Quello schizzo di sangue sulla nostra cultura, ridotta a pagina bianca       

Newsletter di Giulio Meotti

16 Agosto 2022

Vaniloqui, depistaggi e perifrasi del mainstream su Rushdie sono solo fumo negli occhi. Autocensura, punizioni e pensiero unico sono invece la regola in Occidente (e non solo sull’Islam)

di Giulio Meotti

Salman Rushdie

Parlando alla Bbc, l’editorialista inglese Kenan Malik ha detto che se i critici di Salman Rushdie hanno “perso la battaglia”, hanno invece “vinto la guerra”. “Il romanzo, ‘I versetti satanici’, continua a essere pubblicato. Ma l’argomento che è sbagliato offendere determinate persone e gruppi è diventato molto diffuso. In una certa misura si potrebbe dire che la società ha interiorizzato la fatwa e introdotto una forma di autocensura”. Lo scrittore americano David Rieff nelle stesse ore ha aggiunto: “A Rushdie oggi verrebbe detto che le ‘parole sono violenza’, proprio come diceva la fatwa”.

Spiega la brava Bari Weiss nella sua newsletter che “viviamo in una cultura in cui molte delle persone più celebri che occupano i posti più alti credono che le parole siano violenza. Hanno molto in comune con l’ayatollah Khomeini, che ha emesso la fatwa contro Salman Rushdie nel 1989, e con Hadi Matar, che ha adempiuto al suo comando quando ha accoltellato Rushdie su un palcoscenico a New York. Il primo gruppo crede di essere motivato dall’inclusione e dalla tolleranza e che è possibile creare una società utopica in cui nessuno si offende mai. I secondi li riconosciamo tutti come fanatici religiosi.

Ma è l’indulgenza e la codardia di chi pensa che le ‘parole sono violente’ che ha rafforzato i secondi e ci ha portato qui, a un fanatico che si precipita sul palco di una conferenza letteraria con un coltello e lo affonda in uno degli scrittori più coraggiosi del mondo. Oggi la nostra cultura è dominata da coloro che danno credito all’idea che parole, arte, libri per bambini o editoriali siano la stessa cosa della violenza. Siamo così abituati a questa visione del mondo e a ciò che richiede – scusarsi, umiliare, cancellare, umiliare ancora un po’ – che non ce ne accorgiamo più”.

Basta pensare che soltanto a maggio il comico Dave Chappelle è stato aggredito e buttato a terra mentre si esibiva a Los Angeles. L’aggressore aveva con sé una pistola giocattolo e un coltello all’interno. Qual è la “colpa” di Chappelle? Aver irriso l’ideologia transgender. Se non bastasse, dopo l’attacco lo show di Chapelle è stato cancellato in un atto di incredibile autocensura da parte di alcuni teatri americani.

Per questo non lasciamoci ingannare dai vaniloqui alla Roberto Saviano e degli altri corifei della stampa mainstream e dalle perifrasi ipocrite di condanna su Rushdie. “Nessuno oggi avrebbe le palle per scrivere ‘I versetti satanici’, per non parlare di pubblicarlo”, ha detto lo scrittore Hanif Kureishi. “Gli scrittori sono terrorizzati”. Il compianto filosofo Roger Scruton prima di morire venne licenziato da un comitato governativo per aver affermato che la parola “islamofobia” è stata inventata dai Fratelli Musulmani. E come biasimare il nostro silenzio? Un celebre artista britannico, Grayson Perry, ha confessato di essersi censurato per non fare la fine di Theo van Gogh.

“Mi sono censurato”, ha detto Perry. “La ragione per cui non ho più attaccato l’islamismo nelle mie opere è che nutro una paura reale di finire con la gola tagliata”. I Liberal-democratici inglesi hanno sospeso il candidato Dániel Tóth-Nagy per aver affermato che “l’islamofobia non esiste” e aver scritto: “E le mutilazioni genitali femminili? I delitti d’onore? I matrimoni forzati? Cosa ne pensa delle proteste delle donne in Iran, in Arabia Saudita e in altri paesi islamici contro l’uso obbligatorio dell’hijab? E la Sharia in Gran Bretagna?”.

Il West Highland Free Press è un quotidiano scozzese di sinistra. Brian Wilson, ex dirigente del Labour ed ex ministro di Tony Blair, è stato messo alla porta dal West Highland Free Press dopo averci scritto per 38 dei 43 anni di vita del giornale, da quando Wilson lo fondò nel 1972. Cacciato per aver difeso un collega, il professor Donald Macleod, che aveva osato scrivere di Islam. La prima testa a rotolare in questa vicenda è stata quella di Donald Macleod, reo di aver firmato un articolo sulla trasformazione dell’Europa.

“La nostra libertà non potrà mai sopravvivere sotto un Islam dominante. Nessun paese musulmano al mondo garantisce diritti civili o la libertà di parola ai cittadini. In Arabia Saudita, nessuna donna può guidare la macchina. E nei paesi della cosiddetta ‘primavera araba’, la primavera si è trasformata rapidamente in inverno”. E ancora: “Abbiamo barriere intellettuali, ideologiche o spirituali da sollevare nei confronti dell’Islam? L’umanesimo dominante è troppo impegnato a odiare il Cristianesimo, che in molte parti della Gran Bretagna è diventato invisibile.

La Chiesa si è ritirata, lasciando un vuoto religioso, e una generazione spiritualmente senza spina dorsale. Sono deliri apocalittici di un cervello invecchiato? Forse, ma prendiamo in considerazione Agostino, la più grande mente cristiana che il mondo abbia mai visto. Nato in Algeria, divenne vescovo di Ippona (in Algeria) nel 396. Il Cristianesimo sembrava al sicuro per i tempi a venire. Ma nel 622 Maometto si è stabilito a Medina, e un centinaio di anni più tardi il Cristianesimo è stato cancellato in Algeria.

La diocesi di Agostino era stata semplicemente sopraffatta da un esercito musulmano. La storia non deve ripetersi. Ma dormire da ritti è la strada verso la perdita di tutte le nostre libertà”. Macleod ha perso il posto. Quando l’ex direttore Wilson lo ha scoperto ha deciso di usare la sua rubrica per difendere l’ex collega, definendo il suo articolo “il più erudito, ben scritto e intellettualmente stimolante del giornalismo inglese”. E anche lui è stato cancellato.

Il presidente del Pen America al New York Times di oggi afferma che per molti difendere Rushdie può essere facile, scontato, retorico, ma la difesa “deve applicarsi anche dove abbiamo meno unanimità. Questo è ciò che significa avere un principio”. Sante parole. Ma autodafé, autocensura, repressione e pensiero unico sono la regola in Occidente (e non solo sull’Islam).

“I limiti di quello che si può dire senza timore di ritorsioni si sono assottigliati”, recita la famosa lettera pubblicata su Harper’s contro la cancel culturee  firmata proprio da Salman Rushdie e da J.K. Rowling. “Stiamo già pagandone il prezzo, in termini di minore propensione al rischio tra gli scrittori, gli artisti e i giornalisti che sono preoccupati di perdere il lavoro se si allontanano dal consenso generale, o anche solo se non dimostrano sufficiente entusiasmo nel dirsi d’accordo”.

Thomas Chatterton Williams, il giornalista e scrittore che ha organizzato la lettera su Harper’s, ha detto a Philosophe Magazine: “Un clima di terrore ha pervaso la sfera culturale, le università, l’industria cinematografica, l’editoria. Se il tuo lavoro è ritenuto politicamente scorretto, puoi, da un giorno all’altro, essere ‘cancellato’, inserito nella lista nera, senza avere la possibilità di difenderti. Una generazione di intellettuali e artisti si trova paralizzata da questo clima”. 

La paura di dire e pensare è talmente pervasiva che il governo francese è arrivato a mettere la censura agli spot con bambini affetti da sindrome di Down, racconta il Wall Street Journal. E un sondaggio rivela il livello di autocensura tra gli insegnanti francesi sull’Islam. Per evitare possibili incidenti, un docente su due ammette di autocensurarsi in classe. Germund Hesslow, professore di neurofisiologia a Lund, in Svezia, è finito sotto inchiesta per avere affermato che “esistono differenze biologiche tra maschi e femmine”.

Un dibattito organizzato sul libro della filosofa Sabine Prokhoris, critica del MeToo, è stato cancellato dalla facoltà Cartesio di Parigi. “#MeToo: irragionevolezza collettiva, panico sessuale”. Questo il titolo del dibattito attorno al libro di Prokhoris Le Mirage #MeToo. Prokhoris, parlando con il settimanale Marianne, dice che “oggi siamo di fronte a un programma metapolitico, per usare un termine derivato da Gramsci: una minoranza si sta diffondendo nell’opinione pubblica, conquistando le élite intellettuali e prendendo il potere nelle istituzioni”.

Ha ragione la filosofa francese Elisabeth Badinter quando a L’Express dichiara che “c’è paura di essere ridicolizzati per aver dato una piattaforma a questa o a quell’idea. Una minoranza sta imponendo la sua legge alla maggioranza: la legge del silenzio. Quando, per paura di offendere, di scioccare, di dispiacere, una società è costretta al silenzio, questo è un veleno. È un male che rode la cultura occidentale”. In America sono arrivati a censurare persino Via col vento, in odore di “razzismo”.

Non si può dichiarare che si nasce maschi e femmine e che il genere non cancella il sesso (”transofobo”), che l’Islam ha qualche problema con la convivenza e con l’Occidente (“islamofobo”), che il matrimonio è fra un uomo e una donna (“omofobi”) e così via. Il Wall Street Journal lo chiama “momento giacobino. La ghigliottina non è in uso, ma l’impulso è lo stesso a distruggere”.

Keith Christiansen lavora da cinquant’anni al Metropolitan Museum of Art di New York, dove è arrivato a diventare il curatore dell’arte europea. Scioccato dalla devastazione di monumenti in Occidente, Christiansen ha postato un quadro che ritrae Alexandre Lenoir mentre cerca di fermare i giacobini durante la Rivoluzione francese, quando le statue di Notre Dame furono abbattute e la cattedrale rinominata “Tempio della Ragione”.

“Alexandre Lenoir che combatte i rivoluzionari fanatici intenti a distruggere le tombe reali a Saint Denis”, ha scritto Christiansen. “Quante grandi opere d’arte sono state perse per il desiderio di liberarci di un passato che non approviamo”. Numerosi membri dello staff del Met hanno inviato una lettera alla direzione per sollecitarla a riconoscere “supremazia bianca e cultura del razzismo sistemico nella nostra istituzione”. Christiansen è stato travolto dalle polemiche.

Nei giorni scorsi la Rowling è stata minacciata di morte per aver espresso solidarietà a Rushdie: “Sarai la prossima”, gli ha scritto un pakistano. Ma l’autrice di Harry Potter nelle stesse ore parlando al Times non lasciava passare inosservata la mancanza di solidarietà delle colleghe scrittrici per via delle sue idee critiche sul gender di Rowling. Ha ragione un editoriale su The Scotsman quando dice che gli attacchi a Rushdie e a Rowling condividono la stessa matrice di intolleranza ideologica. 

Come alla poetessa Jenny Lindsay, cui è stato consigliato di non partecipare a eventi se non accompagnata (come una Rushdie femminile), dopo essere stata presa di mira sui social, accusata di “transfobia”. In un saggio sulla rivista di poesia Dark Horse, Lindsay ha raccontato come è stata messa a tacere. “Ho cominciato a sentire che stavo vivendo una sorveglianza e una denigrazione kafkiana, senza sapere quali fossero le esatte accuse, senza i mezzi per contestarle. Il mio reddito è diminuito notevolmente rispetto agli anni precedenti”.

Rowling ha condiviso sul suo account alcuni messaggi che ha ricevuto: “Spero che tu possa trovare una bomba nella tua cassetta della posta”. “Ora che centinaia di attivisti trans hanno minacciato di picchiarmi, stuprarmi, uccidermi o farmi esplodere ho capito che questo movimento non mette in pericolo le donne”, ha scritto Rowling, con un tocco di malcelata ironia.

ùLibrerie hanno annunciato di non vendere più Rowling, come avvenne nel 1989 su Rushdie. “Mi aspettavo le minacce di violenza, che mi venisse detto che stavo letteralmente uccidendo le persone trans con il mio odio, che i miei libri venissero bruciati, anche se un uomo particolarmente violento mi ha detto che li aveva messi nel compost”, ha scritto Rowling. I social sono pieni di video di persone che bruciano i suoi libri.

Quando Kathleen Stock si è dimessa dal suo incarico di professoressa di filosofia all’Università del Sussex a seguito di un’incessante campagna di linciaggi e attacchi anche fisici, l’esultanza è stata senza freni: “La strega è morta”. Il Financial Times racconta: “La tensione a cui è sottoposta Stock è palpabile: è scoppiata in lacrime due volte durante la nostra conversazione. A un certo punto, siamo stati interrotti dalla consegna di una telecamera, che la polizia le aveva detto di installare”.

Poetesse che tengono conferenze sotto sorveglianza e professoresse che installano telecamere a casa. Rushdie lo ha scritto nel suo penultimo libro Languages of truth. “L’idea che ferire i sentimenti delle persone, offendere la sensibilità delle persone, stia andando troppo oltre ora ha un ampio credito. E quando sento brave persone dire cose del genere, sento che il vecchio apparato della blasfemia e dell’anatema, tutto questo potrebbe essere sulla via del ritorno sotto forma laica. Posso sostenere e sostengo che una società aperta debba consentire l’espressione di opinioni che alcuni membri di quella società possono trovare spiacevoli; altrimenti, se accettiamo di censurare i sentimenti sgradevoli, entriamo nel problema di chi dovrebbe avere il potere di censura. Quis custodiet ipsos custodes, come si dice in latino. Chi ci proteggerà dai guardiani?”.

Nessuno e l’autocensura è la regola ormai. La celebre scrittrice Lionel Shriver rivela al Times di essersi censurata per il suo nuovo romanzo: “Avevo messo un po’ di accento africano. Sono stata scoraggiata dall’usarlo e ho obbedito. La mia casa editrice, Harper Collins, era in ansia”. Oggi si è vittime dell'”autocancellazione” perché si preferisce rimanere in silenzio piuttosto che subire contraccolpi (per non arrivare alle coltellate contro Rushdie), ha detto Sir Tom Stoppard.

Il grande drammaturgo inglese ha affermato che l’erosione della libertà di parola ha lasciato le persone a rischio di essere “spacciate” a vita per i commenti “sbagliati”. Lo scrittore originario di Leopoldstadt ha detto: “La libertà di dire ciò che si vuole entro i limiti della legge è la libertà da cui dipendono tutte le altre libertà. Non è tanto la cancellazione quanto l’autocancellazione. Le persone vanno con cautela, stanno attente a quello che dicono. Dico solo una cosa casuale e sono fottuto per il resto della mia vita”. La paura di offendere è talmente endemica che anche gli editori si stanno autocensurando, racconta il Times.

La censura dilaga al punto che, come ha rivelato a El Pais il filosofo francese Pascal Bruckner, “se non cadi nell’autocensura allora lo faranno per te. A Grasset, l’editore che mi pubblica, tutti i libri vengono letti prima da un avvocato”. E anche il premio Nobel per la Letteratura Kazuo Ishiguro, l’autore di Quel che resta del giorno, alla Bbc ha detto che un “clima di paura” sta incoraggiando l’autocensura. La nota casa editrice Rowman & Littlefield ha ritirato e mandato al macero la biografia di un imperialista britannico, The Last Imperialist: Sir Alan Burns’ Epic Defense of the British Empire di Bruce Gilley, perché non abbastanza perfida con la storia inglese.

Nelle università non si può più dire niente di scomodo. Il Sunday Times ha pubblicato una inchiesta sui docenti minacciati, anche di morte, per aver sfidato l’opinione corrente. “200 accademici raccontano di minacce di morte e abusi mentre infuria la battaglia per la libertà di parola”, il titolo. La dissidente iraniana Maryam Namazie è stato bandita da alcuni college inglesi, come il Goldsmiths e il Warwick, perché avrebbe “offeso” gli studenti di fede islamica. L’editorialista cattolico Peter Hitchens è stato cancellato all’Università di Portsmouth perché contrario alle nozze gay. Ma anche all’icona dei diritti gay Peter Tatchell è stato impedito di parlare all’Università di Canterbury solo perché aveva firmato una lettera in cui dichiarava che anche alle persone con opinioni differenti dovrebbe essere consentito di partecipare ai dibattiti.

Stéphane Charbonnier è il direttore di Charlie Hebdo morto sotto i colpi dei terroristi. Prima di morire, “Charb” stava lavorando a un libro che sarebbe uscito postumo, una Lettera ai truffatori della islamofobia. Consegnò queste pagine al suo editore il 5 gennaio. Due giorni dopo ci fu il massacro. In una intervista a L’Express, il regista che ha portato in scena quel testo macchiato di sangue, Gérald Dumont, ha rivelato che le università lo boicottano tutte. “Le volte che abbiamo fatto richiesta non abbiamo ricevuto risposta”. E quando sembravano esserci riusciti ci sono state cancellazioni in serie.

“A Parigi VII (Diderot), c’è stata una mobilitazione dei sindacati contro lo svolgimento della lettura, che hanno minacciato di occupare la sala. Hanno manifestato con slogan come ‘razzismo e islamofobia’. All’Università di Lille, il rettore ha annullato lo spettacolo due settimane prima. All’Università di Valenciennes, c’erano più poliziotti che spettatori”.

No, non siamo tutti Rushdie.

Un college di Oxford, che nacque sotto gli auspici dei vescovi medievali, ha vietato alle organizzazioni cristiane di partecipare alla tradizionale fiera delle matricole, accusando il Cristianesimo di essere “una scusa per l’omofobia e il neocolonialismo”. A Oxford è stata lanciata una “fatwa morale” contro il celebre filosofo cattolico del diritto John Finnis, professore emerito all’università contrario alle nozze gay. Sul Guardian sono apparsi articoli dal titolo:Ecco perché Finnis non dovrebbe insegnare a Oxford”. “A Gesù oggi sarebbe impedito di parlare a Oxford”, ha detto il collega di Finnis, Timothy Garton Ash. Per aver detto che la schiavitù non può essere definita una forma di “genocidio”, il celebre storico David Starkey è stato licenziato da Cambridge. Carriera finita.

Quando è uscito il libro Aristotele a Mont-Saint-Michel, dove lo storico Sylvain Gouguenheim, ordinario alla Normale di Lione, ha spiegato che l’eredità greca nel Medioevo fu trasmessa all’Europa da Costantinopoli, riducendo il ruolo intermediario del mondo islamico (“la cultura greca non tornò all’Occidente solo grazie all’Islam: a salvare dall’oblio i filosofi antichi sarebbe stato innanzitutto il lavoro dei cristiani d’oriente, caduti sotto dominio musulmano, e dunque arabizzati”) iniziarono a circolare petizioni contro Gouguenheim su Le Monde, su Libération e su Le Monde Diplomatique. “Gouguenheim è un islamofobo”. Stesso destino per un altro storico di rango, Olivier Pétré-Grenouilleau, reo di aver scritto il libro La Traite des Noirs, in cui dichiara: “Il numero degli schiavi cristiani razziati dai musulmani supera quello degli africani deportati nelle Americhe”. 

Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung racconta che la posizione sull’Islam di un ricercatore gioca ora un ruolo importante nella sua futura carriera. “Se parla bene dell’Islam, farà carriera, altrimenti no. Se un antropologo si occupa di islamismo, la sua carriera è finita”. Quando il sociologo egiziano Hamed Abdel-Samad ha ricevuto la medaglia Josef Neuberger militanti Antifa lo hanno aggredito all’Università di Monaco. Uno ha cercato di dargli un pugno perché Samad aveva scritto un libro che criticava Maometto. Gabrielle Brinkman col suo romanzo Wem ehre Geburt (A chi è dovuto l’onore) avrebbe potuto irritare la comunità islamica. Così alla scrittrice è stato chiesto dalla casa editrice Droste di censurare i passi più delicati. Brinkman si è rifiutata ed è rimasta senza editore.

Racconta il New York Times che per coprire i costi della sicurezza e consentire ad alcuni oratori di parlare nel campus che ha inventato il free speech, l’Università di Berkeley ha speso 1,5 milioni di dollari.

Siamo tutti Salman Rushdie?

Il Middlebury College nel Vermont, lo stato più liberal d’America, ha invitato Charles Murray, un famoso sociologo conservative. Quando Murray è salito sul palco, quattrocento studenti gli hanno urlato “razzista, sessista, anti-gay”. Murray è fuggito in un ufficio, in modo che Allison Stanger, docente di Politica ed Economia, lo potesse intervistare in streaming. Quando Murray e Stanger sono usciti sono stati attaccati da un gruppo di manifestanti. Lei è stata tirata per i capelli e portata in ospedale, mentre manifestanti salivano sul tetto dell’auto di Murray, fino a che la polizia non è riuscita a scortarlo via.

E non c’è nemmeno bisogno di andare così lontano. Angelo Panebianco ha potuto tenere le sue ultime lezioni all’Università di Bologna grazie a un cordone di carabinieri. Il politologo si è visto interrompere le lezioni due volte, aggredito e accusato di essere un “guerrafondaio” per i suoi articoli sul Corriere della Sera. Manifesti contro la “casta guerrafondaia”, come recita il tazebao dei collettivi, sono stati appesi negli studi dei docenti che hanno espresso solidarietà a Panebianco, la cui libertà di espressione e di insegnamento (e forse non solo) è stata garantita da agenti in borghese posti a sua protezione.

In Finlandia è stata processata per “incitamento all’odio” l’ex ministro dell’Interno Paivi Rasanen, colpevole di aver citato la Bibbia sui social a difesa del matrimonio uomo-donna. La procura di Parigi ha aperto una inchiesta sul giurista di origine armena della Sorbona Aram Mardirossian sempre per “incitamento all’odio” (sei mesi di carcere e 22.500 euro di ammenda) perché ha criticato il matrimonio gay. In Inghilterra una femminista, Nicola Murray, si è vista arrivare a casa la polizia dopo una denuncia per istigazione all’odio (aveva criticato il transgender).

La scrittrice Gillian Phillip ha perso il lavoro per aver espresso solidarietà sul gender alla Rowling, alla saggista di origine somala Ayaan Hirsi Ali è stato impedito di parlare a una università, l’economista Herald Uhlig è stato messo sotto processo dall’Università di Chicago per aver criticato Black Lives Matter, la storica di Oxford Selina Todd deve tenere lezione all’università con le guardie del corpo per aver difeso la realtà del sesso biologico, al saggista Ryan Anderson è stato fatto sparire un libro da Amazon perché critico del gender e Sasha White è stata licenziata da una agenzia letteraria di New York dopo avere espresso solidarietà a Rowling e aver scritto che “il gender non conformista è meraviglioso; negare il sesso biologico no”.

L’emittente radiofonica pubblica francese France Inter a Natale ha rifiutato una campagna pubblicitaria dell’Oeuvre d’Orient, che si batte per i cristiani perseguitati. La radio aveva chiesto che venisse rimossa una sola parola: “cristiano”. La frase “au profit des chrétiens d’Orient”, ovvero gli introiti sarebbero andati ai cristiani d’Oriente, doveva sparire e i cartelloni ristampati. “I messaggi pubblicitari non devono contenere alcun elemento che possa offendere le convinzioni religiose degli ascoltatori”, aveva fatto sapere, prima di ammettere la pubblicità per le proteste.

No, non tutte le “convinzioni religiose degli ascoltatori”, solo quelle dell’Islam, proprio come ha imposto nel mondo la fatwa Rushdie.

In Canada ci sono scuole che hanno persino bruciato 5.000 libri per bambini, come hanno fatto i seguaci dell’editto iraniano in Inghilterra nel 1989. Erano vecchi classici macchiati della colpa del “razzismo”. E membri del Partito liberale del Canada (la formazione del primo ministro Justin Trudeau) hanno così giustificato il rogo di libri: “Non stiamo cercando di cancellare la storia, ma di correggerla”. E il consiglio scolastico di Toronto – il più grande del Canada – ha ritirato il sostegno a un club del libro dedicato alle ragazze. La presenza di un Premio Nobel per la pace, la yazida sopravvissuta agli stupri dell’Isis Nadia Murad, avrebbe “promosso l’islamofobia”.

No, non siamo tutti Rushdie.

“Trent’anni fa, qualsiasi aspirante Cassandra sarebbe stata derisa se avesse affermato che un giorno ci saremmo ritrovati così” ha scritto Andrew Doyle in Free speech and wha it matters. Trent’anni è il tempo che ci separa dalla fatwa contro Rushdie. “In altri 30 anni potremmo esserci rassegnati all’autocensura e al conformismo, con il libero pensiero visto come la stranezza di un tempo semi-dimenticato”.

L’Occidente oggi è pieno di Khomeini travestiti da meschini funzionari “inclusivi”. E stanno vincendo questa guerra.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: