Vivere da figlia con un padre omosessuale

Dawn_StefanowiczStudi Cattolici n.566 aprile 2008

>Riprendiamo dall’Empirical Journal of Same-Sex Sexual Behavior, 2007, (Colorado Springs, Co) la recensione che il nostro collaboratore Gerard J.M. van den Aardweg ha dedicato al volume di Dawn Stefanowicz «Out From Under: The Impact of Homosexual Parenting» (Enumclaw Wa: Annotation Press, 2007. Isbn 13: 978-1-59977-011-6). L’argomento è delicato e scabroso, ma lo riteniamo un utile sussidio informativo nelle discussioni sempre più frequenti su un problema di crescente attualità. Il sito web dell’autrice del volume è www.dawstefanowicz.com.

di Gerard J.M. van den Aardweg

Il metodo più sbagliato di studiare il funzionamento e le conseguenze a lungo termine della cosiddetta «genitorialità gay» è proprio quello di far compilare questionari ai genitori gay. Tali questionari raccolgono solitamente domande generiche e superficiali, e per giunta non sono «tarati», vale a dire nessuno sa che cosa significhi il punteggio che se ne ricava. Eppure c’è chi si avvale proprio di tali ricerche fasulle per dimostrare l’idoneità di adulti che praticano attivamente l’omosessualità a rivestire il ruolo di genitori; si pretende in tal modo di dimostrare che, per i bambini che si vuole inserire in una situazione del genere, questa non presenta nessun pericolo.

Nemmeno i colloqui-intervista con questo tipo di genitori sono metodi adatti a raccogliere informazioni oggettive; lo stesso vale per i colloqui con i loro figli. Non solo perché le risposte a questionari scritti, e a domande poste a voce in colloqui con intervistatori con i quali gli intervistati non hanno un rapporto di fiducia, hanno generalmente un valore scarso, ma anche perché nel caso specifico la maggior parte degli intervistati assume un atteggiamento di difesa che impedisce loro di dare risposte credibili. I genitori omosessuali vogliono dimostrare che sono «una famiglia normalissima», e i loro figli non sono disposti o non si azzardano a dire quello che veramente pensano.

Tali «studi», piuttosto che mettere in luce la realtà, la nascondono: anzi, presentano un quadro della situazione totalmente deformato quando vengono elaborati e discussi in articoli scritti da ricercatori animati dal desiderio di propagare l’ideologia gay. Se si vuole conoscere la realtà della genitorialità gay, è indispensabile ricorrere al rilevamento dei dati «sul campo»: descrizioni della vita quotidiana in famiglia con genitori omosessuali, su un periodo di parecchi anni; osservazioni del comportamento di questi genitori e dei loro figli e della loro reciproca interazione; e osservazioni che coprono l’arco di più anni («osservazioni longitudinali») sullo sviluppo della vita emotiva e della personalità dei bambini interessati.

Esistono diversi metodi per raccogliere dati «sul campo». Uno di questi è la relazione che ne fanno estranei che hanno conosciuto da vicino per anni la famiglia in questione e hanno costatato come tale situazione ha influito sui figli («etero-anamnesi»). Un altro metodo è la descrizione che ne fanno i figli stessi che sono cresciuti in una famiglia del genere, quando, ormai adulti, passano in rassegna gli anni della loro infanzia e pubertà.

Outfrom Under («La via d’uscita») è un esempio eccellente di quest’ultimo tipo di «studio sul campo». È un libro di una sincerità fuori del comune, che non risparmia nessuno, ma tuttavia bilanciato da un atteggiamento maturo di misericordia e riconciliazione. La scrittrice canadese Dawn Stefanowicz, ora sulla quarantina e madre di due figli, ci svela la realtà che si può nascondere dietro la facciata interposta tra una famiglia con un genitore omosessuale promiscuo e il mondo esterno.

E’ vero che si tratta della storia di un unico caso, che non si presta a generalizzazioni automatiche, ma contiene molti elementi importanti in cui si può riconoscere una tipologia più generale. E significativo che parecchie persone con genitori omosessuali abbiano lasciato sul sito Web della Stefanowicz commenti nei quali dichiarano di riconoscere in alcune sue fondamentali osservazioni sé stesse e l’esperienza della loro infanzia. Qui presenterò alcune sue esperienze, di una rilevanza che trascende il suo caso individuale.

Defraudati dell’affetto

La Stefanowicz non ha mai smesso di voler bene a suo padre. Lui, e non sua madre, era in casa la figura centrale e quello che lei, per tutta la vita, ha sentito come genitore dominante. La madre, debole e passiva, era distante dalla figlia, schiava del marito, in balia delle proprie frustrazioni, reali e neurotiche, e pertanto con un vincolo affettivo minimo con i tre figli (l’autrice, il suo fratello gemello, e un fratello più giovane).

Si imponeva una disciplina dura, a volte crudele. Dato che era il padre a disporre e a decidere di tutto nella vita della figlia — e, se voleva, lui sapeva essere simpatico – la figlia non poteva che essere avida del suo amore, dell’amore di un padre, di «un padre su cui potesse contare e che mi proteggesse». Ma lui quel ruolo di padre non lo ha mai assunto, né poteva farlo. L’infanzia della Stefanowicz e una parte della sua età adulta sono state segnate da un desiderio disperato di un segno di affetto paterno.

Se mai lui ha avuto sentimenti di amore paterno per i suoi figli, in qualche regione profonda della sua anima, non sono mai venuti in superficie, perché tutta la sua attenzione era assorbita dai Moijoy boys, i suoi amichetti, e tutto il resto veniva da lui subordinato e sacrificato a questa passione. Non amava sua moglie, non la trattava nemmeno come compagna di vita; per lui era una serva o una figura di madre che per lui doveva «cucinare, fare le pulizie e soddisfare tutte le sue necessità e capricci».

Amava i suoi amanti? Possiamo rispondere affermativamente soltanto se carichiamo la parola «amare» di una bizzarra connotazione, perché le sue relazioni «fisse» con amici giovani, che si portava a vivere in casa per periodi di alcuni mesi o a volte di qualche anno, e che godevano di uno status superiore a quello di sua moglie, erano caratterizzate dal suo carattere tirannico, con scoppi di violenza, e, naturalmente, dalla costante «infedeltà» sua e loro. «Papà e i suoi amici avevano una quantità enorme di partner sessuali anonimi e si dedicavano alle più diverse pratiche sessuali, compreso il sesso di gruppo»; e tutto questo avveniva regolarmente nella casa in cui viveva con i suoi figli.

Due partner di suo padre si sono suicidati dopo essere stati lasciati da lui. Sua figlia «vedeva (già da bambina) quella situazione (di omosessualità sfrenata) come un tradimento che aveva frustrato per sempre nella nostra famiglia qualsiasi speranza di felicità». I bambini queste cose le vedono nella loro realtà nuda e cruda! Con questo la Stefanowicz esprime la denuncia comune a molti figli di genitori che – uniti o no in un «matrimonio» omosessuale – praticano l’omosessualità: «Non occupavamo noi il primo posto nell’attenzione di mio padre/mia madre, ma i loro partner sessuali».

Questi figli rimangono fondamentalmente defraudati di ciò di cui hanno più bisogno affettivamente; in alcuni casi il danno è meno grave che in altri, ma è inevitabile che questi figli si sentano profondamente insicuri e soli. È facile immaginare quali siano state le conseguenze di una vita familiare subordinata alla monomania omosessuale del padre (la madre lo assecondava in tutte le sue perversioni e arrivò a tollerare che ristrutturasse la casa come una specie di bordello gay) senza riguardo alle necessità dei figli: tutti i figli sono cresciuti con problemi comportamentali, affettivi e relazionali.

«Tutto orbitava attorno a lui»

Magari sarà un caso estremo, ma non così raro come si potrebbe pensare. La vita della maggior parte degli omosessuali che vogliono vivere come tali ruota intorno a un polo: l’omosessualità. Sono tanto immersi in sé stessi che spesso non si rendono conto delle sofferenze che arrecano al prossimo.

Il padre della Stefanowicz si lamentava di aver sofferto in gioventù carenza di affetto, di aver avuto un padre spietato e tiranno, di avere subito violenze omosessuali da parte di familiari più grandi; era scappato di casa a quindici anni; quello, però, che non arrivava a comprendere era che uno dei suoi figli faceva esattamente le stesse cose proprio come reazione a un trattamento parimenti carente di affetto e a maltrattamenti e abusi (alcune volte anche sessuali) con i quali lui stesso manteneva suo figlio in un’atmosfera di terrore.

Fino a un certo punto si può osservare un parallelo tra padri che praticano l’omosessualità e padri eterosessuali infedeli. In ambedue i casi si arreca un danno enorme alla vita familiare, ma la situazione media dei padri che praticano l’omosessualità è più grave a causa della loro promiscuità più intensa (e più innaturale). È vero, comunque, che sia i padri eterosessuali infedeli sia i padri che praticano l’omosessualità vengono meno al loro ruolo di padri, o non sono in grado di identificarsi con esso.

La Stefanowicz sintetizza la situazione della casa in cui è cresciuta con una formula che risulterà familiare a non pochi coniugi e figli – sessualmente normali – di omosessuali attivi: «Tutto orbitava attorno a lui» («It was all about him»). Fa pensare a quanto scriveva, in una lettera del 1867, la moglie di Oscar Wilde, dopo che il marito era uscito di prigione: «La pena non gli è servita gran che; non ha imparato la lezione di cui soprattutto aveva bisogno: rendersi conto che non è l’unica persona al mondo» (R. Ellmann, Oscar Wilde, Londra 1987, p. 523). Sono parole che esprimono una verità profonda, rivelatrici di un aspetto tipico delle personalità omosessuali; ma qui sarebbe una digressione troppo lunga.

Gli omosessuali attivi, abbiano o no un partner, tendono a sessualizzare la vita familiare, mentre una vita familiare sana non conosce il sesso, che deve essere riservato all’intimità delle persone. «Ambedue i nostri genitori andavano in giro nudi sotto i nostri occhi. Soprattutto il papà non aveva assolutamente il senso dei limiti e della decenza nei nostri confronti». Si vede chiaramente che, in lui, il normale senso del pudore era rimasto anchilosato.

I gemelli erano stati, da piccoli, oggetto di abusi sessuali da parte dei genitori; il fratello gemello della Stefanowicz aveva subito approcci sessuali dal padre, che, se ne aveva l’occasione, palpeggiava anche la figlia in modo osceno. La casa, che per i figli dovrebbe essere un ambiente protetto e sicuro, era spesso scenario di orge omosessuali.

Da adolescente, la Stefanowicz è stata spesso costretta ad accompagnare il padre nella sua caccia di partner («Gli uomini, anche omosessuali o bisessuali, ci tenevano ad avere intorno donne attraenti. Servivano da esca per attrarre altri uomini»). Naturalmente, questa è una dura prova per i figli, una violenza ai loro sentimenti, che deforma la loro percezione della sessualità — che si trovano a conoscere nelle sue forme più ributtanti – e, indirettamente, anche l’idea che si fanno del matrimonio: «Per me la promiscuità era la normalità […] ma per me non la volevo […]. Non riuscivo a immaginare che un giorno mi sarei potuta sposare, e avevo giurato a me stessa che non avrei mai avuto figli».

«Il danno più grave che può soffrire una ragazza che cresce con un padre omosessuale è l’impossibilità di vedere in lui una persona che ama, rispetta e protegge le donne che entrano nella sua vita». Si sa che, nel loro intimo, parecchi omosessuali di ambo i sessi disprezzano le persone dell’altro sesso; in questa recensione non ci dilungheremo sui motivi. Più tardi, quando la Stefanowicz era in cura da uno psichiatra, ha scoperto la chiave più importante per la guarigione: accettare il proprio essere donna.

Segnata profondamente dall’atteggiamento ipercritico neurotico di suo padre nei confronti di lei, aveva sviluppato un complesso d’inferiorità incentrato sulla sua identità sessuale. «Ero convinta, pur avendone paura, che avrei dovuto mettermi a fare esperienze, per scoprire quale fosse la mia identità sessuale. Quando frequentavo le mie amiche mi sentivo estranea a loro e non integrata e […] pensavo che non vivevo nello stesso mondo di quelle ragazze.

Mi sono sentita a mio agio soltanto in compagnia di alcuni ragazzi che mi avevano fatto capire chiaramente che il loro interesse per me era puramente platonico». Infatti, i genitori omosessuali non possono trasmettere ai figli e alle figlie fiducia nella loro virilità o femminilità, per il semplice motivo che manca a loro stessi. L’unica cosa che ha risparmiato alla Stefanowicz lo scivolamento verso una forma di lesbismo è stata la fortuna di incontrare nella sua adolescenza un giovane amico che l’ha trattata con rispetto e incoraggiata.

Lo scivolamento verso l’omosessualità è uno dei rischi a cui sono esposti i figli di omosessuali, anche se nel caso della Stefanowicz il rischio non si configura come il rischio di seduzione da parte del genitore dello stesso sesso; questo rischio, perturbatore dell’autocoscienza sessuale, può essere stato piuttosto un aspetto della lotta che Thomas, il fratello della Stefanowicz, ha dovuto condurre «per anni» in merito alla propria identità sessuale.

Comprendere, perdonare

La storia della Stefanowicz dimostra in che misura, traumatizzati e sviati nella loro socializzazione, i figli di genitori omosessuali arrivano a vergognarsi, a sentirsi soli, incompresi e depressi. La Stefanowicz ci ha messo parecchi anni a vincere gli aspetti più gravi della sua nevrosi. Riconciliarsi interiormente con suo padre è stato un elemento importante della sua battaglia: «Per non consumarmi nel rancore dovevo rinnovare frequentemente il perdono per mio padre».

Il perdono come esercizio interiore ha un vero effetto terapeutico, e, dopo la sua convinta conversione al cristianesimo, la Stefanowicz ha trovato la forza per consolidare questo atteggiamento di perdono, liberandosi dagli atteggiamenti di autocompassione e ribellione. L’intenzione della Stefanowicz è quella di far comprendere – soprattutto a chi occupa posti chiave nella nostra società – la situazione dei minori rinchiusi in situazioni come quella che hanno dovuto subire lei e i suoi fratelli, e i pericoli e le sofferenze a cui sono esposti. La sua storia, però, non è dominata da un’intenzione accusatoria: l’ultima parola la dice l’amore per suo padre, che è morto di Aids a 51 anni. Il suo atteggiamento si può veramente descrivere come «tout comprendre, e’est toutpardonner».

«Pensando a mio padre, si comprende perché sono necessarie misericordia e compassione. La sua vita è stata, sotto molti aspetti, più dura della mia». Lo dice riferendosi a quella che è stata la vita di suo padre da ragazzo, dentro e fuori casa. La Stefanowicz aveva capito che la caccia ossessiva di uomini era per il padre una maniera di reagire al rifiuto di cui lui era stato oggetto da parte di suo padre e dei suoi fratelli maggiori. A grandi linee la Stefanowicz ha ragione, ma non credo che sia tecnicamente esatto al 100% identificare la causa dell’omosessualità in una «ricerca senza posa di una figura di padre».

Sono sempre più frequenti i casi in cui si riconosce nell’infanzia e nell’adolescenza di uomini omosessuali la presenza di una relazione difettosa padre-figlio. Ma questo fattore può essere tutt’al più un fattore indiretto, di predisposizione, mentre la causa immediata delle tendenze omosessuali si trova generalmente nell’incapacità di sentirsi a proprio agio tra altri ragazzi, e di fare vere amicizie con loro.

Il padre della Stefanowicz, infatti, non cercava figure di «padre» – uomini più anziani – ma soprattutto giovanotti da comandare. È probabile che la sua omosessualità sia sorta come una ricerca di un rapporto affettivo, ma soprattutto del rapporto affettivo con quei coetanei con i quali non era mai riuscito a legare. Vale anche per lui la formula generale secondo la quale un uomo omosessuale è attratto da coloro che, secondo lui, hanno le qualità superiori di cui lui stesso si sente privo: «II papà preferiva i bruni […] alti e snelli».

Descrivendo lo psichiatra che la curava, la Stefanowicz dice che aveva «gli stessi occhi azzurri e capelli biondo-sporco [di suo padre], ed era pure lui di bassa statura». Ne deduciamo che suo padre, fisicamente, era il contrario degli uomini dai quali si sentiva attratto. I traumi del padre, pertanto, non avevano a che fare soltanto con la famiglia: «Papà diceva che i suoi compagni di scuola lo prendevano in giro per la sua miopia, ma penso che quelle derisioni avessero anche altre cause».

Infatti, lui era un ragazzo incapace di fare amicizia. Tutto il comportamento del padre della Stefanowicz in famiglia è un’ulteriore prova del fatto che cercare affetto nei rapporti omosessuali, pur essendo a volte una reazione comprensibile e – fino a un certo punto — perdonabile, a carenze subite in gioventù, vista oggettivamente è una maniera sbagliata di cercare di risanare quei traumi giovanili. Questa, infatti, è proprio la maniera di trasmettere la propria sofferenza alla generazione seguente, se non più in là di questa.

Il libro non è soltanto una fonte di fatti e considerazioni utili per la discussione sulla genitorialità degli omosessuali e l’opportunità dell’adozione da parte di loro; è anche un esame di coscienza per genitori che praticano l’omosessualità. Bisogna avere il coraggio di affrontare questi fatti e considerazioni, per quanto sgradevole ne possa risultare la lettura; vanno esaminati con quello stesso atteggiamento di riflessione pacata e sincera con cui sono stati scritti.

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