Radici Cristiane n. 195 luglio-agosto 2026
Presentato a Roma il Dossier 2026 della Fondazione per la Natalità
C’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi un milione di bambini ogni anno.
Nel 1964, ad esempio, sono nati 1.016.120 bambini ma, anche solo vent’anni fa, nel 1995, sono stati 526.000 i nati/anno. Nel 2025, invece, le nascite si sono attestate a 355.000, nuovo minimo storico per il nostro Paese che segna un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente.
In pratica in appena 60 anni abbiamo perso più della metà di neonati ogni anno. Con i ritmi attuali, servirebbero tre anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno fino alla metà degli anni Sessanta.
Una crisi “strutturale”
Non è una crisi temporanea, quella della denatalità italiana è una trasformazione costruita dalle élite dal Sessantotto in poi e divenuta ormai strutturale.
Lo conferma la fotografia dell’Italia che offre il Dossier Natalità 2026 “Volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato lo scorso 28 luglio a Roma, a Palazzo Wedekind, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps, alla presenza, fra gli altri, del presidente della Fondazione Gigi De Palo e del presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) Francesco Maria Chelli.
Secondo i relatori il crollo delle nascite in Italia non è il risultato di un minore desiderio di diventare genitori, ma delle difficoltà economiche e sociali che impediscono a milioni di persone di realizzare il proprio progetto di vita e di fare figli.
In realtà il fenomeno è riconducibile ad una pluralità di fattori che, oltre naturalmente a quelli di stampo demografico, economico e sociale, ne include altri di eguale se non superiore importanza di carattere culturale ed educativo.
Se il numero medio di figli per donna ha toccato, lo scorso anno, il minimo storico di 1,14 collocando l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa, ciò è dovuto infatti non solo alla crescita dell’età media al parto (32,7 anni, nel 2025) al protrarsi dei tempi di formazione, alla precarietà del lavoro e alla difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, ma anche alla bassa propensione a fare famiglia (e quindi anche figli) da parte delle nuove generazioni.
Il ruolo della mentalità individualista e anti-familiare
Questa bassa propensione è dettata da fattori culturali come la possibilità, non di rado favorita dai genitori, di uscire molto tardi dal nucleo familiare di origine, nonché dalla mentalità individualista e anti-familiare trasmessa da opinionisti ed artisti e predominante nei vecchi e nuovi media.
Non si vogliono certo sottovalutare nella valutazione dell’attuale crollo delle nascite gli aspetti “tecnici”, cioè puramente demografici, sottolineati da Gigi De Paolo nella presentazione di Roma. Nel senso che la denatalità strutturale degli ultimi anni è anche il matematico risultato della riduzione nel numero attuale dei potenziali genitori «appartenenti – come rilevato dal presidente della Fondazione per la Natalità – alle sempre più esigue generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la fecondità cominciò a diminuire, scendendo da oltre 2 figli in media per donna al valore di 1,19 del 1995».
Nello stesso senso il rapporto annuale Istat 2026 ha documentato come le donne con titolo di studio più elevato (diploma e laurea) presentano in media “calendari riproduttivi” piuttosto tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto.
La riduzione della quota di 18-49enni che desiderano avere un figlio, rileva la Fondazione per la Natalità, è stata notevole negli ultimi due decenni, passando dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 per cento del 2024, a causa non solo delle «incertezze economiche e lavorative» ma, aggiungiamo noi, anche dalla disistima concreta verso gli impegni e le responsabilità importanti.
Diciamo “concreta” perché, in teoria, la stragrande maggioranza delle donne italiane in età feconda afferma di voler diventare madre. Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali mentre per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.
Il dossier presentato a Roma, da questo punto di vista, mette peraltro in evidenza un ulteriore problema, consistente nella crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che concretamente realizzano. Se infatti la voglia di avere un figlio dichiarata dalle donne italiane in età fertile si fosse concretizzata, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce.
Alla luce di quanto detto risulta sempre più necessario che lo Stato, le Regioni ed i Comuni promuovano politiche a sostegno della genitorialità e della natalità ma non solo prevedendo validi interventi economici e di conciliazione della vita familiare e lavorativa, soprattutto per le giovani donne, ma contribuendo a riportare il matrimonio e la famiglia al centro del nostro ordinamento.
Un’alleanza per la natalità
Per il già citato Gianluigi De Palo ormai «è chiaro che noi veniamo da tanti anni di mancate politiche familiari, da circa 80 anni, nel senso che abbiamo dato per scontata la famiglia, abbiamo dato per scontato gli aiuti e la promozione della famiglia perché la famiglia c’era. Quello che noi cerchiamo di dire ogni anno, come delle Cassandre, cercando di insistere su questo tema, è che bisogna fare un’alleanza. Non è una questione solo politica, è una questione che riguarda le aziende, che riguarda il mondo della comunicazione, riguarda il mondo della cultura, riguarda il mondo delle associazioni, delle banche, perché da questa situazione veramente difficile se ne può uscire solamente insieme. Basti pensare, come dato che a me ha colpito tanto, è che l’Istat ha domandato alle donne in età fertile quanti figli avrebbero voluto. Se tutte le donne che hanno risposto sì, vorrei un figlio, quest’anno avessero realizzato i loro sogni e quindi avessero messo al mondo un figlio, avremmo avuto 760.000 bambini, ne abbiamo fatti 355.000, quindi meno della metà. Allora noi dobbiamo andare a risolvere questo problema, cioè mettere le persone nelle condizioni di realizzare i loro sogni familiari».
Sulla stessa linea il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli, secondo il quale «la denatalità è il problema più centrale che abbiamo in Italia, nato negli anni Settanta quando cominciano a diminuire i tassi di fecondità cioè il numero medio di figli per donna. Oggi siamo a 1,18 mentre il tasso di sostituzione che permetterebbe alla popolazione di rimanere stabile è quasi il doppio, pari a 2,1». «Questo – ha spiegato il prof. Chelli che è Ordinario di Statistica Economica all’Università Politecnica delle Marche – va a comprimere le nascite mentre abbiamo una popolazione e una forza lavoro che invecchia, con molte persone che escono dalla classe 15-64 anni per entrare tra gli over 65. Che continueranno a crescere nei prossimi anni a scapito della popolazione attiva. I motivi per cui non si fanno figli – ha riassunto Chelli – in generale, sono difficoltà economica per gli uomini, precarietà lavorativa per le donne e assistenza agli anziani per la ’generazione sandwich’».




