Costantino e la civilizzazione cristiana

CostantinoStudi cattolici n.621 novembre 2012

In Occasione del prossimo XVII centenario dell’Editto di Milano (313 d.C.), con cui Costantino e Licinio sancirono la libertà di culto sono pubblicati due articoli sull’evento: il primo sulla civilizzazione cristiana dell’Occidente favorita dalla decisione imperiale e il secondo più circoscritto sull’editto stesso.

di Giuseppe Nastri

Commemoriamo quest’anno il diciassettesimo centenario della battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312), nella quale l’imperatore Costantino sconfigge Massenzio. L’anno successivo, con l’Editto di Milano (febbraio-marzo 313), Costantino e Licinio riconoscono la libertà di culto. Con Costantino non soltanto la Chiesa non è più perseguitata, ma è favorita in tutti i modi, senza che i pagani, ancora di gran lunga superiori in numero, vengano molestati. Spetterà a Teodosio, verso la fine del IV secolo, fare del cristianesimo la religione di Stato e proibire i culti pagani.

Questo centenario ci da l’opportunità di rivedere su tali eventi un’opera di Paul Veyne, apparsa in Francia nel 2007 e in Italia nel 2008. Ed è soprattutto l’occasione di portare uno sguardo su ciò che sussiste ancora del cristianesimo, nella convinzione che la comprensione del passato ci aiuti a orientarci per il futuro.

La tetrarchia imperiale

Alla morte di Galerio, nel 311, a seguito dei successivi rovesciamenti dei poteri, l’Impero romano si trova nuovamente con quattro capi supremi, secondo lo schema della tetrarchia stabilito la Diocleziano nel 293. Nella parte occidentale dell’Impero, Costantino, eletto dai soldati a York, alla morte del padre Costanze Cloro estende la propria autorità sulla Britannia e sulla Gallia con capitale a Treviri, mentre l’usurpatore Massenzio, figlio di Massimiano, regna a Roma, dopo avere deposto Valerio Severo e averlo ucciso o forzato al suicidio.

Nell’area orientale, Licinio governa da Sirmio (oggi Sremska Mitrovica, in Voivodina) sulla penisola balcanica, mentre Massimino Daia regge o, per meglio dire, tiranneggia l’Asia Minore, la Siria e l’Egitto. La sua capitale è Nicomedia (oggi Izmit, in Bitinia). Si da il caso che Costantino sia un generale coraggioso, esperto e dotato di un grande ascendente sulle truppe. Nel 312 decide di avanzare contro Massenzio. Il suo esercito, reclutato nella Gallia, sfoggia il labaro con il crisma, che è un segno formato dalle prime due lettere greche del nome di Cristo – una X (chi) e una P (rho) – disposte di modo che la sbarra verticale della P attraversi la X.

Secondo lo storico Eusebio da Cesarea, l’imperatore stesso aveva raccontato di avere ricevuto la rivelazione di questo segno insieme con il messaggio: «In hoc signo vinces» («Sotto questo segno vincerai») [1]. Il 28 ottobre 312 Massenzio esce con il suo esercito dalla capitale e s’avanza di alcune miglia lungo la via Flaminia per fare fronte all’avversario, ma è respinto verso il Tevere in prossimità del Ponte Milvio. Le sue truppe sono disfatte e l’usurpatore s’annega nel fiume. L’affresco di Giulio Romano nelle Stanze di Raffaello in Vaticano rappresenta questo momento solenne che prepara la via a una nuova civilizzazione, la civilizzazione cristiana.

L’Editto di Milano

Nel febbraio-marzo 313, a Milano, Costantino da in matrimonio a Licinio la sorella Costanza. In tale occasione i due uomini stipulano un accordo, nel quale viene riconosciuta la libertà religiosa «affinchè ogni realtà divina e celeste sia favorevole a noi e a quanti vivono sotto la nostra autorità». Con quest’accordo, rimasto nella storia sotto il nome di Editto di Milano [2], è riconosciuta ai cristiani la libertà di associarsi e di esercitare il proprio culto.

Approfittando dell’assenza di Licinio dalla penisola balcanica, Massimino Daia, personaggio che Eusebio e Lattanzio descrivono come dedito al vino e ai vizi, e che non aveva mai cessato di nuocere ai cristiani, attacca le province di Licinio. Questi lascia precipitatamente l’Italia all’inizio di aprile per difendersi dell’aggressione. Vinto a Tzurulum, sulla via tra Adrianopoli e Bisanzio, Massimino Daia deve ritirarsi dinanzi a Licinio e si suicida a Tarso nel maggio del 313.

Licinio e Costantino si dividono allora l’Impero, non senza contrasti, fino al 324, quando vengono al confronto decisivo. In luglio, Costantino sconfigge il suo avversario ad Adrianopoli, e in settembre definitivamente a Calcedonia. Licinie è messo a morte poco dopo. Così Costantino resta il solo imperatore dal 324 fino alla morte, che lo coglie nel 337. Durante quest’ultimo periodo della sua vita fa assassinare il figlio Crispus e la moglie Fausta (i diversi autori danno versioni troppo divergenti di questi fatti e dei loro moventi per permetterci di riportarli qui). Al fine di ottenere il perdono divino per tutte le sue colpe, Costantino riceve il battesimo in extremis, sul letto di morte.

Pagani & cristiani nel IV secolo

Per solennizzare il trionfo di Costantino, il Senato erige tra il 313 e il 315, accanto al Colosseo, l’arco che porta il suo nome. La dedica ci fa sapere che il vincitore ha liberato lo Stato dal tiranno precisamente «per ispirazione della divinità (instinctu divinitatis)».

In considerazione della possibilità che questo testo abbia potuto subire delle trasformazioni attraverso i secoli, nel 1863, per volontà di Napoleone III, furono realizzati dei calchi. Essi hanno permesso di stabilire che l’iscrizione è effettivamente d’origine [3]. La formula scelta è ovviamente tale da soddisfare l’aristocrazia senatoriale pagana, senza mettere in discussione la fede intima di Costantino.

In realtà Costantino, come imperatore, ricopre la carica di Pontifex maximus (Pontefice massimo), che lo impegnerebbe a celebrare dei riti pagani. Ora, tanti martiri avevano sacrificato la loro vita pur di sottrarsi a tale gesto. Costantino adotta dunque la soluzione di delegarne l’esecuzione a degli ufficiali pagani.

Con Costantino – e durante una buona parte del IV secolo — il paganesimo e il cristianesimo coabitano dunque senza troppo urtarsi, ma si assiste a una lenta erosione delle posizioni pagane. Contrario ai sacrifici di animali e ai combattimenti di gladiatori (che erano dedicati agli dèi), Costantino non osa proibirli, ma pubblica leggi contro la magia (già ripetutamente condannata dai suoi predecessori), che implicano il divieto di sacrifici notturni o in luoghi privati.

I sacrifici di animali saranno vietati dal di lui figlio e successore, Costanzo II, nel 342 [4]. Infine, con Teodosio, che regnò dal 378 al 395, il cristianesimo diventerà la religione ufficiale dell’Impero (380) e saranno definitivamente vietati (391-394) i culti pagani. Fu forse durante l’ultimo risveglio pagano, che portò alla battaglia sul Fiume Freddo, oggi Vipacco presso Gorizia (6 settembre 394), che le sei rappresentazioni di Costantino figuranti nel suo arco di trionfo furono mutilate.

Conversione sincera?

Secondo Gibbon, i lettori protestanti e filosofici del tempo presente saranno disposti a credere che, attraverso un falso giuramento solenne e deliberato, Costantino riveli un’insincerità intenzionale riguardo alla propria conversione. Non esiterebbero a dichiarare che il suo spirito era guidato soltanto dall’interesse e che, secondo l’espressione di un poeta profano, utilizzò l’altare della Chiesa come uno sgabello per salire al trono dell’impero.

Nello stesso modo in cui un’approvazione non meritata suscita a volte una vera virtù, è pur possibile che la pietà speciosa di Costantino, se all’inizio essa fu soltanto tale, si sia trasformata per effetto degli elogi e della pratica in una fede seria e in una devozione sincera [5].

All’opposto, nel suo libro dedicato all’opera di Costantino, lo storico Paul Veyne sostiene che la conversione dell’imperatore fu sincera. Per confutare la tesi secondo la quale Costantino, uomo d’armi e politico senza scrupoli, si sarebbe convertito per puro calcolo politico, Veyné ricorda semplicemente che i cristiani rappresentavano allora il cinque o il dieci per cento della popolazione dell’impero, la quale ammontava forse a settanta milioni d’abitanti. Erano dunque troppo poco numerosi per far pensare che la politica religiosa di Costantino abbia avuto una ragione di mera convenienza immediata [6].

Lasciando l’interiorità a un giudizio che supera la capacità umana di valutare, si deve riconoscere che, sin dal 312, Costantino manifesta chiaramente la propria fede cristiana, senza peraltro avvalersi della sua posizione di potere per imperla. E mentre favorisce il consolidamento della Chiesa, Costantino non può certo immaginare che alla lunga la Chiesa, la quale possiede una logica e mezzi al di là degli ovvi schemi profani, sarebbe entrata in concorrenza con qualsiasi potere secolare che si fosse voluto esclusivo.

Nella parte orientale dell’impero, quella che diventerà l’Impero romano d’Oriente, e nella santa Russia, ci sarà certamente uno stuolo di santi pastori e di martiri capaci di tener testa alle prevaricazioni di un potere pur nominalmente cristiano; tuttavia, nell’insieme, la Chiesa, con i suoi patriarchi e la sua gerarchia, è stata sottomessa al potere dello Stato.

Al contrario, in Occidente, nell’ambito del sistema feudale, una prova decisiva sarà rappresentata dalla lotta tra la Chiesa, da un lato, e diverse monarchie, dall’altro, per l’investitura dei vescovi. Essi avevano allora un potere politico, spesso delegato dai poteri civili, ed è comprensibile che questi volessero controllare le nomine episcopali.

Al culmine del conflitto per le investiture si situa l’episodio degli ultimi giorni del gennaio 1077, allorché l’imperatore Enrico IV di Franconia, scomunicato, venne a chiedere perdono a papa Gregorio VII, che si era rifugiato presso la contessa Matilde di Canossa. Forse nell’evoluzione della sua sensibilità culturale, l’Occidente è segnato da questa doppia fedeltà: alla coscienza religiosa, da un lato, e al potere politico, dall’altro.

Le persecuzioni anticristiane

A partire dall’abdicazione di Diocleziano (305), i cristiani vissero in relativa pace in Occidente, mentre le persecuzioni continuarono in Oriente fino a quando l’imperatore Galerio, che regnava a Sirmio, terrorizzato da una malattia spaventosa che lo condusse alla morte, vi vide una punizione del Dio dei cristiani ed emise un editto di tolleranza (311).

L’Editto di Milano non fu dunque il primo ma, redatto con disposizioni favorevoli da Costantino e Licinio, nel pieno possesso delle loro forze, è di un tono molto diverso da quello di Galerio. Tanto sangue [7] aveva forse stancato la stessa società persecutrice e il coraggio delle vittime innocenti aveva probabilmente suscitato una certa cattiva coscienza [8]. Eppure, come sempre, ci furono anche allora delle persone che nulla può commuovere e dei persecutori che non si stancano mai.

In tal modo, proprio quando Costantino garantiva la pace religiosa, Massimino Baia rilanciava in Oriente una delle persecuzioni più spietate, e lo stesso Licinio non esitò a colpire i cristiani quando entrò in conflitto con Costantino. Più tardi, Giuliano l’Apostata (361-363) imperverserà contro i cristiani in modo più capzioso, prendendo altri pretesti che la religione per farli condannare.

Il motivo originario della persecuzione dei cristiani è stato il loro rifiuto di compiere un atto d’adorazione degli dèi dello Stato e dello stesso imperatore. Si trattava di un atteggiamento incomprensibile, che per dei pagani esprimeva il rifiuto della lealtà al potere. Questi cristiani che si rifiutavano di mostrare esteriormente la loro fedeltà venivano, in fondo, dalla massa pagana, e si poteva supporre che le loro obiezioni religiose finissero per destabilizzare il sistema.

Gli ebrei, invece, pur fedeli al Dio unico, costituivano una comunità etnica identificabile con i suoi costumi e la sua pratica di una religione legale (religio licita): le autorità romane potevano ben comprenderne le ragioni. Per questo gli ebrei non furono oggetto di persecuzioni ricorrenti come i cristiani. Caligola, che tentò di imporre l’adorazione di una statua di sé stesso in bronzo dorato nel tempio di Gerusalemme (nell’anno 40), ne fu dissuaso da migliori consigli [9].

Soltanto quando l’estremismo degli zeloti divenne pericoloso i romani reagirono con la più grande durezza, distrassero il Tempio e la città e uccisero o dispersero la popolazione (anno 70 e anno 135). Purtroppo, non si può mai attendere una pace religiosa definitiva perché la religione — e la religione cristiana in particolare – può dare un’enorme forza interiore, ma può anche irritare profondamente, tanto per le esigenze morali imposte dalla fede quanto per l’estrema fermezza richiesta in questa stessa fede.

Nietzsche, per il quale il libero arbitrio – e quindi gli esami di coscienza – sono una vera tortura, diede viva espressione a quest’irritazione, predicendo «guerre contro il cristianesimo» quali non ce ne furono mai.

Cristianesimo & politica

Una religione che è sopravvissuta alla lunga prova delle persecuzioni deve pur avere un’ossatura. Che cosa offriva il cristianesimo rispetto alle religioni e alle sette che proliferavano verso la fine dell’Antichità? Forse un’innovazione sorprendente, o la risposta a una lunga attesa, o una più grande profondità nel rapporto con il reale?

Da un lato, tanto i pagani quanto gli ebrei possedevano già una legge, nel fondo meno impegnativa di quella cristiana sul piano strettamente etico, ma forse – e certamente, nel caso degli ebrei – più articolata in svariate pratiche e prescrizioni. Dall’altro lato, molte sètte fornivano risposte alle preoccupazioni personali e sociali dell’epoca. Tuttavia, in materia religiosa, le vere risposte superano le questioni del momento e per essere valide devono avere un valore eterno, al di là del tempo.

Il contributo cristiano — oltre alla legge e all’amore che lega tra loro i fedeli e i fedeli a Dio – sta nell’estensione universale di quest’amore, perché Dio «ci ha amati per primo» [10]. Costantino avrebbe compreso il potenziale di quest’universalismo e ciò lo avrebbe spinto a consolidare, accanto al potere dello Stato, la base politico-sociale della Chiesa, chiamata ad affrontare i secoli. Ora Paul Veyne, oltre ad assumersi il rischio di entrare nella coscienza di Costantino per rivelarne le intenzioni, sfida il mistero stesso della.storia suggerendo che la diffusione del cristianesimo sia legata a una circostanza abbastanza fortuita come la conversione di Costantino.

Naturalmente, rispettando le proporzioni, avrebbe potuto dire qualcosa di simile della conversione di Clodoveo, di Etelberta di Kent, di Teodolinda, di Olga di Kiev e di tanti altri, incluse le migliaia di capitribù convertiti a opera dei missionari in ogni parte della terra. E questo gli consente di trattare come una tappa storica superata quella che per conseguenza si potrebbe chiamare l’accidentale transizione del mondo mediterraneo-europeo attraverso il cristianesimo, del cui principio ispiratore, nell’attuale cultura dominante, si perderebbe quasi la traccia.

L’ «eredità» costantiniana

Se l’affermazione del cristianesimo nella storia d’Europa è un incidente, di cui si sarebbe potuto fare a meno in vista del raggiungimento della «felice» civiltà moderna dei diritti dell’uomo e della democrazia, la cosa si può facilmente attribuire a una decisione di Costantino e ad alcune sue vittorie. Del resto, che cosa resta in Europa del cristianesimo, delle sue opere, delle sue battaglie e del suo successo storico?

La nostra Europa attuale, sottolinea Veyne, è democratica, laica, favorevole alla libertà religiosa, ai diritti dell’uomo, alla libertà di pensiero, alla libertà sessuale, al femminismo e al socialismo o alla riduzione delle diseguaglianze. Tutte cose estranee e a talvolta opposte al cattolicesimo di ieri e di oggi.

La morale cristiana predicava l’ascetismo, che non rientra più nella nostra mentalità, e l’amore del prossimo (vasto programma, rimasto vago); ci insegnava a non uccidere né rubare, ma tutti lo sapevano già. Abbreviamo il discorso: il contributo del cristianesimo all’Europa attuale, che conta sempre una forte proporzione di cristiani, si riduce quasi esclusivamente alla loro presenza in mezzo a noi. Se occorresse assolutamente trovare dei padri spirituali, la nostra modernità potrebbe nominare Kant o Spinosa [11].

Infatti, Kant propone un imperativo autonomo e universale che emerge dall’interno della coscienza, senz’altra ragione e senza alcun fondamento nella presa in conto (speculativa) del reale. E lo completa Nietzsche, il quale nega l’universalità della morale autonoma kantiana, proponendo le due opposte forme della morale del padrone e dello schiavo.

Viene poi Lacan a garantirci che Sade è la verità di Kant. Bisogna pur riconoscere che, sulla scia di Kant, le ragioni puramente formali dell’autonomia etica, e in particolare la morale della libertà per la libertà, quale viene riproposta per esempio da Sartre, non possono fondare una vera morale se non ci sono né esempi d’amore né motivazioni basate sulla realtà naturale e soprannaturale. (Del resto, oggi, noi non siamo più nemmeno nel mondo naturale, ma nella sfera dell’artificiale, se non addirittura del virtuale).

L’attuale proposta di una civiltà della libertà per la libertà si oppone, infatti, alla civiltà cristiana dell’amore – umano e divino – e, considerato l’orientamento morale del mondo occidentale, si può apprezzare, con un semplice sguardo tutt’intorno, quale sia stata l’efficacia dell’etica formale di Kant o dell’amar fati (amore del determinismo) di Spinoza: si monumentum quaeris, circumspice (se vuoi una prova, guardati attorno)! Se davvero si volesse verificare la validità di una civilizzazione in base alle sue prestazioni sul terreno, il bilancio del nostro tempo sarebbe ambiguo.

Da una parte, è vero che abbiamo la solidarietà e i diritti sociali, la democrazia e i diritti dell’uomo, le cure sanitarie e l’insegnamento gratuiti (o quasi); ma, d’altra parte, non c’è lavoro per tutti, un certo livello d’inciviltà se non addirittura di criminalità è, di fatto, tollerato e non c’è più tanta affidabilità nelle relazioni interpersonali, perfino nelle relazioni affettive e famigliari. Lo spasimo della libertà per la libertà non ne sarebbe forse responsabile?

Paul Veyne era ben consapevole dell’enorme potenziale dell’ideologia comunista e delle opportunità offerte, nel Dopoguerra, a chi si fosse impegnato nel Partito comunista (francese). Vi si iscrisse, infatti, nel 1952 [12]. Certo allora era giovane, eppure quest’adesione riflette pur sempre dei criteri di base, certamente rivedibili con gli anni, ma che possono continuare, sia pure sotto altra forma, a pilotare il pensiero e la vita.

Si può essere tentati di stabilire un confronto tra il dinamismo del comunismo (allora, in Francia), considerando l’attrattiva che esso esercitava non solo sul mondo operaio, ma anche tra gli intellettuali, e l’attuale radicamento in tutto l’Occidente del «pensiero corretto», che s’impone attraverso i media, la politica, i risultati elettorali e un’ampia partecipazione della coscienza pubblica, del resto incoraggiata dal metodo democratico.

Ma quale può essere l’analogia tra il successo del cristianesimo nel IV secolo, la diffusione che ha avuto qualche decennio fa un movimento politico come il marxismo e la maniera in cui le masse aderiscono ora ai canoni dei consumi, della libertà morale e del relativismo?

Il successo del cristianesimo nel IV secolo corona la visione e il coraggio dei martiri e — nel suo contesto storico — prepara i popoli ad affrontare i secoli delle invasioni barbariche; il marxismo ha preso come ispirazione la lotta, ma purtroppo anche l’odio di classe, e l’attuale ampia partecipazione della coscienza pubblica al metodo politico democratico riflette essenzialmente la facilità dei consumi, della libertà morale e il condizionamento mediatico, ma non esprime nessuna particolare forza di volontà. Dobbiamo soprattutto domandarci che cosa resterà, alla prima seria difficoltà, di quest’uomo moderno che tanti diritti democratici intendono proteggere.

Il «mistero» della storia

Occorre rispettare il «mistero della storia» così come si deve rispettare il segreto delle coscienze (e quindi, nel nostro caso, della coscienza di Costantino). Due opposti paradossi minacciano, infatti, la meditazione sulla storia. A un estremo sta lo storicismo che, secondo Popper, riduce gli eventi alla natura delle cose, come se i fatti storici derivassero da questa natura secondo leggi (deterministiche) e come se noi uomini fossimo al corrente delle leggi che ci permetterebbero appunto di operare questa riduzione [13].

Con questo si potrebbe essere tentati d’interpretare i successi come frutto di una superiorità dei vincenti, di un’inevitabile legge di progresso [14] o delle hegeliane «astuzie della ragione» (tuttavia troppo capricciose per essere davvero interpretabili). All’altro estremo si situa il possibilismo, cioè l’ipotesi secondo cui le cause dei fatti storici sono insondabili.

Pertanto gli avvenimenti andrebbero ricondotti al semplice gioco di circostanze occasionali. Eppure, affermare categoricamente che non esistano leggi della storia o che non si possano conoscere rappresenta ancora una volta la pretesa di saperne troppo, con in più una (falsa) ammissione d’ignoranza. Questa posizione è pertanto ancora più paradossale della precedente. Oltretutto, la radicale impossibilità d’interpretare gli avvenimenti ne diminuirebbe indebitamente il significato e la portata, impedendo al tempo stesso ogni riflessione sulla storia.

Un successo temporaneo

Se si vuol restare prudenti e discreti, è sufficiente dire che, in ogni caso, sul lungo periodo ogni successo è temporaneo: imperi, civiltà, filosofie e religioni sono destinati a crollare inevitabilmente. Questo è l’intimo messaggio dell’interpretazione che Daniele da della statua sognata da Nabucodonosor [15]: le realizzazioni politiche, sociali, economiche, artistiche, culturali sono successi temporanei destinati a finire.

Eppure tutte queste opere non si possono né trascurare né tanto meno disprezzare, come avviene nelle rivalità e nelle guerre. Perché è per mezzo loro che si compie ciò che resta per davvero, e cioè l’impegno, il coraggio, la buona volontà, l’ispirazione, la costanza che vi pone l’uomo. E se l’uomo ha un valore eterno, non è perché esso resti solo, ma per quel legame d’amore che Costantino volle dimostrare, onorare e consolidare attraverso la sua conversione. Vi è in essa una traccia di eternità (e un po’ di eternità vuoi dire tutta l’eternità). Quello che passa, insieme ai cicli e alla terra, sono invece le realizzazioni storiche.

Il senso di una celebrazione

In conclusione, non si può ricondurre a un intreccio di circostanze nemmeno questa «transizione cristiana dell’Europa», se così la si vuoi chiamare, perché essa appartiene a un dominio che, sul piano affettivo, morale e intellettuale, esula dalla comune capacità di apprezzare. Sicché, il diciassettesimo centenario degli eventi degli anni 312 e 313 rischia di non di evocare importanti celebrazioni pubbliche perché queste date introducono la libertà di culto rispetto alla divinità, nozione che, superando l’umano intendimento, è spesso ignorata dal nostro mondo tendenzialmente laico.

Di fatti, l’uomo che riconosce facilmente ciò che lo supera sul piano fisico – l’immensità dell’universo — oggi tende ad escludere ciò che lo supera precisamente sul piano mentale, intellettuale o morale. Pascal vi vedrebbe un’incoerenza fondamentale in quanto dice: «L’ultimo risultato della ragione è di riconoscere che c’è un’infinità di cose che la superano; è davvero debole se non arriva a riconoscerlo» [16].

Inoltre s’intende dire che con Costantino la Chiesa da perseguitata diventa persecutrice. E, infine, la conversione di Costantino apre il cammino al Medioevo, il periodo cristiano per eccellenza. Ma un riferimento al sovrannaturale, il consolidamento della Chiesa e la prefigurazione del Medioevo non sembrano cose che si possano celebrare solennemente nel contesto sociale, morale e culturale del momento presente. Bisogna rammaricarsene?

[1] Secondo Eusebio, Vita di Costantino, I, 27-32, si tratta di una visione in pieno giorno, seguita da un sogno la notte stessa, molto prima della battaglia. Secondo Lattanzio, La morte dei persecutori, 44, 5, si tratta invece di un sogno, avvenuto la notte del 26 ottobre (il sesto giorno prima delle calende di novembre), che suggerisce a Costantino d’iscrivere il crisma sullo scudo dei suoi uomini. In questo caso Costantino avrebbe avuto poco tempo per obbedire.
[2] Eusebio riporta quest’editto nella sua Storia ecclesiastica, X, v, 4.
[3] Horace Marucchi, Eléments d’archeologie chrétienne, Desclée-Lefebvre, Paris-Rome 1906, e. VI, p. 68.
[4] Paul Veyne, Quando l’Europa è diventata cristiana 312-394, Garzanti, Milano 2008 e 2010, e. VII. Paul Veyne ha insegnato al College de France dal 1975 al 1998. I passaggi citati nel seguito sono ripresi dall’originale francese Quand notre monde est devenu chrétien (312-394),Albin Michel 2007.
[5] Gibbon, Decline and Fall ofthe Roman Empire, e. XX, III, pp. 530-531 dell’edizione di Frederick Warne, Londra e New York, fine del XIX secolo, senza data. Il riferimento inevitabile per Gibbon è rappresentato àal’Essai sur les mceurs di Voltaire, iniziato nel 1740 e ampliato durante il resto della vita del suo autore. «V’era qualcosa nell’Essai che il Gibbon doveva condannare a ogni passo: il difetto d’informazione e di riflessione, i pregiudizi, la vivace esuberanza personale che si faceva beffa di tutta la sbandierata filosofia, del rispetto dovuto alla verità e alla storia, della carità verso i nostri simili». Si veda Giorgio Falco, La polemica sul Medioevo, Guida, Napoli 1977, e. IX, pp. 192-193. Gibbon pubblicò tra il 1776 e il 1788 la sua opera, probabilmente la prima di tale ampiezza sullo stesso argomento. La lettura ne resta sempre piacevole, ma occorre sapere che Gibbon è particolarmente felice nell’evocazione delle tappe fondamentali della storia, mentre l’insieme si presenta «torbido, contraddittorio, disuguale» (ivi, p. 195).
[6] Paul Veyne, op. cit., cap. I e cap. V.
[7] Edward Gibbon, op. cit., fine del e. XVI, pp. 430-31, fa un calcolo che arriva alla cifra ridicola di duemila martiri per tutto il periodo dei primi tre secoli. Ma il suo scopo è di contrapporre questa cifra a quella data da Grotius di centomila protestanti che avrebbero subito la pena capitale sotto gli Asburgo al tempo della rivolta dei Paesi Bassi.
[8] Si veda Daniel Rops, La Chiesa degli apostoli e dei martiri, Marietti 1951, e. VIII, pp. 405-406.
[9] Claude Tresmontant, Enquéte sur l’Apocalypse, F.-X. de Guibert, Paris 1994, pp. 139-41. Filone d’Alessandria, che riferisce la faccenda in quanto ne fu negoziatore, fu ricevuto dall’imperatore.
[10] 1 Gv 4, 19. Anche secondo Paul Veyne, op. cit., e. Ili, il messaggio «Dio ti ama» è una ragione per convertirsi molto più decisiva del timore della morte.
[11] Paul Veyne, op. cit., e. XI, «L’Europa ha radici cristiane?».

[12] Paul Veyne, op. cit., cap. V, in nota, e cap. II, in nota.
[13] In verità, Popper identifica tre forme di storicismo: 1) studiare la natura delle cose attraverso la loro evoluzione, 2) supporre che gli eventi dipendano dalla natura delle cose secondo strette leggi (deterministiche), 3) giustificare quindi moralmente tutto quello che accade. Karl Popper, The Open Society and its Enemies, Princeton University Press, Princeton, NJ. 1950 (orig. 1945), e. 11, p. 205. Popper chiama più precisamente istorismo quella forma di sociologismo che riduce le opinioni comunemente accolte al contesto.
[14] Per Popper, se si può costatare un progresso, si tratta di un fatto, non di una legge della natura. Conseguentemente, non si può sostenere né lo storicismo ottimista di Hegel, Comte, Mili, Marx, Spencer, né il pessimismo di Piatone e Spengler (ivi, e. 21, p. 303). Si veda anche Popper, The Poverty of Historicism, Routledge & Kegan Paul, London 1957.
[15] Dn 2, 31-45. L’immagine è ripresa da Dante, Inferno, XIV, 94-114. La sua potenza evocativa sta appunto nel mostrare il carattere perituro delle massime realizzazioni storiche, e ciò a prescindere dalla divisione della storia in periodi che essa ha ispirato a diversi autori, da Eusebio di Cesarea e Agostino fino a Bossuet. Si veda di quest’ultimo il Discours sur l’histoire uni- verselle, Parigi 1681.
[16] Pascal, Pensieri, n. *267 dell’edizione di Brunschwicg

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