Ombre rosse in canonica

partigianipubblicato su Avvenire del 29 gennaio 2004

INCHIESTA/3 Dopo la liberazione la guerra partigiana si mutò spesso in lotta di classe. Bisognava eliminare i «nemici»: possidenti e sacerdoti

di Roberto Beretta

Numerosi preti antifascisti furono uccisi per aver invitato dal pulpito a non cedere alle vendette

«Se, dopo la liberazione, ogni compagno avesse ucciso il proprio parroco, ogni contadino il padrone, a quest’ora avremmo risolto il problema!». Citazione anonima da un discorso pronunciato nella Casa del popolo di San Giovanni in Persiceto (Bo), anno 1946. Altro che Peppone e don Camillo, nemici sulla carta ma – in fondo in fondo – tutti tonaca e camicia (rossa)… I massacri dei preti nel dopoguerra da parte di partigiani comunisti sembrano testimoniare un preciso progetto, tutt’altro che democratico: il passaggio dalla guerra di liberazione alla lotta di classe; la conquista del potere con le armi ancor calde del 25 aprile in pugno; la trasformazione dello Stato in repubblica socialista e magari anche un po’ sovietica.

Storia vecchia, ipotesi controversa e tanto spessa smentita: gli eccidi furono malvagia farina del sacco di pochi masnadieri, non della maggioranza dei partigiani; le vendette private vennero deplorate e anzi vigorosamente proibite dai quadri dirigenti del Partito comunista; le violenze, insomma, non furono né autorizzate, né pianificate, né volute. E la soprascritta frase pronunciata a San Giovanni in Persiceto, così come tante altre similari, sono da attribuirsi agli eccessi di un periodo in cui il desiderio di ripristinare la giustizia e costruire una patria «nuova» faceva aggio persino sui tempi e i mezzi da usarsi.Ma fu davvero così?

Il parere di storici e testimoni contrasta tale versione, per lo meno in due dei triangoli più «caldi» della lotta anti-cattolica: l’Emilia e l’Istria (ma che dire, peraltro, dei crimini della cosiddetta «volante rossa» lombarda o di altre uccisioni in Piemonte?). Anzitutto la storiografia, anche quella più aperta a sinistra (vedi Norberto Bobbio o Claudio Pavone), sembra aver ormai acquisito che – accanto a una guerra di liberazione e a una guerra civile, contro i repubblichini di Salò – dal 1943 in poi venne combattuta una «guerra di classe» che non terminò affatto col 25 aprile.

Ermanno Gorrieri, partigiano «bianco» e in seguito ministro, in un’intervista ricordava così il clima del tempo: «Molti comunisti pensavano di arrivare al potere con la violenza, come era avvenuto in Russia nel 1917, e credevano che ciò fosse una conseguenza logica della lotta partigiana in montagna. A Modena i partigiani comunisti erano ancora armati e molti, ritenendo imminente la rivoluzione proletaria, uccidevano la gente, soprattutto preti, padroni agrari, esponenti democristiani». «In generale, è diffusa la convinzione che dopo la vittoria debba il nostro partito, e possa, fare la rivoluzione comunista per distruggere la borghesia», scriveva a metà 1944 un partigiano «rosso» in un rapporto al comando delle Brigate Garibaldi.

L’ex magistrato Paolo Scalini, autore di uno studio recente sulle esecuzioni sommarie in provincia di Ravenna, esprime parere non dissimile: «La violenza dei partigiani si è sviluppata non solo contro coloro che erano ritenuti complici dei fascisti, ma anche ed in misura notevole contro i “padroni” e i “capitalisti”». Giampaolo Pansa, nel best seller sui «vinti», sembra incline alla medesima posizione: «Bisognava prepararsi alla famosa ora X. Era ciò che pensavano molti ex partigiani dell’Emilia e della Romagna, e non solo loro… Anche i sacerdoti eliminati dopo la liberazione credo vadano messi sul conto della medesima, spietata convinzione. Prete uguale a borghese uguale a fascista: per molti, era un’equazione convincente».

Forse è eccessivo sostenere – come ritiene lo storico Marco Pirina – che «chi pianificò l’uccisione di preti lo fece con uno scopo ben preciso: scardinare il controllo culturale sulle masse proletarie. Furono scelti soprattutto parroci di campagna, dove più radicata era la tradizione religiosa»; però è difficile negare che «il movente – testimoniò un sacerdote emiliano – è stato identico per tutti: liberarsi di una presenza scomoda, castigare chi predicava pace, chi si adoperava per salvare vite umane, chi deplorava l’odio e le stragi. Tanti nostri preti hanno pagato con la vita una semplice espressione di dissenso pronunciata durante una predica, in chiesa. Molti altri sono stati uccisi solo perché indossavano una tonaca».

Non si tratta di sole opinioni, bensì di fatti che parlano da sé. «A quanto mi consta – notò il valente storico degli eccidi del clero emiliano, don Mino Martelli – né i partigiani democristiani (80 mila in Italia), né i repubblicani, né i socialisti, né i liberali hanno continuato a sparare dopo la guerra». Anche le modalità degli assassinii parlano chiaro: don Giuseppe Jemmi, per esempio, giovanissimo viceparroco di Felina (Re) con diversi agganci partigiani, viene ucciso nell’aprile 1945 due giorni dopo aver deprecato dal pulpito le violenze rosse: «Fratelli non ascoltate la tentazione della vendetta. Non siate i figli di Caino».

Lo stesso accade a don Giuseppe Lenzini, parroco a Crocette di Pavullo sull’Appennino modenese, che criticava in predica i «metodi estremisti di far fuori la gente»: una notte di luglio 1945 lo svegliano col solito pretesto del moribondo da confessare ma – siccome lui non abbocca – penetrano con una scala in canonica, lo scovano nascosto nel campanile, gli fracassano il cranio e lo finiscono col mitra.

Ma persino gli avvenimenti post mortem dei poveri martiri – ben raccolti da Giovanni Fantozzi in uno studio ancora inedito – fanno da teste a carico per un’imputazione ideologica. Ai funerali di don Alfonso Reggiani, per esempio, ucciso ad Amola di Piano (Bo) nel dicembre 1945 sulla base di un falso sospetto di delazione, osano partecipare solo 5 bambini e qualche donna: tale era il potere e la paura del Partito Comunista.

Idem per don Tiso Galletti, trucidato dai due killer della «motocicletta della morte» a Spazzate Sassatelli (Im) il 18 maggio 1945: il parroco vicino testimonierà al processo che «per il funerale non c’era nessuno, tranne i famigliari e il campanaro. In fondo al viale c’era un giovane in bicicletta con il fazzoletto rosso al collo per controllare i presenti».

Addirittura due intellettuali di fede progressista, Davide Ferrario e Daniele Vicari autori del film Comunisti che indaga sulle ombre della Resistenza, ammettono che «il Pci allora non era un partito che poteva andare verso una democrazia borghese. Al tempo stesso faticava a lasciarsi alle spalle una cultura antidemocratica». Così se il 2 giugno 1945 – dopo l’uccisione a Nonantola di padre e figlio democristiani (e il più giovane partigiano) – fu il Pci stesso a distribuire a Reggio Emilia un manifesto: «Basta con i delitti»; subito la Dc potè replicare con analoga affissione: «Chi è l’autore di tutti i delitti?».

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Le altre puntate dell’inchiesta:

1 – Stragi partigiane: il triangolo dei preti

2 – Partigiani all’assalto del don

4 – E Peppone sparò a don Camillo

5 – Brigate contro il Biancofiore

6 – Falce & coppola, la repubblica del Sud

7 – La resistenza cannibale

8 – Quei preti martiri del 18 aprile

Nota: Leggi anche:

Dimenticati Paolo De Marchi, Il Timone – n. 11 Gennaio/Febbraio 2001

Una pagina rimossa della nostra storia. Centinaia di cattolici, sacerdoti e laici, uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato dopoguerra. In odio alla fede e alla Chiesa. I testimoni tacciono. I libri di testo nascondono la verità. Viltà, paura o complicità?

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