Il dibattito sulla razza è sempre più tossico. Essere antirazzisti non basta più

Tempi 19 Aprile 2022

L’Università di Nottingham “cancella” Tony Sewell, presidente della Commissione sulle disparità razziali in Inghilterra, perché non denuncia con sufficiente forza la società “istituzionalmente razzista” 

Piero Vietti

C’è un caso inglese recente che spiega meglio di tante teorie il livello di tossicità (per usare una parola cara ai combattenti del pensiero woke sui social network) raggiunto dal dibattito sul razzismo. È un caso emblematico perché segue le stesse dinamiche di qualunque discussione su temi più o meno divisivi, e finisce quasi sempre con l’intolleranza di chi si dice tollerante.

Il report sul razzismo non è abbastanza antirazzista

Tony Sewell è uno degli uomini che nel Regno Unito si sono spesi di più per migliorare le condizioni di vita delle minoranze etniche, presiede un ente benefico che da oltre quindici anni aiuta i ragazzi più svantaggiati a trovare lavoro nel campo della ricerca scientifica, è insomma uno di quelli che fa qualcosa di concreto per combattere le diseguaglianze, quasi una rarità in un mondo in cui tutti si riempiono la bocca di antirazzismo ed egualitarismo senza poi combinare nulla.

È nero, quindi difficilmente attaccabile per black-washing, e nel 2020 è stato nominato presidente della Commissione sulle disparità razziali ed etniche con il compito di esaminare la disparità razziale nel Regno Unito.

Nel 2021 ha pubblicato un report nel quale ha osato dire che mentre il razzismo è ancora una questione che deve essere affrontata in Gran Bretagna, la nostra società non è “istituzionalmente razzista”. È bastato questo perché Sewell venisse travolto da un’ondata di critiche, insulti e censure, a partire naturalmente da Twitter, il giocattolino che piace tanto ai progressisti pronti a immolarsi per difendere la libertà di parola propria e non quella degli altri. “Utile idiota nero per il governo razzista di Boris Johnson”, “membro del Ku Klux Klan”, “Zio Tom”, “negro domestico”, e così via.

La bolla che influenza l’Università

In un mondo normale le shitstorm via social network dovrebbero lasciare il tempo che trovano. Da qualche tempo però Twitter è diventato il tribunale della morale comune (forza, Elon Musk), la bolla che investe e colpisce chi non si comporta “bene”, e di fatto determina il dibattito pubblico, essendo frequentato principalmente da troll e giornalisti (con la difficoltà a volte di distinguerli tra loro).

Ex studente dell’Università di Nottingham, dove ha conseguito un dottorato, Sewell era stato selezionato per ricevere una laurea honoris causa in questi mesi, ma nel dicembre scorso l’Università ha cambiato idea, cancellando l’invito.  La notizia è uscita il mese scorso, e un portavoce dell’Università ha confermato che l’ateneo non considerava più “appropriata” (altra parola d’ordine che piace agli amici woke) tale onorificenza data la “controversia politica” nata attorno a lui.

Con il solito modo paraculo che hanno i liberali quando censurano, l’Università ha fatto sapere di non avere nulla di personale contro Sewell, né di avere critiche sul suo lavoro: tutta colpa dei criteri di assegnazione della lauree honoris causa, che non si possono assegnare a chi è “oggetto di controversia politica”.

  Proteggere gli studenti dalle controversie

Poiché qualcuno che ragiona al di là degli steccati ideologici esiste ancora, l’Università di Nottingham è stata criticata da alcuni commentatori e membri del Parlamento inglese. Ma anche in questo caso la risposta è stata pronta, ipocrita, e indicativa dello stato di semidecomposizione in cui è il sistema educativo anglosassone (ma arriverà anche da noi, tranquilli, già sta arrivando): la cancellazione di Sewell è stata fatta per proteggere gli studenti, che potrebbero offendersi oppure venire distratti da una tale celebrazione che rischierebbe di metterli in ombra.

Siamo al culmine della codardia, fa notare Tom Slater sullo Spectator, un’università che non vuole polemiche, dibattito e e discussioni intellettuali ha perso la sua funzione.

Nessuno è così ingenuo da crederci davvero, però, dato che se il problema è non essere “controversi” ci si chiede perché nel 2017 lo stesso Ateneo abbia consegnato una laurea honoris causa all’ex ambasciatore cinese Liu Xiaoming, che ha definito “fake news” i campi di rieducazione uiguri. Non c’è nulla di controverso nel rapporto di Sewell – se non su Twitter e nella pagina di commenti del Guardian, nota ancora Slater – che anzi propone misure concrete per migliorare polizia, salute e istruzione in favore delle minoranze. Il suo problema è che non ha un’opinione abbastanza estrema per i nuovi giudici della moralità pubblica.

Essere antirazzista non basta più, il solo pensiero che il razzismo non sia l’unico criterio con cui giudicare la società è inaccettabile. I social media iniziano il lavoro, le istituzioni codarde come l’Università di Nottingham, impaurite dall’idea di dovere difendere una propria decisione, lo finiscono. Sempre allo stesso modo: cancellando il non allineato.

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