1943- L’estate delle tre tavolette (1)

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di Franco Bandini

(leggi la Recensione)

Capitolo Primo

AMNESIE

Gran Consiglio 1943

La seduta del Gran Consiglio del fascismo del luglio 1943

Plumas y palabras el viento se las lleva. La seduta del Gran Consiglio che pone termine alla “bella avventura” di Mussolini, ed apre pubblicamente la crisi più grave dello Stato Italiano dalla sua costituzione, comincia alle 17 del Sabato 24 Luglio 1943 e termina alle due ed un quarto del 25. In quelle nove ore tumultuose ed a tratti drammatiche, le ventinove persone intervenute pronunziano all’incirca sessanta o settantamila parole, tante quante basterebbero a mettere insieme un grosso volume di sei o settecento pagine: che sciaguratamente manca, mettendo una schiera di valenti storici nella fastidiosa condizione di dover “ricostruire” ciò che invece sarebbe assai più utile e sicuro dover semplicemente narrare.

Le ragioni di questa lacuna sono parecchie, e ciascuna di esse ha un certo peso, almeno indiziario. La prima, è che contrariamente alla prassi sempre seguita nel Ventennio, alla seduta non fu ammesso lo stenografo, la cui seggiola al centro della Sala del Pappagallo rimase pertanto vuota. Dino Grandi ha lasciato scritto che si era preoccupato, due giorni prima, di richiedere espressamente al Segretario del Partito la presenza appunto di uno stenografo: ma che Carlo Scorza gli comunicò subito che, altrettanto espressamente, Mussolini si era opposto “alla presenza di estranei” alla seduta medesima (1).

Già qui, le cose non son così chiare come si vorrebbe, poiché da una parte sembra strano che Dino Grandi abbia giudicato opportuno richiedere una presenza che faceva parte di una prassi mai disattesa. E dall’altra, sembra ancora più strano che Mussolini potesse considerare “estraneo” uno stenografo, dopotutto vincolato al segreto d’ufficio, se non “di Stato”. Quale che sia la riposta spiegazione, sta di fatto che della seduta non vi fu verbale.

Manca anche il voluminoso scartafaccio che Mussolini riportò a Villa Torlonia al termine del Gran Consiglio. Durante quelle nove ore, egli aveva annotato interventi e punti salienti, per averne guida nella sua replica finale. Abbandonò questo interessante documento a casa, per recarsi a rapporto da Vittorio Emanuele a Villa Ada, al termine del quale fu arrestato. A quanto è stato riferito poi, Rachele Mussolini ed i suoi familiari, non vendendolo rientrare, distrussero un gran numero di documenti, tra i quali anche lo scartafaccio (2).

Anche qui, ci troviamo di fronte a ragguardevoli dubbi, poiché Rachele Mussolini non ha mai scritto o raccontato nulla di simile. Anzi, ha detto il contrario: “(Mussolini) – essa narra – mi consegnò tutto e tutto conservai, tanto che quella lettera (N.d.A., allude alla lettera di “pentimento” di Cianetti) servì poi come documento decisivo di difesa per Cianetti al processo di Verona”. E più avanti aggiunge: “(Buffarini) mi consegnò un foglietto sul quale il Duce, durante la seduta, aveva tracciato segni e ghirigori, perché lo conservassi”(3).

Il foglietto o scartafaccio che fosse, dunque, dovette salvarsi:  e tuttavia manca agli storici, così come manca una terza possibile fonte, e cioè una sorte di verbale buttato giù a caldo, nella stessa giornata del 25 Luglio da Federzoni, Bottai, Bastianini e Bignardi a casa di Federzoni “su note ed appunti fatti da loro e da altri durante la seduta” (4). Il “Diario” di Bottai, sotto la data dell’8 Agosto 1943, ce ne porta una conferma  sintetica, parlando appunto di una “verbalizzazione”, ma anche questo documento non è mai pubblicamente comparso: benché si  possa supporre che i suoi estensori possono averlo utilizzato per le loro memorie e giustificazioni posteriori.

Per una non scritta ma autorevolissima legge storica che potremmo chiamare “del documento mancante”, al silenzio ufficiale su quanto veramente accadde quella notte al Gran Consiglio, ha corrisposto in misura inversamente proporzionale uno sterminato arcipelago di ricostruzioni ed interpretazioni, ovviamente di vario valore ed attendibilità, ma tutte accomunate da una sgradevole brevità. In altre parole, quelle nove ore hanno subìto una fortissima contrazione: per cui, e per esempio, l’ora e mezzo di relazione introduttiva di Mussolini risulta ora condensata, e nel migliore dei casi, in un paio di pagine, leggibili al massimo in quattro o cinque minuti.

Gli altri 28 interventi ne escono ancor più sacrificati:  al punto che alcuni di essi non vengono nemmeno citati in alcun resoconto. Allo stato attuale delle conoscenze, le opere testimoniali o critiche di maggior valore paiono soltanto cinque: il “Diario 1935-44” di Giuseppe Bottai, il “25 luglio quarant’anni dopo” di Dino Grandi, la “Storia della Repubblica di Salò” del ragguardevole storico di Oxford Frederick W. Deakin, il “25 luglio” di Gianfranco Bianchi, ed infine “Mussolini l’alleato – Crisi ed agonia del regime” di Renzo De Felice.

Si vedranno più avanti i pregi e gli eventuali difetti di ognuna di queste opere, ma per ora basterà osservare, in ordine al fenomeno della “contrazione”, che la cronaca della seduta del Gran Consiglio occupa, in esse, e nell’ordine, il seguente numero di pagine: Bottai, 14, Grandi, 21, Deakin, 12, Bianchi, 86 e De Felice, 21. Se accettiamo l’idea che un verbale completo e rigoroso della seduta avrebbe occupato un volume di “Atti” sulle seicento pagine, ne viene che quattro delle opere citate hanno basato le rispettive analisi sul tre per cento di quanto in realtà venne detto: una sola, quella del Bianchi, sale al 14 per cento.

Una tale enorme compressione della realtà cronistica, basterebbe ed avanzerebbe per scartare come inattendibile il riassunto delle deliberazioni di un qualsiasi Consiglio di Amministrazione riunitosi per deliberare sulla campagna acquisti di granaglie, o quella pubblicitaria per un nuovo formaggio.

Nel caso di quella notte terribile, il suo valore ostativo è di parecchie volte superiore, per il semplice fatto che tutte le testimonianze “dirette” pervenuteci rivestono una spiccatissima “deriva” giustificativa: ben naturale in gerarchi costretti dalla gravità dell’ora, e da un indistinto tumulto di sentimenti e di spinte, a fare i conti non solo con il loro vecchio idolo, ma anche con la propria coscienza e persino con le proprie apprensioni, personali e familiari. Qualunque lavoro critico risulta perciò ai limiti della possibilità storica, per quanto acutamente condotto. Tant’è che ancora oggi siamo ridotti a pure e semplici interpretazioni, con le quali – in realtà – si prestano al Tale o Talaltro personaggio intenzioni che paiono plausibili soltanto alla luce di quanto successe “dopo” i fatti: ma che non risultano affatto da documenti attendibili che le garantiscano in modo indubbio.

Così ci sfugge pur sempre, e lo vedremo meglio in seguito, il punto centrale se, con la richiesta riunione del Gran Consiglio, i gerarchi fascisti, o almeno “il gruppo motore” di essi intese arrivare all’eliminazione totale o parziale dalla scena di Mussolini, o non anche alla cessazione delle ostilità, mediante un Armistizio con gli Alleati. E per conseguenza ci sfugge – in contrappunto – quale analogamente fosse l’intenzione della Monarchia. Oggi è facile sostenere, e tutti gli storici son concordi su questo punto, che la “vera” intenzione di Vittorio Emanuele era appunto quella di addivenire ad una cessazione delle ostilità.

Ma questa convinzione, è bene dirlo subito, poggia quasi esclusivamente sul fatto che 45 giorni dopo la seduta del Gran Consiglio, un armistizio venne davvero annunziato. Questo legaccio possiede una tal forza logica, che nessuno si è mai assunto la briga di andarlo a verificare nei fatti, soprattutto nei documenti. In realtà esso è fragilissimo. Peggio ancora, esso scontra così violentemente con le poche cose che sappiamo per certo, da aver obbligato indistintamente tutti gli storici a far finta di ignorarlo, poiché il tenerne conto avrebbe portato a contraddizioni insanabili, nonché ad una revisione completa della “lezione” usuale.

Pietro Badoglio

Pietro Badoglio

E’ il caso dei due proclami che la sera stessa del 25 luglio vennero letti ai microfoni dell’E.I.A.R. dal Maresciallo Badoglio. Il secondo di essi, quello da lui sottoscritto come nuovo Capo del Governo in sostituzione di Mussolini, è citato – sempre e senza eccezioni – fino alla frase “la guerra continua”, che è venuta ad assumere il valore di simbolo assoluto delle pusillanimità se non vigliaccherie, della disonestà, se non dell’obliqua slealtà del governo succeduto a Mussolini.

Ma questa frase era seguita da una proposizione dalla quale storicamente non si può prescindere, poiché il non considerarla, il non citarla in unione alla precedente, risulta certamente comodo, ma anche espediente poco degno e perfino colpevole: specie se si tiene conto del fatto che la differenza psicologica tra “il messaggio abbreviato” che gli italiani giovani e meno giovani oggi si sentono ripetere, o che leggono nelle opere storiche, è fortissima rispetto a quello “lungo”, che gli italiani di allora udirono sgorgare dai microfoni.

Difatti, Badoglio proseguiva dicendo: “L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni”. Il proclama di Vittorio Emanuele non suonava diversamente, poiché incitava “ognuno a riprendere il suo posto di dovere, di fede e di combattimento”.

A quanto oggi sappiamo, ma non con quel corredo di dettagli che lo storico giustamente pretende, entrambi i proclami furono redatti dall’anziano ex Presidente della Vittoria, il palermitano Vittorio Emanuele Orlando, allora di 83 anni. L’incarico gli venne conferito dal Duca Acquarone, certamente su designazione del Re: il quale poi rivide e corresse il testo, dopo averlo sottoposto a Badoglio e, sembra, anche ad altri. Rimane non chiarito il “momento” in cui tutto questo avvenne, ma Carmine Senise, che si è poi attribuito il merito di aver pensato per primo proprio al vecchio Presidente, afferma che l’idea gli venne non più tardi del 21 Luglio, e che proprio quel giorno prese il contatto necessario con lo stesso Orlando. (5)

Se così stanno le cose, è inevitabile concludere che il solenne impegno verso “la parola data”, fu preso dalla Monarchia e dai militari prima ed indipendentemente dalla riunione del Gran Consiglio. Ma questa centrale constatazione comporta una bella serie di corollari logici, il primo dei quali è che con il “colpo di Stato” il Re perseguì soltanto il disegno di liberarsi di Mussolini: ma non quello, o non ancora quello di addivenire ad un armistizio, o addirittura al capovolgimento delle alleanze. Una decisione, quest’ultima, che il Re dovette prendere ad ottobre, dopo la conclusione dell’armistizio, e certamente “obtorto collo”.

Vittorio Emanuele IIICome si sa, una larghissima parte della critica storica continua a ritenere che fosse possibile ed anzi necessario “cambiar fronte” già nella giornata del 25 luglio, sorprendendo i tedeschi ancora non troppo numerosi in territorio italiano e del pari sbilanciando gli Alleati, i quali si sarebbero trovati scavalcati nelle loro trasparenti intenzioni punitive, da un atteggiamento così risoluto e “leale”.

Lo stesso Vittorio Emanuele Orlando ha cercato di sminuire il senso del proclama che egli stesso dettò, sostenendo che, nel suo pensiero, la “parola data” fosse impegnativa soltanto per le prime ventiquattro ore: dopodiché, la si sarebbe potuta ritirare. Dino Grandi  è andato anche più in là, riversando su di lui e sulla Corona “la mostruosità di aver accollato alla Nazione italiana una responsabilità che la Nazione non aveva e che i suoi nemici-alleati anglo-russo-americani non le avevano mai attribuito” (6).

Si tratta in realtà di due modi diversi, ma egualmente inabili ed inaccettabili per liberarsi da un dilemma storicamente gravissimo: se esistessero o no, in quel momento, ragioni coattive per un’uscita dalla guerra. La stragrande maggioranza degli storici non ha mai avuto dubbi in proposito, assumendo come dato certo che essa fosse comunque già perduta. Ma le parole e la sostanza dei due proclami del 25 luglio testimoniano che, in quel momento, il giudizio del Monarca non fu questo. Quale che ne fossero le ragioni, nei fatti non fu questo.

Sul “piccolo Re” e sulla sua opera ultraquarantennale son state accumulate tutte le accuse più acri, tra le quali quelle di aridità e cinismo sembrano ancora le più blande. Tuttavia, la cura che è stata sempre dispiegata nel passare sotto silenzio assoluto i due proclami citati, dimostra a sufficienza il grave imbarazzo nel quale tutti indistintamente gli storici si son trovati quando i loro teoremi li hanno posti davanti alla necessità di estendere tali accuse anche a quella di “mendacio intenzionale”.

Una mente serena e spassionata, può infatti accettare molte condanne, anche severe, ma ancora oggi rifiuta l’idea che Vittorio Emanuele abbia potuto chiamare in causa quelle “millenarie tradizioni” di onore geloso, che poi eran quelle della sua Casa, prima ancora che dell’Italia, al semplice scopo di non allarmare gli alleati tedeschi.

Vi eran molti modi verbali per raggiungere lo stesso scopo, senza per questo mettere in un gioco rovinoso e perdente in partenza il destino della Monarchia e quello dell’Italia. Nazioni ed Istituzioni possono sopravvivere ai disastri ed a guerre perdute, ma è ben raro che ci riescano quando, nella disgrazia, gettano sui tavoli di ferro della Storia il proprio prestigio a garanzia di un impegno che già hanno in animo di tradire.

Qualche volta questo può anche accadere, ma il prezzo da pagarne è sempre terribile. Se accade, le ragioni debbono esserne poi chiarite nel modo più ampio e sincero. Poiché questa spiegazione a proposito del 25 luglio non è stata data, dobbiamo concluder che i due proclami abbiano rispecchiato, col loro solenne impegno, quella che era al momento la solenne decisione di fondo del Re e dei militari: continuare la guerra.

Si vedrà più avanti in quale panorama più generale debba essere iscritta una tal decisione. Ma qui ed ora non si può tacere che Vittorio Emanuele, in quei frangenti, era forse uno dei pochi italiani che disponesse, per la valutazione della situazione, di un elemento di giudizio straordinariamente ignoto, risalente alla Prima Guerra Mondiale: a quelle giornate di Caporetto che per molti versi anticipano e prefigurano la crisi del 1943.

Al Comando Supremo di Udine, il generale Luigi Cadorna ebbe una prima e parziale percezione del disastro soltanto nella giornata del 25 Ottobre 1917, cioè non meno di trenta ore dopo che le Divisioni austro-tedesche avevano rotto il fronte isontino. Già il 28 Ottobre, le prime avanguardie di quattro Divisioni francesi e di due inglesi varcavano i nostri confini alpini, per recare allo scosso esercito italiano quello che fu subito chiamato “il generoso aiuto” alleato.

Tuttavia le disperate pressioni del nostro Comando per ottenere che queste truppe salissero effettivamente in linea, prima sul Tagliamento e poi sul Piave, non sortirono alcun effetto finchè la situazione non si fu stabilizzata: ma soprattutto fino al momento in cui si allontanò dalle sospettose menti alleate l’idea che l’Italia potesse defezionare, passando addirittura dall’altra parte.  In effetti, l’arrivo e la dislocazioni delle 6 Divisioni alleate, poi salite ad 8, rispose ad uno scopo doppio: sostenere il Governo Italiano ed il Comando sul piano strettamente militare, ma anche predisporre mezzi sufficienti per assumere il controllo del territorio in caso di armistizio e peggio.

A Taranto, furono prese misure analoghe per scongiurare il pericolo che la Flotta italiana, nelle stesse evenienze, potesse cambiare bandiera, determinando una gravissima crisi navale nell’intero Mediterraneo. Nell’autunno del 1917, per effetto del crollo zarista, l’Intesa corse davvero un serio rischio, che Caporetto sottolineò in modo esplosivo, determinando nei Franco-Inglesi quelle reazioni immediate che paiono e sono così simili a quelle dell’O.K.H. ed O.K.W. di Hitler tra il giugno ed il luglio 1943.

Nel 1917, come è noto, Vittorio Emanuele III pensò di abdicare, ed uomini come Bissolati e Cadorna discussero seriamente se non fosse meglio “bruciarsi le cervella”. Ma vi fu anche qualcosa di più, e cioè il sorgere della sensazione che si fosse sbagliato a fare la guerra, ed anche a farla dalla parte dei franco-inglesi. E ci fu, di fronte al trattamento brutale degli Alleati, specie al Convegno di Rapallo, quella ribellione che Angelo Gatti, biografo del Comando Supremo, ben delinea quando scrive: “Gli Alleati ci trattarono come se noi non esistessimo: non so quale tutela sia più gravosa della francese o della tedesca”. (7)

* * *

La tutela Alleata fu in effetti moto pesante, e persino ricattatoria sul piano del denaro, del carbone e dei viveri. Tutto sommato, fu anche benefica, poiché chiuse con brutalità indubbia la strada di un possibile armistizio, che valesse come “uscita di sicurezza” non solo nell’immediatezza della tragedia militare, ma anche nel contesto più generale di una guerra che col 1917 era giunta al suo “anno senza speranza” su tutti i fronti.

Il Convegno di Peschiera è stato visto e dipinto, tra le due guerre, come il momento magico della risurrezione italiana, contro i tentennamenti alleati. Ma la realtà fu piuttosto diversa, poiché da quel momento, e di fatto, le massime decisioni militari, e dunque quelle politiche, passarono nelle mani di Foch, anche se dietro una nominale facciata interalleata.

A Peschiera, Vittorio Emanuele III fu assai meno libero nelle sue decisioni di quanto ci sia poi piaciuto tramandare: certamente si ricordò, nel 1943, di quanta amarezza si nasconda nella parola “tutela”, da chiunque provenga, specie nella disgrazia. Egli non amava né gli inglesi, né i francesi, né i tedeschi, poiché sapeva per istinto, ed ancor più per esperienza, che la più futile tra le speranze di un vaso di coccio, era quella di attribuire valore alle proprie simpatie e affinità per un qualunque vaso di ferro. In questo, che era un pensiero non cinico o arido, ma soltanto culturalmente irreprensibile, Vittorio Emanuele fu un Re isolato. Fors’anche, un italiano isolato. (8)

La Stampa 1943Si è detto, dunque, che il Re decise per la rimozione di Mussolini e per la continuazione della guerra, prima ed indipendentemente dalla riunione del Gran Consiglio: in palese contrasto, tra l’altro, con il capo di Stato Maggiore Generale, Ambrosio, il quale aveva addirittura presentato le sue dimissioni a Mussolini il 22 luglio sotto la specifica accusa di non essere stato capace di chiedere “lo sganciamento” ai tedeschi, come indispensabile preliminare per un accordo con gli Alleati.

Il quale Ambrosio, tuttavia, non risulta abbia reiterato la sua protesta al Re o al Maresciallo Badoglio quando essi si comportarono nello stesso identico modo: per di più in una forma tanto solenne ed impegnativa da chiudere a doppio chiavistello quel sia pur piccolo margine di manovra che Mussolini si era sempre ben guardato dal cancellare. Possiamo perciò concludere che il vero e, sul momento, unico scopo perseguito dalla Corona fu quello di sbarazzarsi di Mussolini, percepito come paralizzante ostacolo ad una condotta più seria e più ponderata della guerra. Forse con speranze ridotte e ridottissime, ma senza pessimismi ingiustificati.

Tra “eliminazione di Mussolini” e “guerra fatalmente perduta” è stata fatta una rimarchevole confusione, quasi che si sia trattato davvero delle due facce di una stessa moneta. Ma non è così, intanto perché nessuno spirito – per quanto acuto e preveggente –avrebbe potuto divinare nell’estate del 1943 le sorprese, gli sbocchi e la soluzione di un gigantesco conflitto che doveva dopotutto terminare soltanto dopo altri due terribili anni.

Ma poi anche perché il “problema Mussolini” – nonostante tutto quel che si è detto – era di natura domestica, ben poco diverso, cioè, da quello posto ad un Governo in guerra da un cattivo generale. In 37 mesi dal giugno 1940, il Duce aveva collezionato una serie così stordente di decisioni mortali, di sconfitte gratuite, di pietosamente vane parole, di errori irreparabili a tutti i livelli, da ingenerare in tutti, popolo e gerarchie, militari ed industriali, intellettuali e politici, la certezza che la sciagura maggiore non fosse né la guerra, né l’alleato, né la potenza del nemico, ma l’insipienza, forse la pazzia, comunque la sinistra, persistente sfortuna che era stata per più di tre anni l’inseparabile compagna di ogni atto di Mussolini.

Nessuno di questi due discorsi, lo stato reale della guerra nel luglio 1943, ed il silenzioso ma esplicito ed obbligante ripudio dell’intera nazione della figura di Mussolini, è stato mai neppur tentato dalla critica storica: il primo perché avrebbe comportato, ed ancora comporterebbe un inevitabile, severissimo giudizio sulla inadeguatezza, ed anzi ostinata cecità delle politiche occidentali nei riguardi del “problema tedesco” a partire almeno dal 1880, nel doppio aspetto di un permanente rifiuto ad una equa soluzione globale, e nel ricorso –  per negarlo – prima all’alleanza con la Russia zarista, autocratica ed illiberale: e poi con quella sovietica, con risultati così perniciosi e di così lungo periodo da far dire a Churchill, nel 1947, “che era stato macellato il maiale sbagliato”. (9)

Ed il secondo, perché l’indubbio carisma di Mussolini, assorbendo e metabolizzando per lungo tempo le legittime e confuse aspirazioni del nostro popolo ad essere diverso e migliore di quel che non tollera di essere considerato, ha finito con l’impedirci di vedere chiaramente l’enormità dei danni che la sua abulia, la sua insipienza, la sua fondamentale ignoranza dei meccanismi della “grande politica internazionale” ci hanno recato.

E, si aggiunga, per il buon peso, anche un più generale difetto culturale dell’attuale critica storica: quello di aver dimenticato ciò che deve intendersi per “sconfitta” e “vittoria” all’interno di cicli almeno di medio termine. Mettendosi cioè nella posizione di colui che avesse preteso di giudicare delle sorti dell’Impero romano il giorno dopo la battaglia di Canne. Dal che consegue che soltanto il 1989 consente – per la prima volta – un giudizio serio sul 1918 e sul 1945.

Si vedrà meglio e più avanti se e quanto i dati di fatto quali oggi possiamo meglio riconoscere, influenzarono e in che modo le decisioni della Corona. Ma uno ve ne fu che conviene abbordare subito, in relazione al peso determinante che ebbe, ed anche al tombale silenzio sotto il quale è stato seppellito nella memoria dei protagonisti e collettiva. Si tratta di quanto Mussolini disse, e lasciò intendere, in chiusura della seduta-fiume del Gran Consiglio, poco prima delle votazioni.

Dopo aver riaffermato la sua fiducia sul fatto che il re non gli avrebbe comunque ritirato la delega, egli aggiunse: “Tra pochi giorni io avrò sessant’anni, e potrei anche chiuder questa “bella avventura” che è stata la mia vita. Senonchè noi vinceremo la guerra. La mia fiducia nella vittoria della Germania e nostra è oggi intatta, così come lo era all’inizio della guerra. Io non intendo rivelare al Gran Consiglio (forse l’avrei fatto se la discussione avesse preso corso diverso) gli importanti segreti di carattere militare, che al Fuhrer e a me non fanno dubitare un solo momento della vittoria. E’ prossimo il giorno nel quale i nostri nemici saranno inesorabilmente schiacciati. Io ho in mano la chiave per risolvere la guerra. Ma non vi dirò quale”. (10)

La lista degli interrogativi che questi brevi ma dense frasi suscita è lunghissima e comincia con la loro attendibilità storica. Dopodiché è pur necessario chiedersi cosa intendesse dire Mussolini, non solo sul merito degli “importanti segreti”, ma anche sulla sua rinunzia a parlarne in seguito al corso che la discussione aveva chiaramente preso, quasi che se ne fosse atteso uno diverso.

Ma poi viene la stupefacente constatazione che nessuno, nel Gran Consiglio, chiese né allora né poi un minimo di spiegazione, o ebbe un minimo di ripensamento: constatazione che deve essere allargata a dismisura a tutti coloro che di quella seduta si sono occupati a titolo storico. Si può dire con tranquilla coscienza che ognuna delle frasi pronunziate da Mussolini quella notte è stata passata e ripassata al tritacarne, per distillarne i significati più riposti, e ricavarne le ipotesi più libere.

Ma quelle citate, no: esse restano come “non dette”, confinate in quella zona oscura nella quale sono stati accatastati tutti i grevi e scomodissimi macigni, che debbono essere perentoriamente ignorati, se non si vogliono distruggere d’un sol colpo tutte le ricostruzioni convenzionali, e di comodo.

Così com’è riportato più sopra, il testo delle parole di Mussolini ci è noto soltanto dal novembre 1983, cioè dal momento in cui comparve nelle librerie il volume di Dino Grandi intitolato “25 Luglio, quarant’anni dopo”. Renzo De Felice, suo curatore eccellente, ha spiegato in prefazione che si tratta non di una riscrittura, ma esattamente di quel che Dino Grandi medesimo buttò giù – tra l’irato e l’amareggiato – durante il suo primo soggiorno a Lisbona, ancora prima della fine della guerra.

Aggiunge De Felice che a quel lontano testo il suo autore non ha voluto portare né correzioni, né aggiunte, né tanto meno censure. Per cui, non essendovi ragione per non creder all’uno o all’altro, si deve assumere che si tratta di un testo “fresco”, anche se reso disponibile per il pubblico soltanto dopo un quarantennio.

Contro questi dati di fatto, che hanno la spiacevole caratteristica di dover essere accettati o respinti in blocco, senza possibilità di mediazione, sta che fino al 1983 nessuna testimonianza diretta, e nessuna ricostruzione posteriore ci avevano mai portato a conoscere, o almeno ad intuire, il gruppo di vere e proprie “rivelazioni” che la testimonianza di Grandi invece autorizzano: considerazione che né lo stesso Grandi, né il De Felice sembra abbiano invece fatto, benché la distanza siderale tra quanto si conosceva sino a quel momento, e quanto emergeva da quelle sette frasi, fosse tale da impensierire qualunque storico.

C’era, intanto e per prima cosa, il silenzio di Mussolini, il quale nella sua narrazione sulla notte del Gran Consiglio, comparsa sul “Corriere della Sera” ad agosto del 1944, non aveva nemmeno vagamente accennato ad un suo intervento di quel tipo e su quell’argomento: benché, è bene rilevarlo, in quello stesso momento stessero piovendo su Londra centinaia di V1, gli “aerei senza pilota”, la cui realtà tecnica ed operativa avrebbe ben potuto – almeno in parte – esentarlo dal segreto e dargli un inizio di ragione. (11)

Dietro al silenzio di Mussolini, potevano esserci ragioni buone e meno buone, ma non ve n’era nessuna che vi costringesse Giuseppe Bottai nel privato del suo “Diario”, che sotto la data del 24 luglio 1943, reca: “(E Mussolini)… lancia una misteriosa frase: “Eppoi, io ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica, ma non vi dirò quale”. Incredibile affermazione.

 Anche all’ultima ora, mentre le sorti di tutto il Regime si decidono con le sue e le nostre, egli o cela la verità o, mostrando di volerla celare, copre, in effetti, l’ultima menzogna”. Su questo giudizio, come sul fatto documentale in sé, Bottai non tornerà più, nemmeno nella “rivisitazione” diaristica della notte famosa, che compare sotto la ricorrenza del 24 luglio 1944.

Rinnovato silenzio che va appaiato alla scomparsa – presumibilmente definitiva –  del “serio verbale” che Grandi, Federzoni e lo stesso Bottai stesero nel pomeriggio del 25 luglio.

Naturalmente, da questo “protovangelo”scomparso,  Bottai e Grandi avrebbero dovuto derivare, in relazione alle sette frasi mussoliniane, un testo sostanzialmente identico. Che non lo sia è ben strano. (12)

Paolo Monelli non rientra nella categoria dei testimoni diretti, ma da eccellente giornalista qual era, stese “della notte del Gran Consiglio” una cronaca che si legge con profitto ancora oggi nel suo “Roma 1943”. Giunto al punto che ci interessa, egli dice: “Ma Mussolini ha ancora qualcosa da dire. Con una misteriosa aria profetica conclude con queste parole, che lasciano l’assemblea stupefatta e perplessa: “io ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica, ma non vi dirò quale”.

Questo è l’ultimo “bluff” del giocatore che sta perdendo la partita: ma è anche l’ultima minaccia, che sgomenta i vacillanti e gli incerti. E’ la seconda parte del ricatto. Prima ha detto: Attenzione, se il Re mi riconferma la fiducia, io mi sbarazzo di voi con il sistema più spiccio.

Ora aggiunge: se io sarò invece costretto a cedere al Re il comando militare, quella frattura tra Paese e partito di cui parlate, vi inghiottirà tutti. Io dovrò lasciare tutti i miei poteri e rinunziare al mio strumento segreto per uscir bene da questa guerra. Voi perderete nello stesso tempo la guerra, me e la sicurezza della vostra vita”. (13)

Il volume di Monelli comparve nel giugno del 1945, ma fu scritto certamente prima della fine della guerra, e pertanto sulle notizie che Monelli stesso poté raccogliere a Roma.  La sua cronaca, ma soprattutto il suo commento, nel quale la locuzione “strumento segreto” riveste un significato passabilmente equivoco, son rimaste la base di quasi tutte le “ricostruzioni” posteriori, che se ne differenziano pochissimo. Pini e Susmel, nel 1955, fanno dire a Mussolini: “La mia stella negli ultimi due anni mi ha abbandonato. Vi è tuttavia una chiave per risolvere la situazione. Non ve ne parlerò questa sera. La illustrerò in seguito”. (14)

* * *

Christopher Hibbert, nel suo “Mussolini” del 1962, precisa: “Mussolini ad un certo punto affermò che aveva in mano la chiave della situazione militare, ma non volle dire che chiave era. Urlò: “Sbarazzatevi di me, se volete. Ed io dovrò rinunziare all’arma segreta che può mettere fine alla guerra. Perderete la guerra, me, e le vostre teste”. Farinacci lo guardava a bocca aperta. Grandi mormorò “Ricattatore” (15).

Sempre nel 1962, Frederick Deakin, è ancora più stringato: “E, per aggiungere una nota finale di confusione: “Eppoi, io ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica. Ma non vi dirò quale” (16). L’anno dopo, Gianfranco Bianchi rinforza: “Mussolini pronunzia una frase misteriosa. “Eppoi, io ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica. Ma non vi dirò quale” (17).

Richard Collier, anno 1971, apre appena un poco la finestra, facendo dire a Mussolini: “Potrei comunicarvi una grande notizia relativa ad un importantissimo fatto che capovolgerà la situazione della guerra a favore dell’Asse. Ma preferisco non darvela per ora” (18). Più riduttivo, ma anche meno attento ed informato, Denis Mack Smith riesce a scrivere nell’ottobre del 1981: “egli (Mussolini) appariva indifferente, quasi apatico. Ad un certo punto ripetè debolmente che aveva un piano per risolvere la crisi della guerra, ma, messo sotto pressione, disse che doveva restare segreto. (19)

E siamo al 1983, anno nel quale come si è detto, esce la testimonianza di Grandi, a cura del De Felice. In essa, questo pur attentissimo storico non rileva nulla di eccezionale e nemmeno di notevole: cosa tanto più rimarchevole in quanto almeno una delle frasi pronunziate da Mussolini – quella relativa alla sua decisione di mantener il silenzio in conseguenza del “corso della discussione” – avrebbe dovuto interessarlo vivacemente, sul versante dello stato d’animo del dittatore, prima, durante ed alla fine di quella notte “dai lunghi coltelli”.

Né risulta che l’attenzione del De Felice fosse aumentata nel 1990 quando vide la luce il Tomo 2° (“Crisi ed agonia del Regime”) del suo “Mussolini l’alleato”, di sicuro l’opera più completa fin qui apparsa su quell’ingombrante personaggio della Storia d’Italia.

Pur doverosamente riportando, e quindi avallando come autentiche, le sette frasi mussoliniane già note dal “Diario” di Grandi, il De Felice non vi fece seguire alcun commento, neppure in nota, tantochè il suo pensiero in proposito ci è noto, ma parzialmente, per un inciso sbrigativo e non riferito comunque a quella notte, nel quale è detto: “….nulla ci autorizza a pensare seriamente che egli volesse attendere ancora un paio di mesi perché sperava in una crisi dei rapporti tra gli Alleati occidentali e l’U.R.S.S:, o nelle “nuove armi” delle quali Hitler gli aveva parlato” (20).

In definitiva, e per concludere, se disponessimo soltanto degli elementi sin qui elencati, sarebbe impossibile decidere su cosa veramente disse Mussolini quella notte: in altre parole quale sia la testimonianza autentica, se quelle di Dino Grandi, o tutte le altre, riduttive ed uniformi. Fermo rimanendo che, se per avventura si scoprisse che il Grandi non mentì, ne verrebbe che mentirono tutti gli altri.

E, naturalmente, il contrario. In qualunque caso, tuttavia, resta in piedi l’interrogativo del silenzio degli storici su questo punto essenziale: non solo fino al 1983, ma anche dopo e fino ad oggi. Per una tal lacuna, occorre una spiegazione molto buona, alla quale ci si poteva sottrarre fintanto che dalle parole di Mussolini emergeva soltanto l’esistenza di “una chiave” per risolvere il conflitto.

E le chiavi, si sa, son di natura molto varia, andando da quelle psicologiche a quelle politiche, dalle diplomatiche a quelle dei “canali sotterranei”. Da quando è nota, però, la testimonianza di Dino Grandi, l’idea della “chiave passepartout” recede sullo sfondo e lascia il posto a qualcosa di assai più preciso, poiché Mussolini drizza in realtà uno scenario non equivoco, militare e segreto, capace di “schiacciare inesorabilmente i nemici”, in un giorno che è “prossimo”, e portando la vittoria “indubitabile” alla Germania ed all’Italia.

Queste indicazioni sono sufficienti a stabilire che, in quel momento, il pericolante dittatore intendeva riferirsi ad una “azione” di carattere militare, basata su armi segrete, assai prossima e capace di distruggere il nemico. L’avverbio “inesorabilmente”, qualifica anche il tipo dell’azione: brutale, rapida e vittoriosa su qualunque tipo di difesa.

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