Globalizzazione: un fenomeno non in crisi ma in trasformazione

Tradizione Famiglia Proprietà newsletter 16 Marzo 2022

di Guido Vignelli Importanza geopolitica della globalizzazione

La crisi bellica recentemente sorta nel cuore dell’Europa conferma l’importanza delle conseguenze geopolitiche prodotte da quel fenomeno ormai dominante chiamato globalizzazione.

Com’è noto, la globalizzazione è un processo che tenta di aggregare tra loro non solo culture e usanze ma anche Stati, popoli e razze, al fine di unire l’intero genere umano. Essa è stata favorita dalla proliferazione di alcuni fattori – viaggi, comunicazioni, tecnologie, commerci e finanze – che, diventando cosmopolitici, si sono sradicati dal campo geografico e dal tempo storico nel quale erano nati.

Ciò ha causato la crisi di molte identità e contrapposizioni: prima quelle tra nazioni, poi anche quelle tra aree culturali, politiche, economiche e strategiche, ad esempio tra Europa e Asia, tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del mondo.

Sebbene possano permanere o ritornare in certi tempi o luoghi, queste contrapposizioni non hanno più l’influenza di un tempo, perché presuppongono realtà nazionali o internazionali che, non essendo più separate né indipendenti tra loro, sono state inserite nel “villaggio globale”. Oggi perfino le guerre locali usano mezzi globali, siano essi finanziari, mass-mediatici, cibernetici e chimici. 

Linguaggio vecchio per fenomeno nuovo

Eppure, nonostante ciò, spesso l’attuale dibattito culturale dimentica queste conseguenze della globalizzazione e pretende di valutare divisioni e conflitti geopolitici in corso continuando a usare un linguaggio basato su identità nazionali o su alleanze internazionali, come se questi fenomeni fossero ancora decisivi, indipendentemente dal giudizio di valore a loro attribuito. 

Infatti, tutt’oggi si usano espressioni come “isolazionismo inglese”, “autocrazia russa”, “predominio tedesco”, “espansionismo turco”, “imperialismo statunitense”. Al massimo, si allarga un po’ il panorama geografico parlando di “finanza anglo-sassone”, “ingerenza europea”, “colonialismo nordamericano”, “permissivismo occidentale”, “dispotismo orientale”.

Tuttavia, questo linguaggio è ormai improprio e fuorviante, perché non tiene conto di quella globalizzazione che, per definizione, presuppone di aver superato non solo identità nazionali e sistemi statali, ma anche alleanze strategiche, blocchi continentali e perfino aree culturali.

Ambivalenza della globalizzazione

Tuttavia, bisogna ammettere che globalizzazione è una parola che può assumere significato ambivalente e quindi diventare anch’essa fuorviante. Proviamo quindi a chiarirne il recente sviluppo, al fine di vedere se possiamo usarla per analizzare e valutare l’attuale panorama mondiale.

Molti danno per scontato che la globalizzazione sia un fenomeno coerente e mirante a un fine univoco, ossia a unire tutti i popoli in un solo ordinamento mondiale, al fine di favorire dialogo, riconciliazione e pace internazionale.

In realtà, il panorama geopolitico degli ultimi tempi ci dimostra che la globalizzazione è un fenomeno incoerente e mirante a un fine ambivalente; infatti, in essa operano forze rivoluzionarie che tentano di realizzare due progetti alternativi e rivali.

Il primo progetto sembra favorire una globalizzazione monopolare; il secondo invece sembra favorire una globalizzazione multipolare; vediamo in cosa essi si distinguono e si oppongono fra loro.

La globalizzazione monopolare

La prima globalizzazione è quella monopolare in quanto accentratrice e centripeta, quindi tendenzialmente costruttiva; il suo motto è: “identità tra le diversità”, “dividere per unire”, “distruggere per costruire”.

I suoi promotori si ostinano a completare la distruzione del residuo ordinamento civile ereditato dal passato cristiano, ma lo fanno solo affinché, sulle sue macerie, possano costruire quel brave new world che realizzerà l’unione, la prosperità e la pace tra tutti i popoli, secondo la nota utopia massonica.

Questa globalizzazione mira a superare rivalità nazionali e contrapposizioni geopolitiche, al fine d’inglobare Stati, popoli e razze in una “Repubblica Universale” intesa come organismo del “nuovo ordine mondiale”.

Tuttavia, proprio quando sembrava sul punto di realizzarsi, questo progetto entrò in crisi per colpa della tendenza disgregante e destabilizzante avviata dal Sessantotto e proseguita con il crollo del sistema sovietico, la crisi dell’O.N.U., la rivalsa dell’Islamismo, le migrazioni di massa, i conflitti etnici, la crisi finanziaria e quella sanitaria.

Pertanto, alcune forze rivoluzionarie si sono rese conto che avvicinare e integrare tra loro culture e popoli favoriva non la pace globale ma la conflittualità permanente e preparava una sorta di “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, da allora quelle forze stanno tentando di superare questo problema passando dalla globalizzazione monopolare a quella multipolare.

La globalizzazione multipolare

La seconda globalizzazione è appunto quella multipolare in quanto centrifuga e disgregatrice, quindi tendenzialmente distruttiva; il suo motto è: “diversità tra le identità”, “unire per dividere”, “costruire per distruggere”, perché “tutto ciò che nasce merita di morire”.

I suoi promotori tollerano la locale e settoriale sopravvivenza d’istituzioni e ordinamenti passati, ma lo fanno solo affinché essa alimenti quel “sacro fuoco della distruzione creatrice” capace di mantenere viva la rivoluzione permanente. Secondo loro, il “nuovo mondo” nascente può sopravvivere solo distruggendo continuamente ogni “realtà costituita” – anche se sovversiva! – che tenti di perdurare nel tempo e nello spazio.

Questi rivoluzionari temono che la costruzione della “Repubblica Universale” rischi di produrre un nuovo ordine altrettanto oppressivo di quello passato. Pertanto, essi s’impegnano a incitare al massimo gli agenti separatistici e conflittuali, al fine di suscitare un “nuovo disordine mondiale” capace di estinguere nel caos tutto ciò che di civile, e soprattutto di cristiano, tenacemente sopravvive o periodicamente risorge.

In concreto, questa globalizzazione multipolare prevede di far nascere, a livello locale, una pluralità di tribù rivali, e, a livello globale, una pluralità di blocchi avversari, evitando però che qualcuno di loro riesca a prevalere stabilmente sugli altri. In questo modo, incertezza e instabilità geopolitiche alimentano una conflittualità permanente che facilita l’azione degli agenti sovversivi e impedisce il formarsi di una reazione che riporti ordine e stabilità.

Possibili pericoli futuri

La globalizzazione multipolare può aiutarci a capire come mai una mera questione di separatismo locale, quella tra la regione del Donbass e la Repubblica ucraina, abbia recentemente causato prima l’invasione russa dell’Ucraina e poi lo scontro tra la confederazione russo-slava e quella euro-atlantica che rischia di assumere le dimensioni di un pericoloso conflitto geopolitico.

Si può quindi ipotizzare che la crisi in corso prepari non tanto il conflitto politico tra due alleanze strategiche – come la Confederazione Russa e l’Unione Europea – quanto il conflitto geopolitico tra più blocchi continentali. Ad esempio, domani potrebbero scontrarsi tra loro un blocco di area euro-atlantica, uno di area euro-asiatica (comprendente Russia, India e Cina), e uno di area islamico-mediterranea (comprendente Turchia, Vicino Oriente e Maghreb).

Pertanto, nell’attuale confusa situazione, non sembra prudente favorire la globalizzazione monopolare o quella multipolare, né imporre la unificazione dei popoli o difendere la loro pretesa “autodeterminazione”, tantomeno cedere alla propaganda che semplicisticamente incita a schierarsi “per la pace contro la guerra” o “per la civiltà contro la barbarie”.

Piuttosto, c’è da temere che domani sorgano conflitti tra schieramenti falsamente alternativi guidati da una regìa rivoluzionaria e tendenti a un fine ultimo anticristiano, come sta già accadendo in alcune aree geopolitiche nelle quali i fedeli del Divin Redentore sono da tempo perseguitati. Pertanto, noi cristiani dobbiamo evitare di favorire oggi coloro che domani potrebbero diventare i nostri persecutori, come accadde un secolo fa col comunismo e col nazismo.

D’altra parte, non è nemmeno possibile mantenere una impassibile neutralità di fronte all’attuale dramma che oggi il popolo ucraino sta vivendo dopo quello dell’epoca staliniana, o di fronte a futuri drammi che potrebbero colpire altre nazioni oggetto di analoghe mire espansionistiche.

In conclusione, bisogna innanzitutto capire e giudicare l’attuale situazione geopolitica usando criteri che possiamo trarre in concreto dallo jus gentium e in astratto dallo jus naturale, ma sempre alla luce di quello jus christianum che pone le esigenze religiose al di sopra di quelle ideologiche o nazionali o internazionali. Se è vero che “opus justitiae pax”, allora “si vis pacem, para justitiam”.

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