L’esistenza dell’inferno

Il Nuovo Arengario 25 Ottobre, 2020

Carla D’Agostino Ungaretti

“Lo stato di definitiva esclusione dalla comunione con Dio e con i beati viene designato con la parola inferno” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1997, n. 1033)

“Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10, 28).

“ … o Signore … salvaci dalla dannazione eterna e accoglici nel gregge degli eletti” (Canone Romano, Preghiera Eucaristica).

Quasi nessuno oggi crede più all’esistenza di Dio e, di conseguenza, neppure a quella del diavolo, dato che questi due tipi di ”fede in negativo” (perché anche lo scetticismo è una “fede”) sono strettamente collegati. Figurarsi allora se qualcuno crede ancora all’esistenza dell’inferno! Specie se proposto e immaginato come lo rappresentò il Beato Angelico (lui sì che era un vero cattolico “bambino”!) nel Giudizio Universale del Museo di S. Marco a Firenze: un grande calderone nel quale sono stati messi a cuocere i dannati mentre un diavolo, ben fornito delle regolamentari corna e coda, alimenta le fiamme dell’enorme fornello e un altro sembra sorvegliare la cottura come un provetto “master chef” che mescola, con il suo cucchiaio di legno, la macabra pietanza rappresentata dalle anime perdute.

Fra Giovanni da Fiesole fu un grandissimo pittore del nostro Rinascimento e sicuramente merita di diventare, da Beato che già è,  anche un Santo venerato dalla Chiesa; ogni sua pennellata sprizza la fede umile e sincera, senza se e senza ma, del vero cattolico “bambino” capace di rafforzare la fede dei suoi confratelli  “Domini Canes” che abitavano le celle del Convento di S. Marco da lui decorate, ma dubito che  la sua visione escatologica sia capace di soddisfare i difficili palati dei teologi, facendolo assurgere alla dignità di Dottore della Chiesa; cosa, del resto, della quale penso che egli stesso fosse ben consapevole.

Infatti, come non dobbiamo immaginare il diavolo simile a un repellente satiro con corna, coda e zampe di caprone, o come il mostro raffigurato nelle sculture delle cattedrali gotiche (perché egli può assumere anche forme bellissime, quando vuole affascinare l’uomo) così non dobbiamo immaginare l’inferno come l’enorme diabolica cucina in cui sta bollendo “la polta infernal”, di cui canta il coro delle streghe nel III atto del “Macbeth” di Verdi.

Però l’esistenza dell’inferno è dogma di fede; l’inferno è il peccato divenuto definitivo; è il momento terminale che non fu combattuto e vinto; è la distruzione del rapporto – chiave dell’uomo con Dio, con il suo prossimo e con se stesso, causata dall’essersi voluto fare lui arbitro del Bene e del Male al posto del suo Creatore; è la tremenda situazione conclusiva di chi decide di assolutizzare se stesso facendo della sua presunzione la propria corazza.

La Bibbia parla in molti passi del terribile pericolo che tutti gli uomini corrono. Come sempre, cito i primi esempi che mi vengono in mente e cioè la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19 ss) e l’icastica frase scritta da S. Paolo “con le lacrime agli occhi” e alludendo ai nemici di Cristo: “la perdizione sarà la loro fine, perché essi che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra” (Fil 3, 19).

Quanti casi di questo genere conosciamo e vediamo intorno a noi! [1] Infatti, se l’uomo è stato creato da Dio per amore ed è stato (oserei dire) da Lui “strutturalmente destinato” a vivere per sempre in comunione con Lui infondendogli questa aspirazione eterna – perché non c’è essere umano che non miri all’”Assoluto”, e tutti gli intellettuali e i sapienti che negano questa verità a mio giudizio mentono sapendo di mentire – il rifiuto o la negazione ostinati di questo gratuito dono priva per sempre l’uomo della visione di Dio alla quale era destinato e questa pena si ripercuote in eterno su tutto il suo essere.

Quindi la condanna all’inferno non è opera di un Dio “crudele”, ma dell’uomo perché è l’uomo a sceglierlo mediante il peccato. L’annuncio della possibilità di dannazione, ispirato costantemente da Dio all’Autore biblico, ai Profeti , e dichiarato in tutto il Nuovo Testamento dimostra l’amore appassionato di Dio stesso che ci mette in guardia dal tremendo pericolo che corriamo se, abusando della nostra libertà (altro immenso e gratuito dono di Lui) non assecondiamo la nostra più profonda vocazione.

Sia l’Antico Testamento che i Vangeli sinottici attestano la presenza di vero fuoco nell’inferno; la letteratura apocalittica giudaica, a partire dal II secolo a. C., assimila quello che noi chiamiamo inferno alla “Geenna”, nominata anche da Gesù nella frase che ho citato in epigrafe, e cioè la valle a sud di Gerusalemme in cui le popolazioni cananee compivano i sacrifici umani, divenuta poi simbolo della dimora dei morti puniti dalla giustizia di Dio “nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 41 – 42).

Ma se l’inferno, come ha costantemente insegnato il Magistero della Chiesa, non è propriamente un luogo ma uno status, che tipo di fuoco sarà quello di cui parla la Scrittura? Certamente non sarà quell’emanazione simultanea di calore e luce prodotta dalla combustione di legna, carbone e altri materiali infiammabili di cui forse (mi viene da pensare sorridendo) si sono serviti i diavoli nell’ingenuo dipinto del Beato Angelico; ma non sarà neppure un “fuoco” simbolico.

Forse sarà una condizione, uno stato, una situazione, o una forza a noi sconosciuta che, senza distruggere come fa il fuoco, provocherà un’eterna sofferenza – forse lontanamente somigliante, ma infinitamente superiore, al terribile dolore che provocano le scottature e che a tutti noi , più o meno, è capitato di provare in qualche piccolo incidente domestico – derivante al dannato dalla consapevolezza del proprio fallimento e dall’impossibilità, peraltro neppure più desiderata, di porvi rimedio.

Però nella Bibbia il fuoco non sempre ha una funzione devastante. Per esempio, Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente che non si consuma (Es 3, 2); S. Paolo accenna al fuoco con una frase un po’ sibillina dalla quale ha mosso la Chiesa per elaborare la dottrina del purgatorio: “Se l’opera che uno costruirà sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco”. (1Cor 3, 14 – 15). 

Allora, che tipo di fuoco sarà quello dell’Inferno se perfino la Madre di Dio ne ha rivelato ai bambini di Fatima gli effetti tragici ed eterni?  Qui mi fermo perché non ho una risposta e, da cattolica “bambina” quale sono, spero che chi ne sa più di me voglia illuminarmi, ma ritengo soddisfacente anche l’immagine che ne dà S. Tommaso d’Aquino: un “carcere” che immobilizza il dannato impedendogli qualunque rapporto, sia con Dio (con il quale egli ha volontariamente rotto i ponti) sia con gli altri esseri umani, dato che da morto non ha più i sensi corporei atti a comunicare.

Se noi comuni esseri umani, limitati e abituati a pensare in base alle categorie kantiane di spazio e tempo, del pari limitate, proviamo a immaginare con la nostra umana fantasia come possa essere l’inferno nella sua eternità e nella sua infinita estensione spaziale, quel minimo che riusciamo a rappresentarci basta a terrorizzarci e la nostra mente cerca di difendersi dall’angoscia provocata da un’immagine così terrificante, rifiutandosi di credere che lo stato di dannazione sia destinato a non avere mai fine.

Però la Bibbia ci ricorda costantemente che l’amore infinito di Dio non prescinde mai dalla libertà che Egli ha donato all’uomo e a questo principio si sono sempre attenuti i teologi; in particolare Benedetto XVI, quando era ancora il giovane Prof. Joseph Ratzinger, ha ricondotto l’esperienza dell’inferno al rispetto della libertà del peccatore, considerandola come decisione globale che investe tutto l’esistere umano [2].

Invece altri teologi, come K. Rahner e H. U. von Balthasar hanno ritenuto legittima la speranza della salvezza universale: in altri termini, secondo loro, si potrebbe sperare che Cristo, morto per tutti, non sia morto invano, non perché l’inferno non esista, ma perché sia vuoto. Questi teologi hanno sfiorato, senza però caderci dentro, la dottrina dell’ “Apocatàstasi” o Restaurazione, ipotesi formulata per la prima volta nel III secolo d. C. da Origene, il quale ipotizzò che alla fine dei tempi tutti, anche il diavolo, ritorneranno alla primordiale contemplazione di Dio attraverso una graduale purificazione.

Ma questa teoria fu dichiarata eretica nel 553 dal Concilio di Costantinopoli perché è in contrasto col Vangelo e svaluta la libertà umana. Ma poiché l’uomo non può evitare di chiedersi, almeno una volta nella vita, se e quale destino egli avrà dopo la morte, molti intellettuali moderni, atei o agnostici, hanno inzuppato presuntuosamente il pane in problemi capitali della dottrina cristiana, non nel senso in cui li intende la fede, ma nell’ottica laicista e così, parlando a vanvera di argomenti di cui essi non sanno nulla ma sui quali la Chiesa medita da 2000 anni, hanno finito per stravolgere e confondere i cattolici di fede debole o elementare.

E’ il segno dei tempi e la vulgata comunemente diffusa da quei “sapienti”, (giornalisti o, comunque, intellettuali) che si sono indebitamente impadroniti del pensiero di von Balthasar [3] travisandolo, è che l’inferno, se esiste, è vuoto, adottando un  presuntuoso atteggiamento culturale che fa eco al sarcasmo di Voltaire, il quale giudicava la dottrina cristiana dell’inferno “cosa da serve e da sarte” [4].

Chissà se al buon François Marie Arouet e ai suoi moderni nipotini è mai venuto in mente che arriverà il momento in cui il Signore “disperderà i superbi nei pensieri del loro cuore”, come canta Maria nel “Magnificat”? Spiega molto chiaramente P. Giandomenico Mucci S. I. che l’interpretazione dei teologi è cosa ben diversa dalla Dottrina della Chiesa [5]. Solo quest’ultima fa parte, a buon diritto, del Magistero.

Tutto il resto sono arbitrarie interpretazioni di giornalisti e profani non abituati a questo genere di riflessioni, i quali, nutrendo paure inconsce non risolte o volendo deridere la fede della Chiesa, ignorano che questa fede guarda alla realtà positiva che è Dio come al fine ultimo salvifico della vita cristiana e considera l’inferno solo come la sorte di chi, in vita, fallisce quel fine ultimo facendo un pessimo uso della sua libertà.

Tutto ciò non contrasta affatto con l’infinita bontà di Dio. Ha scritto a questo proposito il Card. Biffi: “La concreta possibilità della dannazione è necessaria se si vuole continuare ad ammettere la libertà nella sua vera essenza … la nostra libertà, nel suo significato più profondo, è la spaventosa e stupenda prerogativa di poter costruire il nostro destino eterno. Per non essere puramente nominale, questa prerogativa deve necessariamente includere la reale e concreta possibilità di decidere per la perdizione. Come si vede il mistero della dannazione è essenzialmente connesso con il mistero della libertà, che è forse l’unico vero mistero dell’universo creato” [6].

Allora esistono davvero i dannati? Il dogma cristiano ci obbliga a credere che l’inferno esiste, ma non ci obbliga a credere che qualcuno sia morto in peccato mortale, perciò la Chiesa prega costantemente per la salvezza delle anime ed io, nella mia piccola fede, non posso fare a meno di sperare e pregare che anche un Hitler, uno Stalin , o un Pol Pot (per non parlare dei terroristi islamici che lanciarono gli aerei contro le torri gemelle di New York) negli ultimi istanti della loro vita abbiano accolto lo Spirito riconoscendo le loro colpe e sfuggendo così alla dannazione eterna.

Ma non esistono neppure argomenti per sostenere che mai nessuno si dannerà, perciò il buonistico e confortante slogan intellettuale dell’ “inferno vuoto”, fuorviante ed erroneo, fa un gran torto al pensiero del tutto ortodosso di un teologo come von Balthasar. Che cosa potrebbe aggiungere una povera cattolica “bambina” alla riflessione bimillenaria della Chiesa? Può solo riprendere in mano e rimeditare a fondo un meraviglioso, profondo e rasserenante libro pubblicato per la prima volta nel 1977 da quello che più tardi sarebbe diventato per lei attraverso i suoi scritti, oltre che il suo Vescovo, anche il suo Direttore spirituale, sia pure alla lontana, e il vero “ricostituente” della sua debole fede [7].

Trent’anni dopo questo grande teologo e pastore (che io spero venga proclamato prima o poi Dottore della Chiesa) divenuto Benedetto XVI, ha ripreso questo grave problema nell’Enciclica “Spe salvi”: “Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è divenuto menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio … alcune figure della nostra stessa storia lasciano intendere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno” (n. 45).

Ma Benedetto XVI aggiunge che forse non è questo il caso normale dell’esistenza umana. Nel profondo della maggior parte degli uomini permane l’amore per Dio e per la Verità, sempre purtroppo ricoperto da ripetuti nuovi compromessi col Male. Ma questa “sporcizia” non ci macchia eternamente, se rimaniamo protesi verso Cristo, verso la Verità e verso l’amore. Allora, come cattolica “bambina”, non mi rimane che gridare: “In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum!”

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[1] Lo spiega Benedetto XVI nell’Enciclica “SPE SALVI”, n.45, 30

[2] Benedetto XVI ha affrontato questi problemi soprattutto nelle sue due opere “Introduzione al Cristianesimo” ed “Escatologia”.

[3] Cfr. H. U. von Balthasar, “Sperare per tutti Breve discorso sull’inferno”. Milano, Jaca Book, 1997..

[4] Cfr. Voltaire, voce “Inferno”, Dizionario Filosofico, Vol. I, Milano BUR 1993.

[5] Cfr. Giandomenico Mucci S. I., “L’inferno vuoto”, LA CIVILTA’ CATTOLICA, n. 3788 del 19.4.2008.

[6] Cfr. G. Biffi, “Linee di escatologia cristiana”, Milano, Jaca Book, 1984. Pag. 67 ss.

[7] Cfr. J. Ratzinger “Escatologia. Morte e vita eterna”. Assisi, Cittadella Editrice.

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