L’emigrante padano che sconfisse l’Urss

Libero 23 Settembre 2021

di Marco Respinti

È stato il piccolo uomo delle grandi pianure, anche se era tutt’ altro che bassetto e le distese sterminate erano quelle nordamericane, non quelle sarmatiche. Angelo Codevilla ha sconfitto l’Unione Sovietica sussurrando all’orecchio di Ronald Reagan uno dei bluff più clamorosi della storia, il famoso “scudo spaziale”, che però ha funzionato a pennello, portando Golia alla disfatta.

Il 21 settembre questo Davide se n’è andato, ma 78 anni fa era nato a Voghera. Emigrò negli Stati Uniti nel 1955, ne divenne cittadino nel 1966, quattro anni dopo si è sposato, è diventato padre di cinque figli, nel profondo è rimasto italianissimo ed è stato uno dei filosofi della politica più acuti che il mondo conservatore abbia avuto negli ultimi decenni, anche se alle nostre latitudini lo ricorda solo una manciata di persone.

Fu davanti allo strapotere dei missili intercontinentali sovietici che Washington decise di impiegare cervelli fini come il suo per rimontare lo scarto. Codevilla era frai migliori, ma, benché lavorasse fra tecnici e barbe finte, restava pur sempre un uomo di libri e convegni. Sfruttò allora il proprio talento e, mescolando logica e immaginazione, il piccolo intellettuale venuto dalla pianura padana, a volte guardato storto dai praticoni, vinse la Guerra fredda.

LA SVOLTA

Attorno al 1978 riuscì a far dialogare Pentagono, servizi segreti e Congresso, mondi contigui sì, ma sin troppo capaci di ritirarsi disastrosamente a riccio, e collegare i programmi di ricerca alla costruzione dei prototipi bellici ai finanziamenti necessari a entrambi all’indispensabile volontà politica. Al momento buono fece trapelare qualcosa alla stampa: e la scintilla della curiosità accese l’incendio dell’interesse a Washington, la vampa della paura a Mosca.

Fino a quando alla Casa Bianca sedette Jimmy Carter gli Stati Uniti restarono ripiegati su se stessi, al limite della depressione. Nel 1980 arrivò però Reagan, e il Paese svoltò. Da un lato Reagan fu portato ai vertici da quella cultura conservatrice di cui anche Codevilla era esponente, dall’altro fu lo stesso Reagan ad associare quel mondo al governo.

Quanto alla politica estera, Reagan trasformò in concretezza lo spirito del libro pubblicato nel 1962 del suo mentore Barry Goldwater: Why Not Victory?, perché non pensare a vincerlo il confronto con l’URSS? Codevilla, uomo giusto nel momento e al posto giusti, trovò finalmente chi lo avrebbe ascoltato sino in fondo. Per i media furono le «Guerre stellari», ma il programma di difesa missilistica ideato dallo studioso padano si chiamava Strategic Defense Initiative (SDI) e non era affatto un’arma. Mosca però non lo sapeva. Fu sufficiente farglielo credere.

Nel 1983 Reagan annunciò una rete radar futuribile in grado di intercettare e annullare le minacce sovietiche. Trapelarono pezze di appoggio credibili, si mostrarono “progetti”, si soffiò sul fuoco e il Cremlino ci cascò. Volle competere, accelerò la rincorsa, svuotò tasche e cervelli, ma crollò sotto il peso dell’utopia, perché lo SDI era solo uno spaventapasseri.

Come Codevilla mi disse quando lo intervistai per Libero nel dicembre 2009, «alla fine gli USA hanno avuto lo stesso equipaggiamento di difesa missilistica che avevano prima del varo dell’SDI: zero».

Uscito da atenei prestigiosi come la Rutgers University di New Brunswick, la Notre Dame University di South Bend e il Claremont Graduate School, dove studiò con Leo Strauss, per Codevilla, sorretto da una incrollabile fede cattolica, lo scontro fra Occidente e comunismo era essenzialmente di natura morale. Lo aveva imparato dai maestri conservatori come Russell Kirk, dalle ex spie rosse Whittaker Chambers e Frank Meyer, e a scuola con il voegeliniano Gerhart Niemeyer.

Autore di decine fra libri e saggi, nel 2009 predisse la leadership di un conservatore populista in grado di unire le riottose Destre americane e il Paese. Parlava inglese e dialetto «lùmbàard» (come calcava), visto che il suo italiano era ormai gravato da forte accento. Martedì se l’è portato via un incidente automobilistico. Tornava nella sua Plymouth, dove il bel Sole della California gli ha permesso per decenni di produrre turriga, sauvignon blanc, moscato fior d’arancio e zinfandel, i vini «Codevilla» marchiati con lo scudo della cittadina pavese.

Non ci saranno vie a suo nome, nessuno farà film sulla sua avventura, ma la cosa che più gli dava piacere, quando lo incontravo, era tornare con la memoria per un attimo nella sua Italia.

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