Le élite snobbano il consenso popolare. I rischi per la democrazia

quando le élite snobbano il consenso popolare c'è rischi per la democraziaAbstract: le élite snobbano il consenso popolare. I rischi per la democrazia in una intervista a Roberto Persico, uno degli storici più competenti e più avveduti che abbiamo, e se si vuole capire qualcosa della nostra Italia è utile rivolgersi alla sua vasta e dettagliata cultura, ai suoi giudizi ficcanti, al suo sguardo impegnato con il nostro tempo e che al tempo stesso sa rimanere super partes: dote rara.

Il Sussidiario.net 6 Giugno 2024

DEMOCRAZIA FRAGILE/ “Élite contro masse, è una guerra civile fredda:

solo Erasmo può salvarci”

Social imperanti e assenza dei corpi intermedi: le élite cercano di fare a meno del consenso popolare. I rischi per la democrazia e la lezione di Erasmo.

Carlo Dignola intervista. Roberto Pertici

Dino Cofrancesco dice che “in un paese come il nostro, in cui le nuove generazioni di storici sembrano quasi tutte espressioni del pensiero egemone e massmediatico, Roberto Pertici, già docente di storia contemporanea all’Università di Bergamo, è uno di quegli studiosi ‘laici’ – nel senso ristretto di allergico a qualsiasi ideologia – di cui si teme sempre di perdere la semenza”.

È certamente uno degli storici più competenti e più avveduti che abbiamo, anche se non lo vedete tutte le settimane in tivù o sulle pagine dei giornali. L’originalità e l’indipendenza del pensiero, la cultura schiettamente liberale, sempre più di minoranza, dunque, una certa ritrosia a mettersi in mostra e buon ultimo il carattere toscano, schietto e diretto, gli fanno un po’ da velo nell’infosfera degli urlatori. Ma se si vuole capire qualcosa della nostra Italia è utile rivolgersi alla sua vasta e dettagliata cultura, ai suoi giudizi ficcanti, al suo sguardo impegnato con il nostro tempo e che al tempo stesso sa rimanere super partes: dote rara.

Si avverte, nelle analisi di Pertici, il rigore dello studioso formatosi alla Scuola Normale Superiore. In anni lontani è stato allievo di Giorgio Candeloro e a Pisa ha poi lavorato per vent’anni, prima in Archivio di Stato come archivista, poi alla Normale come ricercatore: da quell’esperienza ha ricavato l’attenzione al momento filologico-critico nello studio delle fonti e nell’edizione dei testi. Ma forse lo snodo decisivo della sua formazione è stato l’alunnato all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, fondato da Benedetto Croce, per decenni la più importante fucina di studiosi di storia in Italia.

Pertici ha insegnato per vent’anni all’Università di Bergamo. Nel momento in cui ha lasciato la cattedra, essa gli ha dedicato un convegno che ruotava attorno al volume La storia come cultura. Studi in onore di Roberto Pertici (Studium, 2024): un libro di ben 750 pagine a cura di Andrea Frangioni, Federico Mazzei, Gemma Pizzoni, che Pertici definisce, con understatement, un liber amicorum, ma è ben di più: contiene interventi di una cinquantina fra amici, colleghi, allievi, studiosi di provenienze e impostazioni anche molto diverse dalla sua; fra gli altri, Giovanni Maria Vian, Giuseppe Bertagna, Claudio Giunta, Sandro Magister, Marco Marzano, Giovanni Orsina, Fulvio Cammarano.

Nel libro del 2021 È inutile avere ragione (Viella) Pertici aveva invece cercato di analizzare la cultura politica dell’Italia della prima Repubblica: “In particolare – dice – quella che ho definito anti-totalitaria: non soltanto antifascista, ma per le stesse ragioni anche anticomunista. Una galassia composta da cattolici non integralisti, come Alcide De Gasperi, liberali non laicisti e socialisti non massimalisti. Essa ha costituito il substrato culturale del centrismo degasperiano, sostenuto da riviste laiche come Il Mondo di Mario Pannunzio e poi da Il Mulino degli inizi. Secondo me è la galassia culturale più interessante dei primi decenni della Repubblica, di respiro veramente europeo”.

Che ne è di quella lezione politica? Con la Seconda Repubblica è andata perduta?

Dalle nostalgie gli storici si devono guardare. Ortega y Gasset, grande filosofo e sociologo, ha scritto un’opera che si intitola España invertebrada (1921, ndr): ecco, oggi l’Italia mi sembra un Paese “invertebrato”. L’Italia della Prima Repubblica continuava ad avere delle “vertebre”, delle strutture, che erano i partiti di massa, che costituivano un raccordo fra la cittadinanza e lo Stato.

Ciascuno di essi aveva una sua cultura politica e svolgeva anche un’attività pedagogica nei confronti dei propri elettori. Accanto ad essi, permanevano le grandi organizzazioni sindacali, le associazioni di massa e anche una struttura ecclesiastica molto più presente di oggi, in alcuni casi (se vogliamo) perfino un po’ asfissiante. La modernizzazione del Paese ha sviluppato un processo di secolarizzazione che ha corroso non solo la presenza ecclesiastica, ma anche le ideologie novecentesche. Molti di noi nel 1989, al momento del crollo del Muro di Berlino, hanno pensato che la liberazione dai partiti-chiesa avesse una valenza totalmente positiva.

Non è stato così?

In parte era vero, ma in parte ci illudevamo: questo passaggio si è convertito in una frammentazione della vita pubblica, anche perché nel frattempo si era andato perdendo un altro collante decisivo, il sentimento di appartenenza nazionale, un senso di lealtà verso il proprio Paese, la sua storia, la sua tradizione. Questo ha fatto esplodere particolarismi di ogni tipo: regionali, etnici, ideologici, di categorie.

Credo che queste tendenze centrifughe siano il nodo irrisolto della nostra democrazia. Certo, si tratta di una situazione che riguarda tutto l’Occidente, non soltanto l’Italia: in molte società occidentali si fatica a trovare un collante, un elemento trasversale su cui si possa stabilire un consenso minimo e una reciproca legittimazione. In molti Paesi si avverte ormai la presenza di una strisciante guerra civile.

Oggi i social network danno l’illusione di una maggiore partecipazione alla vita pubblica, perché chiunque, su qualsiasi argomento, arriva a dire la sua, ma temo che si tratti appunto di un’illusione. Mancano quelle “formazioni sociali” di cui parla l’art. 2 della Costituzione repubblicana, all’interno delle quali l’individuo dovrebbe sviluppare la sua personalità. Una volta venivano chiamati i “corpi intermedi”.

Una mobilitazione permanente, quella dei social network, più umorale che politica.

Per cercare di spiegare la situazione, farei riferimento a due testi importanti del pensiero politico del Novecento. Da una parte La ribellione delle masse del filosofo spagnolo Ortega y Gasset del 1930 e dall’altra La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia dello statunitense Christopher Lasch del 1995. Ortega non parlava di classi sociali, ma di masse indistinte, e la loro ribellione la vediamo tutti i giorni: l’individuo che vive permanentemente sui social e che crede di poter dire la sua su tutto, tanto non gli servono competenze particolari. Crede alle teorie più astruse e al tempo stesso diffida di tutto e dietro le parole dei leader sospetta sempre e comunque un complotto o degli interessi inconfessati.

Opposta a questa “ribellione delle masse” c’è quella delle élite, che in tale situazione vorrebbero depotenziare il volere dei cittadini espresso in maniera così disarticolata e umorale: si sentono in dovere di perseguire i loro disegni sostanzialmente facendo a meno del volere popolare; a volte neutralizzando il responso elettorale, o allargando la discrezionalità di certi organi tecnocratici e burocratici, o facendo emergere in maniera eccessiva poteri come quello giudiziario, che in Italia continua variamente a controllare e limitare quello politico.

Oggi le élite ostentano un certo disprezzo per le masse.

C’è chi mette in discussione, certo non esplicitamente, persino il suffragio universale, magari sognando una specie di “voto plurimo” per i componenti di quella borghesia “riflessiva” che sarebbe l’unica a votare secondo ragione.

Si rischia di uscire da un sistema democratico. 

Non c’è dubbio che questa tensione fra ambienti non comunicanti e in potenziale conflitto non fa bene alla democrazia: da qui la strisciante guerra civile “fredda” a cui alludevo prima.

Come siamo arrivati a questa situazione?

La ricerca storica ha messo in evidenza un nesso tra l’individualismo sessantottino e quello neoliberista degli anni 80. Sembrerebbero due cose diversissime, il ’68 è un fenomeno di estrema sinistra, il liberismo di destra. Invece se li guardiamo da vicino ci accorgiamo che in definitiva dietro l’uno e l’altro c’è lo stesso approccio di carattere ultra-individualistico. Non a caso si è parlato di una generale rivoluzione individualistica: “vietato vietare” è la legge fondamentale in campo economico e sociale come in campo etico e personale.

Tutti oggi si sentono in grado di dire la loro su tutto e la dicono in maniera assolutamente asseverativa e aggressiva; protetti dall’anonimato e spesso pieni di risentimento, vanno all’attacco di chiunque. Da questo clima probabilmente dipende, a ben vedere, anche l’aleatorietà del consenso politico. In questi ultimi dieci anni, in Italia, abbiamo visto costantemente la nascita di leader che sono tramontati nel giro di pochissimo tempo, di partiti che hanno ottenuto risultati eclatanti in certe elezioni e in quelle successive si sono sgonfiati.

Cosa non funziona oggi?

La democrazia avrebbe bisogno di cittadini educati, perché a loro, senza distinzioni, viene affidato il potere nel voto, come è giusto che sia. Si presuppone che nelle loro scelte siano in grado di badare ai propri veri interessi, non a quelli immediati. Ma le élite, le classi dirigenti, dovrebbero farsi interpreti delle esigenze, degli stati d’animo, dei valori, delle masse e rispettarli: invece di considerarle con disprezzo, come masse da rieducare.

Lei nei suoi saggi ha parlato dei “peccati dello storico”, evidenziandone soprattutto tre: anacronismo, moralismo, ideologismo.

Oggi parliamo sempre di rispetto delle altre culture che abbiamo intorno, ma lo intendiamo solo in senso sincronico: rivolto alle culture di oggi. Perché, io mi chiedo, questo stesso atteggiamento non lo dobbiamo avere verso le culture di ieri e dell’altro ieri, in senso quindi anche diacronico? Dovremmo avere la stessa curiosità rispettosa per gli uomini del passato, non possiamo pretendere di giudicarli in merito a prospettive che loro non potevano avere.

Questo è il peccato di “anacronismo”: giudicare la storia con i nostri attuali parametri di giudizio. Ma c’è di peggio: si tende non solo a giudicarli ma anche a condannarli, perché non si sono comportati in un certo modo. E qui interviene il “moralismo”. Questo non significa assolvere sempre e comunque. Ci mancherebbe altro! Ma sforzarsi di capire e spiegare anche la logica dell’errore, vederne la radice nel clima culturale e politico in cui si mossero gli uomini del passato, nella pressione delle idee correnti, nelle paure diffuse e non sempre ingiustificate.

La mia generazione, quella che oggi è intorno ai settan’anni, a quante follie ha creduto, quanti errori ha commesso, quanti abbagli ha preso sulle cose del mondo, semplicemente perché quella era “l’aria che tirava”, come diceva sempre Croce! Dobbiamo ringraziare la sorte di non essere stati messi alla prova in situazioni molto più tragiche, come invece è successo ai nostri padri e ai nostri nonni.

Da cattolico potrei dirle che è venuto meno il senso del peccato, della propria fallibilità, che le generazioni precedenti invece avevano; ci illudiamo di essere moralmente superiori.

Il senso del peccato originale è un elemento costitutivo della cultura cattolica, ma in fondo, tradotto in termini laici, anche di quella liberale: l’imperfezione nell’uomo è costitutiva e da ciò discende un pessimismo antropologico di fondo. Il liberale dice: si deve limitare il potere, perché chiunque lo gestisca rischia di farlo male o di abusarne. All’origine dell’ideale rivoluzionario, che tanta influenza ha avuto in Europa negli ultimi due secoli, c’è invece proprio la negazione del peccato originale, quello che è stato chiamato il “perfettismo”. Comincia con Rousseau: l’uomo, egli pensa, è intrinsecamente buono, è la società a renderlo cattivo e difettoso, per cui è necessario cambiare radicalmente la società per restituirgli la bontà originaria. Questa idea torna nel messianismo politico che aleggiava intorno al 1970.

Nella discussione sul libro in suo onore all’Università di Bergamo si diceva proprio che nel nuovo secolo si è abbandonato il marxismo come strumento di analisi, però è rimasto vivo il suo afflato messianico.

Il marxismo è tramontato non perché sia passato di moda ma perché si è decomposto, tra gli anni 60 e 70 del Novecento; ha fallito come strumento ermeneutico e come principio di organizzazione politica. In quel momento i liberali come me hanno pensato: finalmente ci siamo liberati di queste utopie, ora si potrà cominciare a ragionare razionalmente. E invece no, torna in nuove vesti il radicalismo politico e il fanatismo che gli è connesso. Io sono quasi un po’ nostalgico del marxismo perché era una costruzione a suo modo razionale: l’attenzione alla struttura economica, il ragionamento sulle classi sociali costituivano un metodo di analisi a cui è difficile rinunciare.

Cosa ci ha lasciato allora questo modo di vedere la realtà?

Esso è stato messo da parte, ma il progetto di un cambiamento programmato dell’umanità è rimasto: non più sulla base della trasformazione economico-sociale, ma cercando ora di cambiare quelle che i marxisti chiamavano le “sovrastrutture”.

Si organizza una pedagogia di massa, vietando parole, espressioni, comportamenti e privilegiandone altri, presentati come gli unici socialmente accettabili. Si sta sviluppando un moralismo esasperato che pensa che a furia di insegnare all’uomo come deve vivere, come deve pensare, verrà prodotto finalmente un buon democratico. In questo discorso “politicamente corretto”, come si dice, c’è del buono: per esempio, evitare parole offensive o dispregiative nei confronti di persone potenzialmente discriminate è ottimo.

Ma la cosa diventa preoccupante quando nei mass-media siede in permanenza un “tribunale di salute pubblica” che condanna, e impedisce di parlare. Si dà vita a un nuovo perbenismo, che spesso si trasforma anche in sanzione penale. Io ho fiducia nella forza delle idee, ma diffido delle opinionated opinions, come le chiamano gli inglesi, delle opinioni che divengono dogmi fuori da ogni discussione. Di libertà, in fondo, è meglio averne troppa che troppo poca.

Lo stesso atteggiamento viene trasportato sul piano storico in quella che oggi si chiama “cancel culture”.

E qui siamo alla follia più assoluta, alla fine della storia. Poi per paradosso si ottiene il contrario, avviene che emergano all’attenzione pubblica personaggi che in maniera provocatoria assumono atteggiamenti “scorretti”. È inutile fare nomi, specialmente ora che siamo in campagna elettorale.

Si tratta di fenomeni che si auto-alimentano: i tribunali del “politicamente corretto” hanno bisogno di costoro per dire: vedete ciò da cui vi proteggiamo? Infatti li seguono, li intervistano, non parlano d’altro. Hanno bisogno di persone di quel genere perché l’allarme democratico è uno dei loro fondamentali strumenti propagandistici: Annibale è sempre alle porte per cui bisogna mobilitarsi e reagire.

Torna, appunto, un clima ideologico: dalla parte di Israele o contro Israele, filo-americani e anti-americani...

Io credo che si debba cercare di vedere le cose in maniera concreta. Da una parte tutta la mia cultura mi spinge a essere filo-americano. Lei starebbe meglio in America o in Cina? O in Russia? Chiunque ragioni secondo i principi liberali, ma credo anche di buon senso, non può aver dubbi: la società americana è tutt’altro che perfetta, però vi è ancora possibile la “lotta per il diritto” e questo è quello che conta.

Al tempo stesso emergono tendenze che non condivido assolutamente, come questa cultura woke. Si ha però l’impressione che l’intero sistema politico americano attraversi una crisi profonda dagli esiti non prevedibili: le ultime due presidenze, quanto è accaduto nelle elezioni del 2020 e poi nei fatti di Capitol Hill del gennaio 2021, lo dimostrano.

Davanti a tutto questo cosa si può fare?

Chi la pensa come me, cerca oggi di elaborare in solitudine un liberalismo con forti radici storiche, innervato nella tradizione italiana ed europea, che si opponga radicalmente alle autocrazie e ai fondamentalismi religiosi, ma anche ai radicalismi ideologici che vogliono azzerare tutta la nostra storia e la nostra cultura. È una posizione che si potrebbe chiamare “erasmiana”: so bene che anche il grande Erasmo, in un’età di fanatismi e di radicalismi, restò in definitiva un isolato. Ma non resta altro da fare.

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