Erga migrantes caritas Christi (parte II e III)

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE

PER I MIGRANTI E GLI ITINERANTI

istruzione

(La carità di Cristo verso i migranti)

PARTE II

MIGRANTI E PASTORALE D’ACCOGLIENZA

“Inculturazione” e pluralismo culturale e religioso

34. Sacramento di unità, la Chiesa vince le barriere e le divisioni ideologiche o razziali e a tutti gli uomini e a tutte le culture proclama la necessità di tendere alla verità, in una prospettiva di giusto confronto, di dialogo e d’accoglienza reciproca. Le diverse identità culturali devono così aprirsi ad una logica universale, non già sconfessando le proprie positive caratteristiche, ma mettendole a servizio dell’intera umanità.

Mentre impegna ogni Chiesa particolare, questa logica evidenzia e manifesta quella unità nella diversità che si contempla nella visione trinitaria, la quale, a sua volta, rimanda la comunione di tutti alla pienezza della vita personale di ciascuno. In questa prospettiva la situazione culturale odierna, nella sua dinamica globale, per una incarnazione dell’unica fede nelle varie culture, rappresenta una sfida senza precedenti, vero kairòs che interpella il Popolo di Dio (cfr. EEu 58)

.35. Ci troviamo di fronte, cioè, ad un pluralismo culturale e religioso forse mai sperimentato così coscientemente finora. Da una parte si procede a grandi passi verso una apertura mondiale, facilitata dalla tecnologia e dai mass-media – che arriva a porre a contatto o addirittura a rendere interni l’uno all’altro universi culturali e religiosi tradizionalmente diversi ed estranei tra loro -, dall’altra rinascono esigenze di identità locale, che colgono nella specificità culturale di ciascuno lo strumento della propria realizzazione.

36. Questa fluidità culturale rende quindi ancor più indispensabile l”inculturazione” perché non si può evangelizzare senza entrare in profondo dialogo con le culture. Insieme a popoli con radici diverse, altri valori e modelli di vita bussano dunque alla nostra porta. Mentre ogni cultura tende così a pensare il contenuto del Vangelo nel proprio ambito di vita, compete al Magistero della Chiesa guidare tale tentativo e giudicarne la validità.

L'”inculturazione” comincia con l’ascolto, con la conoscenza, cioè, di coloro a cui si annuncia il Vangelo. Tale ascolto e conoscenza portano infatti a una valutazione più adeguata dei valori e disvalori presenti nella loro cultura alla luce del mistero pasquale di morte e di vita. Non basta qui la tolleranza, occorre la simpatia, il rispetto, per quanto possibile, dell’identità culturale degli interlocutori. Riconoscerne gli aspetti positivi e apprezzarli, perché preparano ad accogliere il Vangelo, è un preambolo necessario per l’esito dell’annuncio. Solo in questo modo nasce il dialogo, la comprensione e la fiducia.

L’attenzione al Vangelo si fa così anche attenzione alle persone, alla loro dignità e libertà. Promuoverle nella loro integrità esige impegno di fraternità, solidarietà, servizio e giustizia. L’amore di Dio, in effetti, mentre dona all’uomo la verità e gli manifesta la sua altissima vocazione, promuove pure la sua dignità e fa nascere la comunità attorno all’annuncio accolto e interiorizzato, celebrato e vissuto[40].

La Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II

37. Nella visione del Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa realizza il suo ministero pastorale, fondamentalmente, in tre modalità.

a) In quanto comunione, essa dà valore alle legittime particolarità delle comunità cattoliche, coniugandole con l’universalità. L’unità della Pentecoste non abolisce infatti le diverse lingue e culture, ma le riconosce nella loro identità, pur aprendole all’alterità, attraverso l’amore universale operante in esse. L’unica Chiesa Cattolica è così costituita dalle e nelle Chiese particolari, così come le Chiese particolari sono costituite nella e dalla Chiesa universale (cfr. LG 13 )[41]

b) In quanto missione, il ministero ecclesiale si dirige verso un altrove, per comunicare il proprio tesoro e arricchirsi di nuovi doni e valori. Tale missionarietà si svolge pure all’interno della stessa Chiesa particolare, poiché la missione è prima di tutto irradiamento della gloria di Dio, e la Chiesa ha bisogno di “sentir proclamare le grandi opere di Dio … e d’essere nuovamente convocata e riunita da Lui” (EN 15).

c) In quanto Popolo e Famiglia di Dio, mistero, sacramento, Corpo mistico e tempio dello Spirito, la Chiesa si fa storia di un Popolo in cammino che, partendo dal mistero di Cristo e dalle vicende dei singoli e dei gruppi che la compongono, è chiamata a costruire una nuova storia, dono di Dio e frutto della libertà umana. Nella Chiesa anche i migranti sono convocati, dunque, ad esserne protagonisti con tutto il Popolo di Dio pellegrino sulla terra (cfr. RMi 32, 49 e 71).

38. Concretamente le scelte pastorali specifiche per la accoglienza dei migranti si possono così delineare:

1) cura di un determinato gruppo etnico o rituale, tesa a promuovere un vero spirito cattolico (cfr. LG 13);

2) necessità di salvaguardare universalità e unità che non può contrastare, al tempo stesso, con la pastorale specifica, la quale possibilmente affida i migranti a Presbiteri della loro lingua, della stessa Chiesa sui iuris, o a Presbiteri ad essi affini dal punto di vista linguistico-culturale (cfr. DPMC 11)

3) grande importanza, dunque, della lingua materna dei migranti, attraverso la quale essi esprimono la mentalità, le forme di pensiero e di cultura ed i caratteri stessi della loro vita spirituale e delle tradizioni delle loro Chiese di origine (cfr. DPMC 11).

Tale pastorale specifica è collocata nel contesto del fenomeno migratorio il quale, mettendo in contatto fra loro persone di diversa nazionalità, etnia e religione, contribuisce a rendere visibile l’autentica fisionomia della Chiesa (cfr. GS 92) e valorizza la valenza ecumenica e dialogico-missionaria delle migrazioni [42]. E’ anche attraverso di esse, infatti, che si realizzerà tra le genti il disegno salvifico di Dio (cfr. Atti 11,19-21)[43]. Per questo è necessario far crescere nei migranti la vita cristiana, conducendola fino alla maturità per mezzo di un apostolato “evangelizzatore” e “catechistico” (cfr. CD 13-14 e DPMC 4).

Tale compito dialogico-missionario è di tutti i membri del Corpo mistico, per cui i migranti stessi lo debbono realizzare nella triplice funzione di Cristo, Sacerdote, Re e Profeta. Bisognerà quindi edificare e far crescere in essi e con essi la Chiesa, per riscoprire, insieme, e rivelare i valori cristiani e per formare una autentica comunità sacramentale, di fede, di culto, di carità[44] e di speranza. La particolare situazione in cui vengono a trovarsi i Cappellani/Missionari, nonché gli Operatori pastorali laici, in rapporto alla Gerarchia e al Clero locale, impone agli stessi una coscienza viva della necessità di svolgere il ministero in stretta unione col Vescovo diocesano, o col Gerarca, e con il suo Clero (cfr. CD 28-29; AA 10 e PO 7).

La difficoltà e l’importanza del raggiungimento di certi obiettivi, sia sul piano comunitario che su quello individuale, stimoleranno infine i Cappellani/Missionari dei migranti a ricercare la più ampia e giusta collaborazione di Religiosi e Religiose (cfr. DPMC 52-55) e di Laici (cfr. DPMC 56-61)[45].

Accoglienza e solidarietà

39. Le migrazioni costituiscono dunque un evento che tocca anche la dimensione religiosa dell’uomo e offrono ai migranti cattolici l’opportunità privilegiata, seppur spesso dolorosa, di giungere a un maggiore senso di appartenenza alla Chiesa universale, oltre ogni particolarità. A tale scopo è importante che le comunità non ritengano esaurito il loro dovere verso i migranti compiendo semplicemente gesti di aiuto fraterno o anche sostenendo leggi settoriali che promuovano un loro dignitoso inserimento nella società, che rispetti l’identità legittima dello straniero. I cristiani devono, cioè, essere promotori di una vera e propria cultura dell’accoglienza (cfr. EEu 101 e 103), che sappia apprezzare i valori autenticamente umani degli altri, al di sopra di tutte le difficoltà che comporta la convivenza con chi è diverso da noi (cfr. EEu 85, 112 e PaG 65).

40. Tutto questo i cristiani lo realizzeranno con una accoglienza veramente fraterna, rispondendo all’invito di S. Paolo: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7)[46]. Certo, il semplice appello, per quanto altamente ispirato e accorato, non dà una automatica, concreta risposta a quanto ci assilla giorno per giorno; non elimina, ad esempio, una diffusa paura o l’insicurezza della gente, non assicura il doveroso rispetto della legalità e la salvaguardia della comunità di accoglienza. Ma lo spirito autenticamente cristiano darà stile e coraggio nell’affrontare questi problemi e suggerirà i modi concreti con cui, nella vita quotidiana delle nostre comunità cristiane, siamo chiamati a risolverli (cfr. EEu 85 e 111).

41. Per questo l’intera Chiesa del Paese di accoglienza deve sentirsi interessata e mobilitata nei confronti dei migranti. Nelle Chiese particolari va dunque ripensata e programmata la pastorale per aiutare i fedeli a vivere una fede autentica nel nuovo odierno contesto multiculturale e plurireligioso[47]. Con l’aiuto di Operatori sociali e pastorali, è così necessario far conoscere agli autoctoni i complessi problemi delle migrazioni e contrastare sospetti infondati e pregiudizi offensivi verso gli stranieri.

Nell’insegnamento della religione e nella catechesi si dovrà trovare il modo adeguato di creare nella coscienza cristiana il senso dell’accoglienza, specialmente dei più poveri ed emarginati, come spesso sono i migranti, un’accoglienza tutta fondata sull’amore a Cristo, certi che il bene fatto al prossimo, particolarmente al più bisognoso, per amore di Dio, è fatto a Lui stesso. Tale catechesi comunque non potrà non riferirsi ai gravi problemi che precedono e accompagnano il fenomeno migratorio, quali la questione demografica, il lavoro e le sue condizioni (fenomeno del lavoro nero), la cura dei molti anziani, la malavita, lo sfruttamento e il traffico e contrabbando di esseri umani.

42. Certo è utile e corretto distinguere, riguardo all’accoglienza, i concetti di assistenza in genere (o prima accoglienza, piuttosto limitata nel tempo), di accoglienza vera e propria (che riguarda piuttosto progetti a più largo termine) e di integrazione (obiettivo del lungo periodo, da perseguire costantemente e nel giusto senso della parola).

Gli Operatori pastorali che possiedono una specifica competenza in mediazioni culturali – Operatori di cui anche le nostre comunità cattoliche devono assicurarsi il servizio – sono chiamati ad aiutare nel coniugare l’esigenza legittima di ordine, legalità e sicurezza sociale con la vocazione cristiana all’accoglienza e alla carità in concreto. Sarà importante anche far sì che tutti si rendano conto dei vantaggi, non solo economici, che ai Paesi industrializzati derivano dal regolato flusso migratorio e, nello stesso tempo, prendano coscienza sempre più del fatto che al bisogno di braccia corrispondono coloro che le hanno, persone, cioè uomini, donne e interi nuclei familiari con bambini e anziani.

43. Grande rimane comunque l’importanza degli interventi di assistenza o di “prima accoglienza” (pensiamo per es. alle “Case dei migranti” specialmente nei Paesi di transito verso quelli ricettori), in risposta alle emergenze che il movimento migratorio porta con sé: mensa, dormitorio, ambulatorio, aiuti economici, centri di ascolto. Pure importanti sono però gli interventi di “accoglienza vera e propria” finalizzati alla progressiva integrazione e auto-sufficienza dello straniero immigrato.

Ricordiamo in particolare l’impegno per il ricongiungimento familiare, l’educazione dei figli, l’alloggio, il lavoro, l’associazionismo, la promozione dei diritti civili e le varie forme di partecipazione degli immigrati nella società di arrivo. Le associazioni religiose, socio-caritative e culturali di ispirazione cristiana dovranno badare inoltre a coinvolgere gli immigrati nelle loro stesse strutture.

Liturgia e religiosità popolare

44. I fondamenti ecclesiologici della pastorale dei migranti aiuteranno anche nel tendere a una Liturgia più attenta alla dimensione storica e antropologica delle migrazioni, affinché la celebrazione liturgica diventi espressione viva di comunità di fedeli che camminano hic et nunc nelle vie della salvezza. Si apre così la questione del rapporto della Liturgia con l’indole, la tradizione e il genio dei vari gruppi culturali e quella di saper rispondere a particolari situazioni sociali e culturali, nell’ambito di una pastorale che si faccia carico di una specifica formazione e animazione liturgica (cfr. SC 23), promuovendo anche una più larga partecipazione dei fedeli nella Chiesa particolare (cfr. EEu 69-72 e 78-80). 45.

Pure per la scarsità delle loro forze, i Presbiteri dovranno poi valorizzare i Laici nei ministeri non ordinati. In tale prospettiva è da considerare la possibilità, nei luoghi in cui non ci siano Presbiteri disponibili, di riunire, anche nelle comunità di immigrati, le cosiddette assemblee domenicali senza Sacerdote (cfr. CIC can. 1248, §2), dove si prega, è proclamata la Parola e si distribuisce l’Eucarestia (cfr. PaG 37), sotto la guida di un Diacono oppure di un Laico a ciò legittimamente preposto [48].

La scarsità di Sacerdoti per i migranti, infatti, può essere in parte supplita proprio con l’affidare alcune funzioni di servizio in Parrocchia a Laici particolarmente preparati, conformemente al CIC (cfr. can. 228, §1; 230, §3 e 517, §2). Del resto ci si atterrà alle norme generali già impartite dalla Santa Sede e ricordate nella Lettera Apostolica Dies Domini, che recita: “La Chiesa, considerando il caso di impossibilità della celebrazione eucaristica, raccomanda la convocazione di assemblee domenicali in assenza del sacerdote, secondo le indicazioni e le direttive date dalla Santa Sede e affidate, per la loro applicazione, alle Conferenze Episcopali” [49].

Contestualmente i Presbiteri procureranno di creare nel Popolo di Dio una maggior presa di coscienza della necessità, nella vita di ogni Chiesa particolare, di autentiche vocazioni al sacerdozio ministeriale e di promuovere, anche nell’ambiente dei migranti, una intensa pastorale vocazionale al ministero ordinato (cfr. EE 31-32 e PaG 53-54).

46. Un’attenzione particolare merita, poi, la religiosità popolare[50], poiché essa caratterizza molte comunità di migranti. Oltre a riconoscere che, “se è bene orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, la pietà popolare è ricca di valori” (EN 48), si dovrà tener presente, a questo riguardo, che per molti migranti essa è un elemento fondamentale di collegamento con la Chiesa di origine e con precisi modi di comprendere e di vivere la fede.

Si tratta di attuare qui una profonda opera di evangelizzazione e di far altresì conoscere e apprezzare dalla locale comunità cattolica alcune forme di devozione dei migranti, affinché siano da essa comprese. Da questa unione di spirito potrà nascere anche una liturgia più partecipata, più integrata e spiritualmente più ricca. Lo stesso si dica pure per quanto riguarda il collegamento con le varie Chiese Orientali Cattoliche. La Sacra Liturgia celebrata nel rito della propria Chiesa sui iuris, infatti, è importante perché salvaguarda l’identità spirituale dei migranti cattolici d’Oriente, come del resto l’uso delle loro lingue nelle sacre funzioni religiose [51] .

47. Per la particolare condizione di vita dei migranti, la pastorale deve altresì dare molto spazio, sempre in prospettiva liturgica, alla famiglia, intesa come “chiesa domestica”, alla preghiera in comune, ai gruppi biblici familiari, alle risonanze in famiglia dell’anno liturgico (cfr. EEu 78). Meritano una attenta considerazione pure le forme di benedizioni familiari proposte dal Rituale delle Benedizioni[52]. Inoltre si assiste, oggi, a un rinnovato impegno per coinvolgere le famiglie nella pastorale dei Sacramenti, la quale può dare nuova vitalità alle comunità cristiane. Molti giovani (cfr. PaG 53) e adulti riscoprono infatti, per questa via, il significato e il valore di itinerari che li aiutano a rinvigorire la loro fede e la vita cristiana.

48. Un particolare pericolo per la fede deriva peraltro dall’odierno pluralismo religioso, inteso come relativismo e sincretismo in fatto di religione. Per scongiurarlo è necessario approntare nuove iniziative pastorali che consentano di affrontare adeguatamente il fenomeno, che risulta essere uno dei più gravi problemi pastorali odierni assieme a quello del pullulare delle sette[53].

Migranti cattolici

49. In relazione ai migranti cattolici la Chiesa contempla una pastorale specifica, dettata dalla diversità di lingua, origine, cultura, etnia e tradizione, o da appartenenza ad una determinata Chiesa sui iuris, con proprio rito, che si frappongono spesso a un pieno e rapido inserimento dei migranti nelle parrocchie territoriali locali, o che sono da tener presenti in vista dell’erezione di Parrocchie o Gerarchia propria per i fedeli di determinate Chiese sui iuris. Ai tanti sradicamenti (dalla terra d’origine, dalla famiglia, dalla lingua, ecc.) a cui l’espatrio forzatamente sottopone, non si dovrebbe infatti aggiungere anche quello dal rito o dall’identità religiosa del migrante.

50. In presenza di gruppi particolarmente numerosi ed omogenei di immigrati, essi vanno quindi incoraggiati a mantenere la propria specifica tradizione cattolica. In particolare si dovrà cercare di procurare l’assistenza religiosa, in forma organizzata, da parte di sacerdoti della lingua e cultura e rito degli immigrati, con scelta della figura giuridica più confacente, tra quelle previste dal CIC e dal CCEO.

In ogni caso non sarà mai ribadita a sufficienza la necessità di una profonda comunione tra le Missioni linguistiche o rituali e le Parrocchie territoriali e sarà pure importante svolgere un’azione che tenda alla conoscenza reciproca, servendosi di tutte quelle occasioni offerte dalla cura pastorale ordinaria, per coinvolgere anche gli immigrati nella vita delle Parrocchie (cfr. EEu 28).

Qualora poi l’esiguità del loro numero non consentisse una specifica assistenza religiosa organizzata, la Chiesa particolare di arrivo dovrà aiutarli a superare i disagi dello sradicamento dalla comunità di origine e le gravi difficoltà dell’inserimento in quella di arrivo. Nei centri di minore importanza numerica di immigrati si rivelerà comunque particolarmente preziosa una sistematica formazione catechistica e di animazione liturgica condotta da Operatori pastorali, Religiosi e Laici, in stretta collaborazione con il Cappellano/Missionario (cfr. EEu 51, 73 e PaG 51).

51. Varrà inoltre qui ricordare la necessità di una assistenza pastorale specifica anche nei riguardi di tecnici, professionisti e studenti esteri provvisoriamente insediati in Paesi a maggioranza musulmana o di altra religione. Abbandonati a se stessi e senza guida spirituale, anziché offrire una testimonianza cristiana, essi possono diventare, invece, causa di erronei giudizi nei confronti del Cristianesimo. Questo diciamo indipendentemente dal benefico influsso, negli stessi Paesi, di migliaia e migliaia di cristiani che vi danno buona testimonianza o del ritorno ai luoghi di origine, a minoranza cristiana, di antichi migranti di altra religione provenienti da zone intensamente cattoliche.

Migranti cattolici di rito orientale

52. I migranti cattolici di rito orientale, oggi sempre più numerosi, meritano una particolare attenzione pastorale. Ricordiamo anzitutto, a loro riguardo, l’obbligo giuridico di osservare dovunque – quando sia possibile – il proprio rito, inteso come patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare (cfr. CCEO can. 28, §l e PaG 72). Di conseguenza “anche se affidati alla cura del Gerarca o del parroco di un’altra Chiesa sui iuris, rimangono tuttavia ascritti alla propria Chiesa sui iuris” (CCEO can. 38); anzi, l’usanza, pur a lungo protratta, di ricevere i sacramenti secondo il rito di un’altra Chiesa sui iuris, non comporta l’iscrizione alla medesima (CIC can. 112, §2).

Vi è, infatti, divieto di “cambiare rito senza il consenso della Sede Apostolica” (CCEO can. 32 e CIC can. 112, §1).  I migranti cattolici orientali, poi, fermo restando il diritto e il dovere di osservare il proprio rito, hanno pure il diritto di partecipare attivamente alle celebrazioni liturgiche di qualunque Chiesa sui iuris, quindi anche della Chiesa Latina, secondo le prescrizioni dei libri liturgici (cfr. CCEO can. 403, §1).  La Gerarchia deve curare inoltre che coloro i quali hanno relazioni frequenti con fedeli di altro rito lo conoscano e venerino (cfr. CCEO can. 41) e vigilerà affinché nessuno si senta limitato nella sua libertà a motivo della lingua o del rito (cfr. CCEO can. 588).

53. Il Concilio Ecumenico Vaticano II (CD 23) in effetti stabilisce che: “Dove si trovano fedeli di diverso Rito, il Vescovo deve provvedere alle loro necessità, sia per mezzo di sacerdoti o parrocchie dello stesso Rito; sia per mezzo di un Vicario episcopale, munito delle necessarie facoltà e, se opportuno, insignito anche del carattere episcopale; sia da se stesso come Ordinario di diversi Riti”. Inoltre “il Vescovo può costituire uno o più Vicari Episcopali che, in forza del diritto … nei riguardi dei fedeli di un determinato Rito, godono dello stesso potere che il diritto comune attribuisce al Vicario Generale” (CD 27).

54. Conformemente al dettato conciliare, il CIC (can. 383, §2) stabilisce quindi che se il Vescovo diocesano “ha nella sua diocesi fedeli di rito diverso, provveda alle loro necessità spirituali sia mediante sacerdoti o parroci del medesimo rito, sia mediante un Vicario episcopale”. Questi, a norma del can. 476 del CIC, “ha la stessa potestà ordinaria che, per diritto universale … spetta al Vicario generale” anche in rapporto ai fedeli di un determinato rito. Il CIC, dopo aver enunciato il principio della territorialità della Parrocchia, stabilisce infatti che, “dove risulti opportuno, vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito” (can. 518).

55. Qualora così si proceda, tali Parrocchie faranno giuridicamente parte integrante della Diocesi latina, e i Parroci del medesimo rito saranno membri del Presbiterio diocesano del Vescovo latino. E’ da notare, tuttavia, che sebbene i fedeli, nell’ipotesi prevista dai suddetti canoni, si trovino nell’ambito della giurisdizione del Vescovo latino, è opportuno che questi, prima di istituire Parrocchie personali o designare un Presbitero come assistente o parroco, o addirittura Vicario episcopale, entri in dialogo sia con la Congregazione per le Chiese Orientali, sia con la rispettiva Gerarchia, e in particolare con il Patriarca.

Varrà qui ricordare infatti che il CCEO (can. 193, §3) prevede, quando i Vescovi eparchiali “costituiscono questo tipo di presbiteri, di parroci o sincelli per la cura dei fedeli cristiani delle Chiese patriarcali”, che essi “prendano contatto con i relativi Patriarchi e, se sono consenzienti, agiscano di propria autorità informandone al più presto la Sede Apostolica; se però i Patriarchi per qualunque ragione dissentano, la cosa venga deferita alla Sede Apostolica”[54]. Sebbene nel CIC manchi una espressa disposizione a questo proposito, per analogia essa dovrebbe però valere anche per i Vescovi diocesani latini.

Migranti di altre Chiese e Comunità ecclesiali

56. La presenza, sempre più numerosa, anche di immigrati cristiani non in piena comunione con la Chiesa Cattolica, offre alle Chiese particolari nuove possibilità di vivere la fraternità ecumenica nella concretezza della vita quotidiana e di realizzare, lontani da facili irenismi e dal proselitismo, una maggiore comprensione reciproca fra Chiese e Comunità ecclesiali.

Si tratta di possedere quello spirito di carità apostolica che da una parte rispetta le coscienze altrui e riconosce i beni che vi trova, ma che può attendere anche il momento per diventare strumento di un incontro più profondo fra Cristo e il fratello. I fedeli cattolici non devono dimenticare infatti che è anche servizio e segno di grande amore, quello di accogliere i fratelli nella piena comunione con la Chiesa. In ogni caso “se sacerdoti, ministri o comunità che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica non hanno un luogo, né oggetti liturgici necessari per celebrare degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può loro permettere di usare una chiesa o un edificio cattolico e anche prestar loro gli oggetti necessari per il loro culto. In circostanze analoghe può essere loro consentito di fare funerali o di celebrare ufficiature in cimiteri cattolici”[55].

57. Da ricordare qui è poi la legittimità, in determinate circostanze, per i non cattolici, di ricevere l’Eucarestia assieme ai cattolici, secondo quanto afferma anche la recente Enciclica Ecclesia de Eucharistia. Infatti “Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucarestia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale.

In tal senso si è mosso il Concilio Vaticano II, fissando il comportamento da tenere con gli Orientali che, trovandosi in buona fede separati dalla Chiesa cattolica, chiedono spontaneamente di ricevere l’Eucarestia dal ministro cattolico e sono ben disposti (cfr. OE 27). Questo modo di agire è stato poi ratificato da entrambi i Codici, nei quali è considerato anche, con gli opportuni adeguamenti, il caso degli altri cristiani non orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica (cfr. CIC can. 844, §§3-4 e CCEO can. 671, §§3-4)”[56].

58. Ad ogni modo si avrà un reciproco, particolare riguardo dei rispettivi ordinamenti, come raccomandato nel Direttorio per l’applicazione dei principi e norme sull’ecumenismo: “I cattolici devono dar prova di un sincero rispetto per la disciplina liturgica e sacramentale delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, e queste … sono invitate a mostrare lo stesso rispetto per la disciplina cattolica”[57]. Tali disposizioni e l'”ecumenismo della vita quotidiana” (PaG 64), nel caso dei migranti, non mancheranno di avere benefici effetti. Momenti salienti d’impegno ecumenico potranno essere, in ogni caso, le grandi feste liturgiche delle differenti Confessioni, le tradizionali Giornate mondiali della pace, del migrante e del rifugiato e la Settimana annuale di preghiera per l’unità dei cristiani.

Migranti di altre religioni, in genere

59. In questi ultimi tempi è andata sempre più rafforzandosi, in Paesi di antica tradizione cristiana, la presenza di immigrati di altre religioni, nei confronti dei quali fanno da sicuro orientamento vari pronunciamenti magisteriali e particolarmente la Enciclica Redemptoris Missio[58], nonché l’Istruzione Dialogo e Annuncio[59]. Anche per gli immigrati non cristiani la Chiesa si impegna nella promozione umana e nella testimonianza della carità, che ha già di per sé un valore evangelizzatore, atto ad aprire i cuori all’annuncio esplicito del Vangelo, fatto con la dovuta cristiana prudenza e totale rispetto della libertà.

I migranti di diversa religione vanno sostenuti, comunque, per quanto possibile, affinché conservino la dimensione trascendente della vita. La Chiesa è dunque chiamata a entrare in dialogo con essi, “dialogo [che] deve essere condotto e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza” (RMi 55; cfr. anche PaG 68).

60. Questo esige che le comunità cattoliche di accoglienza apprezzino ancora di più la loro identità, verifichino la loro fedeltà a Cristo, conoscano bene i contenuti della fede, riscoprano la missionarietà e quindi si impegnino nella testimonianza a Gesù, il Signore, e al suo Vangelo. Ciò è dunque presupposto necessario per una disponibilità al dialogo sincero, aperto e rispettoso con tutti, che non sia peraltro né ingenuo, né sprovveduto (cfr. PaG 64 e 68). E’ compito dei cristiani, in modo particolare, aiutare gli immigrati a inserirsi nel tessuto sociale e culturale del Paese che li ospita, accettandone le leggi civili (cfr. PaG 72).

Soprattutto con la testimonianza della vita i cristiani sono comunque chiamati a denunciare certi disvalori presenti nei Paesi industrializzati e ricchi (materialismo e consumismo, relativismo morale e indifferentismo religioso), che potrebbero scuotere le convinzioni religiose degli immigrati.  Auspichiamo anzi che tale impegno nei confronti dei migranti non sia condotto solo da singoli cristiani, o dalle tradizionali Organizzazioni di aiuto e soccorso, ma venga inscritto anche nel complessivo programma di Movimenti ecclesiali e Associazioni laicali (cfr. CfL 29).

Quattro attenzioni particolari

61. Ad evitare comunque fraintendimenti e confusioni, considerate le diversità religiose che reciprocamente riconosciamo, per rispetto ai propri luoghi sacri e anche alla religione dell’altro, non riteniamo opportuno che quelli cattolici – chiese, cappelle, luoghi di culto, locali riservati alle attività specifiche della evangelizzazione e della pastorale – siano messi a disposizione di appartenenti a religioni non cristiane, né tanto meno che essi siano usati per ottenere accoglienza di rivendicazioni rivolte alle Autorità Pubbliche.

Gli spazi di tipo sociale, invece, – quelli per il tempo libero, il gioco ed altri momenti di socializzazione – potrebbero e dovrebbero rimanere aperti a persone di altre religioni, nel rispetto delle regole seguite in tali spazi. La socializzazione che ivi avviene sarebbe in effetti un’occasione per favorire l’integrazione dei nuovi arrivati e preparare mediatori culturali capaci di favorire il superamento delle barriere culturali e religiose promuovendo una adeguata conoscenza reciproca.

62. Le scuole cattoliche (cfr. EEu 59 e PaG 52), poi, non devono rinunciare alle loro caratteristiche peculiari e al proprio progetto educativo, cristianamente orientato, quando vengono in esse accolti figli di migranti di altre religioni [60]. Di questo andranno chiaramente informati i genitori che volessero iscrivervi i propri figli.

Al tempo stesso nessun bambino dovrà essere obbligato a partecipare a Liturgie cattoliche o a compiere gesti contrari alle proprie convinzioni religiose. Inoltre le ore di religione previste dal programma, se effettuate con carattere scolastico, potrebbero liberamente servire agli alunni per conoscere una credenza diversa dalla loro. In queste ore si dovrà comunque educare tutti al rispetto – senza relativismi – delle persone di altra convinzione religiosa.

63. Per quanto riguarda poi il matrimonio fra cattolici e migranti non cristiani lo si dovrà sconsigliare, pur con variata intensità, secondo la religione di ciascuno, con eccezione in casi speciali, secondo le norme del CIC e del CCEO. Bisognerà infatti ricordare, con le parole di Papa Giovanni Paolo II, che: “Nelle famiglie in cui ambedue i coniugi sono cattolici, è più facile che essi condividano la propria fede con i figli. Pur riconoscendo con gratitudine quei matrimoni misti che hanno successo nel nutrire la fede sia degli sposi sia dei figli, il Sinodo incoraggia gli sforzi pastorali volti a promuovere matrimoni tra persone della stessa fede”[61].

64. Nelle relazioni tra cristiani e aderenti ad altre religioni riveste infine grande importanza il principio della reciprocità, intesa non come un atteggiamento puramente rivendicativo, ma quale relazione fondata sul rispetto reciproco e sulla giustizia nei trattamenti giuridico-religiosi. La reciprocità è anche un atteggiamento del cuore e dello spirito, che ci rende capaci di vivere insieme e ovunque in parità di diritti e di doveri.

Una sana reciprocità spinge ciascuno a diventare “avvocato” dei diritti delle minoranze dove la propria comunità religiosa è maggioritaria. Si pensi in questo caso anche ai numerosi migranti cristiani in Paesi con maggioranza non cristiana della popolazione, dove il diritto alla libertà religiosa è fortemente ristretto o conculcato.

Migranti musulmani

65. A questo proposito emerge oggi, specialmente in alcuni Paesi, in percentuali elevate o in aumento, la presenza di immigrati musulmani, verso i quali questo Pontificio Consiglio porta pure la sua sollecitudine. Il Concilio Vaticano II, a tale riguardo, indica l’atteggiamento evangelico da assumere e invita a purificare la memoria dalle incomprensioni del passato, a coltivare i valori comuni e a chiarire e rispettare le diversità, senza rinuncia dei principi cristiani[62]. Le comunità cattoliche sono dunque invitate al discernimento. Si tratta di distinguere, nelle dottrine e pratiche religiose e nelle leggi morali dell’Islam, ciò che è condivisibile da quello che non lo è.

66. La credenza in Dio, Creatore e Misericordioso, la preghiera quotidiana, il digiuno, l’elemosina, il pellegrinaggio, l’ascesi per il dominio delle passioni, la lotta all’ingiustizia e all’oppressione, sono valori comuni, presenti anche nel Cristianesimo, peraltro con espressioni o manifestazioni diverse. Accanto a queste convergenze, ci sono anche delle divergenze, alcune delle quali riguardano le acquisizioni legittime della modernità.

Tenendo in considerazione specialmente i diritti umani, auspichiamo perciò che avvenga, da parte dei nostri fratelli e sorelle musulmani, una crescente presa di coscienza che è imprescindibile l’esercizio delle libertà fondamentali, dei diritti inviolabili della persona, della pari dignità della donna e dell’uomo, del principio democratico nel governo della società e della sana laicità dello Stato. Si dovrà altresì raggiungere un’armonia tra visione di fede e giusta autonomia del creato[63].

67. In caso poi di richiesta di matrimonio di una donna cattolica con un musulmano – fermo restando quanto è espresso al numero 63, pur tenendo presenti i giudizi pastorali locali -, per il frutto anche di amare esperienze, si dovrà fare una preparazione particolarmente accurata e approfondita durante la quale i fidanzati saranno condotti a conoscere e ad “assumere” con consapevolezza le profonde diversità culturali e religiose da affrontare, sia tra di loro, sia in rapporto alle famiglie e all’ambiente di origine della parte musulmana, a cui eventualmente si farà ritorno dopo una permanenza all’estero.

In caso di trascrizione del matrimonio presso un Consolato dello Stato di provenienza islamico, la parte cattolica dovrà però guardarsi dal pronunciare o dal firmare documenti contenenti la shahada (professione di credenza musulmana).  I matrimoni tra cattolici e musulmani, avranno comunque bisogno, se celebrati nonostante tutto, oltreché della dispensa canonica, del sostegno della comunità cattolica, prima e dopo il matrimonio. Uno dei servizi importanti dell’associazionismo, del volontariato e dei consultori cattolici, sarà quindi l’aiuto a queste famiglie nell’educazione dei figli ed eventualmente il sostegno verso la parte meno tutelata della famiglia musulmana, cioè la donna, nel conoscere e perseguire i propri diritti.

68. Per il battesimo dei figli, infine, le norme delle due religioni sono – come si sa – fortemente in contrasto. Il problema va posto quindi con grande chiarezza durante la preparazione al matrimonio e la parte cattolica dovrà impegnarsi su quanto la Chiesa richiede. La conversione e la richiesta del Battesimo di musulmani adulti esigono pure una ponderata attenzione, sia per la natura particolare della religione musulmana che per le conseguenze che ne derivano.

Il dialogo inter-religioso

69. Le società odierne, religiosamente sempre più composite, anche a causa dei flussi migratori, richiedono dunque ai cattolici una convinta disponibilità al vero dialogo interreligioso (cfr. PaG 68). A tale scopo, nelle Chiese particolari, dovrà essere assicurata ai fedeli e agli stessi Operatori pastorali una solida formazione e informazione circa le altre religioni, per sconfiggere pregiudizi, per superare il relativismo religioso e per evitare chiusure e paure ingiustificate, che frenano il dialogo ed erigono barriere, provocando anche violenza o incomprensioni.

Le Chiese locali avranno cura di inserire tale formazione nei programmi educativi dei Seminari e delle scuole e Parrocchie. Il dialogo tra le religioni non deve però essere inteso soltanto come ricerca di punti comuni per insieme costruire la pace, ma soprattutto come occasione per recuperare le dimensioni comuni all’interno delle rispettive comunità.

Ci riferiamo alla preghiera, al digiuno, alla vocazione fondamentale dell’uomo, all’apertura al Trascendente, all’adorazione di Dio, alla solidarietà tra le Nazioni[64].  Tuttavia, deve restare per noi irrinunciabile l’annuncio, esplicito o implicito, secondo le circostanze, della salvezza in Cristo, unico mediatore fra Dio e gli uomini, al quale tende tutta l’opera della Chiesa, in modo tale che né il dialogo fraterno né lo scambio e la condivisione di valori “umani” possano sminuire l’impegno ecclesiale di evangelizzazione (cfr. RMi 10-11 e PaG 30).

PARTE III

OPERATORI DI UNA PASTORALE DI COMUNIONE

Nelle Chiese di partenza e di arrivo

70. Affinché la pastorale dei migranti sia di comunione (che nasce cioè dall’ecclesiologia di comunione e tende alla spiritualità di comunione) è indispensabile che tra le Chiese di partenza e quelle di arrivo delle correnti migratorie si instauri una intensa collaborazione, che nasca in primo luogo dall’informazione reciproca su quanto è di comune interesse pastorale. Non è pensabile, infatti, che esse non dialoghino e non si confrontino sistematicamente, anche grazie a incontri periodici, sui problemi che interessano migliaia di migranti.

Per un maggior coordinamento, poi, di tutte le attività pastorali in favore degli immigrati, le Conferenze Episcopali lo affideranno ad una apposita Commissione, con nomina poi di un Direttore Nazionale, che animerà le corrispondenti Commissioni diocesane. Nell’impossibilità di costituire tale Commissione il coordinamento della cura pastorale per gli immigrati sarà affidato almeno ad un Vescovo Incaricato o Promotore. Così si attesterà che l’assistenza spirituale di chi è lontano dalla Patria è un impegno squisitamente ecclesiale, un compito pastorale che non può essere affidato solo alla generosità di singoli, Presbiteri, Religiosi/e o Laici, ma va sostenuto dalle Chiese locali, anche materialmente (cfr. PaG 45).

71. Le Conferenze Episcopali avranno cura altresì di affidare alle Facoltà Universitarie cattoliche nei loro territori il compito di approfondire i diversi aspetti delle migrazioni stesse, a beneficio del servizio pastorale concreto per i migranti. Si potranno programmare al riguardo anche corsi obbligatori di specializzazione teologica. Pure nei Seminari non potrà mancare una formazione che tenga in conto il fenomeno migratorio, ormai planetario.

Così “le università e i seminari, pur nella libera scelta dell’impostazione programmatica e metodologica, offriranno la conoscenza dei temi fondamentali, come le diverse forme migratorie (definitive o stagionali, internazionali e interne), le cause dei movimenti, le conseguenze, le grandi linee di una azione pastorale adeguata, lo studio dei documenti pontifici e delle Chiese particolari”[65].

In ogni caso i “Quaderni universitari” del Pontificio Consiglio [allora Pontificia Commissione] della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, insieme alla rivista [People] on the move, oltre che le pubblicazioni dei documenti magisteriali sull’argomento, potranno costituire, almeno inizialmente, validi sussidi nell’insegnamento della tematica migratoria”[66]. L’Esortazione Apostolica postsinodale Pastores dabo vobis espressamente, poi, richiama che le esperienze pastorali dei Seminaristi dovranno essere orientate anche verso i nomadi e i migranti[67].

72. Pure la celebrazione annuale della Giornata (o Settimana) mondiale del Migrante e del Rifugiato sarà occasione di un impegno ognor più pressante, e di attenzione zelante al tema specifico proposto ogni anno dal Sommo Pastore in un apposito Messaggio. Questo Pontificio Consiglio propone che essa sia celebrata universalmente in un’unica data fissa, e ciò per aiutare a vivere insieme, davanti a Dio – anche nello stesso lasso temporale – un giorno di preghiera, azione e sacrificio per la causa del Migrante e del Rifugiato. Importanza significativa potrà assumere, oltre l’anzidetta Giornata, un incontro annuale del Vescovo/Eparca, possibilmente in Cattedrale, con l’insieme dei gruppi etnici presenti nella Diocesi/Eparchia. In qualche luogo l’avvenimento, che già si celebra, è chiamato “festa dei popoli”.

Il Coordinatore nazionale dei Cappellani/Missionari

73. Fra gli Operatori pastorali al servizio dei migranti è di rilievo il ruolo del Coordinatore nazionale, il quale è costituito più come aiuto per i Cappellani/Missionari di una certa lingua o Paese che per i migranti stessi, ed è altresì espressione piuttosto della Chiesa ad quam in favore dei Cappellani/Missionari stessi, pur senza essere considerato loro rappresentante. Egli è a servizio, cioè, dei Cappellani/Missionari che ricevono la “dichiarazione di idoneità” – cioè il Rescritto dato dalla Conferenza Episcopale a qua (cfr. DPMC 36, 2) – nei Paesi con gran numero di migranti provenienti da una data Nazione.

74. Verso i Cappellani/Missionari il Coordinatore nazionale svolge funzioni di fraterna vigilanza, di moderazione e di collegamento fra le varie comunità. Egli non ha competenza diretta, invece, sui migranti che, in ragione del domicilio o del quasi domicilio, sono soggetti alla giurisdizione degli Ordinari/Gerarchi delle Chiese particolari o delle Eparchie. Non ha nemmeno potestà di giurisdizione sui Cappellani/Missionari, i quali sottostanno, per quanto riguarda l’esercizio del ministero, all’Ordinario/Gerarca del luogo, dal quale ricevono le relative facoltà. Il Coordinatore nazionale dovrà dunque operare in stretto contatto con i Direttori nazionali e diocesani della pastorale per i migranti.

Il Cappellano/Missionario dei migranti

75. Sullo spunto di precedenti documenti ecclesiali[68] a tale riguardo, desideriamo qui anzitutto sottolineare la necessità di una particolare preparazione alla specifica pastorale dei migranti (cfr. PaG 72),che comporta una autentica dimensione missionaria, ed ha un fine eminentemente spirituale. Tale preparazione è svolta in comunione con e sotto la responsabilità anche dell’Ordinario/Gerarca locale del Paese di partenza.

76. In tale contesto, va detto che “la complessità e la frequente evoluzione che si registra nei fenomeni del movimento migratorio rende necessaria, per orientamento della pastorale, l’opera di istituzioni complementari, destinate a seguire tali fenomeni e a darne oggettive valutazioni. Si tratta di centri pastorali per gruppi etnici, ma soprattutto di centri di studio interdisciplinari, che raggruppino, cioè, le materie necessarie all’elaborazione e all’attuazione della Pastorale” (CMU 40). Queste ricerche dovrebbero anche poter orientare gli studi seminaristici o quelli negli Istituti di formazione, nei Centri pastorali, ed essere direttamente utilizzate appunto nella preparazione degli Operatori della pastorale migratoria.

77. Essere Cappellano/Missionario dei migranti eiusdem sermonis (della stessa lingua) non significa comunque rimanere prigioniero nei limiti di un unico, esclusivo, nazionale, modo di vivere ed esprimere la fede. Se da una parte si deve infatti sottolineare il bisogno di una pastorale specifica, basata sulla necessità di trasmettere il messaggio cristiano usando un veicolo culturale che risponda alla formazione e alla giusta esigenza del destinatario, dall’altra è importante anche riaffermare che tale pastorale specifica esige una apertura ad un mondo nuovo e uno sforzo di inserimento in esso, fino a giungere alla partecipazione piena dei migranti alla vita diocesana.

Il Cappellano/Missionario in questo cammino dovrà essere l’uomo-ponte, che mette in comunicazione la comunità dei migranti con quella di accoglienza. Egli è con loro per fare Chiesa, in comunione anzitutto con il Vescovo diocesano/eparchiale e con i confratelli nel sacerdozio, particolarmente con i Parroci che hanno la stessa cura pastorale (cfr. DPMC 30,3). Per questo è necessario che egli conosca e apprezzi la cultura del luogo dove è chiamato a svolgere il suo ministero, ne pratichi la lingua, sappia dialogare con la società in cui vive e faccia stimare e rispettare il Paese ospitante, fino a giungere ad amarlo e difenderlo.

Il Cappellano/Missionario dei migranti, dunque, se anche basa la sua pastorale considerando l’aspetto etnico o linguistico, sa bene che la cura per i migranti deve tradursi pure in costruzione di una Chiesa che abbia l’anelito ecumenico e missionario (cfr. RMi 10-11; DPMC 30,2).

78. I responsabili della pastorale delle migrazioni dovranno perciò essere più o meno esperti in comunicazione interculturale, mentre tale caratteristica concerne anche i responsabili locali della pastorale, poiché quanti giungono dall’estero non possono realizzare da soli tale mediazione culturale. Compiti principali dell’Operatore pastorale delle migrazioni saranno dunque, soprattutto:

a) la tutela dell’identità etnica, culturale, linguistica e rituale del migrante, essendo per lui impensabile una azione pastorale efficace che non rispetti e valorizzi il patrimonio culturale dei migranti, che deve naturalmente entrare in dialogo con la Chiesa e la cultura locale per rispondere alle nuove esigenze;

b) la guida nel percorso di giusta integrazione che evita il ghetto culturale e combatte, al tempo stesso, la pura e semplice assimilazione dei migranti nella cultura locale;

c) l’incarnazione di uno spirito missionario ed evangelizzatore nella condivisione delle situazioni e condizioni dei migranti, con capacità di adattamento e di contatti personali in una atmosfera di chiara testimonianza di vita.

Presbiteri diocesani/eparchiali come Cappellani/Missionari

79. I Cappellani/Missionari possono essere Presbiteri diocesani/eparchiali (che rimangono solitamente incardinati nella propria Diocesi/Eparchia e si recano all’estero per svolgere temporaneamente la cura a favore dei migranti) oppure Presbiteri religiosi. Entrambi, sia il diocesano/eparchiale che il religioso, assumono però una stessa missione, sia pure con originarie, diverse e complementari vocazioni.

I Presbiteri diocesani/eparchiali, con esercizio della cura pastorale nella Diocesi/Eparchia di non incardinazione, vengono integrati di fatto in essa, sicché fanno parte a pieno titolo del Presbiterio diocesano/eparchiale[69], situazione del resto che è pure quella del Religioso. Non si sottolineerà quindi mai abbastanza la necessità che i Cappellani/Missionari rimangano uniti in fraterna concordia, oltre che con l’Ordinario/Gerarca locale, anche con il Clero della Diocesi/Eparchia che li accoglie, soprattutto con i Parroci.

Potrà aiutare a tal fine la partecipazione agli incontri sacerdotali e ai convegni diocesani/eparchiali, con assidua frequenza altresì alle riunioni di studio in materia sociale, morale, liturgica e pastorale, condizione sine qua non per attuare una autentica pastorale in mutua collaborazione, solidarietà e corresponsabilità (cfr. DPMC 42). L’unità dovrà essere anche operativa, per renderla cioè effettiva pure tra migranti e autoctoni. Tale solidarietà di intenzioni e di opere offrirà così un ottimo esempio di adattamento e di collaborazione e si realizzerà allora la mutua conoscenza e il rispetto del patrimonio culturale di ciascuno.

Presbiteri e Fratelli religiosi e Religiose con impegno fra i migranti

80. Nella pastorale dei migranti, i Presbiteri e i Fratelli religiosi e le Religiose hanno sempre avuto un ruolo primario, per cui la Chiesa ha fatto, e continua a fare, grande affidamento sul loro apporto. A questo riguardo la comunità cattolica riconosce la vocazione religiosa come dono particolare dello Spirito, che la Chiesa accoglie, conserva, interpreta, per farlo crescere e sviluppare secondo il dinamismo suo proprio [70].

Quello stesso Spirito ha poi suscitato, nel corso della storia, anche Istituti che hanno come fine specifico l’apostolato a favore dei migranti [71], con loro propria organizzazione.  Ci pare doveroso ricordare, in proposito, l’apostolato delle Religiose molto spesso impegnate nella pastorale tra gli immigrati, con carismi e opere specifiche e di grande importanza pastorale, in particolare tenendo presente quanto afferma l’Esortazione Apostolica postsinodale Vita consacrata, vale a dire: “Anche il futuro della nuova evangelizzazione, come del resto di tutte le altre forme di azione missionaria, è impensabile senza un rinnovato contributo delle donne, specialmente delle donne consacrate” (n. 57).

E ancora: “E’ pertanto urgente compiere alcuni passi concreti, a partire dall’apertura alle donne di spazi di partecipazione in vari settori e a tutti i livelli, anche nei processi di elaborazione delle decisioni, soprattutto in ciò che le riguarda” [72].

81. Oltre a quelli così menzionati, anche altri Istituti religiosi, pur non avendo tale fine specifico, sono cordialmente invitati ad assumere parte di questa responsabilità. Infatti “sarà sempre opportuno e lodevole che essi si dedichino alla cura spirituale di questa categoria di fedeli, attendendo specialmente a quelle opere che rispondono meglio alla loro particolare indole e finalità” (DPMC 53,2). E’ l’applicazione concreta di una direttiva conciliare, poiché “in vista delle urgenti necessità delle anime e della scarsità del clero diocesano, gli Istituti religiosi, che non siano esclusivamente addetti alla vita contemplativa, possono essere chiamati dai Vescovi ad offrire la loro collaborazione nei vari ministeri pastorali, tenute tuttavia presenti le caratteristiche di ciascun Istituto. I superiori religiosi, per quanto possono, stimolino a tale collaborazione, accettando anche, sia pure temporaneamente, il governo di parrocchie” (CD 35).

82. Se tutti gli Istituti religiosi sono dunque invitati a tener presente il fenomeno della mobilità umana nella loro pastorale, essi debbono pure considerare con generosità la possibilità di destinare alcuni religiosi o religiose per l’impegno nel campo delle migrazioni. Molti infatti sono in grado di dare un notevole contributo nell’assistenza ai migranti perché dispongono di religiosi con formazione diversificata, provenienti da varie Nazioni, che possono, con relativa facilità, trasferirsi in quelle non loro.

E’ particolarmente nel campo delle migrazioni che per noi emergerebbe il ruolo attribuito ai religiosi dall’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi. Infatti “con la loro vita sono il segno della totale disponibilità verso Dio, verso la Chiesa, verso i fratelli. In questo essi rivestono un’importanza speciale nel contesto di una testimonianza che … è primordiale nella evangelizzazione.

Questa silenziosa testimonianza di povertà e di distacco, di purezza e di trasparenza, di abbandono nell’ubbidienza, può diventare, oltre che una provocazione al mondo e alla Chiesa stessa, anche una predicazione eloquente, capace di impressionare anche i non cristiani di buona volontà, sensibili a certi valori” (EN 69).

83. L’Istruzione congiunta, del 25 marzo 1987, relativa all’impegno pastorale per i migranti e rifugiati, pubblicata dalla Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e dalla Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, diretta a tutti i Superiori e le Superiore generali, sottolinea proprio questa esigenza di attenzione pastorale.

L’appello ai Religiosi ad un particolare impegno nei confronti dei migranti e rifugiati trova infatti motivazioni profonde in una sorta di corrispondenza fra le attese intime di questi sradicati dalla loro terra e la vita religiosa; sono le attese spesso inespresse di poveri senza prospettiva di sicurezza, di emarginati sovente mortificati nel loro anelito di fratellanza e di comunione.

Offerta da chi volontariamente ha scelto di vivere povero, casto e obbediente, la solidarietà verso di loro, oltre che sostegno nella difficile condizione, costituisce anche una testimonianza di valori capaci di accendere la speranza in situazioni tanto tristi (cfr. n. 8). Si trova qui dunque un sollecito invito a tutti gli Istituti di vita consacrata e alle Società di vita apostolica ad allargare generosamente i confini del proprio impegno, in una vera e propria dimensione missionaria, che dovrebbe essere considerata specialmente dalle Congregazioni religiose con specifico fine missionario [73] .

84. Certo molti Istituti religiosi sono sempre più coscienti oggi che il problema migratorio interpella, più o meno direttamente, il loro carisma. Ma affinché tale disposizione di spirito e le sollecitazioni del Magistero si traducano in un impegno concreto, desideriamo qui suggerire ai Superiori e alle Superiore generali di dare generosa collaborazione agli Operatori pastorali nel campo dei migranti e rifugiati, destinando cioè alcuni Religiosi all’impegno in questo settore, con la solidarietà e collaborazione di tutta la comunità religiosa, mettendo magari a disposizione, con questo intento, in forma stabile o periodica, un qualche locale negli edifici del proprio Istituto rimasto eventualmente inutilizzato.

Nelle loro Lettere circolari ai confratelli o alle consorelle e negli incontri diano poi rilievo, i Superiori, di tanto in tanto, all’urgenza del problema dei migranti e dei rifugiati, richiamando l’attenzione sui relativi documenti della Chiesa e sulla parola del Sommo Pontefice. A questo proposito si potrà aver cura di introdurre altresì questo argomento in occasione dei Capitoli generali e provinciali e nei corsi di aggiornamento e formazione permanente. Anche i futuri Presbiteri dovranno almeno intravedere la possibilità di prepararsi a svolgere il loro ministero, o parte di esso, tra i migranti [74].

85. Per quanto riguarda poi la concreta vita dei Religiosi e delle Religiose impegnati nel servizio dei migranti, è utile sottolineare, come criterio fondamentale, la necessità che la vita religiosa sia tutelata e valorizzata nella sua ispirazione e nelle sue forme particolari. Essa è in se stessa immagine della perfetta carità, un carisma le cui ricchezze tornano a beneficio dell’intera comunità. La pastorale per i migranti ha bisogno certamente di comunità religiose, ma è necessario pure che esse siano in condizione di vivere e di operare nell’osservanza e nell’adesione alle loro norme costitutive.

E’ quanto si sottolinea in Mutuae Relationes: “In quest’epoca di evoluzione culturale e di rinnovamento ecclesiale, è necessario che l’identità di ogni Istituto sia conservata con tale sicurezza, che si possa evitare il pericolo di una situazione non sufficientemente definita, per cui i religiosi, senza la dovuta considerazione del particolare stile di azione proprio della loro indole, vengano inseriti nella vita della Chiesa in modo vago e ambiguo” (MR 11).

Laici, Associazioni laicali e Movimenti ecclesiali: per un impegno fra i migranti

86. Nella Chiesa e nella società i Laici,le Associazioni laicali e i Movimenti ecclesiali, sebbene nella diversità di carismi e di ministeri, sono pure chiamati a realizzare l’impegno di testimonianza cristiana e di servizio anche presso i migranti[75]. Pensiamo in modo particolare ai collaboratori pastorali e ai catechisti, agli animatori di gruppi di giovani o di adulti, del mondo del lavoro e del servizio sociale o di quello caritativo (cfr. PaG 51).

In una Chiesa che si sforza di essere interamente missionaria-ministeriale, sospinta dallo Spirito, è qui il rispetto dei doni di tutti che va messo in rilievo. A questo riguardo i fedeli laici occupano spazi di giusta autonomia, ma assumono anche tipiche incombenze di Diaconia, come nella visita ai malati, nel sostegno agli anziani, nella conduzione di gruppi giovanili e nell’animazione di associazioni familiari, nell’impegno per la catechesi e nei corsi di qualificazione professionale, nella scuola e in compiti amministrativi e, ancora, nel servizio liturgico e nei centri di ascolto, negli incontri di preghiera e di meditazione della Parola di Dio.

87. Altri e più specifici impegni di intervento da parte dei Laici possono essere il sindacato e l’ambito del lavoro, il consiglio e l’opera nell’elaborazione di leggi intese a facilitare il ricongiungimento familiare dei migranti e la parità di diritti e opportunità. Ciò riguarda l’accesso ai beni essenziali, al lavoro e salario, alla casa e alla scuola e la partecipazione del migrante alla vita della comunità civile (elezioni, associazioni, attività ricreative, ecc.).

In campo ecclesiale, poi, si potrebbe più specificamente vagliare la possibilità di istituire un apposito ministero (non ordinato) dell’accoglienza, con il compito di avvicinare i migranti e i rifugiati e di introdurli progressivamente nella comunità, civile ed ecclesiale, o di aiutarli in vista di un eventuale ritorno in Patria. Una particolare attenzione si riserverà in questo contesto agli studenti esteri.

88. Si impone, in proposito, anche per i Laici una formazione sistematica (cfr. PaG 51), intesa non tanto come semplice trasmissione di idee e di concetti, ma soprattutto come aiuto, anche intellettuale naturalmente, in vista di una autentica testimonianza di vita cristiana. E pure le comunità etnico-linguistiche sono chiamate a diventare educatrici, prima ancora di essere centri organizzativi, e in questo crescere di visione sarà dato spazio ad una formazione permanente e sistematica. La testimonianza cristiana dei Laici nella costruzione del Regno di Dio, è certo al vertice di un insieme di importanti questioni quali, fra le altre, le relazioni Chiesa-mondo, fede-vita e carità-giustizia.

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