Elezioni europee, le ragioni del voto

nel 2024 al voto per  le elezioni europee Abstract: Elezioni europee, le ragioni del voto. La reale posta in gioco della prossima scadenza (giugno 2024) per il rinnovo del Parlamento europeo non risiede nella falsa contrapposizione fra europeisti e sovranisti euroscettici, bensì nelle modifiche istituzionali del modello UE che la prossima legislatura dovrà approntare ed approvare. Votare  alle elezioni del 2024 è importante anche per  scalzare i partiti che stanno facendo dell’Unione europea  una nuova Urss, oltre a mettere un freno alle politiche “verdi” che minacciano di condurre il Continente i una fase di grande recessione.

Centro  Studi Rosario Livatino 21 Agosto 2023

L’importanza delle elezioni europee

La reale posta in gioco della prossima scadenza (giugno 2024) per il rinnovo del Parlamento europeo non risiede nella falsa contrapposizione fra europeisti e sovranisti euroscettici, bensì nelle modifiche istituzionali del modello UE che la prossima legislatura dovrà approntare ed approvare.

Renato Veneruso

Anche se ancora molto lontana nel tempo, la scadenza elettorale per il prossimo Parlamento europeo, fissata nel giugno 2024, sta già agitando il dibattito politico, quantomeno tra i più attenti commentatori e policy makers, che sono ben consapevoli che questa volta la posta in gioco potrebbe essere più importante della conferma o del cambio delle tradizionali maggioranze dell’organo di colegislazione dell’Unione.

Aldilà, infatti, del trito schema dello scontro fra europeisti, da un lato, e sovranisti euroscettici, dall’altro, a ben guardare, gli obiettivi della prossima legislatura UE appaiono realmente, almeno in potenza, epocali.

Si tratta di scegliere se proseguire nel già avviato cammino della green sostenibility, mutuata dalle elites brusselesi dall’agenda ONU 2030, auspicabilmente -secondo i fautori di tale progetto- supportata da una maggioranza parlamentare ben più ampia di quella che ha approvato, lo scorso 12 luglio, di stretta misura (336 voti a favore, 300 contrari e 13 astenuti), la legge sul ‘ripristino della natura’, che è stato il primo strumento normativo di cui intende sostanziarsi il cd. Green Deal europeo: decarbonizzazione delle fonti energetiche, mobilità pressocchè esclusivamente ‘elettrica’ (con scomparsa entro il prossimo decennio dei motori a combustione), nello sforzo di combattere il climate change, che viene presupposto dogmaticamente quale scenario apocalittico da cui doversi difendere, così riecheggiando l’agenda dei ‘rischi globali’ che è stata presentata e discussa, a livello planetario, a Davos lo scorso gennaio al World Economic Forum.

La Nature Restoration Law pone obiettivi, apparentemente arcadici, difficilmente non condivisibili in astratto: il ripristino del 20% di tutte le aree naturali e paesaggistiche europee entro il 2030 che dovrà diventare il100% entro il 2050; la riduzione del 50% nell’utilizzo dei pesticidi entro il 2030 per salvare gli impollinatori; la garanzia di non perdere gli spazi urbani già esistenti nella prospettiva di avere almeno il 10% della superficie urbana a verde; la realizzazione di elementi paesaggistici ad alta biodiversità su almeno il 10% della superficie agricola utilizzata.

A tale scopo, la legge prevede l’allocazione di 100 miliardi di euro di risorse finanziarie che dovranno essere messe a disposizione dai singoli Stati in base a singoli piani nazionali che dovranno appunto essere raccordati a livello comunitario secondo un testo da ratificare entro il 2024 e così divenire efficace ed obbligatorio per tutti i Paesi membri.

Orbene, senza entrare nel merito della polemica che ha spinto i detrattori della legge a lamentare l’impatto antropico, asseritamente devastante, che tali obiettivi avrebbero sulle economie e sui territori dell’Unione (per cui, parafrasando un noto spot di promozione televisiva del progetto, essi temono che in un prossimo futuro possano, sì, salvarsi le api ma al prezzo di non avere più la nonna!), può essere utile soffermarsi sul profilo istituzionale nel quale calare la prospettiva di fondo che soggiace all’intero pacchetto di norme sulla cd. transizione ecologica, la cui rilevanza è intuitivamente desumibile dalla mole del finanziamento che la legge ha appostato per l’ottenimento degli scopi prefissati.

Ove, infatti, si consideri l’enorme quantità di risorse finanziarie necessarie per supportare le finalità del Green Deal, l’attenzione merita di essere spostata su come reperirle, su chi debba deciderne i criteri di ripartizione e di riallocazione, in buona sostanza su chi e come possa gestire la leva fiscale.

E’ bene ricordare che, sulla scorta di quanto previsto attualmente dai Trattati che regolano la vita della UE – Unione Europea, in base al principio di attribuzione la titolarità del prelievo fiscale rimane in capo ai singoli Stati membri, anche se proprio tale aspetto ha creato e sta, sempre più, producendo contrasti intestini con le politiche di bilancio che devono essere armonizzate all’interno del quadro europeo, specie per i Paesi dell’Eurozona che hanno tutti quale moneta comune l’euro, sulla cui emissione e regolazione presiede la BCE – Banca Centrale Europea, la quale opera statutariamente del tutto autonomamente.

Non sarà, quindi, un caso che il dibattito, cui si faceva riferimento in principio, si incentri in particolare, da parte dei sedicenti europeisti, sulla necessità di una Unione bancaria, che possa rendere la gestione finanziaria disciplinata da una legislazione comune a tutti gli Stati, e, da ultimo, sulla opportunità di una modifica dei Trattati nel senso del superamento della unanimità del voto degli Stati nell’ambito dell’attribuzione al Consiglio d’Europa, a superamento del diritto di veto che chiunque può per l’effetto esercitarvi.

Vi è poi la spinta in senso propriamente federalista di chi vorrebbe addirittura eliminare anche la esclusività della legittimazione fiscale in capo ai singoli Stati membri, attraverso la previsione di una Unione anche, appunto, fiscale, che renda gli organismi dell’Unione direttamente capaci di imporre la tassazione ai cittadini dell’UE senza dover passare per il voto dei Parlamenti nazionali.

E’ il caso -tra gli altri- del premier uscente Mario Draghi, già anche Presidente della BCE, il quale alla recente conferenza estiva della Martin Feldstein Lecture presso il National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, USA, si è posto l’iniziale interrogativo “se l’Europa possa aprire una strada diversa in direzione dell’unione fiscale”.

Premesso che “i bilanci comuni sono stati creati …per garantire obiettivi specifici nell’interesse comune” e che “la Commissione europea ha fissato in più di 600 miliardi l’anno, da qui al 2030, il fabbisogno degli investimenti per la transizione verde” dei quali “il settore pubblico dovrà finanziare da un quarto a un quinto”, Draghi riflette che “la compagine istituzionale europea non è adatta per queste transizioni” essendo “priva di una strategia  … che integri la spesa a livello UE, le direttive sui sussidi pubblici e i piani fiscali nazionali, come dimostra l’esempio del clima”, ammonendo che “una volta scaduto il Recovery Plan, non c’è una proposta per uno strumento federale in sua sostituzione, atto a portare avanti la necessaria spesa per il clima”.

In questo quadro, egli individua “due opzioni. Primo, …allentare le normative sugli aiuti di Stato e rilassare le regolamentazioni fiscali per assumerci l’onere di una spesa per gli investimenti in pieno. Così facendo però si creerà frammentazione, dato che i Paesi con un maggior margine di bilancio potranno spendere più degli altri (…) La seconda: cogliere l’occasione per ridefinire l’UE, la sua struttura fiscale ed il suo processo decisionale e renderli più adeguati alle sfide che ci troviamo davanti (…) Garantire la credibilità fiscale implica necessariamente per le regolamentazioni di essere più automatiche e che vi siano meno discrezionalità … un maggiore automatismo vincolerà sempre la capacità dei governi di reagire a shock imprevisti (…) Poiché costituisce una decentralizzazione dei poteri al centro, l’automatismo normativo può funzionare soltanto se è eguagliato da un livello di spesa maggiore dal centro (…) Una maggiore emissione di debito comune per finanziare questo investimento in teoria potrebbe espandere lo spazio fiscale collettivo … a disposizione (…)”.

L’analisi viene così conclusa: “Una possibilità, dunque, consiste nel procedere –come abbiamo fatto finora (la sottolineatura è del redattore!)– con l’integrazione tecnocratica, apportando modifiche tecniche e sperando che le modifiche politiche seguano quanto prima. In definitiva, nel caso dell’euro questo approccio funzionò e l’Ue ne è uscita rafforzata. I costi di quell’impresa, però, sono stati elevati, i progressi lenti. Un’altra possibilità consiste nell’andare avanti con un iter politico vero e proprio, … sotto forma di modifica del Trattato europeo … il che richiede una forma diversa di rappresentatività e di processo decisionale centralizzato. A quel punto, diventerà più realistico incamminarci verso regolamentazioni più automatiche (…) Non potremo creare la capacità operativa dell’Ue senza rivedere l’assetto fiscale europeo”.

Premessa la improponibilità del primo scenario, di allentamento del Patto di Stabilità, che in realtà preluderebbe a rinnovati accordi di Deauville (quando nel 2010 Sarkozy e la Merkel si accordarono per la rinuncia alle sanzioni automatiche per i Paesi trasgressori fiscali, ma nel malcelato intento di costringerli a dichiarare default e così perdere il diritto di voto in Consiglio europeo), come sembra adombrare tutto l’interesse soggiacente alla approvazione del MES -su cui cfr. https://www.centrostudilivatino.it/perche-tanta-insistenza-sul-mes/-, non si può, d’altronde, non denunciare la pericolosità del secondo, in assenza di modifiche strutturali ai Trattati che riequilibrino i poteri di attribuzione fra l’Unione e gli Stati membri, a favore di questi ultimi e, segnatamente, della rappresentatività dei corpi elettorali nazionali.  

A conclusione, rammentando che tutta la dinamica politico costituzionale che ha attraversato la storia del Basso Medio Evo fino alla formazione degli Stati nazionali e, da ultimo, alla Rivoluzione francese, è stata connotata dal conflitto strutturale fra i Parlamenti, rappresentativi dei corpi sociali in cui si articolava la nazione, ed i sovrani, che dovevano loro chiedere il permesso di imporre le tasse con cui finanziare, normalmente, le guerre (paradigmatica, al riguardo, è la storia di Robin Hood e dello sceriffo di Nottingham!), si può, pertanto, meglio intendere che le scelte elettorali e le conseguenti dinamiche del prossimo Parlamento di Bruxelles/Strasburgo dicono relazione al modello di Europa che saremo chiamati a vivere.

Nella consapevolezza che la prospettiva davosiana del Great Reset è nel senso certamente di una maggiore efficienza delle linee di comando, ma al prezzo, probabilmente immeritevole di essere pagato, di una scarsa o pressocchè nulla rappresentatività democratica degli organismi elettivi, viepiù di quelli a livello dei singoli Stati nazione

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