In Italia mille famiglie scelgono l’homeschooling: ecco come fanno

homeschoolingCorriere della sera.it 14 ottobre 2014

di Rossella Boriosi

[nota di Rassegna Stampa: segnaliamo l’articolo in quanto evidenzia il diffondersi anche in Italia di una realtà che bene si presta ad affermare quella libertà di educazione da sempre contrastata nel nostro Paese da uno Stato accentratore e laicista. Qui non si prende inoltre in considerazione come l’homeschooling possa rappresentare una efficace difesa contro la violenza esercitata sui minori dall’irrompere della ideologia del gender nelle scuole, ma al Corriere non si può chiedere troppo…]

All’inizio mi era sembrata la scelta anticonformista di genitori frikkettoni: non mandare i figli a scuola per essere direttamente responsabili della loro educazione. Approfondendo il tema, però, ho scoperto che l’homeschooling non era il fenomeno di nicchia che credevo ma un vero e proprio universo parallelo.

Secondo Controscuola.it, uno dei siti di riferimento dei genitori che scelgono l’educazione parentale, sono più di un migliaio le famiglie italiane che scelgono di non mandare i figli a scuola. Una cifra modesta se si considera che in Inghilterra gli homeschooler sono ben 70mila, ma il fenomeno è in crescita costante.  E io, che venivo minacciata dai genitori che sarei stata portata a scuola a forza dalla polizia se mi fossi rifiutata di andare, mi sono chiesta: ma è legale tutto questo?

Si può dire che non è vietato. L’art. 34 della Costituzione dispone che «l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita» sancendo quindi l’obbligatorietà dell’istruzione comunque impartita, quindi non necessariamente dalla scuola. L’art. 30 recita : «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio», sottolineando quindi la responsabilità primaria dei genitori sull’istruzione dei figli.

La materia è poi stata regolata da decreti e circolari ministeriali che hanno circoscritto l’ambito di applicazione dell’educazione parentale: ai genitori viene richiesto di dare dimostrazione di avere la capacità “tecnica od economica” a insegnare – è sufficiente una autocertificazione – e di comunicare la propria scelta anno per anno alla direzione didattica di competenza.

Se praticare l’istruzione parentale è possibile, alla scuola pubblica è comunque concesso di esercitare controlli sull’effettivo adempimento qualora vi siano “forti dubbi” sull’assolvimento dell’obbligo o se la famiglia sfugge ad ogni contatto. Infine, sulla base di una interpretazione logico sistematica della normativa sull’obbligo di istruzione (DM 139/07) e di un recente parere espresso dal Consiglio di Stato, la scuola parentale può essere praticata, fino ai 16 anni con il conseguimento dei saperi e delle competenze relativi ai primi due anni di istruzione secondaria superiore.

Ma per quale motivo un genitore può preferire l’educazione parentale all’istruzione tradizionale? «A suo tempo, il sistema scolastico tradizionale aveva minato profondamente l’autostima di mio marito, non riconoscendogli i suoi molti talenti, e io volevo evitare che a mia figlia accadesse la stessa cosa» dichiara Caterina, mamma di una bimba di otto anni e homeschooler «Per questo ho preferito essere direttamente responsabile della sua crescita non solo intellettiva ma anche emotiva: una responsabilità troppo grande per delegarla a terzi».

Il suo è solo un esempio perché, di fatto, chi sceglie questo tipo di istruzione non può essere ricondotto a una categoria unitaria: c’è chi sceglie l’istruzione parentale per ragioni logistiche, chi per motivi di salute dello studente e chi per una dichiarata sfiducia nella scuola tradizionale, ritenuta colpevole di sacrificare le esigenze dei singoli a favore di un’offerta formativa preconfezionata dai programmi ministeriali.

«Quando parliamo di homeschooling non parliamo solo di istruzione ma di molto altro: è uno stile di vita che mette al centro la famiglia» afferma Sybille Kramer, artista altoatesina che per cinque anni ha vissuto l’esperienza della scuola parentale con i suoi due figli condividendone il percorso in rete dove ha fornito materiali e spunti di riflessione, tanto da diventare un punto di riferimento degli homeschoolers.

«La scuola parentale è un’occasione per migliorare la qualità dell’apprendimento perché si focalizza sui problemi e sui talenti dell’individuo rispettandone i ritmi di apprendimento, valorizzandone le capacità e gli interessi. I punti di forza dell’homeschooling sono tanti: si dà ai ragazzi la possibilità di gestire le giornate in modo libero, interessante e multidisciplinare; si garantisce la continuità didattica, svincolata dalla presenza degli insegnanti; si eliminano i fattori che possono creare stress e bloccare l’apprendimento come, ad esempio, i ritmi forzati dettati dal programma, il continuo confronto con gli altri, la restrizione del tempo libero, la presentazione di temi per i quali il ragazzo non è ancora pronto; si asseconda la naturale curiosità del bambino insegnandogli a imparare non per ottenere un buon voto, ma per il solo gusto di farlo».

E se si desidera rientrare in un percorso didattico tradizionale? «Allora lo studente dovrà sostenere un esame di idoneità che gli consenta l’accesso alla classe successiva o, nel caso non siano state raggiunte le competenze richieste, nella classe ritenuta adeguata alla preparazione ricevuta in base a un programma didattico elaborato dalla famiglia e approvato dalla Commissione».

Se la famiglia è ritenuta idonea all’assolvimento dell’obbligo scolastico, non può però rilasciare titoli di studio aventi valore legale; così, affinché lo studente possa ricevere il titolo che attesti il completamento dei ciclo di studi, questi dovrà sostenere e superare l’esame di Stato. Apparentemente tutto semplice e chiaro. In realtà attorno al tema dell’homeschooling di scatenano feroci contrapposizioni ideologiche.

Gli homeschooler accusano la scuola tradizionale di educare i bambini all’omologazione e al nozionismo, costringendoli a una socializzazione forzata tra coetanei che impedirebbe loro di imparare dall’esperienza dei più grandi. A loro volta vengono accusati di elitarismo – ci vuole molto tempo a disposizione per diventare docenti dei propri figli e non tutti possono articolare le proprie giornate attorno alla loro istruzione – e di crescere bambini incapaci di far fronte a situazioni di stress, autocentrati e chiusi al mondo.

«L’educazione parentale è carente su un aspetto fondamentale: manca il gruppo classe che ha di per se stesso un valore educativo fondamentale» dichiara Fabrizia, insegnate in una tradizionalissima scuola primaria. «Tra ragazzi che condividono lo stesso percorso si sviluppano dinamiche non riproducibili tra le mura domestiche, alchimie ed equilibri in grado di insegnare a stare al mondo. È uno spazio protetto dall’ingerenza dei genitori dove gli studenti possono incontrare incoerenze e ingiustizie ma anche solidarietà, empatia e senso di appartenenza».

Non potrei essere più d’accordo. Me ne dovrò ricordare quando anche il mio seienne tornerà a casa amareggiato (c’è sempre un momento così nella vita di un bambino che va a scuola)

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