Ma Roma sapeva

L’Italia Settimanale
del 24 marzo 1993

Negli archivi del Ministero della Difesa ci sono le prove che lo Stato italiano era a conoscenza delle stragi effettuate dalle bande titine. Ecco alcuni dei documenti segreti

di Gabriella Fortuna

Ivan Matita, i fratelli Stemberha, Gioacchino Rakovak, il gobbo Ivan Collich, “terrore di Barbana”. ma anche Negri, Sfeci, Vorano, Sestan, Amoroso, Premate; italiani prestati dai comunisti alle orde titine, partigiani esaltati dall’orgia rossa di sangue e di bandiera che trucidavano i loro connazionali d’Istria, colpevoli di azzardare orgoglio per le proprie italiche radici. Non è vero che Roma è rimasta all’oscuro, lungo mezzo secolo di agghiacciante ignavia, dei crimini slavocomunisti lungo il confine orientale.

Né che l’Italia nulla sapeva delle bande titoiste che godevano di stupri e violenze animali sull’orlo delle foibe, in un fracasso di mitra e sadiche risate, esplosioni e diktat, scheletri accartocciati sotto il getto continuo di sempre nuovi cadaveri e urla straziate echeggianti nell’abisso, «le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione:prolungavano l’atroce agonia con il sollievo dell’acqua stillante», scriveva monsignor Luigi Parentin.

Non è vero che l’accesso a notizie certe sui 12 mila deportati gettati nei pozzi dell’atrocità slava è stato precluso allo Stato italiano «da quella pseudocultura egemonizzante di stampo veterocomunista che per 50 anni ci ha parlato di libertà rendendoci invece schiavi del suo pensiero», come l’ex Presidente della repubblica Francesco Cossiga ha ripetuto un anno fa inginocchiandosi davanti alla foiba di Basovizza e chiedendo «a quegli innocenti perdono per il nostro disinteresse». Non è vero perché negli archivi di quello Stato prigioniero – secondo Cossiga – del “Verbo” degli Occhetto e Garavini, invece, c’è tutto.

Relazioni raccolte dal Sifar (oggi, Sisde) nella deposizione resa loro dal maresciallo Harzarich, il comandante dei Vigili del fuoco di Pola che si distinse «nell’opera pietosa del recupero delle salme – come ricorda Padre Flaminio Rocchi ne L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati – nel maggio ’45 gli jugoslavi posero una grossa taglia sulla testa di questo eccezionale testimone e saccheggiarono la sua casa».

Allegati informativi redatti dagli stessi ufficiali dei Servizi Segreti, custoditi presso il Ministero della Difesa tra i fascicoli vincolati da segretezza assoluta e, oggi, consegnati in esclusiva a L’Italia Settimanale da Marco Prina, Presidente del centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur” di Pordenone. Elenchi nominativi del «personale di Pubblica Sicurezza già in servizio nei territori della Venezia Giulia, infoibato ed ucciso da elementi partigiani slavo-comunisti» redatti su carta intestata del Ministero dell’Interno,  testimonianze di stragisti “pentiti” quali il sottotenente I.I.G. della “XI Brigata Dalmantiska”, che il 14 agosto ’53 sterminò «30-40 mila prigionieri, come hanno dichiarato dagli stessi assassini durante il ballo organizzato in loro onore dopo le stragi e prima della loro partenza per Bled in turno di riposo».

E questi sono soltanto alcuni dei documenti raccolti dal dottor Marco Pirica, che proprio in questi giorni sta consegnando alle librerie di tutta Italia il risultato di un biennio di ricerche e fatiche, nel suo oscillare tra archivi troppo protetti e telefonate cariche d’intimidazioni in cui l’anonimato è ormai la sterile consuetudine di chi si conosce impegnato a trafugare le tracce del proprio passato.

Si chiama Adria Storia il volume che pirica, assieme alla moglie, Annamaria D’Antonio, fa seguire ad Adriatisches Kusterland arricchendo la storia giuliana di testi e personaggi finora garantiti all’archivio segreto di fatto e misfatti a tinte rosse lungo il confine orientale.

Come le relazioni del maresciallo Harzarich di Pola, consegnato ai Servizi italiani seguendo un incalzante ordine cronologico che inizia dal recupero dei massacri decisi da Stamberga presso la foiba “dei colombi” (Vines, 16 ottobre 1943) e prosegue – in una minuziosa descrizione di personale e attrezzature impiegati, tempi e luoghi, nomi di martiri, carnefici e testimoni – attraverso la cava di bauxite di Gallignana, la foiba di Terli, quella di San Domenica di Visinada, Gimino, Surani, Creoli, Canizza d’Arsia, Albona, Vescovado a Susnici, Semi; per giungere a quelle che, fino al ’45, non era stato possibile esplorare.

Un succedersi di referti tecnici e scientifici che spiegano gli allegati informativi alla relazione redatti dagli ufficiali del Sifar e conservati nell’archivio del centro Studi “Silentes Loquimur”: oltre che, naturalmente, nelle segrete stanze dell’Archivio di Stato. Si scopre così che i responsabili dell’italico genocidio nell’olocausto adriatico costituivano «una folla di dirigenti politici improvvisati, di commissari di polizia, di ufficiali di nuova nomina, tutti croati, tutti oscuri e ignoranti, moltio pregiudicati per reati comuni».

Tra questi “il gobbo di Barbana”, Ivan Collich e il “boia di Pisino” Ivan Matita, che si faceva chiamare “Drugh Tito” – “secondo Tito” – e che proprio da Tito venne fatto processare assieme a Collich per eccesso di livore nell’esecuzione delle stragi. E di livore ed orrore trasuda ogni pagina di quei ricordi, ogni spigolo abbandonato di un’Istria sempre più lontana dall’Istria italiana.

Un’Istria invasa si boia e slavi dove «oscuri rancori personali si mescolano a vendette politiche» e «ogni pretesto è buono per arrestare e massacrare». Come a Vines, dove viene estratto dalla foiba il corpo straziato di Maria Battelli, l’ostetrica di Albona trucidata per l’assistenza prestata «ad un parto di donna slava che ebbe il bambino morto». O come ad Orsera, dove Umberto Patelli stava per essere rilasciato, ma «uno dei miliziani rossi ricorda che vent’anni prima, il Patelli ha dato un ceffone a un suo amico»: e tanto basta a motivarne l’infoibamento.

Anche perché, tra i «capoccia partigiani esaltati da una selvaggia furia sanguinaria, regna il caos: tutti comandano, tutti si autonominano ufficiali e il contadino istriano obbedisce, sgomento e timoroso di ciò che avverrà». Così, ad Albona «ogni sera un’autocorriera si reca alle carceri; il paese è buio e deserto; il terrore tiene tappati in casa i cittadini; un gobbo regge una lanterna e ogni notte, per scherno, canta in croato le litanie dei morti».

Ad Antignana «la Corte esamina anche le donne ree di “italianità” e, qualunque sia la sentenza, esse vengono fatte passare in una stanza attigua dove la gioventù del loco ha predisposto un letto e a turno usa loro violenza». Si dà per il caso che la signorina Orlich, che viene giudicata «troppo vecchia per i loro gusti e si accontentano di malmenarla».

A Visinada, in compenso, Norma Cossetto, «una splendida ragazza di 24 anni – come l’ha raccontata per primo Padre Rocchi – , fissata ad un tavolo con alcune corde, è stata violentata da 17 aguzzini ubriachi ed esaltati e quindi gettata nuda nella foiba poco distante». Negli allegati del Sifar alla testimonianza di Harzarich si riferisce anche di comuniste italiane «che si uniscono ai partigiani, ma sono femmine esaltate dall’orgia di sangue».

A Fianona, «donnacce entrano nei locali dove sono gli arrestati e sbattono loro sul viso dei pannolini sporchi». Ad Arsia partecipa all’eccidio dei suoi concittadini «Maria Capelli Cadenzi, di sedici anni, tubercolotica». A Gimino Norma Poldrugo, una volta arrestata, «denuncia come autore di stragi il suo stesso marito».

D’altra parte, già l’ex sindaco di Trieste Manlio Cecovini – giurista, scrittore e leader della Lista del Melone – aveva delineato i tratti delle femmine slave nel suo A quarant’anni dall’esodo: «le donne allettavano i nostri soldati all’amore e poi li eviravano, o li portavano all’imboscata». Oggi,tra le pagine di Adria Storia, scorrono le prove della malafede di un Governo italiano impegnato da mezzo secolo a cavalcare la propria “Resistenza”: alla storia, alla verità, all’onestà.

Ivan Il boia di Pisino

Se Nidia Cernecca e Leo Marzini non avessero trasferito in un esposto al tribunale di Trieste la loro rabbia di esuli il nome di Ivan Matika – e le relazioni che ne fecero i Servizi Segreti – sarebbe stato archiviato tra i segreti servigi resi dai compromissori Governi di “casa nostra” alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Eppure, a sfogliare i documenti del Sifar recuperati dal Presidente del Centro Studi “Silentes Loquimur” di Pordenone Marco Prina – e ora consegnati in esclusiva a L’Italia Settimanale -, il “boia di Pisino” che dal Castello dei Montecuccoli distribuiva terrore e morte agli istriani “rei” di italianità appare un tormento familiare a ogni pagina di ricordi nell’enciclopedia degli orrori.

«A Pisino», dove «funziona una specie di tribunale del Popolo presieduto dal Matika» – si legge negli allegati aggiuntivi alla testimonianza del maresciallo Harzarich di Pola – «i prigionieri vengono massacrati sull’orlo delle cave di bauxite e sepolti sotto poca terra»: un sistema rapido ma, «secondo i partigiani», imperfetto «poiché in questo modo il riconoscimento dei cadaveri sarà facile». Ecco dunque il rimedio: «essi vengono assassinati completamente nudi in modo che gli indumenti non agevolino, quando la carne sarà putrefatta, l’identificazione». Così, “per comodità”, «le vittime vengono fatte partire già pronte (cioè svestite) da Pisino», in marcia di umiliazione a tappe forzate per ore intere.

«Una domenica mattinaparte dal cupo castello un gruppo di 63 prigionieri»: scortati «solo da una decina di partigiani», ma «legati a due a due con il solito filo di ferro». la tentazione è forte: «meglio morire ribellandosi che essere macellati come bestie». E il più giovane dei morituri, «Giuliano Gelleni, di 17 anni, da Gimino» sussurra al padre, anch’egli prigioniero: «Fuggiamo». Tentano. «I guardiani sparano qualche raffica di mitra, ma non li inseguono». Giuliano, colpito da una pallottola sotto la spalla sinistra, «perde di vista il padre nelle macchie e si ferma a riposare in una valletta». Avvistato da alcuni pastori che «vanno a informare i partigiani», viene raggiunto. Non dai miliziani, ma dai loro cani. Che, «invece di dar l’allarme si fermano a leccare il sangue che sgorga dalle ferite. I partigiani bestemmiano e tornano indietro».

Casi come quelli di Giuliano Gelleni, comunque, si contano sulle dita di una mano. «La regola è che si muoia». «Misurare quanto enorme fosse la barbarie che costò la vita a centinaia dei nostri è difficile. Può darne un’idea il fatto che in molte foibe venne rinvenuta, al di sopra dei mucchi di cadaveri, la carogna di un cane nero; omaggio a una vecchia superstizione, che vuole che le anime dei morti insepolti vaghino la notte per le campagne lagnandosi e chiedendo sepoltura: il cane nero fa la guardia nella foiba e impedisce loro di uscire»

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