Cristianesimo borghese non salva

Abstract: cristianesimo borghese non salva  i cristiani occidentali spesso ripiegati su se stessi dedicandosi solo alla cura della famiglia e del lavoro. “Non ti imborghesire” scrive san Josemaria  Escrivà, cioè non avere paura e sii generoso. Il mondo viene salvato dal Signore, ma il nostro modesto contributo è gradito. E farà bene a noi stessi, anzitutto.

Alleanza Cattolica 23 Ottobre 2023

Un «cristianesimo borghese» non salva

Una bella analisi della situazione del cristianesimo occidentale

spesso ripiegato su sé stesso

di Marco Invernizzi

Ho ricevuto da un amico un articolo sul “cristianesimo borghese” che mi ha molto impressionato per la sua capacità di mettere a fuoco uno dei maggiori ostacoli alla nuova evangelizzazione e a ogni impegno militante nella lotta contro il male. L’autore è il professore spagnolo José Maria Torralba docente di Filosofia morale e politica dell’Università di Navarra, l’articolo si trova sul sito www.opusdei.org e merita di essere letto e riletto dall’inizio alla fine.

La riflessione parte da una frase del fondatore dell’Opus Dei san Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975): «Ricorre spesso, anche tra cattolici che sembrano responsabili e osservanti, l’errore di pensare di dover adempiere soltanto i propri doveri famigliari e religiosi, senza preoccuparsi troppo dei doveri civici».

Come è potuto accadere che i cristiani (anche i pochi rimasti in Occidente) si siano imborghesiti, cioè abbiano perso la dimensione missionaria insita nel sacramento del Battesimo che hanno ricevuto?

Ci aiuta a comprendere questo passaggio Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi, nella quale ricorda come nel mondo moderno la virtù cristiana della speranza si sia secolarizzata e sia diventata soltanto qualcosa di individuale, perdendo la sua dimensione missionaria. Nell’epoca moderna, il cristiano ha “subito” la cultura dominante, che prevede come il mondo possa essere salvato dalla scienza e dalla politica: così la speranza cristiana è rimasta legata esclusivamente alla mia salvezza personale.

Il cristiano imborghesito o individualista, che pensa soltanto alla propria salvezza, al massimo a quella dei suoi familiari, che disprezza o ritiene inutile tutto quanto rimandi alle Beatitudini, alla santità, ai consigli evangelici, che va a messa la domenica e prega ogni tanto, che ama la propria famiglia e svolge con cura la propria professione, ma che rinuncia all’apostolato e ai doveri civici che nascono dalla fede, non è veramente cristiano. Assomiglia al giovane ricco che ha paura di perdere le proprie “ricchezze”, la stabilità e la sicurezza, per mettersi a disposizione del Signore, per vivere la fede come una splendida avventura al seguito del Signore, perché tutti gli uomini lo conoscano e il mondo diventi migliore anche grazie al suo contributo, modesto ma importante per la propria santificazione.

Attenzione però: c’è anche e soprattutto l’umiltà fra le virtù poco praticate dai cristiani individualisti (uso preferibilmente questa espressione per evitare equivoci sul tema borghesia-imborghesimento perché non c’è nulla contro la cosiddetta classe borghese, ma la critica riguarda certi atteggiamenti individualistici sorti durante l’epoca moderna, peraltro segnata da una ingiusta aggressione ideologica contro le aristocrazie europee). L’umiltà ci deve fare ricordare che l’imborghesimento individualista può colpire qualsiasi uomo, ricco o povero, nobile o borghese, perché riguarda un vizio dell’anima non una appartenenza sociale. Dobbiamo guardare innanzitutto dentro noi stessi per chiedere la grazia di superare ogni tentazione di questo tipo e così fornire un giudizio culturale su un fenomeno preoccupante senza peraltro disprezzare chi, magari al prezzo di grandi sforzi, sta cercando di uscire dall’individualismo per diventare sempre più generoso.

Infatti, non è soltanto un problema di formazione, spiega Torralba, e neppure soltanto di coraggio personale. Può essere che ciascuno di noi venga “penetrato” da questa cultura individualistica dominante quasi senza accorgersene. Ci sono delle frasi che hanno un loro fondamento di verità ma se vengono assolutizzate impediscono ogni spirito missionario: “l’importante è la salute”, la “famiglia innanzi a tutto”, il “lavoro prima di ogni altra cosa”, sono affermazioni parzialmente vere perché se sono malato non posso andare a fare apostolato, se la famiglia o il lavoro presentassero grandi ostacoli o problemi anche il mio apostolato ne soffrirebbe. Ma in fondo, se tutto deve essere perfettamente a posto sul lavoro e in famiglia per dedicare qualche ora all’apostolato, quando mai si realizza una coincidenza del genere? E se un capo di Stato o un ufficiale, o un imprenditore o un educatore, o un militante cattolico, mettesse sempre e comunque la propria stabilità familiare al primo posto, che cosa ne sarebbe del bene comune?

Per combattere la mentalità individualista penetrata fra i cristiani durante la modernità bisogna anzitutto conoscerla per evitarla e combatterla. In questo la Spe salvi è estremamente importante. Ma bisogna anche combatterla sul piano spirituale, opponendosi alla paura che impedì al giovane ricco di seguire il Signore fino in fondo. La paura si vince praticando e chiedendo di essere capaci di abbandonarsi al Signore, per fare tutta la Sua volontà. In questo senso gli esercizi ignaziani sono straordinariamente preziosi: «Accetta, Signore, tutta la mia libertà. Prendi la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà. Tutto quello che ho e che possiedo tu me lo hai dato: a te tutto io rendo. E’ tutto tuo, fanne quello che vuoi. Dammi solo l’amore di te e la tua grazia, perché questa mi basta».

“Non ti imborghesire” scrive san Josemaria, cioè non avere paura e sii generoso. Il mondo viene salvato dal Signore, ma il nostro modesto contributo è gradito. E farà bene a noi stessi, anzitutto.