cattolicesimo e impresa / Quando La Pira combatteva Costa e don Sturzo

Giorgio La Pirapubblicato su Il Sole 24 ore del 4 gennaio 2004
Sindaco santo e interventista convinto Giorgio La Pira, cattolico fervente e liberista coerente Angelo Costa, entrarono in polemica nel 1954. Il 13 maggio, sempre dello stesso anno, scende in campo don Luigi Sturzo con un articolo sul Giornale d’Italia, dal titolo: “Statalista La Pira?”

 

di Dario Antiseri

Ricorre il 9 gennaio il centenario della nascita di Giorgio La Pira. Molte saranno quest’anno le manifestazioni celebrative ma anche “scientifiche” in cui si cercheranno di capire più a fondo il pensiero, le iniziative e l’eredità morale e intellettuale di questo padre della Patria, tra i più eminenti rappresentanti del cattolicesimo politico, autentico apostolo della pace, figura insieme “profetica” e “scomoda” (e magari discutibile) della Prima Repubblica.

Tra i momenti più indicativi della sua esperienza il grande scontro che, nel 1954, vide protagonisti lui e don Luigi Sturzo. Era il 16 aprile del 1954. Giorgio La Pira – allora sindaco di Firenze – invia a Mario Scelba e a Giuseppe Saragat (rispettivamente presidente e vicepresidente del Consiglio) e al ministro del Lavoro, Vigorelli, un telegramma nel quale esprime la sua indignazione per i licenziamenti decisi dalla Manetti & Roberts – in Giornale d’Italia, dal titolo: “Statalista La Pira?” «La sicura affermazione di La Pira – scriveva don Sturzo – che il mondo civile vada verso la soppressione di ogni libertà economica, per affidare tutto allo Stato, deriva da una non esatta valutazione delle fasi monetarie, finanziarie ed economiche del dopoguerra sia in America che in Europa».

Sturzo non mette minimamente in dubbio le buone intenzioni di La Pira, intenzioni le più umane e le più cristiane; gli contesta piuttosto, e duramente, il suo statalismo. E lo statalismo è un errore sia economico che politico anche se difeso da uno “statalista della povera gente”. Lo Stato, ad avviso di Sturzo, «è per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino».

Il 20 maggio, La Pira pone sotto gli occhi di Sturzo la “cartella clinica” di una città di 400mila abitanti come Firenze, con 10mila disoccupati, con i 950 licenziamenti della Richard Ginori, con i licenziamenti in atto della Manetti&Roberts, con 2mila sfratti, 17mila libretti di povertà, 37mila persone assistite dal Comune e dall’Eca, con grosse crisi industriali nel Valdarno – e gli chiede: «Cosa deve fare il sindaco? (…) Può lavarsi le mani dicendo a tutti: “Scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista, ma un interclassista”?».

Non lascia passare che poche ore, e il 21 maggio Sturzo ribadisce il suo punto di vista, precisa di condividere le stesse finalità di La Pira, di non aver mai negato il proprio interessamento per i disoccupati, gli operai e i contadini, e di essere difensore di «un moderato intervento statale» nei vari ambiti dell’attività privata, «specialmente a scopo integrativo, e dove l’iniziativa privata non possa da sé corrispondere adeguatamente alle esigenze pubbliche». Una limpida formulazione, questa, del principio di sussidiarietà.

Non sulle finalità, dunque, verteva il dissenso fra La Pira e Sturzo, quanto piuttosto sui mezzi e le modalità per conseguirle. «La mia difesa della libera iniziativa – scriveva Sturzo a La Pira – è basata sulla convinzione scientifica che l’economia di Stato non solo è anti-economica, ma comprime la libertà e per giunta riesce meno utile, o più dannosa secondo i casi, al benessere sociale».

Non fu don Sturzo a vincere la battaglia politica. Fu sconfitto da La Pira, Dossetti e Fanfani. Val qui la pena di ripetere che il senno di poi è una scienza esatta, e con questa scienza esatta è possibile oggi affermare che la sconfitta della linea politica di Sturzo è stata una iattura per il mondo cattolico e la causa di anni di ritardo sulla strada di una sana politica per il nostro Paese.

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