Nichilismo malattia mortale

nichilismTimone n. 129, gennaio 2014

I lineamenti essenziali di una concezione tragica, che comporta una profondissima nausea per la vita. E che implica anche l’assoluzione della più atroce e sanguinaria violenza

di Giacomo Samek Lodovici

La più micidiale delle odierne malattie cultural-esistenziali è indubbiamente il nichilismo, che è una prospettiva filosofica e nel contempo un atteggiamento vitale di portata epocale. Lo stesso termine “nichilismo” viene utilizzato in modi diversi da autori che, a volte, criticano le accezioni date da altri. Ma, considerato che nichilismo viene da nihil, cioè nulla, non essere, una definizione, non certo esaustiva, potrebbe essere la seguente:

– il nichilismo speculativo è una concezione che afferma l’inesistenza (il non essere) o la negatività di aspetti (compresi i valori) dell’essere ritenuti reali in precedenza o, almeno, è una concezione che manifesta la mera indifferenza nei loro confronti;

– il nichilismo pratico è un comportamento pratico di denigrazione o di distruzione o di mera indifferenza verso di essi.

Qui di seguito, mi concentrerò su alcune tesi del nichilismo speculativo, ricorrendo a qualche inevitabile semplificazione

1. L’essere non ha senso-fine, direzione, scopo

L’essenza del nichilismo la descrive in maniera molto efficace Nietzsche, che ne è stato un decisivo anticipatore (ci sono diverse interpretazioni di Nietzsche: alcune lo considerano un nichilista, altre no; non ci interessa qui prendere posizione, bensì solo citare le efficacissime descrizioni del nichilismo fatte da questo autore; tutte le seguenti citazioni virgolettate fatte senza specificare l’autore sono appunto sue): noi esseri umani «abbiamo cercato in tutto l’accadere un “senso” che – per il nichilismo – in esso non c’è».

Quel presunto senso nelle diverse concezioni del passato era, per esempio: «l’ “adempimento” di un supremo canone [fine-criterio] morale in tutto l’accadere […]; o l’accrescimento dell’amore e dell’armonia nei rapporti fra gli esseri; o l’avvicinamento ad uno stato universale di felicità [per esempio la comunione con Dio]; o anche il dirigersi verso uno stato universale del nulla – una meta è ancor sempre un senso»; ma, poi, con l’avvento del nichilismo, si capisce che «col divenire non si mira a nulla, non si raggiunge nulla».

Per il nichilismo, nella vita umana e nel mondo intero è impossibile reperire un vero fine, un vero senso, anzi la stessa verità non esiste. Ecco dunque l’essenza del nichilismo: «nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”; che cosa significa nichilismo? – che i valori [in passato ritenuti] supremi si svalorizzano» agli occhi dell’uomo, cioè non sono più in grado di fornire un senso all’essere, di essere una risposta. Perciò (per dirla con un autore nichilista morto suicida come Caraco) gli esseri umani sono «miliardi di sonnambuli che vanno verso il caos» e tutta la storia è cieca e irrazionale.

Qual è l’origine del nichilismo? Esso nasce, soprattutto, dalla constatazione che Dio è morto («Gott ist tot»), esso è l’effetto della morte di Dio. In un brano molto suggestivo (su cui sono stati versati fiumi di inchiostro dalle svariate interpretazioni; di seguito ci rifacciamo, in larga parte, a quella proposta da Heidegger) dell’opera La gaia scienza, Nietzsche parla di un uomo che si mise a gridare: «Dove se n’è andato Dio? […] ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo, voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!». Quest’uomo è Nietzsche, che vuoi essere l’annunciatore della morte di Dio.

Ma come è possibile uccidere Dio? E, dato che non è possibile uccidere ciò che non esiste, che cosa significa uccidere Dio, visto che – secondo Nietzsche – Dio non esiste? Ebbene, per questo autore Dio non aveva un’esistenza reale, però aveva un’esistenza nella nostra coscienza e siamo stati noi” uomini occidentali ad ucciderlo: la società occidentale, radicata per secoli nella fede nell’esistenza di Dio, lo ha dimenticato progressivamente: la fede religiosa è sempre più crollata e Dio ha cessato di essere il fine ultimo dell’uomo. Questa è la morte di Dio.

Come dice Nietzsche, per nichilismo non esiste quel fine-senso ultimo dell’universo e della vita dell’uomo :che per secoli è stato individuato in Dio: il Dio cristiano e della metafisica non esiste, non esiste ciò che per secoli ha rappresentato il principale punto di riferimento, la vera stella polare per ogni essere umano: «Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muo-viamo noi? […] Non è il nostro un eterno precipitare? […] Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?». Si discute se per Nietzsche sussista un fine-senso della vita alternativo a Dio e qui non ci pronunciamo; di sicuro, dopo Nietzsche, nel nichilismo contemporaneo decade ogni senso della vita: l’uomo viene dal nulla e va verso il nulla, è un essere-perla-morte (su ciò cfr. Heidegger).

3. Non c’è nulla di bello, di sublime, di buono/malvagio

Per il nichilismo, non solo Dio non esiste, ma anche le cose non hanno alcun valore: «non vi è nulla di buono, di bello, di sublime, di malvagio in sé, bensì [solo nostri] stati d’animo in cui attribuiamo tali parole alle cose». Noi spesso attribuiamo loro un qualche valore perché abbiamo bisogno di autoingannarci per sopportare l’insensatezza del mondo: «Che la menzogna sia necessaria per vivere, anche ciò fa parte di questo terribile e problematico carattere dell’esistenza». Per riuscire a sopravvivere nel non senso abbiamo bisogno di dare alla realtà un senso fittizio, un fine, un valore, che essa non possiede. Perciò metafisica, morale, religione, scienza, ecc. «sono nient’altro che prodotti dell’umana volontà […] di fuga» di fronte al non senso dell’universo e dell’esistenza umana.

4. Assoluzione della violenza

Ora, visto che le azioni umane, come tutte le cose, non hanno in sé un valore/disvalore, ne segue:

– che non esiste una legge morale naturale, cioè un insieme di principi morali immutabili;

– che non esistono azioni malvagie, nemmeno la pedofilia, l’assassinio, il genocidio, ecc.

Infatti, «parlare in sé [cioè come aspetti intrinseci delle azioni] di diritto e torto è una cosa priva di senso»: dunque la violenza non può essere biasimata. L’assassinio e la violenza in genere, e così il suicidio, non hanno valore né disvalore. Il suicidio, in particolare, non può essere condannato perché è un’opzione possibile, che ha lo stesso valore (cioè un valore nullo) di qualsiasi altra azione, per chi avverte la stanchezza e la profondissima nausea di una vita che non ha veramente valore.

Così, come già recitava la sentenza attribuita al dio greco Sileno, sentenza riguardante l’uomo: «Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è: morire presto». Insomma, «è funesto a chi nasce il dì natale» (Leopardi).

5. Dimostrazioni dell’inesistenza di Dio?

Come viene dimostrata l’inesistenza di Dio? Tralasciando per mancanza di spazio le presunte prove scientifiche dell’ateismo (per una recente rassegna divulgativa ed una critica cfr., per esempio, R. Timossi L’illusione dell’ateismo. Perché la scienza non nega Dio, San Paolo, 2009; per una critica divulgativa dello scientismo cfr. G. Samek Lodovici, Anche la scienza ha fede, “il Timone”, 117 [2012], pp. 30-31, cfr. www. iltimone.org), vediamo tre argomentazioni (non di più per ragioni di spazio).

1. Alcuni nichilisti ritengono che Dio non esista perché essi non provano alcun riscontro interiore, nessuna emozione, né al pensiero di Dio, né recitando una preghiera o partecipando a un rito religioso.

2. Altri, nel solco di Feuerbach, di Marx e di Freud (che hanno in una certa misura predisposto il nichilismo, ma solo molto impropriamente possono essere considerati nichilisti), ritengono di dimostrare l’inesistenza di Dio attraverso il cosiddetto metodo genealogico. Ad esempio, per Feuerbach, l’idea di Dio nasce dall’insoddisfazione che l’uomo prova per la propria condizione finita, scaturisce dal desiderio di abolire ogni fragilità della condizione umana. L’uomo, a furia di immaginare se stesso senza fragilità, finisce per attribuire una consistenza reale all’entità che ha immaginato e crede, erroneamente, che essa esista per davvero. Per Marx, il concetto di Dio nasce come instrumentum regni, come strumento politico di oppressione, in quanto le classi dominanti, tramite la credenza in Dio, possono dominare più facilmente le classi sottomesse. Secondo Freud, ancora, l’idea di Dio nasce dall’insicurezza dell’uomo, che si raffigura nella mente un Essere Onnipotente in cui trovare consolazione, sicurezza, pace, ecc.

3.Talvolta, anche il suicidio viene concepito come dimostrazione dell’inesistenza di Dio. Come dice Kirillov, un personaggio de I demoni di Dostoevskij: «Se c’è Dio […] sottrarmi alla sua volontà io non posso», perciò «io mi uccido per mostrare […] la mia paurosa libertà» e dunque che Dio non esiste (si racconta che, con questo medesimo scopo, Mussolini abbia sfidato pubblicamente Dio ad annientarlo).

Come si può notare, è un tema complesso. Lo riprenderemo fra un mese.

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Il Timone n.130 febbraio 2014

Una critica del nichilismo

Riprendiamo il discorso avviato sul Il Timone di gennaio smontando le principali tesi del nichilismo. E con un suggerimento costruttivo: la via pulchritudinis

di Giacono Samek Lodovici

Riprendiamo il discorso iniziato un mese fa (compresa la numerazione dei paragrafi). Se quanto abbiamo visto il mese scorso è una presentazione, incompleta e succinta, li alcuni lineamenti del nichilismo, proviamo ora a tratteggiare qualche critica, ancor più stringata (per tutte le questioni che risulteranno irrisolte rinvio al mio articolo citato in bibliografia).

6 Breve critica del relativismo

Circa la negazione relativista-nichilista dell’esistenza della verità, vale quanto cominciò a dire già Platone (ma cfr. anche, per esempio, Tommaso d’Aquino e Husserl). Il relativismo cade in contraddizione, perché proprio mentre dice: «la verità non esiste / è inconoscibile», pretende di dire / conoscere una verità (cioè che: «la verità non esiste / è inconoscibile»); proprio mentre dice: «tutto è soggettivo», pretende di dire qualcosa di oggettivo (cioè che: «tutto è soggettivo»); proprio mentre dice: «tutto è relativo», pretende di dire qualcosa di assoluto (cioè che: «tutto è relativo»).

7. Breve critica delle prove a supporto dell’ateismo

Veniamo alla negazione nichilista dell’esistenza di Dio. Il punto è che l’inesistenza di quel fine ultimo globale che la metafisica e la religione chiamano Dio non viene veramente dimostrata. Riconsideriamo sinteticamente le “prove” dell’inesistenza di Dio menzionate un mese fa nel paragrafo 5.

La 1. («Alcuni nichilisti ritengono che Dio non esista perché non provano alcun riscontro inferiore, nessuna emozione, né al pensiero di Dio, né pregando o partecipando a un rito religioso») è piuttosto debole: il fatto che io non provi emozioni al pensiero di x (per esempio al pensiero di Dio), non prova affatto l’inesistenza di x. Ci sono moltissime cose che ci lasciano indifferenti, anche quando ci pensiamo, che nondimeno esistono lo stesso.

Quanto alla 2, («Altri, nel solco di Feuerbach, di Marx e di Freud, che impropriamente possono essere considerati nichilisti, ritengono di dimostrare l’inesistenza di Dio attraverso il cosiddetto metodo genealogico. Ad esempio, per Feuerbach, l’idea di Dio nasce dall’insoddisfazione dell’uomo per la propria condizione finita e dal desiderio di abolire ogni sua fragilità. L’uomo, a furia di immaginare se stesso senza fragilità, finisce per attribuire una consistenza reale all’entità che ha immaginato e crede, erroneamente, che essa esista per davvero. Per Marx, il concetto di Dio nasce come strumento politico di oppressione, in quanto le classi dominanti, tramite la credenza in Dio, possono dominare le classi sottomesse. Secondo Freud, l’idea di Dio nasce dall’insicurezza dell’uomo, che si raffigura nella mente un Essere Onnipotente in cui trovare consolazione, sicurezza, pace, ecc.») la ricostruzione genealogica di un concetto, anche qualora sia corretta (e si potrebbe eccepire: in molti credenti l’idea di Dio non nasce nel modo sopra descritto), non è un’indagine sul valore veritativo dell’idea che si ritiene abbia avuto questa origine (cfr. E. Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Ares, 1979, pp. 25-55 e A. Bausola, Filosofia morale, Celuc, 1974, pp.13-19).

Quand’anche fosse esatta, l’analisi sull’origine di un concetto è distinta dall’analisi circa la verità o falsità del concetto stesso (io posso sapere come una persona ha acquisito una certa nozione – ad esempio da un libro o da un insegnante – ma questo non mi dice ancora se questa nozione sia vera o falsa). L’analisi della genesi di un concetto lascia impregiudicata la questione della verità o falsità di quel concetto. A meno che la fonte di un concetto sia palesemente e sempre mendace, cosa che non si può asserire delle presunte fonti del concetto di Dio menzionate il mese scorso nel paragrafo 5.

Insomma, quale che sia la genesi dell’idea di Dio, se Dio esista o no va stabilito in altro modo (bisognerebbe cioè discutere le prove filosofiche dell’esistenza di Dio: cosa che ovviamente non è qui possibile fare, perciò cfr. S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, La Scuola, varie edizioni, voi. Il e A. Gonzalez, Filosofia di Dio, Le Monnier, 1988. Cfr. questi stessi testi per una decostruzione delle critiche kantiane – e non solo – alle prove filosofiche dell’esistenza di Dio). Come dice anche Nietzsche, «vi sono molte cose utili, e altrettante idee importanti, che sono state trovate in modo sbagliato e senza metodo; e ogni qualità è ancora ignota, anche se si è compreso in quali condizioni essa nasce».

Quanto alla 3, («Anche il suicidio viene utilizzato per dimostrazione l’inesistenza di Dio. Come dice Kirillov, un personaggio de I demoni di Dostoevskij: “Se c’è Dio […] sottrarmi alla sua volontà io non posso”, perciò “io mi uccido per mostrare […] la mia paurosa libertà” e dunque che Dio non esiste») in realtà la “prova” di Kirillov non riesce ad avvalorare l’ateismo, perché Dio di certo non asseconda le sfide dell’uomo e lo lascia a tal punto libero da consentirgli di vilipenderlo e di suicidarsi.

8. Un ripristino del valore

Quanto, poi, al discorso nichilista sul non valore di tutte le cose, si può muovere la seguente obiezione: se per il nichilista le parole (perlomeno le sue) hanno un significato, già avere significato vuoi dire avere un qualche valore, rispetto al non significare nulla, quindi un qualche valore esiste, perlomeno quello delle parole. Se invece, secondo il nichilista, tutte le parole non hanno alcun significato, allora (come già Aristotele contestava ai negatori del principio di non contraddizione) non ha significato neanche la sua obiezione al valore delle cose e al significato dell’essere e della vita, quindi tale obiezione non scalfisce l’esistenza del valore: è come se egli pronunciasse dei rumori senza senso, come se dicesse «erpyetlmyuyk» e pretendesse di argomentare il non-valore di tutte le cose con questo verso insensato.

9. Per un dialogo fecondo col nichilista

Nelle righe precedenti ho cercato molto succintamente e non esaustivamente di esporre delle critiche teoretiche alle tesi nichiliste. Ci sono però anche due strade per dialogare costruttivamente col nichilista, ma che sono indirette e lunghe: perciò qui posso solo menzionarle.

1. Una prima strada è quella nei riguardi di quei nichilisti che elaborano le loro tesi teoretiche per insofferenza e reazione all’etica vigente prima dell’avvento del nichilismo, perché la considerano (a volte con buone ragioni, dato che ci sono delle versioni di etica che meritano diverse critiche) una sorgente di repressione e morte della libertà umana. Bisogna per contro mostrare che esiste una felicità del bene e della virtù, che la virtù è benefica e che esiste una bellezza dell’agire (veramente) virtuoso. È una strada lunga, ma da tentare (ho provato a intraprenderla in G. Samek Lodovici, L’emozione del bene. Alcune idee sulla virtù, Vita e Pensiero, 2010).

2. Una via che, forse, può valere nei confronti di ogni nichilista è la via pulchritudinis, la via della bellezza, la quale può toccare il cuore di chiunque. Infatti, come dice un personaggio nichilista dei Demoni di Dostoevskij, «io sono nichilista, ma amo la bellezza». Significativo, in tal senso, quanto riconosce un pensatore scettico e nichilista come Cioran (1911-1995), la cui opera «somministra, pagina dopo pagina, un concentrato di pessimismo che avvelena tutti gli ideali, le speranze e gli slanci metafisici della filosofia, cioè tutti i tentativi di ancorare l’esistenza a un senso che la rassicuri di fronte all’abisso dell’assurdità che in ogni momento la minaccia» (F. Volpi,  Il nichilismo, Laterza, 2004, p. 128); un autore che però si arresta di fronte alla bellezza assoluta della musica di Bach: «Quando voi ascoltate Bach, vedete nascere Dio. […] Dopo un oratorio, una cantata o una Passione è necessario che Egli esista. Altrimenti tutta l’opera del Cantor [Bach] sarebbe una straziante illusione. E pensare che teologi e filosofi hanno perso giornate e notti a cercare prove dell’esistenza di Dio, dimenticando l’unica».

Non è l’unica, ma certamente è una via molto efficace. Ma la via della fede non passa solo attraverso la bellezza artistica. Per dirla con una citazione da un magistrale discorso di Joseph Ratzinger (Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza. Messaggio per il Meeting di Rimini 2002, www.meetingrimini.org), «lo ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato [circa i frutti mirabili del cristianesimo cfr. il dossier Dal cristianesimo la grandezza, su // Timone, 128 (2013), pp. 35-46]. Affinchè oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello». Forse questa non è in assoluto la dimostrazione più convincente, ma certo è una delle più incisive.

C’è insomma anche la bellezza del bene, la bellezza della vita moralmente eccellente (in tal modo, questa seconda via, quella estetica, confluisce nella prima). E c’è anche la grandezza dei frutti, perché dai frutti si può risalire all’albero.

Per saperne di più.

In aggiunta ai testi citati nel corso di questo articolo e di quello del mese scorso, cfr.: Giacomo Samek Lodovici, Alcuni lineamenti del nichilismo (e qualche spunto di valutazione), in SCIO. Revista de Filosofia (Valencia), 8 (2012), pp. 77-101.
Gianfranco Morra, II cane di Zarathustra. Tutto Nietzsche per tutti con un’antologia delle opere, Ares, 2013.

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