L’importanza delle prossime elezioni europee (2)

Centro Studi Rosario Livatino 6 Ottobre 2023

Sovranità o sovranismo fra nuova e vecchia Europa, nella prospettiva della riforma delle regole fiscali che disciplinano le attribuzioni dei Paesi membri rispetto alla competenza delle istituzioni comunitarie, in vista  della prossima scadenza (giugno 2024) per il rinnovo del Parlamento europeo.

di Renato Veneruso

Approfondiamo le riflessioni già iniziate, profittando dell’angolo di prospettiva, già dichiaratamente privilegiato, delle opinioni dell’ex Presidente del Consiglio italiano, già Presidente della BCE –Banca Centrale Europea-, neonominato consulente della attuale Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, per il rilancio della futura competitività in ambito europeo, Mario Draghi.

In un articolo pubblicato su The Economist ed, in Italia, su La Stampa di Torino del 7 settembre scorso, l’autorevole esponente politico insiste nelle tesi già anticipate la scorsa estate sulla necessità di un adeguamento della capacità di risposta della UE – Unione Europea alle molteplici crisi mondiali che le pongono sfide ineludibili, allo scopo di mantenere –ed anzi ampliare- la sua soggettività quale attore non secondario sullo scacchiere geopolitico internazionale.

Secondo il banchiere imprestato alla politica, occorre una maggiore sovranità condivisa, un rafforzamento del centro che consenta un più efficace allargamento anche ai Paesi che hanno fatto richiesta di entrare nell’Unione.

In un’intervista, sempre a La Stampa del giorno dopo, Romano Prodi, anch’egli ex Presidente del Consiglio di governi a guida PD nei primi anni 2000, precedentemente Presidente della Commissione UE, cui si deve anche l’introduzione dell’euro in Italia sin dalla sua creazione, plaude alle proposte di Draghi: “Le tesi di Draghi sono le fondamentali tesi di sopravvivenza dell’Europa … bisogna presto, presto, presto arrivare a una riforma sostanziale del modo di procedere nell’UE. E su alcuni temi fondamentali, come sicurezza e politica estera, lavorare con la maggioranza qualificata”.

Cerchiamo, allora, di capire quali sono le proposte di riforma strutturale in discussione secondo tale prospettiva.

Il primo profilo che merita di essere sottolineato è che, aldilà e prima ancora che il merito delle riforme, ciò che dovrebbe preoccupare è l’opacità del dibattito pubblico ed addirittura la confessata pretesa, con la giustificazione della impossibilità –altrimenti- di sottrarsi alle sfide delle crisi incombenti o già attuali a pena di sopravvivenza dell’organismo sovrastatuale europeo, di pervenire ad un assetto professatamente di tipo federale senza modificare i trattati istitutivi dell’Unione, con particolare riferimento ai princìpi fondanti di attribuzione e di sussidiarietà, che disciplinano il rapporto fra gli Stati membri e gli organi dell’Unione.

Sembra, infatti, di intendere che, oltre alle pressioni che, attraverso la giurisprudenza della Corte del Lussemburgo in materia di rispetto dello ‘stato di diritto’ ed alle conseguenziali condizionalità economiche, vengono imposte agli Stati riottosi alla introduzione nei propri ordinamenti costituzionali domestici dei cd. ‘nuovi diritti’, si voglia francamente pervenire ad uno scardinamento dell’attuale equilibrio di poteri fra i singoli Paesi e le istituzioni comunitarie, nel senso di garantire a queste ultime, in nome di una loro maggiore efficienza ed efficacia di intervento, una libertà di intervento ed un sostanziale predominio di poteri rispetto all’attuale possibile veto dei singoli Stati ed al mantenimento in capo a questi della esclusività su determinate materie, come il potere impositivo.

Ed è proprio la leva fiscale a dovere svolgere, nella prospettazione draghiana e dei suoi sostenitori, la funzione di grimaldello per aprire lo scrigno dei Trattati, senza –se del caso- formalmente attingerli.

Alla domanda retorica “un’unione monetaria può sopravvivere senza un’unione fiscale?”, Draghi risponde che “le prospettive di un’unione fiscale nella zona euro stanno migliorando perché la natura dell’integrazione fiscale necessaria sta cambiando … l’Europa non sta più affrontando crisi provocate da politiche inadeguate in determinati Paesi. Al contrario, deve confrontarsi con shock comuni esterni … troppo grandi perché un Paese riesca a gestirli da solo. Di conseguenza, c’è meno opposizione ad affrontarli attraverso un’azione comune. La risposta dell’Europa alla pandemia è stata la presa d’atto di questa nuova realtà: è stato istituito un fondo di 750 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri dell’UE per affrontare la transizione verde e la transizione digitale…”.

Orbene, a parte che è frutto di scelte politiche interne all’Unione se investire risorse nella transizione verde e digitale, le cui agende non sono certo necessitate quasi fossero eventi di natura o comunque imposti da una volontà esterna agli organi della UE, quel che rileva, ai fini del ragionamento su cui siamo calati, è la dicotomia delle soluzioni: o “allentare le normative sugli aiuti di Stato, permettendo agli Stati membri di assumersi il pieno carico degli investimenti necessari”, con l’effetto che l’ammorbidimento del patto di stabilità o addirittura il superamento del ‘fiscal compact’, apparentemente auspicabile dai Paesi con maggiore debito, implicherebbe una loro finale inferiore capacità di ottenere credito sui mercati internazionali, con dinamiche di possibile avvitamento dei conti pubblici in una logica di definitivo default; ovvero, “ridefinire il quadro fiscale dell’UE e il processo decisionale per renderli adeguati alle nostre sfide condivise (…) soltanto trasferendo maggiori poteri di spesa al centro sono possibili regole più automatiche per gli stati membri. A grandi linee, è quanto accade in America , dove accanto a un governo federale potenziato si applicano regole fiscali inflessibili ai vari stati, ai quali è vietato in maniera categorica fare deficit. Le regole del pareggio di bilancio sono accettabili proprio perchè a livello federale ci si fa carico del grosso della spesa discrezionale ”.

Ora, senza sottolineare che l’ampliamento della leva fiscale a livello federale ha determinato un deficit dei conti pubblici senza precedenti nella storia USA, quel che più conta è il parallelo che ne viene fatto del rapporto fra i singoli Stati e Washington, ciò che fa dire a Draghi, a conclusione del suo excursus, che “Riforme di questo tipo implicherebbero di mettere in comune più sovranità, e di conseguenza richiederebbero nuove forme di rappresentanza e un processo decisionale centralizzato … Una capacità decisionale più centralizzata richiederà, a sua volta, il consenso dei cittadini europei sotto forma di revisione dei trattati dell’UE, cosa che i policymaker europei si sono astenuti dal fare dai tempi dei referendum falliti in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005…”.

Tale condivisibile auspicio si scontra però con l’approccio in virtù del quale il tuttora membro del direttivo della BCE ed ormai prossimo nuovo governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, in un recente convegno a Francoforte ha invocato: “«dobbiamo garantire che la politica di bilancio dell’Eurozona non sia semplicemente un risultato incidentale delle politiche fiscali nazionali. Dovrebbe invece essere raggiunto attraverso un efficace coordinamento delle politiche fiscali degli stati membri sotto la guida della Commissione europea e con un ruolo rafforzato per il comitato europeo per le finanze pubbliche (European fiscal board) durante la fase di valutazione»”, essendo appena il caso di sottolineare che l’European Fiscal Board è organo tecnico della BCE, politicamente del tutto irresponsabile!

Ed allora, poiché gli europei non si farebbero convinti di tali riforme, facciamo le riforme senza di loro, così come, illo tempore e mutatis mutandis, fu fatta l’Italia salvo poi dover fare gli italiani?

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