Gramsci tradito da Togliatti, nuovi indizi per un complotto

Gramsci_TogliattiArticolo pubblicato su Il Corriere della Sera
17 luglio 2003

di Silvio Pons
docente universitario (Roma Tor Vergata)

direttore dell’Istituto «Gramsci»

Nei lunghi anni della sua prigionia, Antonio Gramsci fu ossessionato dal dubbio assillante di essere vittima non soltanto della persecuzione messa in atto dal regime fascista, ma anche della colpevole condotta assunta dai suoi compagni di partito. L’evento scatenante fu una lettera speditagli nel 1928 da Ruggiero Grieco, che enfatizzava il suo ruolo di capo dei comunisti italiani proprio nel momento in cui sarebbe stata consigliabile un’estrema cautela.

Cautela necessaria al fine di non appesantire la posizione del detenuto e di favorirne la liberazione tramite uno scambio di prigionieri nei negoziati riservati avviati tra il governo italiano e quello sovietico. Tali negoziati non ebbero allora alcuno sbocco né migliore fortuna doveva avere un secondo tentativo effettuato nel 1934. Nella sua corrispondenza dal carcere con la moglie Julia e con la cognata Tatiana Schucht (che lo assistette in Italia durante la prigionia), Gramsci tornò più volte sull’episodio, avallando l’insinuante osservazione fattagli dal giudice istruttore («onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»).

Tutto ciò è noto da tempo. Ma negli anni più recenti alcuni importanti documenti rinvenuti negli archivi russi ci rivelano che quell’atroce sospetto avvelenò Gramsci sino alla fine, che coinvolse la figura di Palmiro Togliatti e che lasciò uno strascico molto pesante dopo la sua morte avvenuta nell’aprile 1937. Le sorelle Schucht investirono caparbiamente della questione le autorità politiche dello Stato sovietico e il Comintern, probabilmente deluse dal carattere elusivo delle risposte ricevute dall’uomo che più di ogni altro era stato per Gramsci il tramite con il partito e con Togliatti, il famoso economista Piero Sraffa.

Tanta ostinazione era motivata, secondo ogni evidenza, dall’amarezza per il tragico esito della vicenda carceraria di Gramsci, ma anche dalla persuasione di avere subito qualcosa di più di un’ingiustizia, qualcosa che assomigliava molto a un odioso tradimento. Accidentalmente questa penosa vicenda umana e politica si dipanò nel clima del Grande Terrore staliniano, che di certo contribuì a renderne i contorni ancora più opachi e ambigui.

Buona parte dei documenti di cui disponiamo è costituita da note e rapporti scritti da Stella Blagoeva, la segretaria del capo del Comintern, Georgi Dimitrov. Questi testi sono intrisi di una mentalità e di una prassi di natura poliziesca, ma non per questo debbono apparire irrilevanti. Da essi apprendiamo che gli appelli delle sorelle Schucht non rimasero inascoltati e anzi dettero luogo a un’inchiesta che chiamò in causa non soltanto Grieco, ma anche Togliatti.

Già nel giugno 1938, quando Tatiana si trovava ancora in Italia, la Blagoeva informava Dimitrov delle accuse da essa mosse a Grieco. Ma dopo il ritorno di Tatiana a Mosca, probabilmente nel dicembre 1938, la questione assunse ben altro rilievo. Nel marzo 1939 la Blagoeva rispose a una richiesta di Dimitrov in merito all’«affare Gramsci-T.», sostenendo di ritenere fondate le accuse rivolte dalle Schucht all’indirizzo di Togliatti: un convincimento derivante anzitutto da una dichiarazione di Sraffa secondo la quale Gramsci nei suoi sospetti «pensava a T.» e anche dal fatto che la lettera di Grieco «non poteva essere stata scritta senza il benestare di T.».

In seguito la Blagoeva lavorò a un vero e proprio dossier a carico di Togliatti, infine redatto un anno e mezzo più tardi, nel settembre 1940: in esso gli veniva rivolta, tra le altre, l’accusa di avere tenuto una condotta non limpida sulla questione della liberazione di Gramsci.

Questo dossier aprì una nuova fase dell’«affare». Ne siamo ora a conoscenza non sulla base degli scritti della Blagoeva, ma grazie al reperimento di un documento quale la lettera che Evgenia (la maggiore delle tre sorelle) e Julia scrissero a Stalin nel dicembre 1940. La lettera, che pubblichiamo in questa pagina, non conteneva indicazioni nominative, ma la pesantezza delle accuse lascia pochi dubbi circa la determinazione delle Schucht, che ricostruivano sommariamente i loro appelli degli anni precedenti, e circa il fatto che la Blagoeva avesse sino allora riportato fedelmente le loro parole (anche se non sappiamo con quali finalità fosse stato dato loro credito).

Il punto centrale era la sottolineatura della rottura verificatasi tra Gramsci e il partito: le autrici ricordavano come egli avesse insistito per tenere contatti soltanto con i sovietici, tagliando fuori gli italiani. Il fatto stesso di riferire simili parole a Stalin in persona dava all’intera questione un peso assai più pronunciato.

Il segretario di Stalin, Poskrebysev, girò la lettera a Dimitrov e questi gli trasmise sollecitamente una decisione della segreteria del Comintern. Quest’ultima conteneva una serie di misure volte a tutelare le carte di Gramsci, come richiesto dalle Schucht, ma taceva sulla questione più delicata. Fu un modo per comporre una vicenda che rischiava di divenire assai pericolosa per Togliatti? In effetti, Dimitrov annotò prima di avere esaminato il documento alla presenza di Evgenia Schucht, Togliatti, Bianco e la Blagoeva; poi, dopo la riunione di segreteria, di avere «riparlato» con la Schucht e di ritenere che la questione fosse stata «regolata».

Non a caso, ci risulta che Togliatti prese a lavorare alacremente proprio nei mesi seguenti sugli scritti di Gramsci. Tuttavia lo strascico lasciato dalla vicenda non si era ancora esaurito. Alcuni mesi dopo, nel luglio 1941, lo stesso Dimitrov annotò nel proprio Diario di avere concordato con Dolores Ibarruri di escludere Togliatti dalle «questioni strettamente segrete» a causa della sua inaffidabilità politica, ricordando che «un segnale in questo senso» era venuto anche dalla famiglia di Gramsci. Gli storici avranno modo di discutere sul significato di questi documenti. Per il momento, ci si può limitare a due rilievi.

Quanto all’origine dell’intera vicenda, la famigerata lettera del 1928, gli interrogativi e le zone d’ombra restano invariate. Vale però la pena di notare che, a dieci anni e più di distanza, nessuno dei protagonisti avanzò l’ipotesi di manipolazioni del documento da parte della polizia fascista (avanzate invece in sede storica, a partire dal fatto che l’originale non è mai stato ritrovato): stando alla Blagoeva, Togliatti si difese invece sollevando sospetti al riguardo di alcuni dei funzionari sovietici che avevano seguito i negoziati sulla liberazione di Gramsci (nel frattempo epurati da Stalin).

Quanto all’«affare» nato dopo la morte di Gramsci, è opportuno distinguere tra le motivazioni delle Schucht e quelle di coloro che decisero l’apertura di un’inchiesta su Togliatti. E’ però evidente che esso ebbe nella disgrazia conosciuta da Togliatti dopo la Spagna un ruolo molto più centrale di quanto non ci fosse noto. Non si può escludere che fu proprio lo scoppio della guerra tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica a mettere definitivamente la sordina sull’«affare Gramsci-T.».

IL DOCUMENTO

La lettera di Evgenia e Julia Schucht a Stalin, che qui pubblichiamo, porta la data d’ingresso nella sua segreteria: l’8 dicembre 1940. E’ è conservata negli archivi del Comintern a Mosca, presso l’Archivio statale russo per la storia politico-sociale.

Compagno Stalin!

Il problema sul quale vogliamo attirare la Vostra attenzione ci preoccupa profondamente, non soltanto perché la questione riguarda la vita post mortem di una persona a noi cara, ma anche perché questa vita è stata un contributo militante alla lotta internazionale per il comunismo.

Parliamo delle opere di Antonio Gramsci. Noi abbiamo trenta quaderni da lui scritti durante la prigionia. Singoli brevi pensieri, note letterarie, saggi critici, filosofici o storici – in tutti Gramsci vi ha costantemente profuso un pensiero profondo e il cuore ardente del bolscevico.

Questi lavori sono finora sconosciuti. Ne abbiamo parlato molte volte al Komintern, ma la posizione degli italiani è stata invariabilmente la seguente: questi lavori sono di proprietà del partito comunista italiano, e nel partito comunista italiano soltanto il compagno Ercoli sarebbe in grado e saprebbe prepararli per la pubblicazione.

Quando di questo ho parlato con Nadezda Konstantinovna (la Krupskaja, moglie di Lenin, n.d.r) lei ha condannato decisamente questo punto di vista: «Quante persone lavorano su Lenin!».

Ma gli anni passano, anni che sottraggono Gramsci alla vita in un modo molto più offensivo degli undici anni che ha trascorso in prigione.

Gramsci, un uomo straordinario, rinchiuso nel cassetto di una scrivania! Gramsci che assorbe avidamente ogni pensiero, ogni movimento di massa per rendere ogni proprio pensiero e ogni proprio movimento alle masse, al fine di ampliare e rafforzare la loro unione rivoluzionaria; tutto questo racchiuso nella personalità, nella mente di un individuo, fosse pure uno dei più importanti uomini sulla terra, è un non senso, è come un vento rinchiuso in una stanza. E naturalmente soltanto un gruppo di compagni non solo del partito comunista italiano, ma possibilmente anche di altri partiti fratelli e in particolare della VKP(b) (Partito comunista dell’Unione Sovietica, n.d.r. ) saprà, senza tradire il lavoro di Gramsci, renderne tutta la vivacità, soffocata dal fatto di aver scritto in prigione.

E ora la cosa più pesante. Quello che è necessario dire solo a Voi.

I fascisti e i loro lacchè, i trockisti di tutte le specie, odiavano ferocemente Antonio Gramsci. Ed ecco che quasi subito dopo l’arresto egli iniziò a percepire l’esistenza di una mano che lo seguiva costantemente, la mano di un traditore. Quei fatti che lo hanno costretto a pensare così io posso raccontarveli o scrivervene quando mi permetterete di farlo. In parte di questo era a conoscenza l’NKVD (ministero degli Affari interni, n.d.r.). In seguito ho scritto su questo alla segreteria della VKP(b) a Ezov e da lì è stata inviata una lettera al Komintern, dove a lungo hanno discusso con me e, come mi è stato detto, hanno ricevuto una pesante impressione. Da quale fonte questi sospetti siano arrivati fino a uno degli italiani sospettati non lo so, ma che siano arrivati è anche un fatto.

Fino a che punto Gramsci sospettasse che il tradimento fosse profondo lo dice il fatto che nel corso degli undici anni della sua prigionia, ogni volta che egli sollevava il problema dei tentativi per salvarlo, invariabilmente ci dava l’indicazione di rivolgersi alla VKP(b) in modo che nessuno degli italiani fosse a conoscenza di quello che si sarebbe intrapreso, altrimenti riteneva che tutto si sarebbe perso.

Questo non siamo riusciti a farlo e forse per questo Gramsci è morto.

Gramsci poteva sbagliarsi sui nomi, ma se soltanto questo verrà stabilito dal Komintern (ma è anche possibile che ciò non venga stabilito) non sarà abbastanza: se hanno ucciso Gramsci, è stato al fine di uccidere la causa del comunismo, e finché questo non trionferà su tutta la terra bisogna conoscere i propri nemici e combatterli. E in questa lotta può ancora prendere parte Gramsci.

Vi prego di darci la possibilità di raccontarvi la storia della prigionia di Gramsci.

E inoltre nostra sorella è riuscita, dopo la morte di Gramsci, a fare un calco del suo volto e delle sue mani. I primi calchi in gesso sono meravigliosi. Vorremmo chiedere l’onore di conservarli nel Museo Lenin. Per quanto riguarda i libri riportati da nostra sorella, da lei forniti a Gramsci in prigione, chiediamo il permesso di conservarli presso la famiglia, ad eccezione di alcuni libri rari e particolarmente preziosi sulle questioni sociali che vorremmo lasciare al Komintern.

Questi libri i figli di Gramsci, quando saranno cresciuti, potranno leggerli nelle biblioteche. Noi non ci siamo decise a chiedere la biblioteca di Gramsci, raccolta da lui durante il periodo di libertà, e il suo ricchissimo archivio rivoluzionario. Ma il partito comunista italiano ritiene che questa biblioteca (40 casse), e questo irripetibile archivio siano andati perduti. I libri del carcere pensiamo di chiederli per i suoi figli e perché siano conservati dai suoi figli.

Per finire desidero riferirVi le parole del nostro figlio maggiore Delio: «Nostro padre lo conoscono solo come vittima del fascismo, ma egli può fare ancora così tanto come combattente!».

Con amore

E. Schucht, Ju. Schucht

L’autore

L’autore di questo articolo, Silvio Pons, insegna Storia dell’Europa orientale all’università di Roma Tor Vergata ed è da quattro anni direttore dell’Istituto Gramsci. Il suo saggio più importante è «Stalin e la guerra inevitabile», pubblicato da Einaudi nel 1995 e tradotto in inglese dall’editore Frank Cass di Londra.

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