I bombardamenti aerei nel secondo conflitto mondiale

bombardieriLa Civiltà Cattolica n. 3723-3724 del 6-20 agosto 2005

Giovanni Sale s.J.

Il 60 anniversario della fine della seconda guerra mondiale registra, rispetto alle precedenti ricorrenze, novità importanti. Per la prima volta, infatti, alcuni storici, e non soltanto di lingua e cultura tedesca, hanno indirizzato le loro ricerche verso ambiti che fino a pochi anni prima erano considerati veri e propri tabù dalla storiografia ufficiale, vale a dire le vicende vissute dai «vinti» nella Germania nazista negli ultimi anni della guerra, quando fu consumata la devastazione e la distruzione della nazione non solo nello spirito, ma anche nella realtà più materiale e ordinaria fatta di città, luoghi, persone.

Negli anni scorsi sono stati scritti molti libri, spesso di grande valore, sulle cause e sulle motivazioni culturali, ideologiche e politiche che condussero al secondo conflitto mondiale; molti di essi, inoltre, hanno ricostruito, in modo puntuale e attento, tutte le complesse fasi della guerra. Un posto particolare all’interno di questa vasta letteratura storica è stato giustamente riservato alla vicenda della Shoah, cioè all’immane tragedia vissuta dagli ebrei in Europa. Mai però si era trattato, attraverso studi specifici e analitici, del modo in cui i «vinti» avevano vissuto quell’esperienza di guerra; e in particolare nessuno aveva indagato in modo preciso ed esauriente sugli immani disastri dei bombardamenti aerei iniziati dal Bomber Command nel febbraio 1942, che distrussero gran parte delle città tedesche, uccidendo circa 600.000 civili inermi.

Alcuni studi recenti hanno fatto finalmente giustizia di tale lacuna: si tratta generalmente di lavori di buon livello scientifico, scritti da storici competenti e di fama riconosciuta, come J.Friedrich (1), G. Knopp (2), W.G. Sebald (3), F. Taylor (4). In questo articolo tratteremo in particolare dei bombardamenti aerei, prima di quelli di Hitler e di Göring contro la Gran Bretagna e poi di quelli, in realtà più decisi e devastanti, di Churchill, di Portal e di Harris contro la Germania nazista, o meglio contro le città tedesche.

Cercheremo di fare tesoro dei recenti studi sulla materia, senza voler pregiudizialmente sposare nessuna tesi storica in particolare, cercando, per quanto è possibile, di compiere una ricostruzione obiettiva dei fatti. In un successivo articolo tratteremo dell’interpretazione morale e politica che della guerra aerea è stata data in ambito sia tedesco sia anglo-americano, nonché del dibattito intorno al mancato bombardamento da parte alleata delle reti ferroviarie che dall’Europa centrale conducevano ad Auschwitz.

Bombardamenti tedeschi sopra la Gran Bretagna.

Il pretesto per la guerra aerea fra tedeschi e inglesi ebbe origine da un fatto marginale, cioè da un errore commesso da una dozzina di aerei della Luftwaffe, i quali il 24 agosto 1940, avendo sbagliato la rotta e contravvenendo agli ordini di Hitler e di Göring, sganciarono un paio di bombe sulla periferia di Londra, provocando, come scrisse il Times, «danni molto esigui». Immediatamente per rappresaglia furono mandati 89 aerei per bombardare Berlino: «Voglio – dichiarò Churchill – che colpiate i tedeschi duramente. E Berlino è il luogo in cui colpirli». Tale fatto irritò e insieme sconcertò i governanti tedeschi.

Soltanto Göring si rallegrò dell’accaduto, annotando nella sua agenda: «Ora anche Berlino è al centro degli avvenimenti bellici e così va bene». Egli infatti avrebbe utilizzato tale incidente per scatenare una violentissima campagna di propaganda anti-inglese, per coinvolgere anche la popolazione civile nella lotta contro le odiate plutocrazie occidentali. Nei giorni in cui fu bombardata Berlino (in particolare il 28 e il 29 agosto) il capo della Luftwaffe osservò con disappunto che nessun berlinese, Hitler compreso, aveva sentito la necessità di scendere nei rifugi antiaerei; evidentemente non prendevano troppo seriamente quanto stava accadendo.

Pochi giorni dopo, Hitler, irritato per l’affronto subito nel cuore stesso della Germania, tenne nel Palazzo dello Sport un violento discorso nei confronti del Regno Unito; in modo esplicito parlò per la prima volta di bombardare le città, per costringere il Governo inglese alla resa: «Se l’aviazione britannica sgancia due o tre o quattromila chili di bombe – disse il dittatore tedesco – allora noi ne sganceremo in una notte 150.000, 180.000, 230.000, 300.000, 400.000, un milione di chili. Gli inglesi vogliono attaccare le nostre città in modo massiccio, e noi raderemo al suolo le loro. Porremo fine alle malefatte di questi pirati della notte, e che Dio ci aiuti. Verrà l’ora in cui una delle due parti si spezzerà, e non sarà certamente la Germania nazionalsocialista».

In quel momento tutto sembrava dar ragione alle minacce di Hitler: l’annunciata guerra aerea infatti sembrava essere assai vantaggiosa per i tedeschi e oltremodo difficile per gli inglesi. Infatti, mentre i bombardieri del Reich potevano decollare dai pressi della Manica (cioè vicino alla città francese di Calais [5]) ed essere subito sopra le più importanti città del Regno Unito, quelli inglesi al contrario, per raggiungere i maggiori centri della Germania e in particolare Berlino, avrebbero dovuto inoltrarsi nello spazio aereo nemico per centinaia e centinaia di chilometri, diventando così facile bersaglio della contraerea.

I tedeschi intanto, ormai padroni di tutta l’Europa centrale fino alla Manica, si preparavano ad uno sbarco in Gran Bretagna, che doveva essere preceduto da un pesante bombardamento delle più importanti città costiere. Nel regno Unito, al contrario, si stava studiando la strategia da porre in atto per contrastare lo sbarco: intanto fu mandata al Nord la prestigiosa flotta militare, perché non cadesse in mano ai nemici.

Fu proprio in quel momento di massima tensione e di panico che i capi militari inglesi pensarono all’aviazione come unico strumento possibile per contrastare Hitler e difendere la nazione minacciata. Tale decisione, assunta con qualche perplessità, considerato il numero esiguo di bombardieri e di velivoli a disposizione dell’aviazione militare, rispetto anche alla forza di fuoco del nemico, impresse una svolta significativa, per il momento però impercepibile, alla guerra, determinandone in buona misura l’esito finale.

I capi militari inglesi decisero di utilizzare gli aerei non come soluzione «tattica», come era stato fatto sino ad allora (vale a dire per agevolare l’avanzata dell’esercito nel territorio nemico), ma come strumento «strategico» generale, capace cioè di determinare sostanzialmente l’esito finale del conflitto.

A tale scopo, negli alti comandi fu riproposta la vecchia teoria che nel 1928 il maresciallo dell’aria H. Trenchard, padre della Royal Air Force, aveva messo a punto in materia di guerra aerea: «Attaccare un esercito – aveva scritto il maresciallo – significa attaccare l’avversario nel suo punto più forte. Attaccando le fonti che alimentano l’esercito si può ottenere un effetto infinitamente maggiore. Attaccando per un giorno intero le basi aeree nemiche forse si possono distruggere 50 aeroplani, mentre una moderna nazione industrializzata ne produce un centinaio al giorno. La produzione supera di gran lunga qualsiasi azione distruttiva che probabilmente potremmo mettere a segno in prima linea. Con un attacco alle fabbriche nemiche, invece, è possibile ridurre in modo più efficace la capacità produttiva».

Insomma, scriveva Trenchard, bersaglio dell’aviazione dev’essere «tutto ciò che contribuisce alla capacità di offesa del nemico e alla sua volontà di lotta». Secondo tale teoria, che divenne presto una dottrina, si poteva vincere una guerra semplicemente distruggendo i mezzi e la volontà di resistenza del nemico, senza neppure scendere in campo, facendo affidamento unicamente sulla forza distruttrice dei bombardieri.

Condurre una guerra, secondo tale dottrina, significava soprattutto bombardare città popolose o importanti centri di produzione di materiale bellico, senza curarsi dei costi umani di tali incursioni. Anzi, questo faceva parte della strategia di attacco e ne determinava l’efficacia. L’alto comando militare e il Governo inglese decisero così di adottare la «dottrina Trenchard» come strategia di attacco nei confronti dei tedeschi, in modo da portare la guerra sul suolo tedesco e costringere Hitler alla resa. Ciò che in quel momento sembrava pura utopia divenne alla fine realtà. Nel mese di settembre iniziò il bombardamento delle città inglesi voluto da Hitler.

Il 7 settembre 1940 una flotta di un migliaio di aerei, trecento bombardieri accompagnati da caccia, disposti in una formazione compatta a due livelli, decollati da Calais raggiunsero in poco tempo Londra. Obiettivi principali da colpire erano il centro storico e gli approvvigionamenti di carburante; per errore invece furono bombardati i quartieri orientali della città, quelli più fittamente popolati.

Morirono 300 civili, e i feriti furono più di 1.300. L’attacco tedesco fu vissuto in Gran Bretagna come una catastrofe nazionale; i comandi militari pensavano che fosse ormai imminente lo sbarco nemico sull’isola. Hitler, sovraeccitato dal risultato ottenuto con il primo massiccio bombardamento su Londra, disse ad un suo ufficiale che forse era possibile vincere la guerra contro il Regno Unito in poco tempo e senza la necessità di uno sbarco, ma facendo soltanto affidamento sui micidiali bombardieri della Luftwaffe.

Gli attacchi aerei tedeschi contro le città inglesi durarono tutto l’autunno del 1940; Londra, in particolare, fu attaccata per 57 notti da circa 150 bombardieri per volta. Il 14 settembre Göring diede ordine di puntare sulle maggiori città costiere dell’isola; gli aerei tedeschi si spinsero perciò, bombardando ovunque, fino a Liverpool. La località più danneggiata fu Coventry, una città di circa 328.000 abitanti, nella quale morirono 568 persone. Goebbles annotò a questo riguardo nel suo diario: «L’incursione contro Coventry ha avuto un effetto enorme in tutto il mondo, perfino i giornali americani ne sono stati profondamente impressionati» (6). Il che corrispondeva a verità.

Nonostante i ripetuti bombardamenti su Londra e sulle altre città, da parte delle autorità inglesi non ci fu però nessun cedimento, nessun accenno ad intavolare trattative di resa o altro, e la popolazione civile sopportò con coraggio i pericoli e i disagi della situazione, solidarizzando in tutto con i propri governanti. Tale spirito di sopportazione non sfuggì ai tedeschi – che consideravano i cittadini inglesi borghesi rammolliti, facilmente impressionabili – e ciò fu interpretato da molti ufficiali come un brutto segno. Di fatto la nazione non si piegò ai martellanti bombardamenti tedeschi, ma si preparò alla riscossa.

A fine agosto Churchill aveva inviato negli Stati Uniti, con il piroscafo Duchess of Richmond, il meglio dei progetti militari elaborati in quegli ultimi tempi in patria, e con essi H. Tizard, incaricato di perorare la causa inglese presso i rappresentanti del Governo statunitense: da tali segreti e brevetti inviati oltreoceano, «nel giro di due anni e mezzo, sarebbe nata l’arma più terribile che fino a quel momento era stata utilizzata contro gli uomini, la flotta della Combined Strategic Bomber Offensive» (7). Come anticipo dell’alleanza futura, Roosvelt ottenne la preziosa tecnica radar, le carlinghe MG per i B17, i motori della Rolls Royce e altro.

A fine dicembre 1940 i bombardamenti aerei contro il Regno Unito furono sospesi: i risultati ottenuti dalla Lutwaffe risultarono tutto sommato modesti. In ogni caso non erano riusciti a raggiungere gli obiettivi più importanti: cioè né a minare il morale della popolazione inglese, né tanto meno a costringere le autorità a iniziare trattative di resa. Il numero delle vittime provocate dai frequenti bombardamenti tedeschi fu però notevole: morirono 23.000 civili, di cui 14.000 soltanto a Londra.

Fallito il tentativo di invadere la Gran Bretagna o di giungere a una pace separata con il Governo britannico, Hitler nel giugno del 1941, inaspettatamente, prese una decisione che ebbe conseguenze enormi sull’esito finale della guerra e che fu salutata dagli inglesi come una benedizione: quella cioè di aprire un nuovo fronte di guerra invadendo l’Unione Sovietica, con la quale nel 1939 egli aveva stipulato un trattato di non aggressione, indebolendo così di molto la pressione militare sulla parte occidentale dell’Europa. Attaccando la «centrale del comunismo internazionale», Hitler pensava evidentemente di compattare il fronte democratico occidentale in una sorta di battaglia-crociata contro Stalin: in realtà accadde proprio il contrario.

I bombardamenti aerei utilizzati dalla Germania per piegare la Gran Bretagna alla fine si ritorsero contro coloro che per primi li avevano messi a punto e sperimentati nella loro forza distruttiva. Infatti, tra i capi militari del regno Unito un poco alla volta si fece largo l’idea che soltanto investendo (capitali e persone) nella guerra aerea si poteva in qualche modo modificare l’esito del conflitto; si riteneva, infatti, impossibile sconfiggere i tedeschi affrontandoli sul continente con un esercito di terra a motivo della potenza della Wehrmacht. In ogni caso quella aerea restava in quel momento l’unica arma di offesa a disposizione degli inglesi (se si voleva preservare la flotta); i quali inoltre speravano nell’aiuto statunitense.

Secondo Churchill, era necessario innanzitutto minare il morale del popolo tedesco con attacchi aerei massicci «facendo vacillare la sua fede nel regime nazista ed eliminando allo stesso tempo buona parte dell’industria pesante e della produzione di carburante» (8), quindi attaccare le città della Germania e colpire al cuore la patria del nazismo. Per il momento tali parole sembravano dettate dalle esigenze della retorica pubblica: in esse però si celava un progetto serio e una forte determinazione, che avrebbero dato i loro frutti dopo qualche anno.

Nella prima metà del 1941 il Bomber Command puntò, intanto, su alcuni obiettivi bellici classici: prima la distruzione scorte di carburante e delle industrie belliche del nemico, poi, a partire da giugno, il bombardamento delle maggiori vie di comunicazione per bloccare il sistema di trasporto: bisognava infatti interrompere il flusso di materie prime e materiale bellico che dalle miniere e dalle industrie della Rhur si muovevano verso Est, cioè verso il nuovo teatro di guerra. Tali incursioni della RAF sul territorio nemico risultavano però oltremodo gravose, sia in termini di costi umani (piloti) sia per la perdita di circa la metà dei velivoli inviati, e per nulla vantaggiosi in rapporto ai risultati ottenuti, infatti i danni provocati al sistema industriale tedesco furono minimi e, in ogni caso, facilmente recuperabili.

Andare avanti così, fu detto, avrebbe significato distruggere un poco alla volta i velivoli disponibili e dover rinnovare integralmente ogni 8 mesi il personale del Bomber Command: il che sarebbe equivalso a un lento ma inesorabile suicidio. In tale contesto per la prima volta si pensò di modificare la strategia generale dei bombardamenti aerei: d’ora in avanti l’obiettivo principale del Bomber Command non sarebbe stato la distruzione delle industrie del nemico, ma i civili stessi che vivevano nelle grandi città storiche e nei popolosi centri industriali. Una direttiva inviata il 9 luglio 1941 dai capi del Bomber Command ai subalterni ordinava, fra le altre cose, di «abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quella degli operai dell’industria» (9).

In tal modo assumeva concretezza uno dei fondamenti della guerra aerea, già anticipati dalla «dottrina Trenchard», cioè il moral bombing. L’applicazione di tale principio portava poi con sé un ulteriore corollario: se il bersaglio da colpire – si diceva – è una città, non è importante essere troppo precisi nel centrare l’obiettivo, ma è sufficiente distruggerne una parte perché l’altra ne tragga le debite conseguenze; infatti il fuoco, la distruzione, la morte portano con sé un’efficacia persuasiva maggiore di qualunque altro intervento. Questo era il vero significato della cosiddetta moral bombing.

Bombardamenti alleati sulle città tedesche

La nuova strategia dei bombardamenti aerei , anche se già messa a punto nel 1941, fu posta in esecuzione dagli inglesi soltanto a partire dall’anno successivo, quando il 22 febbraio 1942 A.Harris divenne il capo del Bomber Command. Egli era un deciso sostenitore di tale nuova forma di attacco aereo e per di più era ben determinato ad andare fino in fondo in tale avventura. Così subito dopo la nomina propose al suo Governo di sperimentare immediatamente tale nuova strategia su una città antica e popolosa come Lubecca, la quale non conteneva nessuna industria bellica ed era perciò sprovvista d un’efficace difesa aerea.

Harris, in un giorno di luna piena (era la vigilia della domenica delle Palme), quando la visibilità era al massimo, inviò verso la città tedesca 234 velivoli con 400 tonnellate di bombe, che furono scaricate sull’antico centro storico, nel quale erano numerose le case costruite con l’intelaiatura di legno: nel giro di poche ore il cento della città bruciò come un’immensa pira sacrificale.

Una delle più belle città del Medioevo tedesco in poco tempo fu irrimediabilmente distrutta, con i suoi edifici, le sue chiese, le sue piazze; nel fuoco, che si era incanalato nelle antiche e strette vie della città bruciando ogni cosa, perirono 320 civili e molti furono i feriti. La guerra aerea «portata sulla città» aveva ottenuto, a giudizio dei comandi militari inglesi, un esito positivo.

L’attacco a Lubecca, come si è detto, aveva soltanto un valore sperimentale, mentre il vero obiettivo di Harris era di distruggere la maggior parte delle città tedesche, come di fatto avvenne, portando l’ammontare delle vittime a un numero di quattro, cinque, e se possibile anche di più cifre, in modo da intaccare profondamente il morale della popolazione tedesca e da costringere Hitler alla resa.

Quando il comandante Harris presentò ai suoi superiori Porter e Churchill la cosiddetta «Operazione Millennium», questi rimasero all’inizio sbalorditi per l’audacia del progetto: si trattava di mettere in campo una flotta aerea di 1.000 bombardieri (al momento se ne possedevano soltanto 400). 6.500 aviatori professionisti, 1.350 bombe dirompenti e 46.000 bombe incendiari, da lanciare sopra le città della Germania.

Porter e Churchill avanzarono al comandante del Bomber Command diversi tipi di obiezioni, mettendo anche in evidenza i costi materiali e umani di tale operazione; alla fine però cedettero alla determinazione di Harris, lasciandogli carta bianca nel porre in opera il suo progetto. Harris pensò di indirizzare il primo attacco dell’«Operazione Millennium» su Amburgo, la seconda città tedesca per grandezza.

La data dell’attacco fu fissata per il 26 maggio 1942. In quei giorni però il cielo su Amburgo era nuvoloso e la visibilità dall’alto molto limitata.In alternativa si decise di attaccare Colonia il 30 giugno, meglio individuabile per la vicinanza del Reno. Sulla città, dopo le micidiali bombe dirompenti, fu sganciata una grande quantità di bombe e di ordigni incendiari in modo da appiccare il fuoco in diverse parti della città.

Poiché non si riuscirono a colpire le condutture dell’acqua i pompieri (che arrivarono anche dalle città vicine) riuscirono a spegnere i 1.700 incendi che costellavano la città bloccando in tal modo la distruzione completa del centro cittadino: così Colonia non si trasformò come Lubecca in una immensa pira. Gli aviatori inglesi tornati alla base raccontarono che dopo circa un’ora di bombardamento «si erano sentiti come al di sopra di un vulcano in eruzione». Per portare a termine il progetto o il sogno di Harris, cioè distruggere il centro storico di Colonia, furono però necessari più di 260 attacchi.

La stessa tecnica dell’«Operazione Millennium» fu poi applicata da Harris nel mese di giugno alle città di Essen e Brema. Le tre incursioni di mille bombardieri causarono per la morte di circa 800 aviatori inglesi e la perdita di circa un quarto degli aerei utilizzati. Il risultato concreto dell’operazione, che doveva infliggere un colpo mortale alla Germania, fu giudicato dai capi militari inglesi deludente nei suoi risultati; infatti il numero dei civili uccisi dalla guerra aerea non superò i 6.000, cifra considerata oltremodo modesta.

Soltanto nel 1944 si fece il salto qualitativo tanto auspicato: il numero dei civili uccisi dai bombardamenti aerei superò di molto le 100.000 unità. Infatti nel frattempo la tecnica militare aerea si era perfezionata, e al Bomber Command inglese si era aggiunta nel gennaio 1943 la potente VIII Forza aerea statunitense, con la quale si coordinò un programma di bombardamento delle città tedesche: mentre l’aviazione americana avrebbe bombardato di giorno, essendo dotata di veicoli più moderni, capaci di volare alto e quindi sfuggire alla contraerea, quella inglese avrebbe completato il suo macabro lavoro la notte (10).

Nel 1944-45 i bombardamenti alleati sulla Germania raggiunsero il massimo dell’intensità: furono bombardate Friburgo, e Heilbronn, Magdeburgo, Worms, Pforzheim, Treviri, Dresda, Danzica e molte altre città. Dall’inizio della campagna della Ruhr alla fine del 1943, il Bomber Command uccise circa 8.000 civili al mese; da luglio 1944 alla fine della guerra la media mensile salì a 13.500 unità.

Tale intensificazione dei bombardamenti aerei da parte degli Alleati nel momento in cui la Germania poteva essere conquistata attraverso un esercito di terra, come di fatto avvenne, senza infierire troppo sui civili inermi, pose e pone ancora un problema morale di non poca rilevanza, di cui parleremo in un altro articolo.

La cosiddetta «Operazione Gomorra» del 28 luglio 1943, che ridusse in cenere buona parte di Amburgo, fu tra le più «riuscite» tra quelle messe appunto dal Bober Command: in ambito militare si coniò anche il termine «amburghizzare» (11), per indicare che una città era stata rasa al suolo, incenerita. L’incursione aerea iniziò verso l’una di notte, e sulla città addormentata furono sganciate 10.000 tonnellate di bombe, che nel giro di poco tempo provocarono giganteschi incendi. Il fumo si levò nel cielo in spire altre 10.000 metri, «attirando a se l’ossigeno con una violenza tale che le correnti d’aria raggiunsero la forza di uragani e rintronarono come poderosi organi nei quali fossero stati tirati all’unisono tutti i registri».

Nell’immenso rogo che durò per tre ore morirono circa 50.000 persone. Chi visse quell’esperienza credette di aver visto l’Inferno: «Dietro le facciate che crollavano, lingue di fuoco alte come palazzi salivano al cielo: simili a una mareggiata si riversavano sulle strade a una velocità di oltre 150 chilometro all’ora, come rulli di fuoco rotolavano con ritmo anomalo sulle piazze e nei luoghi aperti. In alcuni canali ardeva anche l’acqua.

Nelle carrozze dei tram si scioglievano i finestrini, mentre nelle cantine delle pasticcerie le provviste di zucchero entravano in ebollizione. Nessuno sa con certezza quanti abbiano perso la vita quella notte o quanti siano impazziti prima di morire». La mattina dopo il cielo era oscurato da una colonna di fumo a forma di incudine alta 8.000 metri.

Le brigate, costituite da soldati in punizione, che nei giorni successivi cominciarono a sgomberare le macerie trovarono dappertutto «ammassi di carne e ossa o intere montagne di corpi, lessati nell’acqua bollente che era schizzata fuori dalle caldaie esplose; altri ancora furono scoperti ormai carbonizzati e ridotti in cenere a causa del calore che aveva superato i 1.000 gradi, sicché per rimuovere i resti di intere famiglie bastava adesso un semplice cesto di biancheria». (12)

Ai continui bombardamenti a tappeto delle città tedesche Hitler reagì lanciando su Londra e su altre città della Gran Bretagna i micidiali «aerei-bomba» V1 e, successivamente, i missili V2, di recente costruzione e che, secondo la mente del dittatore tedesco, avrebbero dovuto rovesciare le sorti della guerra. La V1 fu messa a disposizione della Luftwaffen subito dopo lo sbarco in Normandia degli Alleati; nonostante le sue prime deludenti prove, successivamente (una volta perfezionata con la V2) divenne una terribile arma di offesa, molto temuta dalla popolazione inglese.

Dalla rampa mobile di Hoek van Holland, da cui venivano lanciate, esse potevano raggiungere Londra in meno di 5 minuti, senza essere intercettate dalla contraerea. Colpivano silenziosamente; infatti non erano precedute da nessun allarme e non c’era alcuna possibilità di evitarle fuggendo nei rifugi antiaerei. Gli inglesi consideravano tale arma sleale e vigliacca, perché uccideva senza preavviso e per di più senza mettere a rischio la vita di nessun pilota: tutto ciò sembrava contraddire ogni regola formale del combattimento aereo.

Churchill, in una riunione del Gabinetto di guerra del 18 luglio 1944, minacciò di utilizzare gas asfissianti contro i tedeschi se Hitler avesse continuato ad utilizzare tale arma letale: la proposta non fu però accettata né dai comandi militari né dagli Alleati. Le V1 e le V2 uccisero in Gran Bretagna circa 9.000 persone e ne ferirono il doppio: tale arma, per quanto sleale potesse essere, non riuscì mai a competere con la forza micidiale delle tempeste di fuoco lanciate dall’aviazione alleata sulle città tedesche.

Dresda e Pforzheim: apice e insensatezza del bombardamento aereo

Dal gennaio al maggio 1945, cioè fino alla resa della Germania, le città tedesche – anche se dall’estate del 1944 era partita la campagna terrestre – furono nuovamente bombardate dall’aviazione alleata: «Dovemmo distruggere di nuovo le città distrutte – dirà più tardi A. Harris – per annientare le industrie che vi erano risorte. Nella maggior parte dei casi tutto ciò che era incendiabile si era tramutato da tempo in cenere e fu possibile sganciare solo pesanti bombe dirompenti, che avevamo fatto costruire in abbondanza per tale scopo» (13).

Tutto questo appare sconcertante. Ancora oggi ci si chiede per quale motivo il 13 febbraio 1945, quando ormai il destino della guerra era segnato e mentre gli eserciti alleati stavano penetrando in forze in Germania, si decise di sganciare una doppia tempesta di fuoco come mai si era visto sulla città di Dresda, che fino allora era stata risparmiata dalle bombe perché ritenuta di scarso valore strategico, e perciò era divenuta rifugio per molti sfollati che vi arrivavano da ogni parte.

La letteratura storica sulla materia è molto vasta. Recentemente un ben documentato libro dello storico inglese F.Taylor ha cercato di contrastare la vulgata di una Dresda «città innocente», tenuta ai margini della terribile macchina da guerra nazionalsocialista.

Secondo Taylor, la città sull’Elba era invece «una roccaforte nazista», fedelissima a Hitler, ormai quasi del tutto «ripulita dagli ebrei», che erano già stati inviati nei campi di sterminio. Sempre secondo lo storico inglese, Dresda, oltre che dare un contributo decisivo all’industria degli armamenti (A. Speer ne aveva convertito allo sforzo bellico tutte le imprese), costituiva anche un importante nodo ferroviario con centinaia di treni militari in transito ogni giorno. Il motivo per cui fu bombardata fu però un altro: gli Alleati temevano che i tedeschi potessero rinfoltire il loro esercito con altre 42 divisioni, pari a mezzo milione di uomini.

Per evitare questo, fu deciso di continuare con i bombardamenti aerei. Prima si pensò di radere al suolo Berlino con un’operazione chiamata «colpo di tuono», poi invece si decise di colpire una città più piccola e quindi più vulnerabile: la scelta cadde su Dresda, la cosiddetta Firenze sull’Elba, pare anche su indicazione degli alleati russi, che si stavano avvicinando alla città. L’operazione iniziò intorno alle 22,00 e fu condotta dal Bomber Group 5, secondo una nuova tecnica, chiamata a ventaglio, con un’apertura di fuoco larga, nella parte più estesa, circa tre chilometri.

Siccome i velivoli, carichi di carburante, non potevano trasportare un numero troppo alto di bombe, il comandante Harris optò, come aveva fatto precedentemente per Darmstadt, per il metodo del «secondo attacco», che risultò poi essere quello più micidiale: esso arrivò all’ 1,16 di notte, dopo 90 minuti dal cessato allarme, quando tutta la popolazione, uscita dai rifugi, si era riversata nelle strade del centro e sulle piazze, che divennero per molti una trappola mortale.

Quante persone morirono a Dresda? Secondo Taylor il numero oscillerebbe tra le 25.000 e le 40.000. Secondo le testimonianze del tempo – troppo condizionate dal dramma vissuto – esse ammontarono a circa 100.000; la propaganda nazista che utilizzò il rogo di Dresda per denunciare al mondo la ferocia degli attacchi aerei alleati, parlò addirittura di 150.000 morti.

In ogni caso, nonostante le assurte ricerche di Taylor sul bombardamento di Dresda, rimane ancora la domanda di fondo: era necessario radere al suolo una città indifesa, dove non c’erano postazioni militari di rilievo, mentre l’Armata Rossa era soltanto a poche decine di chilometri di distanza, e ogni incertezza sulle sorti della guerra era ormai scomparsa? Secondo S. Romano, il bombardamento di Dresda fu deciso dai comandi militari, più che per motivi bellici, per dare un colpo mortale alla coesione morale della società tedesca. Va però anche detto, continua, che «ogni giudizio sulla responsabilità di quegli avvenimenti deve tener conto del clima di allora e del modo in cui i protagonisti percepivano la situazione» (14).

Lo storico però, oltre che ricostruire i fatti, deve anche interpretarli, e quindi in qualche modo esprimere un giudizio valido per l’oggi sulle vicende che in sede critica si sono pazientemente accertate. Ancora più incomprensibile appare il bombardamento nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1945 della piccola città di Pforzheim, che contava appena 65.000 abitanti ed era priva di valore strategico in ordine all’avanzata militare terrestre già in corso. In esso perirono 20.000 persone: il più alto numero di vittime, se confrontato al numero degli abitanti della città attaccata, provocato da un’incursione aerea in tutta la seconda guerra mondiale.

La città, situata alla confluenza tra l’Enz e il Würm, era ricca di acqua, a quale ad un certo punto cominciò a bollire, uccidendo coloro che vi si erano immersi per sfuggire alle fiamme. Coloro che scesero nei rifugi antiaerei per ripararsi dalle bombe vi trovarono morte sicura, perché, per l’alta temperatura, essi funzionarono come forni crematori. «La tempesta di fuoco – scive J. Friedrich – cambia l’atmosfera rendendola per tre motivi ostile alla vita.

Anzitutto la temperatura, che nei pressi dei palazzi raggiunge gli 800 gradi. Poi lo spostamento d’aria, che nel raggio di 4 chilometri dalle colonne di fuoco genera un vento che soffia alla velocità di quindici metri al secondo; con un vento del genere non si può camminare e sfuggire; il passante si blocca, è scaraventato a terra e nel peggiore dei casi viene aspirato dal fuoco dell’incendio. Infine la mancanza di ossigeno; l’aria bollente e vorticosa, è anche irrespirabile».

Secondo lo storico tedesco gli effetti dei bombardamenti sulle città tedesche in alcuni casi raggiunsero l’ordine di grandezza della bomba atomica. A Pforzheim vivevano 65.000 persone, a Nagasaki 300.000. Nella città giapponese la bomba atomica fece 39.000 vittime, circa un abitante su sette; a Pforzheim, i morti accertati furono 20.277, quasi uno su tre. Cosicché Amburgo, Kassel, Dramstadt, Dresda, Pforzheim, Swinemünde (tutte città nelle quali il numero delle vittime fu a cinque cifre) possono essere considerate altrettante Nagasaki tedesche. Dopo tutto, aveva detto il comandante Harris: «Una bomba atomica è semplicemente l’equivalente di una certa somma di bombe normali» (16).

Note

1) Cfr J. Friedrich, La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati: 1940-1945, Milano, Mondatori, 2004.

2) Cfr G. Knopp, Tedeschi in fuga, Milano, Corbaccio, 2004

3) Cfr W.G. Sebald, Storia naturale della distuzione, Milano, Adelphi, 2004.

4) Cfr E. Taylor, Dresda 13 febbraio 1945: tempesta di fuoco su una città tedesca,

5) Ricordiamo che il 22 giugno 1940 la Francia aveva capitolato davanti all’occupante tedesco, mentre i contingenti inglesi (più di 200.000 soldati) spediti nel continente per contrastare l’avanzata della Wehrmacht dovettero rapidamente rientrare in patria, lasciandosi dietro le armi pesanti e tutto l’equipaggiamento. Fu per gli inglesi una vera e propria disfatta morale.

6) F.Taylor (ed), I diari di Goebbels: 1939-1951, Milano Sperling & Kupfer, 1984

7) J.Friedrich, La Germania bombardata…, cit. 62

8) Citato in J. Terraine, The right of the live: the Royal Air Force in the European War: 1939-1945, Ware, Hertfordshire, Wordsworth Editions, 1998, 261.

9) C. Webster – N. Frankland, Strategic Air Offensive Against Germany: 1939-1945, Vol. III. Parte 5. London. H.M. Stationery office, 1961, 135.

10) In questo periodo furono duramente bombardate la maggior parte delle città tedesche; erano necessarie però molte incursioni prima di radere al suolo una città: Colonia, come detto, dovette essere colpita 262 volte, Essen 272 volte, Düsseldorf 243, Duisburg 299.

11) Precedentemente, in seguito all’attacco dell’aviazione tedesca alla cittadina inglese di Coventry, si era coniato il termine di «coventrizzare».

12) W. G. Sebald, Storia naturale della distruzione, cit., 39

13) Citato in H. Rumpf, «Bomber Harris», in Ziviler Luftschutz 17 (1953) fasc. 8

14) S. Romano, in Corriere della Sera 15 febbraio 2005

15) J. Friedrich, La Germania bombardata, cit., 25. 16) Ivi, 99.

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