Quando morire era un privilegio

prigioniero_TitoIl Giornale, 7 marzo 1995

Morire era un privilegio. I campi di concentramento degli jugoslavi in Bosnia e Serbia erano fabbriche di orrori. Migliaia di italiani, militari e civili, uccisi a guerra finita. Non c’è aggettivo per definire le atrocità. Bastano le testimonianze dei militari, di cui il Giornale è venuto in possesso, per farsi un’idea.

Il sottocapo meccanico della Marina Federico Vincenti, già internato nell’isola di Lissa, scrive: «Dal 10 al 20 dicembre ’43 si calcola siano stati fucilati circa 1800 militari i cui cadaveri sono stati buttati in mare. Le esecuzioni in massa avvengono a Bisevo. Soldati, che quasi completamente nudi mostrano stanchezza vengono fatti oggetto di rappresaglie da parte delle sentinelle che sparano loro addosso colpendoli alle gambe».

Liberati dall’esercito russo dai campi di sterminio nazisti, gli italiani venivano bloccati dagli slavi. E ridotti come schiavi. Ecco il racconto di Pio Banzi, reduce dal campo di Pozarevac: «Abbiamo visto prigionieri italiani, liberati dai russi e avviati verso l’Italia, esser presi dai partigiani e spogliati di tutto quanto potevano aver dietro o addosso. Li battevano a sangue perchè firmassero dichiarazioni attestanti che erano stati catturati insieme ai tedeschi con le armi in pugno, il che equivaleva a farsi ammazzare prima o poi; indi li avviavano in boscaglie completamente nudi e sanguinanti…». .

Vita da campo Lo studente universitario Amerigo Iannuccelli ha ricordato che nel campo di Novi Sad, i partigiani di Tito costringevano gli italiani a massacranti turni di lavoro accompagnati «da pochissimo vitto e da molte bastonate». «Nelle ore di riposo ci conducevano per la città — ha aggiunto — mentre la popolazione e, specialmente le donne, ci colpivano con sassate… ». Il soldato Federico Fissore ha ricordato che due militari della Finanza vennero gambizzati per aver sorseggiato dell’acqua. Non solo: «Gli aguzzini simularono un pronto intervento e condottili dietro un muro li fucilarono… ».

La maggior parte degli italiani «liberati» dagli jugoslavi veniva costretto a lavorare per 18 ore al giorno nelle miniere. In una relazione si legge: «Si tratta di un lavoro pesantissimo a 1000 metri sotto terra con pala e piccone, con i piedi nell’acqua, senza scarpe e con un solo straccio per coprire le vergogne. Del vitto non ne parliamo… ». Chi moriva, almeno 10 al giorno solo per le malattie, veniva buttato in fosse comuni.

L’inferno di Borovnica. «Là dove la crudeltà e le violenze hanno assunto le forme di espressione più raffinate e più macabre è stato nel campo di Borovnica. Le numerose deposizioni che esistono al riguardo sono tutte concordi nell’offrire un quadro raccapricciante di sevizie e di maltrattamenti senza fine inflitti ai prigionieri italiani», si sottolinea nel rapporto.

«Un giorno fui avvicinato da un partigiano — ha raccontato il maresciallo Antonio Pugliese — che chiese a me e a un mio compagno professione e luogo di nascita. Avendogli fornito dette notizie, egli mi obbligava a schiaffeggiare il mio compagno e a lui di fare altrettanto con me e ciò si produsse per un quarto d’ora… ».

A Borovnica «le bastonature e le sospensioni a un palo mediante filo spinato erano all’ordine del giorno, per chi cercava di procurarsi un po’ di cibo… ». Il carabinieri Damiano Scocca ha dichiarato: «Dai partigiani venivamo tratti come bestie e specialmente i giovanissimi, ragazzi di 13-14 anni, non ci lesinavano percosse e schiaffi. Un prigioniero, che si era avvicinato alla marmitta per prendere ancora un po’ di brodaglia, veniva ucciso con una scarica di mitra… ».

«Un certo Raso — dichiara il militare Giacomo Ungaro — per aver mandato fuori un biglietto nel quale pregava la moglie di non consegnare più pacchi al comando sloveno (perchè tutto veniva portato via) fu torturato per un intera nottata, costretto poi a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli bruciacchiarono il viso e il petto, talché aveva tutto il.corpo bluastro.

Sigari accesi gli furono messi in bocca ed egli fu costretto ad ingoiarli». Ed ecco, infine, un episodio agghiacciante: «Il 15 maggio 1945, due italiani lombardi per essersi allontanati circa 200 metri dal campo, furono richiamati e subito martirizzati col seguente sistema: presi i due e, avvicinato gomito a gomito, li legarono con un filo di ferro fissato per i lobi delle o-recchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo di averli in questo senso assicurati, li caricavano di calci e pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse a pagare il fallo, furono adoperati quali bersagli per allenare il comandante e le drugarize che colpirono i due con molti colpi di pistola…».

g.mu.

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