La Chiesa deve parlare a voce alta

Camillo_Ruini

card. Camillo Ruini

Pubblicato su Il Corriere della Sera

Venerdì 28 aprile 2005

di Luigi Accattoli e Massimo Franco

Etica e cultura sono in discussione. La Chiesa deve parlare a voce alta

Il cardinale Ruini racconta l’elezione di Benedetto XVI e le nuove emergenze «Ecco la sfida del cristianesimo: conservare la fede nella modernità

ROMA – Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla, lui li ha conosciuti dà vicino. Racconta di avere incontrato per la prima volta «il professor Ratzinger», teologo tedesco, nel 1970; e scommet­te che Benedetto XVI sarà un papa «creativo», tutt’altro che in difesa. Poi ricorda la lunga consuetudine con il polacco Giovanni Paolo II, e la preoc­cupazione di Wojtyla per il futuro dell’Italia.

Tocca proprio al cardinale Ca­millo Ruini, presidente della Cei dal 1991, uno dei grandi elettori dell’ulti­mo Conclave, dire che «per la gente il problema del papa italiano o non ita­liano non esiste più». Ruini spiega il si­gnificato dell’elezione di Ratzinger. Conferma la «vicinanza» sul piano eti­co con il «movimento di rinascita cri­stiana» negli Stati Uniti.

Si dice «feli­ce» per il «riconoscimento» che il nuo­vo papa rappresenta per la Germania, a 60 anni dalla seconda guerra mondia­le. Ma soprattutto, incornicia fra i due pontificati stranieri la centralità intat­ta del cattolicesimo del nostro Paese. «La voce pubblica» della Cei, avverte, si farà sentire sempre di più. «Bisogna abituarsi», afferma Ruini in questa in­tervista al Corriere, la prima dopo il Conclave, «a una Chiesa, italiana e non, che parla a voce alta perché la si­tuazione lo impone; perché è suo dove­re, prima ancora che suo diritto».

Eminenza, l’elezione di Papa Bene­detto XVI ha suscitato entusiasmo, ma anche polemiche legate alla sua fa­ma di «severo» difensore della fede…

«E’ stato certamente un difensore della fede, ma con grande capacità di discernimento e di proposta. Un difen­sore e insieme un testimone e dunque abbiamo un Papa preparato ad affron­tare nel modo migliore la sfida più pro­fonda per il cristianesimo di oggi, che è quella di conservare la fede incarnan­dola nella modernità».

La Germania sembra vivere la sor­presa dell’elezione come il segno di un suo ritorno definitivo nella comunità inter­nazionale.

«È certo un grande ricono­scimento per la Germania, e ne sono felice per questa nazione che tanto ha contribuito al­la cultura e alla civiltà europee. Benedetto XVI è il segno che i postumi della seconda guerra mondiale sono davvero alle no­stre spalle. Nu­tro poi una spe­ranza: la Ger­mania oggi è uno dei luoghi decisivi per la sfida che la fede cristiana deve affrontare, e può essere prov­videnziale che il Papa venga da lì e sia dun­que particolar­mente idoneo a testimoniare la fede in quel contesto umano e culturale».

Senza violare il giuramento, che co­sa ci può dire sull’andamento del pre­conclave e del conclave?

«L’andamento del conclave, la sua rapidità e il suo risultato si possono meglio comprendere se si tiene conto del periodo precedente: dalla malat­tia del Papa alla sua morte, alla com­mozione che le ha accompagnate. Un tempo di grazia, da cui è venuta una grande carica spirituale che ha guida­to il nostro lavoro».

Ricorda la prima volta che incontrò Joseph Ratzinger?

«Credo fosse il 1970. Insegnavo teo­logia, avevo letto “Introduzione al cri­stianesimo” e “Il nuovo popolo di Dio”. Invitai il professor Ratzinger a Reggio Emilia a tenere una lezione in semina­rio e un incontro cittadino. Ricordo pure che lo accompagnai a Canossa, che visitò con interesse».

Che impressione le fece?

«Un uomo di grande profondità, for­za intellettuale, sollecitudine per la fe­de e per la Chiesa. Gli rivolsero molte domande a cui rispose con puntualità e franchezza. Lo rividi parecchi anni dopo a Roma, quando diventai segre­tario della Cei».

Lei nel 1980 scrisse un articolo per «il Mulino» sulla nuova teologia politi­ca tedesca di Moltmann e Metz: l’in­contro fra tradizione cristiana e mon­do moderno. E’ stato un punto di incontro con Ratzinger?

«Ciò che scrivevo allora non si disco­stava da quello che pensava il teologo Ratzinger. Alcune idee mi venivano dal suo libretto “L’unità delle nazioni”. Più in generale mi sono sempre trova­to in spontanea sintonia con la linea da lui affermata, che è quella di parti­re dal Concilio Vaticano II, prendendo­lo però nella continuità della tradizio­ne della Chiesa e non come rottura, per muovere da li verso il mare aperto della cultura contemporanea».

Lei ha conosciuto bene Giovanni Pa­olo II e conosce Benedetto XVI da an­ni. In che cosa si somigliano e in cosa sono diversi?

«Li accomuna l’adesione a Cristo e la visione di fondo del mondo contem­poraneo. Poi ci sono i carismi e le sto­rie personali che sono diversi. Ma de­ve fare riflettere il fatto che storie così diverse possano pienamente incon­trarsi».

Papa Wojtyla veniva da esperienze di vita piuttosto rare…

«E’ vero. Era diventato sacerdote da adulto, aveva visto la guerra, lavo­rato in fabbrica, fatto la resistenza cul­turale clandestina, vissuto sotto un re­gime comunista. Veniva da lontano, mentre Papa Ratzinger ha una biogra­fia più classica».

Lei come la sintetizzerebbe?

«Benedetto XVI ha vissuto tre gran­di esperienze. Fino ai cinquant’anni ha studiato e insegnato. Poi, per quat­tro anni, ha guidato la grande diocesi di Monaco di Baviera. Infine è stato uno dei più stretti collaboratori di Gio­vanni Paolo II, per 23 anni, che gli han­no dato una conoscenza completa del­le tematiche mondiali della Chiesa».

Tranne che per due cardinali, è sta­to per tutti il primo Conclave: anche per lei. In qualche momento non ha avuto l’impressione che fosse un con­sesso inesperto, spinto a far presto perché aveva addosso gli occhi del mondo?

«Noi abbiamo il dovere del totale se­greto sul Conclave. Dunque preferirei non rispondere a questa domanda. Ag­giungo solo che non c’è stata nessuna esigenza di fare presto per motivi estrinseci. È stato importante, piutto­sto, il legame fra la malattia di Giovan­ni Paolo II, il preconclave e il Concla­ve, come già dicevo».

Una tesi sostiene che Benedetto XVI sarà un Papa di transizione. La condivide?

«Mi sentirei di escluderlo, se con que­sto si intende che non lascerà grandi tracce. Credo invece che lascerà un se­gno profondo. Da quanto ha detto, si capisce quanto senta la missione della Chiesa e quanto sia de­terminato a promuover­la fino in fondo».

L’ha sorpresa la pre­senza di George Bush e di due ex presidenti sta­tunitensi ai funerali di Papa Wojtyla?

«No, nessuna sorpre­sa, mi sembrava natura­le. Piuttosto, mi ha colpi­to la coralità della pre­senza ai funerali: soprat­tutto la compresenza di gente umile e potenti, nella stessa piazza, par­tecipando della stessa emozione».

E’ stato scritto che Benedetto XVI è l’alleato dei neoconservatori Usa e di Bush. Al di là della forzatura polemi­ca, ritiene che ci sia un fondo di verità?

«L’elemento significativo mi sem­bra soprattutto questo: esiste nel mondo, e in particolare egli Stati Uni­ti, un movimento di rinascita cristia­na che va al di là delle frontiere delle Chiese, e che sottolinea un afflato cri­stiano del quale non si può non tenere conto. E’ un affiato che punta a testi­moniare e proporre la fede in Cristo e la visione cristiana dell’uomo. Solo in questo senso, pur con tutte le differen­ze che esistono, si può parlare di una vicinanza».

Nel suo libro «Nuovi segni dei tem­pi», lei ha scritto che sta finendo il predominio dei popoli europei e del­l’America del Nord; e che questo può signifi­care il ridimensiona­mento del cristianesi­mo. Papa Ratzinger può fermarlo, o solo as­secondarlo e arginarlo?

«Non credo che un Pa­pa possa o voglia gioca­re un ruolo geopolitico fra Stati. Ma può certo indirizzare il potenziale religioso e culturale del­la Chiesa per mantenere e rilanciare il ruolo storico del cristianesimo, anche in un contesto mutato. Gli strumenti sono quelli della missione, dell’ecume­nismo, del dialogo fra le religioni per la promozione della pace. La Chiesa non conosce frontiere: per questo chiede la libertà religiosa sempre, in ogni contesto. Storicamente, negli ul­timi secoli il ruolo della missione si è svolto presso i popoli di Paesi in via di sviluppo; oggi deve rivolgersi anche a grandi nazioni che stanno entrando in una fase di accelerato sviluppo».

A chi si riferisce?

«Ad esempio alla Cina e all’India. Non si può pensare che, avendo questi Paesi una matrice culturale prevalen­temente diversa, con loro il cristianesi­mo possa avere solo rapporti per così dire “dall’esterno”. Senza farsi illusio­ni, credo che occorra avere nei loro confronti quell’inquietudine missiona­ria di cui ha parlato il nuovo Papa».

Benedetto XVI teme la «dittatura del relativismo». Quali sono i Paesi eu­ropei dove lei la vede più incombente?

«Credo sia incombente in tutti. C’è uno Zeitgeist, uno spirito del tempo che soffia in quella direzione e investe anche l’Italia, dove forse, però, la Chie­sa ha più capacità di risposta. Altrove questa capacità sembra minore».

Quali conseguenze può avere sul­l’Italia un secondo Papa non italiano?

«Per la gente il problema del Papa italiano o non italiano non esiste più. Vedo una continuità affettiva tra il mo­do in cui gli italiani hanno amato Gio­vanni Paolo II e il sentimento con cui la gente è accorsa a San Pietro per l’elezione di Benedetto XVI o lunedì sera affollava San Paolo. Va detto poi che Papa Ratzinger è in Italia dal 1981, e ha avuto una grande presenza nella Chiesa e nella realtà culturale ita­liana».

Dal cambiamento del Pontificato può venire qualche novità nel rappor­to fra Santa Sede e Chiesa italiana?

«Non posso fare né previsioni né anti­cipazioni su ciò che farà il Papa. Ma posso dire che il rapporto dei vescovi italiani con il Papa è sempre stato spe­ciale, caratterizzato da profonda ade­sione e affettuosa vicinanza. Tale sarà anche il nostro legame con il nuovo Pontefice».

Che cosa stava più a cuore dell’Ita­lia a Giovanni Paolo II?

«II ruolo dell’Italia in Europa, in rife­rimento all’identità cristiana. Ci dice­va sempre: “Sappiate che la Chiesa nel mondo guarda all’Italia, avete una grande responsabilità”.. La Chiesa ita­liana è un punto di riferimento e una fonte di ispirazione, e di ciò deve avere sempre coscienza: anche perché abbia­mo le risorse per non subire passiva­mente il processo di scristianizzazio­ne».

Quali risorse? Le può elencare?

«Intanto, una Chiesa radicata nel popolo, a partire dalle parrocchie. Poi, una Chiesa unita e serena, senza divi­sioni di rilievo. E una popolazione nel­la quale la preghiera e la pratica reli­giosa sono ancora diffusamente pre­senti: siamo ai primi posti in Europa, pur soffrendo problemi comuni ad al­tri Paesi come la crisi delle vocazioni, che in Italia comunque è un po’ meno pesante. La quarta risorsa è la voce pubblica della Chiesa italiana, una vo­ce importan­te …».

Anche trop­po, a detta di qualcuno.

A volte sono sorpreso io stesso dall’eco che le nostre prese di posi­zione provoca­no sui giornali. Credo anche, però, che la vo­ce della Chiesa dovrà essere sempre più per­cepibile, a ma­no a mano che vengono in que­stione i fonda­mentali della nostra cultura, dell’antropolo­gia e dell’etica. Nell’attuale cambiamento epocale la Chie­sa, per non ras­segnarsi all’irri­levanza, deve farsi sentire e capire».

Vuol dire che non è una tendenza legata alla figura di singole personalità, ma al ruolo del­la Chiesa?

«Esatto. Bisogna abituarsi a una Chiesa, italiana e non, che parla a vo­ce alta perché la situazione lo impone; perché è suo dovere, prima ancora che suo diritto»

Giovanni Paolo II era preoccupato per le «sorti civili» dell’Italia. Che co­sa temeva?

«Era sorpreso dalla rapidità dei cam­biamenti avvenuti all’inizio degli Anni Novanta. Temeva che andasse smarri­to qualcosa dell’identità dell’Italia, che si disperdessero energie che inve­ce riteneva essenziali. Era preoccupa­to anche che alcune inchieste giudizia­rie avessero come conseguenza una lettura unilaterale della storia italia­na, e sbilanciassero l’equilibrio fra i po­teri: basta leggere la sua lettera ai ve­scovi italiani del 6 gennaio 1994».

E Benedetto XVI? Del cardinale Ra­tzinger sembra di sapere già tutto…

«E’ vero che sappiamo molto, ma credo sia improprio limitarsi a quello che ha detto da cardinale e dedurne che cosa dirà da Papa. Quella che ha appena assunto è una responsabilità nuova e più ampia ed essa comporta anche una grazia nuova».

Molti hanno percepito l’elezione del nuovo Papa come una mossa difensiva della Chiesa cattolica…

«Gli scritti del cardinale Ratzinger non me l’hanno mai fatto vedere come una persona sulla difensiva. Non è un puro difensore della fede: ha una men­te creativa, e ha fatto molto per ripen­sare il cristianesimo nel nostro tem­po. A mio avviso, più la fede è profon­da, più si può essere creativi».

Insomma, le riforme le fanno i con­servatori.

«Mi permetto di usare un linguag­gio diverso: fra chi conserva la fede e chi la incarna in nuovi contesti non c’è dicotomia, anzi».