La speranza e il mistero del male secondo Edith Stein

Edith_Stein_3Vatican Insider la Stampa.it 2 gennaio 2014

Giuseppe Brienza

Edith Stein (1891-1942), la santa carmelitana convertita dall’ebraismo e martirizzata ad Auschwitz nel 1942, è una delle personalità più brillanti e multiformi del panorama filosofico del primo Novecento. Una figura che rappresenta anche un’icona del suo tempo, in quanto attraversa l’inferno della Shoah, della quale cade vittima, e il paradiso della conversione, che le si dischiude il 1 gennaio 1922, quando il suo itinerario culturale ed esistenziale si trasfigura nel Risorto, immenso, Roveto Ardente della Salvezza offerta dal Cristo.

In questi giorni è stata ripubblicata dall’editrice “Queriniana” la decima edizione della conferenza tenuta nel 1931, a Ludwigshafen (nel Land della Renania-Palatinato, in Germania), dalla filosofa, psicologa, ed educatrice tedesca, sul tema dell’incarnazione e nascita di Gesù (Edith Stein “Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità”, traduzione italiana di Carlo Danna, Brescia 2013, 48 pp., € 4,50 – prima edizione: Brescia 1989), una meditazione che permette di sondare l’incredibile profondità del mistero dell’Avvento e della sua attualità nelle vite degli uomini e nell’andamento storico di tutte le società.

Infatti, come fa notare fin dall’inizio del suo testo la Stein, il Divino Bambino “porta la pace sulla terra”, ma l’arrivo della Luce non viene colto da tutta la terra a causa dello spessore del peccato. Un rifiuto che incomprensibilmente colpisce gli innocenti e lascia ancora oggi storditi, ripercorrendo ogni 27 dicembre la strage dei bambini ordinata dal Re Erode per scongiurare la perdita del suo potere regale. Il Natale non doveva portare la pace sulla terra? Perché tanto dolore, oggi come nel passato?

Ci aiuta a trovare una risposta la riflessione di Edith Stein che, nella conferenza, risponde: «Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici.

Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Ma non tutti sono di buona volontà. Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra» (pp. 25-26).

La religiosa aggiunge infatti che «il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati”» (p. 26-27).

La Stein, alla scuola dei maestri del Carmelo, da Teresa d’Avila a Giovanni della Croce,  decifra il bagliore della stella seguita dai pastori nella notte come una chiamata che deve aprire dolorosamente il suo cammino nei cuori di ciascuno. Per questo motivo, il seguito della meditazione della santa carmelitana Stein insiste sui segni fondamentali di un’esistenza umana unita a Dio: l’amore caritatevole verso il prossimo, «che sia parente o no, che lo troviamo simpatico o no, che sia moralmente degno del nostro aiuto o no», e la remissione della volontà umana nelle mani del Padre. Fare la volontà di Dio, infatti, è «mettere le nostre mani in quelle del Bambino divino» a imitazione della Vergine Maria, di san Giuseppe e di tutti i Santi.

Riprendendo un brano scelto dal cardinale Mauro Piacenza, allora prefetto della Congregazione per il Clero, come documentazione annessa alla “Lettera ai sacerdoti”, utilizzata per la formazione in vista della “Giornata Mondiale di Preghiera per la Santificazione del Clero” del 15 giugno 2012, la spiritualità steineniana ci appare in questa sua ricerca come profondamente sacramentale. Secondo la religiosa tedesca, infatti, «vivere in maniera eucaristica significa uscire da se stessi, dalla ristrettezza della propria vita e crescere nella vastità della vita di Cristo».

«Chi cerca il Signore nella sua casa – aggiunge in tale testo la Stein – non gli chiederà solo di preoccuparsi di lui e delle sue faccende. Comincerà lui stesso ad interessarsi delle faccende del Signore. La partecipazione giornaliera al sacrificio ci coinvolge automaticamente nella vita liturgica. Le preghiere e i riti della messa mantengono presente alla nostra anima, nel corso dell’anno liturgico, la storia della salvezza e ci permettono di penetrare sempre più a fondo nel suo significato. E l’atto sacrificale imprime in noi ogni volta di nuovo il mistero centrale della nostra fede, il perno della storia universale: il mistero dell’incarnazione e della redenzione. Chi ha spirito e cuore sensibili non potrebbe stare vicino alla vittima santa senza rendersi disponibile al sacrificio, senza farsi prendere dal desiderio che la sua piccola vita personale si inquadri e risolva nella grande opera del Redentore. I misteri del Cristianesimo costituiscono un tutto indivisibile. Quando si è penetrati in uno, si comprendono tutti gli altri» (Edith Stein, “Vie per la pace interiore”, Frankfurt 1978, p. 23).

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Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità, di Edith Stein,traduzione italiana di Carlo Danna, Brescia 2013, 48 pp., € 4,50 – prima edizione: Brescia 1989.

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