Ceronetti sbaglia Buddha

Guido Ceronetti

Guido Ceronetti

tratto da www.cesnur.org

(versione annotata di un articolo pubblicato da “Avvenire” il 22 maggio 1998)

di Massimo Introvigne

Criticando il Dalai Lama per la sua dichiarazione a favore dell’atomica indiana nel maggio 1998, lo scrittore Guido Ceronetti ha osservato che questa caduta di tono dispiace in una “sommità religiosa” che, “a differenza del Papa, poggia su basi dottrinali serie, sulla roccia del Dharma, invece che su una teologia logorata, annacquata e friabile, che non regge ad un minimo di rigore critico (…)” [1].

Si può essere certamente d’accordo con Guido Ceronetti a proposito dell’atomica indiana. Personalmente, condivido anche la sua istintiva simpatia per il Dalai Lama, anzitutto perché porta sul volto i segni di uno dei tanti genocidi dimenticati del nostro secolo, il massacro di migliaia di tibetani da parte della Cina di Mao, una delle pagine più nere dell’intero Il libro nero del comunismo [2]. In secondo luogo – se mi è concesso un rapido riferimento autobiografico – fu proprio la lettura, a dodici anni, di Sette anni nel Tibet [3], il resoconto dell’incontro tra l’alpinista austriaco Heinrich Harrer e il giovane Dalai Lama – da cui è stato tratto nel 1997 l’omonimo film – a suscitare in chi scrive un interesse per le religioni non cristiane destinato a durare fino all’età adulta.

Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi quanto Guido Ceronetti – di cui do per scontata l’avversione alla Chiesa cattolica, accusata qui di tenere “(…) imprigionata, condor tra le sbarre, la luce gnostica e giovannea di Cristo” – conosca gli studi più recenti sul buddhismo tibetano. Soprattutto negli Stati Uniti gli allievi dei grandi tibetologi degli anni 1960 e 1970 – Richard Robinson, Jeffrey Hopkins, Robert Thurman – sono passati dallo studio dei testi al lavoro sul campo nelle comunità tibetane della diaspora, e hanno prodotto numerosi studi che consentono di ripensare l’immagine che l’Occidente si era fatto del Tibet.

Per brevità, anche se non mancano altri studi importanti, mi limito a raccomandare a Ceronetti un volume appena uscito: Prisoners of Shangri-La. Tibetan Buddhism and the West, del più brillante fra i tibetologi della nuova generazione, Donald S. Lopez, professore di Studi buddhisti e tibetani all’Università del Michigan [4].

L’opera di Lopez fustiga impietosamente l’immagine mitica del buddhismo del Tibet [5] costruita da “esperti” occidentali che non parlavano tibetano [6] e che talora cadevano vittima di avventurieri o mistificatori (un esempio per tutti: il successo anche in ambienti insospettabili de Il terzo occhio , del 1956 [7], e degli altri volumi firmati da T. Lobsang Rampa, in realtà pseudonimo di un piccolo impiegato inglese che non era mai stato in Oriente, Cyril Henry Hoskin, 1910-1981).

Più tardi – con una scelta consapevole di politica culturale – i tibetologi si sono concentrati su certi testi del buddhismo tibetano (sulla meditazione e la filosofia) e ne hanno sistematicamente trascurati altri: “(…) la propiziazione di divinità malevole, i testi di esorcismo, e in generale i lavori che trattano di divinità vendicative e di vantaggi mondani da conseguire (…)” [8], documenti che non quadravano con una certa immagine faticosamente costruita in Occidente.

Forse solo oggi il Tibet può essere apprezzato in tutta la sua complessità. Il Dalai Lama, scrive Donald S. Lopez, può essere considerato a partire dal 1959 “il principale propagatore del modernismo buddhista” [9], una corrente che ricostruisce il buddhismo come “religione della ragione“[10] fondata sull’”analisi razionale” [11], sulla compassione e sulla benevolenza, sostanzialmente accettando (in un curioso gioco di specchi) l’immagine che della religione buddhista si erano fatti studiosi occidentali.

La scelta del Dalai Lama ne ha fatto una figura di enorme successo in Occidente, ma non è priva di aspetti paradossali, se si considera che in Tibet – tra divinità guerriere e riti di esorcismo – la versione modernista del buddhismo era rimasta sostanzialmente “sconosciuta” [12], tanto più nella corrente conservatrice Geluk di cui i Dalai Lama sono tradizionalmente i capi. Nonostante le sue scelte filosofiche, il Dalai Lama rimane profondamente tibetano: per esempio, nota Donald S. Lopez, “(…) offre regolarmente iniziazioni al culto di divinità vendicative e non prende nessuna decisione importante senza consultare la feroce divinità guerriera che gli parla attraverso l’oracolo di Nechung” [13].

E’ vero che il Dalai Lama ha vietato, dopo averla praticata in gioventù, la venerazione di Dorje Shugden, un bellicoso spirito protettore Geluk, creando una controversia tra i buddhisti tibetani (insanguinata nel 1997 anche da alcuni omicidi) che ha aperto anche agli osservatori occidentali una finestra sul Tibet degli spiriti e degli oracoli. Ma questo è avvenuto perché il Dalai Lama vuole presentarsi nell’esilio come il capo di tutti i tibetani, non solo della corrente Geluk, e non per una sua presunta avversione al culto di divinità propiziatorie, che anzi continua a praticare [14].

Il buddhismo tibetano è un buddhismo tantrico, che non si può neppure cominciare a capire senza riflettere sul significato che in esso rivestono il corpo, la sessualità, le iniziazioni, gli spiriti e i riti [15]. Da quando è in esilio, il Dalai Lama ha conferito oltre venti volte l’iniziazione del Kalachakra [16]. Questa iniziazione, nota ancora Donald S. Lopez, “(…) è inusuale fra le iniziazioni tantriche, in quanto è conferita in pubblico, spesso a larghe masse; il numero dei partecipanti recentemente ha superato le 250.000 persone” [17].

Non si tratta soltanto di un gesto simbolico. In realtà per un buddhista tibetano “(…) coloro che ricevono l’iniziazione stanno piantando i semi per reincarnarsi nella prossima vita a Shambhala (…) ” [18] – la mitica terra pura del buddhismo tra le montagne, Shangri-La (talora identificata con il Tibet stesso) – da dove “nell’anno 2425 l’esercito del [venticinquesimo] re scenderà per distruggere i barbari in una Armageddon buddhista, restaurando il buddhismo in India e nel mondo e instaurando un regno di pace” [19].

Certo, alla fine dell’itinerario sono promesse pace e compassione. Ma la missione dell’esercito del venticinquesimo re sarà, nella sua fase apocalittica, tutt’altro che pacifica. Guido Ceronetti ha ragione: la dichiarazione del Dalai Lama sull’atomica indiana rischia di avere conseguenze disastrose. Se indurrà a rivisitare in chiave critica certi miti sul buddhismo tibetano si potrà tuttavia forse concludere che non tutto il male viene per nuocere.

NOTE

(1) Guido Ceronetti, Il Dalai Lama sponsor dell’atomica, in La Stampa, 17 maggio 1998.

(2) Cfr. Stéphane Courtois – Nicolas Werth – Jean-Louis Panné – Andrzej Paczkowski – Karel Bartosek – Jean-Louis Margolin, Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, tr. it., Mondadori, Milano 1998, pp. 508-512.
(3) Heinrich Harrer, Sette anni nel Tibet, tr. it., Garzanti, Milano 1953; 2a ed.: Garzanti, Milano 1962; 4a ed.: Mondadori, Milano 1997.
(4) Donald S. Lopez, Jr., Prisoners of Shangri-La. Tibetan Buddhism and the West, University of Chicago Press, Chicago – Londra 1998.
(5) E anche l’immagine del buddhismo in generale, di cui sarebbe vittima lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II che criticherebbe spesso non tanto il buddhismo autentico ma la sua rappresentazione prevalente in Occidente (ibid., pp. 223-225, nota 38). A questa osservazione è agevole rispondere che il Papa non si occupa di filologia buddhista ma di problemi pastorali. Se una ideologia si presenta in Occidente con il nome di “buddhismo” è con questa che anche la Chiesa Cattolica deve fare i conti, che corrisponda o meno al buddhismo “tradizionale” o “originario”. Del resto, lo stesso Donald S. Lopez mostra nel suo libro la forza persuasiva dell’immagine occidentale del buddhismo, che oggi influenza gli stessi buddhisti orientali.
(6) Il simbolo stesso di questa immagine mitica è costituito, secondo Donald S. Lopez, dal successo presso l’opinione pubblica del Libro dei morti, divulgato in Occidente nel 1927 da un membro della Società teosofica, il californiano Walter Evans-Wentz (1878-1965), e presentato al grande pubblico come se si trattasse di un classico della spiritualità tibetana. In realtà fino al 1959 il Libro dei morti era “sconosciuto agli studiosi tibetani tradizionali” (D. S. Lopez, Jr., op. cit., p. 49), che lo avrebbero peraltro riconosciuto come uno dei tanti testi funerari della scuola Nyingma (una delle correnti buddhiste del Tibet, tradizionalmente rivale della corrente Geluk a cui appartiene il Dalai Lama). Walter Evans-Wentz si imbatté in questo libro per caso quando nel 1919 in Sikkim era alla ricerca di testi inediti in tibetano (lingua che peraltro non conosceva) che fossero in vendita a un prezzo ragionevole. Senza gli sforzi di Walter Evans-Wentz e dell’ambiente teosofico il Libro dei morti sarebbe rimasto un testo assolutamente minore (cfr. ibid., pp. 46-85).
(7) T. Lobsang Rampa, The Third Eye, Secker & Warburg, Londra 1956 (tr. it.: Il terzo occhio, Mondadori, Milano 1958).
(8) D.S. Lopez, Jr., op. cit., p. 179.
(9) Ibid., p. 185.
(10)Ibid.
(11) Ibid.
(12) Ibid.
(13) Ibid., p. 191.
(14) Sulla vicenda relativa a Dorje Shugden essenziali sono l’articolo di David Kay, The New Kadampa Tradition and the Continuity of Tibetan Buddhism in Transition, nel Journal of Contemporary Religion, vol. XII, n. 3, ottobre 1997, pp. 277-293, e il vol. VII, n. 3 (primavera 1998), di Tricycle. The Buddhist Review, che comprende: uno schema della controversia (p. 59); gli articoli di Stephen Batchelor, Letting Daylight into Magic. The Life and Times of Dorje Shugden, pp. 60-66, e di D. S. Lopez, Jr., Two Sides of the Same God, pp. 67-69; e due interviste dello stesso D. S. Lopez, Jr., a Geshe Kelsang Gyatso, leader della New Kadampa Tradition (NKT) che intende continuare a venerare Dorje Shugden (pp. 70-76), e al fratello del Dalai Lama, Thubten Jugme Norbu (pp. 77-82). Cfr. pure i documenti sulla controversia nel sito Internet del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni: www.cesnur.org/testi/NKT.htm Per il contesto generale di questa vicenda cfr. D. S. Lopez, Jr, Prisoners of Shangri-La. Tibetan Buddhism and the West, cit., pp. 188-196.
(15) Un esame del tantrismo tibetano esula dai limiti di questa nota, e del resto lo stesso concetto di “tantrismo” è controverso. Vale la pena di citare, tuttavia, la controversia sul significato del mantra più importante del buddhismo tibetano, Om Mani padme hum, tradotto tradizionalmente come “il gioiello è nel loto” mentre sembra, secondo gli studi più recenti che la traduzione corretta sia “gioiello loto”, una invocazione al dio Avalokitesvara in una sua forma femminile (cfr. ibid., pp. 114-134). Benché altri autori abbiano sollevato qualche dubbio, la maggioranza di coloro che hanno pubblicato studi scientifici sul mantra – tra cui il tutore dell’attuale Dalai Lama, Trijang Rimpoche (1901-1981) – hanno dato per scontato che il “gioiello” indichi l’organo sessuale maschile e il “loto” quello femminile (cfr. ibid., p. 134).
(16) Cfr. ibid., p. 207.
(17) Ibid.
(18) Ibid.
(19) Ibid.
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