L’Unicef si gioca in Borsa gli aiuti per i bimbi

LaVerità Domenica 7 gennaio 2018

Più che ai minori, l’organizzazione dell‘Orni dedicata ad assistere l’infanzia pensa ai conti. Ha la bellezza di 12 milioni di euro liquidi, titoli per altri 6,5 e immobili per 12. Il tutto su una raccolta fondi di 60 milioni, dei quali 25 (il 40%) spesi per mantenersi

 di Fabio Pavesi

La vostra donazione, che sia di un solo euro, o anche molto più consistente, finirà certamente per aiutare qualche bambino in difficoltà nel mondo intero, ma finisce di sicuro anche per ingrassare (e bene) i conti dell’Unicef, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata all’infanzia trascurata.

Che siano i volontari in giro per le città a chiedervi l’obolo quotidiano o che provvediate direttamente, quel vostro contributo finirà in più di un rivolo e non necessariamente a sfamare o istruire ragazzini sfortunati. Certo è naturale, direte. Non vi stupirete più di tanto. Ogni organizzazione anche quelle non profit e umanitarie devono pur mantenersi in vita per svolgere il loro compito. Ci sono costi anche nel raccogliere il denaro. Persone da pagare. Affitti e strutture che presentano il conto ogni mese.

Ma c’è un ma. Ed è tutto nelle proporzioni. Spropositate quelle che si leggono nei bilanci di Unicef Italia, il comitato che opera nel nostro Paese. Nessuno si aspetta che chiuda in perdita, ma neanche che accumuli denaro su denaro (il vostro) e che questo cresca e si moltiplichi nelle casse dell’ente. E proprio questo che in realtà accade. Vediamolo.

Nel 2016, ultimo bilancio disponibile, Unicef Italia si è ritrovata tra cassa e conti correnti con la bellezza di 12 milioni. Liquidi. Una bella riserva e non che spunti dal nulla. A fine del 2015 la liquidità presente nelle casse dell’istituto era di 13,7 milioni. A inizio del 2015 il denaro contante e sonante rimasto in pancia all’Unicef italiana era ancora più consistente: 15 milioni. Tanti, pochi?

Per dare un’idea, nel 2016, la branch italiana dell’Onui per l’infanzia ha raccolto fondi per un totale di 60 milioni di euro. Come il fatturato di una media azienda, perché letta con gli occhiali del ragioniere così appare l’Unicef. Una solida media azienda italiana. Che con i suoi 141 dipendenti sparsi per l’Italia non chiude mai in perdita, non ha debiti e aumenta, chiamiamolo così, il suo giro d’affari di un buon 10% l’anno. Nel 2015 infatti i proventi delle donazioni si erano fermati a «soli» 54 milioni. Grande lavoro della struttura evidentemente, che non solo conta su 141 dipendenti assunti, ma ha un indotto di 4.800 volontari e un bacino (si racconta sul sito di Unicef) di 313.000 donatori, di cui 130.000 regolari.

Un’industria della beneficenza che ben raccoglie. Peccato che non sia così efficiente sui costi. Per raccogliere quei 60 milioni (solo nel 2016) ne ha spesi ben 25. Cinque milioni in più del 2015 quando i costi si fermarono a 20 milioni su 55 milioni di donazioni. Il 40% quindi della vostra solidarietà ai bambini sfortunati del mondo si ferma in Italia. Serve a consentire la raccolta. Come? Sei milioni vanno in stipendi per i dipendenti; 7 milioni in servizi per la raccolta dei fondi. E poi ci sono i 4 milioni per la promozione dell’attività; il resto tra spese postali, affitti, comunicazione.

Di quei 60 milioni solo 35 milioni prendono la strada di Ginevra, sede dell’Unicef internazionale dato che da lì (chissà come e in che modo, e con soprattutto con quali risultati?) finanziano i sostegni in giro per il mondo. Ma quel che sorprende per un ente benefico è la sua attività chiamiamola bancaria. Già proprio così: Unicef Italia trova anche il tempo di investire la sua liquidità. Un po’ di rendimento finanziario non guasta a nessuno, neppure ai benefattori mondiali dei bambini disagiati.

Nel 2016 Unicef Italia aveva un bel portafoglio di 6,5 milioni investito in fondi, azioni, titoli. Di tutto di più: dal fondo Azimut per 2,5 milioni; al fondo Aviva easy way per 1 milione; ai 500.000 di una gestione patrimoniale di Pramerica; alle obbligazioni a tasso variabile di UniCredit; o a quelle del Banco Popolare fino al fondo Global equity in dollari di Pioneer. Davvero un ricco giardinetto di fondi e titoli tanto per non lasciare sul conto corrente quei milioni. Ce lo si aspetta dalla tesoreria di un’azienda, non da un ente non profit, da una Ong. Non solo, ma l’accumulo di liquidità è finito per 12 milioni investito in immobili.

Più che un’organizzazione senza scopo di lucro, quasi una finanziaria. Con denaro in cassa per 12 milioni; titoli, fondi, azioni per altri 6,5 milioni e immobili per 12 milioni. Forse i bambini del mondo, (pagati giustamente gli stipendi del personale e i costi diretti per raccogliere le donazioni) potrebbero avere di più dall’Unicef. Non ci si aspet­ta che si chiuda il bilancio in perdita, ma neppure con i soldi vostri investiti in titoli e immobili. Che restano in pancia al Comitato italiano dell’Unicef.

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Gli utili da fiaba degli altri colossi della generosità

Sono molto attive in campo finanziario anche Save the children e Action aid

Sarà anche benefica l’azione delle Ong e spesso arriva laddove gli Stati latitano, ma l’industria della beneficenza è anche un business. Poco controllato. Opaco nei dati contabili. Arrivano i soldi dalle persone che vogliono dare una mano, un contributo gratuito e pochi sanno però dove realmente finiscono e se finiscono per lo scopo prefisso.

Perplessità su rendicontazione e flussi di denaro che erano già in passato state rilevate. Senza rievocare le recenti polemiche sul ruolo di alcune Ong nella tratta lucrosa dei migranti via mare, basti ricordare la sonora bacchettata della Corte dei conti, risalente ormai al 2012, sui contributi alle Ong. La corte contabile rilevò «una serie complessa di di­sfunzioni nella gestione dei così detti progetti promossi». E ancora scrivevano i magistrati contabili: «Non è più procrastinabile l’introduzione nell’ordinamento normativo della previsione di una procedura concorsuale di selezione dei progetti da sovvenzionare, sul modello delle procedure selettive attivate da Europe aid».

Più di un terzo delle iniziative passate al vaglio della Corte dei conti presentava forti criticità: progetti fermi o in ritardo da anni, infrastrutture realizzate su terreni di terzi o inesistenti, rendiconti e pezze indisponibili, fondi fermi in Italia da mesi, responsabili di progetto fantasma e irregolarità di ogni tipo nel rendiconto delle spese. Si dirà: è il passato, qualcosa sarà cambiato nel frattempo. Certo oggi si possono consultare i bilanci delle organizzazioni, ma come mostrato nel caso di Unicef proprio lo scandaglio dei rendiconti getta ancora una volta un’ombra. Perché pagati i legittimi costi (forse un po’ elevati come nel caso Unicef, che per ottenere 100 euro spende ben 40 euro solo di costi fissi) i soldi raccolti non vengono tutti destinati alla beneficenza. Sono o non sono organizzazioni senza lucro? Dovrebbero chiudere i bilanci in pareggio, non con abbondanti riserve di cassa tanto da mettersi pure a investire in finanza.

Unicef è il caso più eclatante con quei milioni investiti in fondi, polizze e titoli, ma non è il solo. Altra grande nome dell’assistenza all’infanzia è Save the children. Ebbene la filiale italiana del colosso globale della carità viaggia come un treno. Cento milioni raccolti nel 2016, di cui 16 milioni dalle aziende e 7,5 dall’Unione Europea con un balzo della raccolta del 25% in più sul 2015. Bravi, virtuosi (o meglio virtuosi i donatori).

Ma perché Save the children Italia ha in pancia 5,8 milioni di titoli finanziari? Poco più di 2 milioni sono Btp, ma ecco spuntare 3 milioni in Etf. Per chi non lo sapesse sono fondi che replicano gli indici sia di Borsa che delle obbligazioni. Come se non bastassero a far dormire sonni tranquilli, ai manager della Ong, i 7,7 milioni di euro di cassa liquida su conti correnti bancari. Quella cassa sostanziosa c’era anche l’anno prima. E se si somma cassa e titoli finanziari fanno 13 milioni su un attivo di bilancio totale di 34 milioni.

Quasi un terzo del bilancio annuale di Save the children sta lì nella cassetta di sicurezza dei loro uffici. Altro che denaro che va per il mondo ad aiutare i bimbi. Del resto, la pratica di accumulare risorse è storica. Il patrimonio netto (che è la somma degli utili prodotti nel tempo) è passato da 3,4 milioni del 2011 a 5,5 milioni del 2016. Quasi raddoppiato. Ha un senso per un’organizzazio­ne dedita alla carità?

Anche Action aid, altro nome blasonato dell’aiuto umanitario, naviga in ottime acque (per sé). Raccoglie poco meno di 50 milioni. Di questi, il 28% sono costi e il resto va in soccorso. Ma pure Action aid fa i suoi buoni utili tanto da avere a fine 2016 un patrimonio netto di 6,6 milioni figlio, come scrivono, dei «risultati di gestione degli esercizi precedenti». E c’è anche in questo caso il fieno in cascina: oltre 10 milioni di liquidità nelle casse. Non sono soldi di Action aid ma dei donatori che vorrebbero fossero spesi tutti per fare del bene. Non per restare parcheggiati nelle casse di quella che appare essere più industria della carità che un ente benefico.

F.P.

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