L’illuminismo è morto. Viva l’Illuminismo!

Francesco Salamini

Francesco Salamini

Articolo pubblicato su Tempi n.25 anno 6

Quando la scienza alleata dell’uomo viene assalita dall’ignoranza armata e dalla disinformazione del “partito femmina”. “Vi spiego io, per filo e per segno, chi e perché su biotecnologie, transgenico e globalizzazione, grida al complotto pluto-giudaico delle multinazionali”. Conversazione con un insigne genetista, direttore di uno dei più importanti istituti di ricerca del mondo, il Max Planck di Colonia, Germania. Intervista di Luigi Amicone a Francesco Salamini

 

di Luigi Amicone

Milano, Città Studi, Orto Botanico, lontani dall’antagonismo griffato dei guerrieri rosso-verdi, dagli antiglobalisti che fanno casino, da una certa ignoranza armata, che in effetti mette un po’ soggezione e perciò si perdona volentieri, specie se si è coraggiosa schiuma mediatica, il non sapere bene quello che fa quando sfila in tuta bianca all’attacco dell’Ocse europea e della polizia italiana.

Siamo stati convocati dal professor Piero Morandini per scrivere un altro capitolo del romanzo sulle biotecnologie. Un tema che Tempi ha preso di petto anche perché sembra catalizzare intorno a sé un succo concentrato di pensieri e costumi irrazionali molto reclamizzati in questo momento. Ma l’attrazione del luogo non è la villetta mal messa, specie di hangar in cui sono ricoverati gli attrezzi, le sementi e le pianticelle che si trovano sotto scientifica osservazione.

L’attrazione è Francesco Salamini, scienziato di fama internazionale, come abbiamo già segnalato altrove, non certo sospettabile di interessi privati o di faziosità politica, che volentieri ha insegnato nella Cuba di Fidel Castro e ha partecipato con convinzione al tentativo di promozione culturale e scientifica dei giovani di quel paese. Ecco dunque il resoconto di una conversazione con il direttore di uno dei più importanti istituti di ricerca scientifica del mondo, il Max Plank di Colonia, alle cui dipendenze lavora uno staff di quattrocento ricercatori.  

Professo Salamini, c’è un bel venticello nell’aria che dice “è il mio gusto che decide”. Lei tra l’altro ha partecipato al contestatissimo convegno sulle biotecnologie a Genova. Cosa pensa di questo clima di allarmata sfiducia nei confronti delle applicazioni scientifiche, sfiducia che fa dire perfino al premier Giuliano Amato “sì, anch’io condivido certe preoccupazioni
“?
L’ha interpretato bene a Genova monsignor Ersilio Tonini, che nel suo intervento a un certo punto ha detto : “L’illuminismo è morto, ma l’avete ucciso voi, siete voi che non volete che i vostri figli pensino, siete voi che non volete più fare agio su quel minimo che la ragione vi può dire!”. Cosa posso aggiungere io? In questo momento la ragione suggerirebbe che il caso non esiste, che per quanto riguarda questi organismi geneticamente modificati non sono documentati riflessi di pericolosità per l’alimentazione umana. C’è una mole enorme di letteratura scientifica in materia. Eppure questa semplice evidenza viene aprioristicamente rifiutata. Che dire? L’illuminismo è morto…

Di cosa si occupa il suo istituto di ricerca?
Io sono direttore del Max Plank di Colonia, un istituto che ha un bilancio di circa 2.2000 miliardi di lire e che impiega circa 15000 persone in una settantina di centri di ricerca sparsi in tutta la Germania. A Colonia lavorano circa 400 persone ed è qui che, fin dalla metà degli anni ’70, sono stati brevettati i primi vettori per le trasformazioni del genoma di piante vegetali. Ci occupiamo di biologia molecolare applicata a questi argomenti. Dunque non è da ieri che la scienza genetica si applica alla tecnologia.  

E allora come si spiega questa improvvisa e generale alzata di scudi contro le biotecnologie?

Ci sono due scuole di pensiero in proposito. La prima dice che coloro che fanno il nostro mestiere non si sono spiegati bene fin dall’inizio e dunque ritengono che ci sia stato un problema di comunicazione. La seconda, quella che a me sembra più convincente, pur ammettendo questo deficit comunicativo, sostiene che la vera ragione dell’ostilità va ricercata nella dinamica dei piccoli gruppi che fanno politica nella società. Nella tradizione di una certa prassi politica, prassi che è stata codificata dalla rivoluzione russa, un piccolo gruppo a un certo punto realizza che può emergere all’attenzione generale se attacca una grande istituzione o se attacca una grande personalità. E questa strategia ritorna in Greenpeace che attacca le navi da guerra francesi, ritorna nei gruppi ecologisti che attaccano le navi della soia, ritorna quotidianamente quando si attaccano argomenti scientifici emergenti come questo degli OGM.

Perché? Perché attaccando un argomento emergente, poco conosciuto, difficile da spiegare alle grandi masse, che ha alcuni aspetti che riguardano la natura, l’essenza dell’uomo e su cui dunque si può far leva per evocare paura, attaccando questo argomento si và a finire sulla prima pagina dei giornali. Quindi, seconda spiegazione, attaccando le biotecnologie si diventa protagonisti di un’azione politica che, come si sa, ha come obbiettivo l’organizzazione del consenso.

Lei chiama in causa la politica. E le sentinelle della comunicazione, i giornali, i media televisivi che dovrebbero far circolare notizie, informazioni, sapere, come contribuiscono secondo lei a colmare questo gap tra ricerca scientifica e pubblico dei consumatori?
La mia esperienza in proposito è molto negativa, perché il mondo dei media oggi canta nel coro. Cantare ad una sola voce è molto difficile. Perciò capisco – ma non giustifico – che per mode, assonanze ideologiche, una certa eredità culturale, i giornalisti si omologhino a trattare certi temi con pregiudizio e superficialità…

Ci faccia qualche esempio.

La prima prova di rilascio ambientale l’ho fatta in Germania. Si trattava di una petunia modificata con il gene del mais. Organizzammo una conferenza stampa. Il risultato fu che 39 giornalisti su 40 scrissero contro. Il giorno dopo mi telefona un giornalista di Berlino, dice che vorrebbe venirmi a trovare per scrivere un pezzo e scattare qualche foto. Gli chiesi perché avrei dovuto perdere il mio tempo, visto il risultato della conferenza stampa del giorno precedente. Sa quale fu la sua risposta? “Beh, sappia comunque che io verrò, perché il Plank è un istituto pubblico e perché devo scrivere qualcosa contro altrimenti non mi pubblicano”.

Questo in Germania, dove si sa che la lobby verde è fortissima. Ma le è mai capitata una simile esperienza in Italia?
L’ultima risale a quindici giorni fa e riguarda per l’appunto il caso Tebio, la fiera delle biotecnologie di Genova. Un giornalista del Corriere della Sera mi chiama e mi chiede di scrivere un pezzo in cui spiegare perché sono personalmente favorevole alle biotecnologie. Consegno il mio articolo all’ora prefissata, una e trenta del pomeriggio. L’articolo non è mai stato pubblicato.  

La sinistra europea sembra schiacciata sulle posizioni dei Verdi e il Parlamento di Strasburgo ha decretato che ogni prodotto alimentare deve avere in bella mostra sull’etichetta l’indicazione di una eventuale componente transgenica. Cosa invece che non succede negli Stati Uniti del liberal Clinton, patria del movimento anti-Ogm. Secondo lei perché?

Perché gli Stati Uniti sono poco sensibili alle impostazioni ideologiche. E poi non bisogna dimenticare il piccolo particolare che il 40% della soia e il 30% del mais prodotti negli Usa sono transgenici. Quanto all’Europa: non dimentichi che il parlamento di Strasburgo ha messo nei guai molti agricoltori, i quali non possono separare il transgenico dal non transgenico, non possono produrre partite non transgeniche e specifiche per l’Europa e che quindi vengono penalizzati dal mercato. Per fortuna non tutta l’Europa è appiattita su queste posizioni.

Quali paesi ad esempio non condividono le proccupazioni sugli Ogm?

L’Inghilterra ad esempio, dove Blair ha più volte ribadito di essere favorevole ai prodotti transgenici. Ma anche la Francia e la Germania, pur essendo governati da un Centro-sinistra-Verdi, non è vero che siano nei fatti così ostili agli Ogm. Da quando sono arrivati al governo i Verdi hanno aumentato gli investimenti per la ricerca avanzata sui vegetali. Vede che c’è una discrasia tra quello che ci si vorrebbe far credere e l’impostazione poi fattuale di un Governo che sa separare i fatti dalla propaganda? Lei immagina cosa succederebbe a un paese come la Germania se boicottasse la tecnologia, cioè il fattore trainante di tutte le sue esportazioni? I Verdi sono nati in Germania, i Verdi sono al Governo in Germania, eppure in Germania i campi transgenici ci sono e andranno avanti. Mentre in Italia non solo quest’anno non è stato seminato nemmeno un seme transgenico, ma a coloro che hanno campi sperimentali il ministero dell’Agricoltura manda addirittura i Carabinieri. I Carabinieri, capisce!? E così in Italia il numero di campi transgenici è sceso drasticamente…

Chi è che ci guadagna dal punto di vista economico da questo cambiamento di tendenza?

Non penso ci sia una riflessione economica alla base di questo. Può darsi che qualche ritardo di alcune compagnie sementiere o di prodotti chimici abbia fatto filtrare anche attraverso i governi europei delle posizioni d’attesa nei confronti degli OGM. Però io vedo di più un’appropriazione ideologica di queste idee antitransgeniche e un uso ai fini di organizzazione del consenso. Nelle ultime elezioni europee non mi pare che i partiti Verdi siano andati molto bene. Dunque posso capire il tentivo di recuperare il consenso perduto attraverso queste campagne sui prodotti alimentari, che hanno un forte impatto emotivo e, soprattutto, interessano la massa di consumatori, tutti potenziali elettori. Devo ammettere che attaccare il transgenico, un argomento che ha forte presa sulla società e che si presta molto bene ad essere commentato dai media è molto attraente per rilanciare un partito femmina…  

Un partito femmina?

Il giornalista sportivo Gianni Brera diceva che le squadre di calcio italiane sono squadre femmina, cioè squadre che si adattano all’avversario e che giocano contropiede. In questo senso dico che il partito dei Verdi è un partito femmina, nel senso che si adatta a dei concetti emergenti o a particolari valenze della società per poi esistere giocando in contropiede, proponendosi sempre come avversario di qualcosa. Ora, un partito femmina vede un’occasione fantastica nel transgenico, perché tutti sono sensibili, tutti ne discutono, i giornalisti ne scrivono, è una cosa nuova, la gente si appassiona… e allora tu ti opponi. Ti opponi nel senso che la tua è una posizione di prima pagina, è una posizione al centro dei media, diventa l’argomento del tuo esistere. Purtroppo in senso negativo. Perché non è che questi ci vengono a dire “ma noi invece del transgenico proponiamo un’altra cosa”. No, loro dicono semplicemente “no”…  

Oltre ai “no”, cosa dovrebbe dire un ecologista?

L’ecologista dovrebbe dire cosa succede veramente in Italia e in Europa. Dovrebbe dire che ci sono molte migliaia di tonnellate di cereali a taglia bassa, frumento, orzo eccetera, coltivati su 20 milioni di ettari, trattati con tanti bei prodotti anticrittogamici, tre, quattro volte all’anno un bello strato di prodotti chimici buttati sopra queste coltivazioni estese su 20milioni di ettari. Ma questo non interessa a nessuno, questo non è un problema. E’ un problema quando noi diciamo, beh, mettiamo dentro a questi cereali quattro geni, sappiamo quali mettiamo, sappiamo come metterli , sappiamo della sicurezza di questi interventi, metteteli e fate le piante senza la sostanza chimica. Mi sembra così elementare!

Purtroppo non è il buon senso, ma l’ignoranza che spesso governa il mondo. Il problema è che sono i cittadini che poi pagano le spese di certe campagne di disinformazione. Che servono a tutto, fuorché gli interessi reali delle persone. E però dicono che così facendo si viola la natura e soprattutto ci si chiede quali saranno le conseguenze per l’ambiente di queste manipolazioni genetiche…

Punto primo: mi devono spiegare che cosa significa “violare” la natura. Spero che lei sia d’accordo con me nel ritenere che anche l’uomo faccia parte della natura. Non solo, l’uomo è parte di essa ed è, a quanto sappiamo, l’unico essere in grado di pensarla e agire in modo razionale a difesa del mondo comune. Certo, è un problema che mi pongo. Penso ad esempio a culture, tradizioni, religioni diverse da quelle occidentali e che ad esempio ritengono divini, e dunque non manipolabili dall’uomo, determinati aspetti della natura. E’ un problema serio e che presumo si pongano in modo molto più pressante quanti fanno ricerca in quelle aree del pianeta in cui è radicata una tradizione culturale diversa dalla nostra e comunque più sospettosa nei confronti del procedimento scientifico-razionale. Ma detto questo che faccio: mi proibisco la ricerca e arresto il processo scientifico? E poi: lei sa che noi violiamo la natura tutti i giorni per il fatto stesso che mangiamo le fragole che mangiamo?

Vuole scherzare?

La fragola che noi mangiamo tutti i giorni non esiste in natura: hanno preso una fragola selvatica dal Cile, una fragola selvatica dal Canada, le hanno portate in Francia, un giardiniere ha fatto degli incroci e sono venute su quelle piante di fragoloni che compriamo tutti i giorni al supermercato. Più artificiale di così? Ma lasciamo stare le fragole. Lei sa che la pianta più coltivata al mondo, il frumento esaploide, non ha un selvatico in natura, è un evento che si è realizzato nei campi coltivati 6000 o 7000 anni fa, una pianta umana, creata dagli uomini? Quindi che disturbo arreco io alla natura quando introduco un fattore che migliora quella pianta lì?

Capisco cosa vuole dire. Ma lei capirà che certo timore nei confronti delle biotecnologie non si spiega solo con gli allarmismi dei Verdi. E’ la cosa nuova in sé, come tutte le novità, che un po’ spaventa. E’ un meccanismo psicologico noto, simile al panico da aereo. Così come uno non sa come diavolo faccia a stare per aria quell’affare che pesa tonnellate e ha sempre qualche patema d’animo quando ci sale sopra, così quando senti parlare di supersalmoni e filetto transgenico l’immaginazione corre subito a chissà quali schifezze cancerogene. Non le sembra normale?

Bisogna fare una premessa di fondo. Il concetto che è sempre stato alla base dello sviluppo agricolo è che se modifichi l’ambiente la pianta viene meglio, se spiani il terreno puoi irrigarla, se gli metti una serra sopra puoi ripararla dal freddo, se gli metti l’insetticida gli insetti non la mangiano, se gli metti il concime cresce meglio. Abbiamo sempre obbedito a questo imperativo: facciamo l’ambiente e poi la pianta. Ma noi oggi possiamo pensare a dei sistemi addirittura soffici che metta insieme sia il tradizionale metodo di sviluppo agricolo, sia quello moderno, fondato sulle scoperte scientifiche che permette di fare una pianta che resiste ad un insetto, che resiste all’ambiente, che usa meno acqua e che è più resistente al caldo al freddo, cioè un ‘agricoltura sempre intensiva ma fatta utilizzando più la biologia e meno la chimica.

Dal punto di vista ambientale mi sembra un concetto meraviglioso. E da sostenere proprio dal punto di vista ecologico, perché non ha niente a che vedere con il concetto di un’agricoltura che interferisce pesantemente con l’ambiente e perché se errore c’è stato nell’inventare l’agricoltura, l’errore è stato fatto quando è nata l’agricoltura intensiva, cioè la decisione di eliminare un biotopo naturale e di sostituirlo con una pianta coltivata, errore inevitabile se uno vuol dare da mangiare agli uomini.

Ora, quelli che mi vengano a dire “ritorniamo all’agricoltura di una volta, facciamo l’agricoltura organica e biologica”, sanno benissimo che non solo è un’utopia, ma sarebbe incredibilmente negativo in termini alimentari. Se dovessimo ritornare alle produzioni agrarie del 1950, che sono gli attuali livelli di produzione dell’agricoltura biologica, quanto dovrebbero lavorare gli uomini per sfamarsi? Dovrebbero occupare le terre marginali, disboscare intere regioni del pianeta, abbattere le foreste dei tropici. Le faccio un esempio. In un secolo la produzione di mais in Italia è passata da 20milioni di quintali a 100milioni, è aumentata 5 volte. La produzione per ettaro è invece aumentata 10 volte, perché i 2milioni di ettari di superficie coltivata nel 1900, nel 2000 sono diventati 1milione.

Allora uno si chiede: ma tutta questa terra che non coltiviamo più, dov’è? Beh, tutti i turisti che vanno in giro la domenica la possono vedere: è nelle terrazze che sono abbandonate nell’Appennino, nelle Alpi, nei terreni marginali. Cosa significa tutto questo? Che producendo di più nelle unità di superfici delle terre fertili, l’uomo ha restituito alla natura 1milione di ettari! Ha capito perché la scienza e la tecnica sono straordinari alleati della natura?

Vuole dire che le tanto sbandierate coltivazioni biologiche sono meno “ambientaliste” di quelle biotecnologiche?

Dalle evidenze non si scappa: se lei produce di meno per unità di superficie, deve tornare a coltivare la terra marginale.

E quale sarebbe il suo modello di agricoltura moderno?

Io la chiamo agricoltura a macchia di leopardo. Abbiamo una rete di zone non coltivate, una zona in cui gli ecosistemi naturali si espandono, una rete interconnessa e poi dentro, a macchia, mettiamo una coltura intensiva. L’essenziale sarebbe creare una rete di continuità. Si potrebbe addirittura aumentare la zona lasciata agli ecosistemi naturali, purché nelle zone coltivate si continui ad utilizzare la coltura intensiva. Ma siccome la coltura intensiva ha degli effetti di sostenibilità che noi non conosciamo, sarebbe logico pensare a sviluppare dei sistemi di coltivazione più soffici. Qui entrano in gioco le biotecnologie, le quali potrebbero contribuire ad aiutare coloro che si interessano di questi problemi per il futuro, a proprorre sistemi agricoli dove la pianta richiede meno input dall’esterno per arrivare a certi livelli produttivi.

Scusi professore, ma se, come sembra dai suoi chiarimenti, biotecnologie e genetica sono così alleate della natura e dell’uomo, perché l’opinione pubblica è così disinformata al riguardo?
Perché siamo in un momento storico in cui sembrano prevalere le correnti culturali irrazionalistiche e in cui è in atto un vero e proprio attacco alla scienza. Tanto è vero che nessuno si accorge della grande contraddizione di tutta questa polemica: quando si dice che i cibi transgenici sono velenosi e fanno male alla salute, noi rispondiamo con l’evidenza dei fatti. Cioè con la considerazione che tutto quanto la tecnologia ha prodotto in termine di salute e vitalità degli uomini è stato positivo. Noi occidentali viviamo tantissimo tempo, non siamo mai stati così sani come in questa società, il cibo non è mai stato controllato igienicamente quanto è controllato adesso. E invece cosa tendono a indurre nell’opinione pubblica gli agitatori di partito?

Vogliono far crede alla gente che loro sono le sentinelle della salute e noi gli avvelenatori dell’umanità. Incredibile! Io accetto accetto l’apertura di una grave discussione, approfondita e necessaria, relativamente all’incremento dell’uso e della sostenibilità della tecnologia nelle società umane. Io accetto il fatto che si debba ripensare – e in questo dò tutti i meriti ai movimenti verdi che ci sollecitano a questa riflessione – a come la società è organizzata in senso tecnologico. Questo è un principio da accettare. Ma la necessità di una riflessione generale nulla toglie alle falsità che vengono dette nei casi specifici contro le conquiste scientifiche e nulla toglie alla verità che le tecnologie moderne hanno portato benessere all’uomo, non veleno. Perciò non ci vengano a dire che le biotecnologie si oppongono ad un’agricoltura che punta sui valori tipici, sulla riscoperta dei cibi tipici eccetera. Sono frottole, grandissime frottole che si raccontano per molteplici motivi.  

Eh no, prima di concludere ci deve dire perché le biotecnologie non sono contro i prodotti tipici. Apri un giornale o ascolti un Tg e senti raccontare che gli OGM minacciano il cioccolato, il parmiggiano reggiano, il grana padano, il vino doc…

Prima di tutto si ripropone il prodotto tipico in quanto prodotto secondo tecnologie tipiche di un tempo. Una volta mi è capitato di dire a uno di quelli che va in giro a raccontare di com’era bello un tempo quando i contadini erano contadini e non tecnici dell’agricoltura: “scusa, ma ti sembra così fantastico un mondo in cui la povera gente si spaccava la schiena?” In un’altra occasione ricordo un professore che faceva l’elogio di contadini, diceva lui, “che conosco e che spargono ancora il concime con le mani”. “Ma certo – gli dissi io – se sono suoi amici, perché non li informa anche che così facendo si stanno avvelenando?”. Questa mitologia del prodotto tipico è sbagliata perché il prodotto tipico non è quello che viene venduto in una baita, non è quello da riscoprire come uso locale di una piccola comunità.

I prototipi del prodotto tipico (il Grana ad esempio) contengono quantità così enorme di tecnologia, che se noi lo producessimo come si produceva vent’anni fa, nessuno più lo comprerebbe. A meno che si intenda per prodotto tipico quello che è frutto di molto lavoro, che ha quindi un altissimo costo e che dunque non può essere destinato ad altri che a una ristretta elite di consumatori con alto potere di acquisto. Ma noi spero vogliamo anzitutto rivolgere la nostra attenzione ai bisogni alimentari del popolo, dei pensionati, delle casalinghe, dei poveri del terzo mondo Cioè di tutti coloro che vorrebbero del latte, del formaggio e della farina o del pane al prezzo più basso possibile, controllati geneticamente e di qualità decente. Per questo ha ragione il Nobel Norman Borlaug, un vero, grande ambientalista, quando dice che l’opposizione ecologista ai prodotti transgenici è snob, conservatrice e soprattutto fatta da gente con la pancia piena e che non ha mai sofferto la fame.

Un’ultima obbiezione: le biotecnologie sono in mano a multinazionali come Monsanto e Novartis, dunque sono asservite alla logica dei “brevetti” in funzione del profitto. Cosa ne pensa?

E’ in dubbio che ci siano multinazionali che più di altre e prima di altre si sono dedicate al brevetto e alla commercializzazione delle biotecnologie. Però lo hanno fatto anche tantissime Università e Istituti di ricerca e non è vero, come è invece sta scritto nella relazione parlamentare sulle biotecnologie, che l’80% dei brevetti sia della Monsanto. Quanto alle multinazionali che agiscono per il profitto: scusi lei si scandalizza se Agnelli o l’artigiano sotto casa sua produce per guadagnare e non per regalare?

Le dirò di più: perché non mi devo scandalizzare se uno guadagna vendendo automobili e dovrei invece scandalizzarmi se uno guadagna sulla produzione di tecnologie che servono a sfamare esseri umani? Se noi parlassimo di armi, sarei il primo a dire che c’è una componente di immoralità , ma qui stiamo parlando di alimenti per l’uomo! Quindi trovo una definizione di bene per sé nell’investitore che mette soldi per produrre cibi. La Novartis? Se una persona è minimamente impostata mentalmente è impossibile che sostenga razionalmente che un’azienda che produce medicine, quando produce il transgenico lo fa per avvelenarci.

Per approfondire:

Biotecnologie basta bugie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: