A Xi il covid piace tanto: così può opprimere meglio

Libero 29 novembre 2022 

Il regime alterna il manganello a timide aperture. Ciò che conta e la dittatura e i test antivirali aiutano a profilare il DNA di milioni di persone. Per fini ignobili

di Marco Respinti

Vicina o no, La Cina è in crisi nera. Esasperata dalle misure assurde per il contenimento del CoVID 19, che da settimane paralizzano centri urbani, rovinano famiglie e affari, chiudono sotto chiave milioni di persone, la gente protesta duro per le strade, sfidando la polizia. Da venerdì le manifestazioni infiammano Pechino, la capitale finanziaria Shanghai, la megalopoli del commercio e del manifatturuero Guanzhou nel Sud del Paese, che un tempo chiamavamo Canton, e tante altre città. Dopo soli quattro giorni è già la rivolta più grande dai tempi sanguinosi di piazza Tienanmen, nel 1989.

La borsa di Hong Kong ha perso il 4%, il valore dello yuan è sceso a 7,23 rispetto al dollaro statunitense e il petrolio è calato al minimo 2022 (74,36 dollari Usa al barile). Il numero degli arrestati cresce e nemmeno l’informatissimo Voice of America (il servizio radiotelevisivo ufficiale del governo degli Stati Uniti) ha numeri esatti.

METODI BRUTALI

Nel mirino finiscono pure l’informazione e gli stranieri. Domenica la polizia ha arrestato Edward Lawrence giornalista della BBC che seguiva le proteste a Shanghai; ammanettato, è stato appreso a pugni e calci per ore prima di essere rilasciato. Il portavoce del ministero cinese degli esteri ha commentato: «I giornalisti stranieri debbono seguire coscienziosamente le leggi e i regolamenti cinesi», traduzione del vecchio adagio maoista «Colpirne uno per educarne cento». Un altro giornalista dell’Associated Press è stato arrestato per qualche ora e le riprese del corrispondente della RTS Svizzera interrotte dalla polizia. Eppure la stampa di regime, niente: neppure una parola, non una virgola. Censura totale.

Già si contano le prime vittime. Giovedì dieci persone sono morte e almeno altre nove sono rimaste ferite nell’incendio di un edificio residenziale a Urumqui, la capitale dello Xinjiang dove un milione fra uiguri e altre minoranze turcocofone (ma gli esperti dicono almeno tre) sono internate in campi di lavoro forzato. Le cause del rogo sono da appurare, ma le rigidità ant- CoVID hanno impedito ai soccorsi di arrivare in tempo.

Per questo il governo ora cede, almeno un po’. O così sembra. Sabato è stato annunciato un allentamento parziale della morsa a Urumqui e ieri anche nel resto del Paese, ma questo non ha spento la rabbia della piazza, che chiede le dimissioni di Xi Jinping. Altre voci dicono invece che le misure saranno inasprite, il che combacia con il profilo psicologico e politico di Xi. La realtà sta forse nel mezzo: Pechino non sa che pesci pigliare. Non può permettersi un’altra Tienammen, è però un’altra Hong Kong forse sì.

Una novità buca però gli schemi: la presa di posizione del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Capisco l’impazienza e le rimostranze della gente nelle strade», ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica tedesca Deutsche Welle , perché «la libertà di espressione è un bene pubblico importante».

Non capita tutti i giorni che il capo di un Paese importante come la Germania prenda di petto Xi Jinping (perché, sotto le moine di rito, questa è una presa di petto). Xi e appena uscito padrone di tutta la Cina dal ventesimo Congresso nazionale del partito comunista, svoltosi a metà ottobre. Cioè ancora più padrone di prima, essendo stato riconfermato per la terza volta alla guida del partito e dello Stato (che governa con scettro di ferro a capo di un «Comitato di salute pubblica» fatto di sette membri per quasi 1 miliardo e mezzo di cittadini) avendo polverizzato ogni record del potere cinese e avendone infranto ogni limite, ma soprattutto mostrando di saper schiacciare ogni rivale. Forse Stein Meyer può adesso fare la differenza a favore dei manifestanti

MISURE INUTILI

Ma una domanda inquietante regna su tutto. A che servono i lockdown rigidi cinesi dopo che l’Oms e persino il presidente Usa Joe Biden hanno dichiarato la pandemia chiusa a metà settembre? Come possono fare paura i 40.347 nuovi casi di contagio registrati lunedì dalla Commissione sanitaria nazionale cinese (e rilasciati da Reuters), cui 36.525 asintomatici, su quasi un miliardo e mezzo di persone? Cosa sono 15mila contagi circa in una Pechino che conta 21,5 milioni di abitanti?

La risposta è una sola. Il CoVID, vero o presunto, è un alleato insperato per un regime che sorveglia tutti e tutto con sistemi avveniristici e meccanismi capillari, e Xi non vuole rinunciarvi. Più un’ombra raccapricciante. I test anti CoVID 19 aiutano a profilare il DNA di milioni di persone che vivono in un paese in cui fiorisce la predazione di organi destinati al mercato nero dei trapianti. Ovvero, mentre le opacità del regime sull’origine sulla diffusione del nuovo coronavirus restano troppe, Winston Churchill ci aveva visto lungo quando disse: «Mai sprecare una buona crisi».

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