Modernismo e rivoluzione

Pio XIIarticolo pubblicato su Il Tempo del 8 ottobre 1978

di Augusto Del Noce

Oggi ricorre il ventesimo anniversario della morte di Pio XII. Per rievocare la figura di questo papa che ha lasciato una grande traccia nella storia della Chiesa pubblichiamo il seguente scritto di Augusto Del Noce che deve apparire in un volume di prossima pubblicazione presso la Pan Editrice, destinato a illustrare attraverso giudizi di personalità della cultura la figura e l’opera di Pio XII.

Se si vuole esprimere in una formula sintetica il posto che Pio XII occupa nella storia credo che veramente adeguata sia la seguente: «Pio XII ha sentito come nessun altro del suo tempo – che è anche il nostro, perché nulla è sostanzialmente mutato dalla sua morte a oggi, tranne che sono giunti a maturazione dei germi nefasti che già allora erano presenti – il dramma dell’immanentismo etico quale mentalità comune a tutte le parti in lotta». Che cosa intendo con questo termine “immanentismo etico”?

La concezione secondo cui non si è responsabili (nessuno di noi potrebbe agire altrimenti da come agisce), ma si è fatti responsabili da altri (la società, la storia) in relazione a un progetto: ad esempio, il progetto della rivoluzione mondiale giustifica i gulag. Cessato l’impeto pratico dell’azione, sopravviene poi la storia che, giustificatrice e non giustiziera, riconcilia vincitori e vinti, ma solo apparentemente, tanto che “spiega” perché i vincitori dovevano vincere , aggiungendo alla loro vittoria l’assoluzione di fronte alla moralità.

Solitudine e coraggio

E’ il tratto comune questo delle filosofie secolari, si chiamino positivismo, idealismo, o storicismo: la formula illustre che le unisce è l’identificazione di libertà e di necessità. L’abolizione dell’idea di responsabilità pende due forme, l’umanitaria e la giustificatrice della violenza. Solo apparentemente opposte, perché l’umanitario, dicendo che comprendere è giustificare, finisce col giustificare gli stessi atti violenti; almeno quelli che sono stati accompagnati dal successo o che, come oggi si suol dire, vanno «nel senso del progresso». Nel nostro secolo, quella che era una concezione filosofica è progressivamente diventata “senso comune”. Un solo in arrestato progresso si può constatare nei suoi decenni, quello dell’abolizione dell’etica.

Ora, è in relazione a questa diffusa mentalità che si deve spiegare l’atteggiamento di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, in cui lottò per la pace senza aderire a una “crociata” né per l’una né per l’altra parte. Egli aveva una visione della storia contemporanea che era al di là dell’opposizione fascismo-anifascismo, e sapeva che tutte le parti erano state contagiate dall’ateismo.

Si deve parlare di Pio XII come del papa tragico, che si trovò solo nella lotta contro tutte le potenze mondane. Ma neppure questa solitudine si deve esagerare; chi è avanti negli anni ricorda come nei tempi della guerra tute le coscienze nobili, cattoliche o laiche che fossero, guardassero a lui come alla non spenta luce della civiltà; la leggenda avversa si formò o fu diffusa ad arte, molti anni dopo.

Papa antimoderno? Certamente, nel senso che sentiva che l’umanità era giunta ad una svolta storica in cui si manifestava tutto il male che si era accumulato in questi ultimi secoli. Da una parte erano coloro che negavano apertamene Dio; dall’altra coloro che si servivano della religione per fini temporali. Pio XII si accorse che la guerra non risolveva nulla, come effettivamente è stato; di qui la sua instancabile lotta per la pace; di qui la protezione data a tutti i perseguitati, di qualsiasi parte.

Nelle grandi tempeste

Del resto, anche su questa antimodernità ci si deve intendere. Il termine “modernità” nell’uso corrente evoca uno schema di periodizzamento che risale alle filosofie razionalistiche della storia; l’epoca moderna è quella che ha rinunciato ai miti trascendenti e il cui progresso è caratterizzato dall’avanzata in quest’opera di demolizione. Secondo la tradizione assolutamente prevalente nel mondo cattolico, Pio XII pensò che questo processo fosse diretto verso la catastrofe e che vivessimo questa catastrofe nelle grandi tempeste del nostro secolo.

Con ciò riconfermava la decisa opposizione a quel modernismo cattolico che pensa invece che la religione deve venire adeguata all’opera di demitizzazione, modernismo che riaffiorava nell’immediato dopoguerra, confondendosi con quel progressismo cattolico che invece accetta o l’interpretazione comunista o l’interpretazione azionista della storia contemporanea e vuole modificare il cristianesimo proprio in relazione a questa visione storica decisamente acritica e mutuata dagli avversari; e che dopo la sua morte, da ruscello diventa fiume, secondo la celebre espressione di Maritain.

Si sa quanto siano forti gli odi teologici, e non c’è da stupirsi se la leggenda del “Vicario” abbia trovato i suoi inizi proprio negli ambienti modernistici e progressistici, e ne sia stata successivamente alimentata. Mi capitò di leggere in un libro di un “nuovo” cattolico che Pio XII deve essere considerato il Giuliano l’Apostata del cattolicesimo arcaico. Ne è da tacere quanta parte abbia avuto, per questa leggenda, il risentimento per la santificazione di Pio X.

Oggi, però, ci troviamo nelle migliori condizioni per comprendere la sua grandezza. Nell’opera di Solzenycin si può vedere la riconferma della sua visione della storia contemporanea. Ma, anche a parte Solzenycin, non è ora corrente il giudizio che Hitler abbia moralmente vinto la guerra? Che cos’altro sui vuol dire, in questa frase, se non che la mentalità disumana di cui Hitler fu allora portatore è diventata oggi mentalità comune?

Gli assertori del profascismo di Pio XII sogliono portare l’argomento della scomunica contro il comunismo. Scomunicò il comunismo e non scomunicò il nazismo, dunque… Si dimentica che la scomunica del comunismo avvenne alla data del 1 luglio 1949, quattro anni dopo la fine del nazismo. Non credo i possa fargli colpa d’aver preso sul serio le affermazioni costanti dei teorici del comunismo, anche dei meno staliniani come Gramsci, anche delle vittime dei processi staliniani come Bucharin, anche di coloro che successivamente furono esuli d’oltrecortina, come Bloch.

Su che cos’altro sono infatti costruiti i Quaderni gramsciani, se non sulla tesi che il comunismo, «politica che è anche una filosofia», porta al popolo una concezione della vita da cui è completamente espunto ogni richiamo ad una realtà trascendente? Una concezione in cui non c’è più posto né per il problema dell’esistenza di Dio, né per il suo desiderio?

E la porta attraverso una pedagogia particolare che non mette l’ateismo in primo piano non per un infingimento tattico, ma perché il processo di conversione al marxismo va dalla pratica alla teoria? Forse che avrebbe dovuto guardare invece, anziché a questi teorici rigorosi, alle fantasticherie di alcuni cattolici sul “marxismo aperto”, o sul “Vangelo prigioniero” sino al marxismo liberatore?

Direi che la scomunica fu il riconoscimento del diritto al comunismo, in quanto teoria, a essere preso sul serio; e che soprattutto fu il doveroso avvertimento ai semplici sul vero significato del loro voto. So bene che dopo la sua morte prevalse nel mondo cattolico una sorta di mitologia; bisogna guardare agli uomini vivi, e non all’astrazione delle teorie.

Preoccupazione che può essere stata ispirata, a volte, da nobilissime ragioni di carità, altre volte da motivazioni meno nobili. Quanto a me, penso che, almeno nella storia contemporanea, le idee contino assai più che gli uomini; che se si vuol promuovere una evoluzione nel comunismo, non si possa ottenerla in altro modo che attraverso una resistenza che mostri l’impossibilità del successo di una sua rivoluzione o di un suo impero mondiale, che lo confuti cioè in quell’unità di teoria e di pratica che è la sua tesi dominante. Sono pensieri che da quel che è avvenuto negli ultimi vent’anno hanno ottenuto una tale dimostrazione, che, per chi vuol vedere, dispensa da ogni altra argomentazione diventata superflua.

Un preciso parallelo

Non mi pare che sia stato mai osservato come l’aspetto tragico del pensiero di Pio XII trovi un preciso parallelo in alcune pagine del migliore Croce; in quelle in cui il suo pensiero è più libero dall’aspetto sistematico, che ora è difficilmente difendibile, e improntato a una nota pessimistica, di un pessimismo separato dal decadentismo e perciò effettivamente religioso, quale è difficile trovare nel nostro secolo.

Si pensi agli stupendi saggi del ’46, La fine della Civiltà e l’Anticristo che è in noi. Il secondo, in cui il riferimento ha una precisa dottrina filosofica è assai tenue, potrebbe essere assunto come simbolico del comune giudizio del papa e del filosofo intorno al male del secolo; e non è un caso che entrambi vedessero l’unica possibilità per la salvezza della civiltà i un “risveglio cristiano”.

E’ qui, semmai, che si deve passare alla considerazione del limite dell’opera di Pio XII. Per qualche anno, almeno, Pio XII si illuse che l’Occidente preferì adeguarsi al suo etimo di “terra del tramonto”. Durante questo periodo si accumulò l’ampia letteratura contro l’opera di Pio XII. Se l’Occidente cambierà rotta, avremo anche la sua riscoperta.

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