Liberatori? No, tiranni

francesi_in_ItaliaUn convegno a Milano sulle insorgenze antifrancesi sfata i luoghi comuni della storiografia progressista.

di Nuccio Barbieri

Il mezzo secolo che va dal 1796 fino alla restaurazione, nel 1815, ha segnato profondamente l’Italia. Con il ’96 si apre infatti il cosiddetto triennio giacobino che cambierà in modo definitivo l’assetto geopolitico della nostra Penisola.

L’assetto politico della Penisola poteva considerarsi sconvolto. La stagione rivoluzionaria aveva coinvolto praticamente tutti gli italiani. La Repubblica di Venezia si era dissolta, lo Stato Pontificio esisteva quasi soltanto sulla carta, il Regno delle Due Sicilie stava per sgretolarsi sotto l’attacco delle armate francesi.

La ventata rivoluzionaria che ha varcato le Alpi sospinta dai cannoni e dai fucili di Bonaparte, provoca reazioni contrastanti.

Da un lato, i giacobini italiani si schierano con gli invasori francesi. Dall’altro, amplissimi strati di popolazione, sotto la guida di leader improvvisati, danno vita a movimenti contro-rivoluzionari, che sfoceranno quasi subito in vere e proprie insurrezioni, le “Insorgenze”.

A Roma, nel Lazio, in Toscana, in Lombardia, in Piemonte, in Veneto, in Emilia, in Romagna e in Trentino; ma anche in Calabria, in Campania, in Basilicata, nell’Abruzzo e nelle Marche. Il fenomeno quasi del tutto ignorato dalla storiografia ufficiale tutta protesa a celebrare il carattere rivoluzionario e “democratico” dell’invasione francese, ebbe invece proporzioni molto vaste. In talune occasioni, il confronto diverrà guerra civile, quando gli insorti, talvolta inquadrati e organizzati da formazioni militari, si troveranno di fronte altri italiani che combattevano nelle milizie della Repubblica Cisalpina.

“Prima della vantata liberazione – scrive Cesare Cantù, romanziere e storico ottocentesco – l’Italia, salvo la Lombardia, era tutta indipendente, con governi o buoni o cattivi, come quelli di tutta Europa, migliori di certo di altri… fondati sulle consuetudini nazionali; di data antica, il che é giustificazione non soltanto nella storia, e molti di gloriosa rinomanza”.

Sul tema delle insorgenze anti-giacobine e anti-napoleoniche dell’Italia a cavallo tra il XVIII e XIX secolo si é tenuto un convegno svoltosi domenica scorsa a Milano e organizzato dall’Istituto per la Storia delle Insorgenze, in collaborazione con la Regione Lombardia (Settore Trasparenza e Cultura), con Alleanza Cattolica e con la rivista Cristianità. La manifestazione, che ha riscosso un buon successo di pubblico – sono intervenute oltre trecento persone – ha visto gli interventi di Maurizio Tremaglia, Assessore alla Cultura della Regione Lombardia (AN), Francesco Mario Agnoli, Magistrato e studioso delle insorgenze, Paolo Martinucci, storico, Marco Invernizzi, Preside delle Istituto per le Insorgenze, Gigliola di Renzo Villata, ordinario di storia all’Università di Milano, Adriano Cavanna, docente di Storia del Diritto dell’Università Cattolica di Milano, e Giovanni Cantoni, direttore di Cristianità.

“Non dobbiamo lasciare invano l’occasione offerta dal bicentenario delle insorgenze”, spiega Invernizzi nella prefazione della “Guida alle Insorgenze Contro-Rivoluzionarie in Italia” (edita da Mimep-Docete, 1996). “Certamente bisogna evitare una celebrazione da operetta, che sarebbe soltanto un reducismo senza reduci – dice – … Si tratta invece di cercare di affermare la verità sulla storia della nostra nazione, perché soltanto con la consapevolezza della verità sarà possibile ricostruire l’identità culturale del popolo italiano”.

Due secoli di storiografia, dei quali gli ultimi cinquant’anni imbevuti del materialismo marxista, hanno dato del periodo giacobino e generalmente di quello napoleonico, una lettura a senso unico.

I buoni tutti da una parte, i cattivi dall’altra. I buoni a fiancheggiare le armate napoleoniche che hanno “esportato” con la forza delle armi le idee della Rivoluzione Francese, sull’altro versante i cattivi a difendere un’ordine innaturale, che puntava alla conservazione dello status quo: lo stesso Agnoli, nel suo intervento al convegno di Milano, ha approfondito fra gli altri, proprio questo aspetto.

“Fino al passato recentissimo, ma in gran parte anche oggi, la storiografia ufficiale, in prima linea con quella dei programmi scolastici, trascura come se non fosse mai esistito il fenomeno delle insorgenze, oppure lo riduce a una serie di episodi isolati e tutto sommato insignificanti. Vi attribuisce motivazioni diverse: in alcuni casi la renitenza di giovani contadini e delle loro famiglie alla coscrizione obbligatoria, in altri l’eccesso della tassazione e delle contribuzioni di guerra richieste dai comandanti francesi, la sobillazione della plebe ignorante da parte dei preti fanatici (questo in particolare é argomento molto caro alla storiografia liberale e marxista). Una specie di lotta di classe fra contadini e cittadini o fra plebe e borghesia”.

In realtà basta leggere le cronache del tempo (“in gran parte inedite o dimenticate negli scaffali delle biblioteche”, dice Agnoli), per rendersi conto che nella grandissima maggioranza dei casi le rivolte contro-rivoluzionarie hanno rappresentato un fenomeno trasversale, ribaltando le tesi della storiografia ufficiale. Vi hanno preso parte, cioé, i ricchi e i poveri, i contadini e i borghesi, gli ex-ufficiali e i soldati degli Stati pre-giacobini. Diversamente non si spiegherebbe l’enorme partecipazione di italiani a scontri sanguinosi che avevano già in partenza ben poche possibilità di successo.

Fra i molti episodi, ricordiamo la tenace resistenza opposta alle armate francesi dai difensori delle fortezze di Gaeta e di Civitella del Tronto. Una resistenza epica, segnata da episodi di eroismo non spiegabili alla luce delle motivazioni fornite dalla storiografia materialistica. Di fronte all’incalzare delle fanterie napoleoniche che tutto travolgevano al loro passaggio, ben poco avrebbero potuto le sobillazioni di preti e di intellettuali anti-giacobini.

Ben altri, in realtà, erano gli ideali che spingevano i sudditi del Regno borbonico delle Due Sicilie o gli abitanti della città di Pavia e di Binasco a prendere le armi contro i francesi e imbarcarsi in imprese che avevano ben poche speranze di successo.

In realtà – questo senza dubbio é il messaggio forte uscito dal Convegno di Milano – il significato profondo delle insorgenze é stato volutamente messo in ombra da storici troppo impegnati a interpretare i fatti alla luce della cultura dominante di sinistra.

Così, a partire da un equivoco di fondo, si é cercato di far coincidere la campagna d’Italia, condotta peraltro con grandi stragi di innocenti, con una guerra di liberazione. Gli ideali giacobini della libertà e dell’uguaglianza da un lato, contro quelli della tradizione dall’altro. Un equivoco che divenne paradossale se si pensa all’ordinamento che assume l’Italia nel successivo periodo imperiale, quando Napoleone, divenuto sovrano assoluto, ridisegna la geografia politica della penisola, attribuendo a parenti e amici la sovranità di regni fittizi.

Vale la pena comunque sottolineare come nemmeno l’amministrazione leghista del Comune di Milano si sottragga all’interpretazione a senso unico di quei fatti. L’assessore alla cultura P. Daverio, infatti, ha stanziato ben 250 milioni per festeggiare “l’invasione rivoluzionaria di Milano del 1796”. E il fatto assume contorni paradossali se si pensa che i festeggiamenti riguardano l’occupazione della “Padania” da parte dei giacobini, i veri inventori del Codice Civile alla base del burocratico centralismo statale.

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