Note sull’ateismo contemporaneo. Piccola storia di una falsa evidenza.

Litterae Communionis Anno VI Gennaio 1979

 … quella dell’assenza di Dio dalla vita privata e pubblica dell’uomo. Nasciamo come in una seconda natura che ci distoglie dalle esigenze ed evidenze originarie, cioè dalla dimensione religiosa. Cosa significa lavorare contro questa malattia mortale che ci portiamo addosso?

di Francesco Botturi

Per iniziare un discorso sull’ateismo contemporaneo si potrebbe parafrasare un celebre testo di Benedetto Croce e dire: «Perché non possiamo non dirci atei ». Come dire che oggi si nasce culturalmente atei: siamo figli di una mentalità, ormai iscritta nelle cose e nei rapporti, dalla quale il nesso col Mistero è bandito. In quale luogo della terra «civilizzata» d’oggi il rapporto con Dio è cuore e centro propulsore della vita?

L’assenza di Dio dalla vita privata e pubblica è l’evidenza entro cui l’esistenza trascorre e, come tutte le evidenze, non fa problema.  Nasciamo rivestiti di una seconda natura, artificiale, fatta di cultura, mentalità e costume, sedimentata, che ci distoglie lo sguardo da quel fascio di «esigenze ed evidenze originarie» che costituisce la natura autentica e profonda dell’umano ed è sorgente della memoria e della nostalgia di Dio nell’uomo.

L’ateismo è sempre esistito nella storia dell’uomo, come esito normale del peccato. Ma la cosa è cambiata quando il peccato è stato dapprima assecondato da concezioni culturali e poi è diventato addirittura forma di civiltà: è la vicenda dell’ateismo moderno, che ci precede e si pone per noi come silenziosa ipotesi di vita, come ovvio modello di esistenza.

L’ateismo moderno non è più un semplice ateismo pratico, ma è teorico, perché si dà delle giusti­ficazioni intellettuali; ha espressione politica, perché ha progettato e progetta il vivere sociale; nel nostro secolo è diventato fenomeno di massa, all’est e all’ovest.

L’ateismo in cui nasciamo ha dunque una storia; tanto è vero che si «segue» sempre qualcuno, che volenti o nolenti si è preceduti e condizionati da un’esperienza più grande di sé! Siamo figli di secoli intieri di storia e di cultura in cui lo slancio più originario dell’umano, per Colui verso cui tutto e tutti gravitano spontaneamente, è sepolto o deviato.

Siamo in un secolo in cui, addirittura, cultura e potere fanno di tutto per vietare certe domande: è vietato domandarsi «perché». Questa nostra epoca, in cui impera l’ovvietà omicida dell’assenza di Dio, ha avuto delle origini. Origini che non sono restate tali, ma che sempre più sono diventate atteggiamenti comuni, coordinate stabili del vivere e del sopravvivere.

Lutero e l’abbandono del mondo profano

La rottura della unità religiosa dell’Occidente con la Riforma protestante ha introdotto il «soggetivismo» come modo dell’esperienza religiosa e come clima psicologico. Il protestantesimo, nelle sue varie forme e con i suoi molteplici influssi culturali, filosofici, ha portato l’attenzione sull’esperienza religiosa come esperienza soggettiva, intima, sentimentale.

Poiché, a partire da Lutero, l’uomo non partecipa realmente, nel suo essere intero, all’essere nuovo di Cristo e non ne è davvero trasformato, il suo io diventa di fatto il centro della sua esperienza religiosa: ciò che salva il cristiano è il suo «sforzo» di fede, la fiducia illimitata nella misericordia di Dio, anche se questa non cambia realmente la vita…

Tutto il resto è peccato, corruzione: l’opera dell’uomo è impotente e nulla per la salvezza, la ragione stessa, la sua dignità razionale non è altro che la «prostituta del demonio».

La ragione non ha nulla di valido da dire sull’esperienza religiosa e, fuori dall’esperienza della «propria» fede, ogni cosa, culturale, civile, politica, economica è da abbandonare alla sua corruzione. Ma per uno di quei paradossi di cui è intessuta la storia (personale e collettiva), il preteso rigore religioso protestante si è coniugato con la cultura più violentemente irreligiosa dell’età moderna: quell’atteggiamento «razionalista», che soggiace a tante e diverse filosofie moderne.

Il mondo «profano» abbandonato dal cristianesimo protestante diventa preda di una ragione possessiva, prammatica, dominativa, quale è quella razionalista. Una ragione che fa della conoscenza scientifica, della manipolazione tecnica e dell’organizzazione del potere i propri paradigmi.

Il razionalismo pone così una insuperabile inimicizia tra la ragione e il mistero: le sue capacità di analisi e di produzione pretendono esaurire ogni dimensione della realtà; non c’è più spazio per ciò che è dono e gratuità, così si chiude il cammino verso la realtà di Colui che è il gratuito e l’inesauribile per eccellenza. In correlazione a questa idea della ragione, la libertà umana diventa valore in se stessa.

Essa non è più capacità di adesione all’essere, ma creatrice di valori, istauratrice dell’«ordine» umano e sociale, autonomia. Nella confluenza o nell’antitesi di un cristianesimo reso soggettivo e privato e di una ragione scientifica e pubblica di tipo esclusivamente dominativo, ciò che ne scaturisce è l’esaltazione ed il trionfo sempre più conclamato del valore dell’autonomia, dell’indipendenza, della maggiorità.

Il tema dell’adulto è il tema della modernità: l’uomo moderno è l’uomo finalmente autosufficiente, emancipato, padrone di sé, libero. Alla fine del XVIII secolo Kant definisce l’illuminismo come età dell’uscita dalla minorità: ogni idea di dipendenza, di subordinazione è come tale identificata con la condizione di schiavitù.

L’uomo è l’adulto e l’adulto è l’uomo autonomo. Di qui, in modo sempre più accentuato, l’idea dell’alternativa, dell’ opposizione tra l’uomo e qualunque signoria esercitata su di lui: Dio per primo è il grande Estraneo, il Concorrente dell’uomo, il suo Antagonista.

Tanto è dato a Dio, tanto è tolto all’uomo.

In questa direzione l’ateismo viene sempre più a presentarsi come modo fondamentale della emancipazione, della disalienazione umana e sociale, e, per far ciò, sempre più si configura come «parricidio» liberatore: «il tema del rifiuto del padre e l’affermazione che l’età adulta è costituita dalla rivolta contro il padre sono al cuore dell’ateismo moderno» (Cottier).

L’ultimo passo si compie quando l’uomo «adulto» scopre la sua capacità di progettare la storia, di trasformare radicalmente il mondo: l’industrialismo rende pensabile l’idea della rivoluzione totale, della creazione di un tipo d’uomo, che non deve più combattere Dio, perché ha scoperto che non ha più senso neppure porsi il problema.

L’ateismo lascia il suo compito di negazione di Dio, per diventare un sistema di salvezza tutta secolare, che nega Dio semplicemente perché ne fa a meno. C’è un solo inconveniente in questa traiettoria; che per far a meno di Dio, tenendo il passo della storia, si è costretti a reinventare l’idolo, qualcosa di più grande di sé, ma che resta alle proprie dipendenze, perché se ne conosce l’analisi, le leggi, la struttura, le dinamiche: l’Umanità, lo Stato, la Razza, la Classe … o i molti sottoprodotti a minor costo (la scienza, il progresso, l’ordine, il benessere, la produttività, il partito,…).

L’autonomia dell’uomo giunge così a destinazione: si sottrae all’Altissimo per prosternarsi ai piedi della Storia e delle sue rappresentazioni ideali; gioco che sarebbe solo un po’ ridicolo, se adorando le proprie astrazioni, non ci si sottomettesse a chi ne esercita il corrispondente potere, molto concreto e determinato. Come hanno ricordato i «nuovi filosofi», esiste un filo diretto che unisce gli ideali rivoluzionari della Libertà, Fraternità, Uguaglianza e il contemporaneo universo concentrazionario…

Soggettivismo religioso, razionalismo, autonomia, censura della stessa dimensione religiosa, indifferentismo non sono solo fattori tendenziali della cultura occidentale, ma deformazioni congenite di cui siamo fatti anche noi, fonte di continua, tenace, magari inconsapevole resistenza all’incontro con Dio fatto carne.

Lavorare contro il nostro ateismo significa anche farsi carico degli esiti di questa malattia mortale, per riconoscere nostre le piaghe dell’uomo d’oggi: «dalla pianta del piede alla testa non c’è in lui una parte intatta, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state pulite né fasciate, né curate con olio» (Isaia, 1,6): per presentarle a Colui che ha fatto sue le nostre piaghe per sanarle.

E le piaghe sono sotto gli occhi di tutti e le portiamo nella nostra carne. Siamo un mondo che vive l’agonia di valori che si vorrebbero ancora affermare, ma di cui si è persa la sorgente.

È stato costruito un mondo ateo che per diventare operante e stabilirsi ha dovuto captare energie religiose, forze ideali (di perfezione, di uguaglianza, di giustizia…), ma che per sua logica interna tende ad eliminare e non sa come rigenerare.

Un mondo senza risorse e per questo percorso dagli spasimi della disperazione lucida di chi, con Nietzsche, ha il coraggio di tirare la conseguenza ultima: la «morte di Dio» non può avere come conseguenza di porre al suo posto l’uomo, ma quella di eseguire fino in fondo anche la «morte dell’«uomo».

L’uomo deve imparare a vivere nell’universo della assoluta solitudine e dell’assoluto non senso, accettando il rigore della frase di Dostojevsky: «Se Dio non c’è, tutto è permesso». Non c’è più verità, bontà, bellezza ed ogni cosa vale quanto il suo contrario.

È il mondo assurdo, mostruoso, violento, criminoso, osceno, sadico … di «Arancia meccanica» o della nostra cronaca, è l’invisibile cui ci si può abituare, come quando Sartre diceva che «l’inferno sono gli altri».

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