “cittadini” la speranza di ricevere maggiore “sicurezza” e “salute” dall’alto, al costo necessario di crescenti restrizioni della “libertà”, economica e non.

Ma come imporre tali cambiamenti? In  CoViD-19: The Great Reset il leader del WEF afferma che, al di là dei dati di fatto, della “realtà”, «le nostre azioni e reazioni umane […] sono determinate dalle emozioni e dai sentimenti: le narrazioni guidano il nostro comportamento», lasciando intendere che, con uno story-telling adeguato, sarà possibile indurre un po’ per volta il cambiamento dall’alto, con un mix di bastone e di carota.

La “soluzione” proposta a uno stato di malessere reale, ancorché deformato da una lettura ideologica, è quella di controllare ancora di più l’evoluzione demografica, di cambiare i modelli di consumo e di investimento per “salvare il pianeta”, di aumentare le liaison tra i grandi gruppi economici e finanziari, le autorità sovranazionali, i governi e le Banche centrali.

Sembra di vivere ormai all’interno di uno straordinario esperimento di “ingegneria sociale”.  «Quando torneremo, dunque, alla normalità?»: «Quando? Mai». Non è complottismo: lo scrive Klaus Schwab, cioè Davos.

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