Terroristi fanatici ma non disperati

islamic_shoppingArticolo pubblicato su il Giornale,

8 febbraio 2004, p. 12 / Esteri

Come è possibile che qualcuno davvero – secondo lo slogan di Osama bin Laden – «ami la morte come voi Occidentali amate la vita»? Si dice che questo terrorismo nasce dalla miseria economica: ma non è vero

di Massimo Introvigne

L’attentato di Mosca ripropone la domanda sul terrorismo suicida: come è possibile che qualcuno davvero – secondo lo slogan di Osama bin Laden – «ami la morte come voi Occidentali amate la vita»? Si dice che questo terrorismo nasce dalla miseria economica: ma non è vero. Per quanto riguarda Hamas, «nessuno degli attentatori suicidi (intervistati nella fase di addestramento dal ricercatore pakistano Nasra Hasan) – in una gamma di età dai diciotto ai trentotto anni – corrispondeva al profilo tipico della personalità suicida. Nessuno di essi era senza istruzione, disperatamente povero, semplice di mente o depresso.

La maggioranza apparteneva alla classe media e – a meno che si trattasse di latitanti – aveva un buon lavoro. Più di metà veniva da quello che ora è Israele. Due erano figli di milionari. Tutti sembravano membri assolutamente normali delle loro famiglie. Erano bene educati e seri, e nelle loro comunità erano considerati giovani modello». La maggioranza dei candidati al suicidio palestinesi – come ho potuto personalmente constatare in una ricerca compiuta in Palestina nel 1999 – appartiene alla buona borghesia dei Territori, e alcuni fanno parte della élite economica locale. Lo stesso discorso vale per Al Qaida e per l’11 settembre, i cui principali protagonisti avevano ricevuto un’educazione universitaria in Occidente.

Per la Cecenia – dove la maggior parte degli attentati suicidi è compiuta da donne –, una certa propaganda russa diffonde lo stereotipo di contadine manipolate, drogate o perfino violentate di fronte a una macchina da presa per eliminarle dal mercato matrimoniale di una società patriarcale e lasciare loro la sola alternativa del suicidio. Questa «spiegazione» appare lontana da tutto quanto si sa del terrorismo suicida in genere, e non corrisponde alle poche biografie di «martiri» cecene note. Lo stereotipo della contadina manipolata non è certamente applicabile a Zarina Alikhanova (1976-2003), la terrorista suicida dell’attentato del 12 maggio 2003 a Znamenskoye, uno dei più sanguinosi (sessanta morti). Nata in Kazakhistan da padre ceceno, funzionario del ministero degli Interni, e madre dell’Inguscezia, proprietaria di magazzini commerciali, Zarina è una studentessa modello in una elitaria scuola tedesca. La sua passione è il balletto, e una rapida carriera al Teatro dell’Opera di Alma Ata culmina nell’interpretazione in una produzione del Romeo e Giulietta di Sergey Prokofiev.

Tramite parenti di Grozny, entra in contatto con la guerriglia cecena, ne sposa un dirigente e – dopo la morte del marito nel 1999 – passa, con altre «vedove nere», al terrorismo. Zarina Alikhanova assomiglia molto agli esponenti della borghesia palestinese o araba che troviamo in Hamas o in Al Qaida, e molto poco allo stereotipo della contadina disperata. L’idea secondo cui le cause del terrorismo suicida sono prevalentemente economiche è semplicemente un’ulteriore manifestazione – smentita però dai fatti – del pregiudizio secondo cui i fenomeni che si presentano come religiosi non sono «veramente» tali, ma devono per forza avere cause di tutt’altra natura. Ignorare la profondità del fattore religioso, che porta a considerare certi obiettivi come non negoziabili aldilà di ogni logica «politica», può essere per Putin un buon argomento di propaganda, ma non contribuisce alla lotta contro il terrorismo.

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