Józef Tischner: La menzogna politica

propaganda_UrssL’Altra Europa (bimestrale del Centro Russia Cristiana ) n. 5 (221)-1988

«Un mondo con i piedi d’argilla e al tempo stesso complesso e articolato… Una costruzione pittoresca, piena di nascondigli, misteri, vicoli». In questo modo il filosofo di Cracovia Józef Tischner descrive plasticamente il mondo creato dalla menzogna politica, dalla menzogna, cioè, dettata dalle necessità del potere e spesso accettata supinamente dai sudditi determinati dal timore che la verità possa mettere in pericolo la propria esistenza o la propria tranquillità. Il potere suscita e mantiene il timore dei sudditi servendosi di contrapposizioni «noi-loro», e dividendo così «il mondo in due blocchi che si combattono» e in tal modo «il pensiero politico fa nascere il sospetto, smaschera, agita, quando è necessario denuncia, classificando il mondo e la storia secondo schemi preparati in precedenza».

La menzogna, necessaria sempre al potere, trova nel marxismo-leninismo la sua giustificazione anche teorica, mutando il valore e il peso delle parole «verità» e «realtà» e permettendo così «al politico di mentire avendo la convinzione di dire la verità», di dire «una verità dinamica, una verità dialettica e perciò una verità maggiore di quella “statica” fondata sui “preconcetti metafisici” dell’intelletto comune». In tal modo tutto trova una giustificazione in nome dell’ideale più alto, della «maggiore verità», dettata dall’ideologia e dalla tensione al mondo nuovo e meraviglioso del futuro; tutto è possibile e giusto: la censura, la mistificazione della storia, la menzogna sulla realtà presente, di cui viene messa in dubbio l’esistenza aggettiva, la distruzione dell’uomo e della sua coscienza.

Una volta messa in movimento, la menzogna si diffonde in ogni luogo e fa sì che il sospetto penetri ovunque e che nessuno possa più avere fiducia nell’altro. Ma ciò può farsi, come disse Norwid, che scoppi la lotta contro la menzogna, ma in «un giorno segnato da fiumi di sangue».

Per menzogna politica intendo una menzogna che deriva dalle necessità del potere e serve tali bisogni. Con il suo ausilio il potere desidera allargare il proprio dominio, rafforzarsi, giustificarsi ai propri occhi e agli occhi dei sudditi. Il potere, oltre che essere l’origine di questa menzogna, ne è anche l’assoluzione, e il più delle volte il contenuto diretto o indiretto.

Ciò ovviamente non esclude la partecipazione dei sudditi alla menzogna. Nel caso della menzogna politica, infatti, la cosa più impressionante non è che questo o quel politico se ne serva o la diffonda, ma che la menzogna stessa riveli un’impressionante vitalità e si diffonda come una gramigna seminata sia dal potere che dai sudditi.

La menzogna politica è una menzogna vergognosa. Il politico, che in segreto se ne vergogna, cerca di nascondere o giustificare la propria menzogna. Il politico che mente non opera nessun mutamento nel mondo dei valori, non detronizza la verità per sostituirla con la menzogna, ma, al contrario, cerca di affermare il proprio legame con la verità.

Lo fa guidato non solo dagli interessi del potere, ma anche da un’intenzione contenuta nella menzogna stessa. Infatti fa parte dell’essenza della menzogna non rifiutare il valore della verità, ma simularla. Chi mente proclama una non-verità, come fosse la verità. Con ciò egli esprime il proprio rispetto per la verità in quanto valore. Perché, allora, lo rifiuta? Il rifiuto esige una giustificazione. Si può quindi riconoscere la menzogna politica perché il rifiuto della verità cerca una giustificazione in un interesse diretto e indiretto del potere.

Quanto più mi addentro nel mondo costruito dalla menzogna politica, tanto più cresce il mio stupore. È un mondo che ha i piedi d’argilla e al tempo stesso è estremamente complesso e articolato. È una costruzione pittoresca, piena di nascondigli, di misteri e di vicoli. Occorre avere un sapere particolare per riuscire a muoversi in questo mondo e un talento non comune per poterlo perfezionare. In esso non sono consentite tutte le menzogne e non a tutti.

Vi sono menzogne privilegiate e degne solo di pochi privilegiati, e vi sono menzogne comuni, accessibili a tutti. Vi sono menzogne sul passato e il futuro e menzogne sul presente, che sono le più interessanti perché contraddicono ciò che gli uomini hanno davanti agli occhi. Vi sono menzogne su ciò che avviene vicino e lontano da noi, menzogne sull’inferno e sul paradiso, menzogne immutabili e menzogne cangianti, che muoiono sotto i colpi della verità o per vecchiaia, con il passare del tempo.

E, infine, vi sono le menzogne sulla menzogna stessa. Come è possibile che un mondo simile esista? Potrebbe esistere senza avere nessun rapporto con la realtà?

Il lettore vorrebbe certamente sapere a questo punto a chi penso quando parlo di menzogna politica, vorrebbe sapere nomi e cognomi, indirizzi e colore politico. La mia risposta è: tutti e nessuno. Infatti propongo di riflettere sul fenomeno e non sui suoi concreti portatori. Se questo articolo sarà letto da un politico dipenderà da lui rispondere alla domanda su quanto incarna nella sua vita il fenomeno che descrivo.

Tuttavia desidero servirmi in alcuni punti di esempi tratti dall’intervista concessa alcuni anni fa a T. Toranska da Jakub Berman, l’artefice del sistema stalinista in Polonia dopo Bierut (1). Il fatto che l’ideologia a cui si riferisce Berman sia marxista potrà dare una certa soddisfazione ai nemici del marxismo; ognuno potrà dire: «Io non sono come loro». Ma non lo è davvero? Infatti il fenomeno della menzogna politica è molto più ampio del marxismo

Esaminiamo ora il modo attraverso cui la menzogna politica si giustifica e la sua più profonda interpretazione ideologica e filosofica. La giustificazione della menzogna politica suppone, sia per il potere che per i sudditi, la categoria della veridicità: il linguaggio è veritiero quando coincide con ciò che chi parla vede e ode.

L’interpretazione ideologica della verità spezza questa unità. I sudditi non sanno che cosa sia la verità. Lo sa il politico. Per questo ai sudditi può sembrare che il politico menta. Se però i sudditi si renderanno conto di ciò che si nasconde dietro la parola «verità», allora potranno vedere che il politico non mente, ma rivela loro una verità più alta, accessibile a lui solo.

La giustificazione della menzogna

Ogni introduzione della menzogna in campo politico esige una giustificazione particolarmente articolata, infatti a nessuno piace essere ingannato, in particolare al cosiddetto «popolo semplice», per il cui bene lavorano i politici. D’altro canto, però, il «popolo» sa bene che in certe situazioni la menzogna è inevitabile.

Da qui nasce il compito fondamentale del politico: fare della veridicità il principio del proprio parlare e al tempo stesso ammettere le eccezioni al principio, che però vanno giustificate. La giustificazione delle eccezioni deve essere comprensibile al «popolo semplice», quindi deve essere uno sviluppo di quelle forme di giustificazione della menzogna di cui si serve lo stesso popolo, quando le circostanze lo spingono a mentire.

Mentendo come mente il popolo, il politico sottolinea il proprio legame con esso. E il popolo mente? Mente quando ha paura. E fa così anche il politico. Egli però non deve temere per sé, ma per i sudditi, per il popolo.

La prima condizione per la giustificazione della menzogna politica è la comunanza di timori tra il politico e i sudditi. Ciò non significa, però, che il politico debba accogliere la paura del popolo come qualcosa di immutabile, dato una volta per tutte. Al contrario, egli stesso in una certa misura deve stabilirla.

Bisogna creare un’associazione stabile tra una determinata immagine del mondo e una determinata paura, così che l’immagine susciti paura e la paura evochi l’immagine. Può essere qui d’ausilio la psicologia associativa. Essa permette di sviluppare nella psiche del suddito infinite catene di associazioni, il cui centro sarà sempre quella stessa paura fondamentale, innanzitutto la paura per la propria vita.

Tutti i nuclei delle associazioni dovrebbero tendere verso quella paura, tutti la dovrebbero evocare. Il fatto che questa paura possa a volte essere irrazionale e immotivata non ha gran valore. Importante è la forza delle associazioni. A un certo punto essa si rivela così forte che la ragionevolezza perde ogni possibilità di dominio.

E allora bisogna dividere il mondo in due blocchi che si combattono: quello degli amici e quello dei nemici. I due blocchi sono l’origine di due catene di associazioni, una positiva e una negativa. A questo punto bisogna consolidarle ripetendo spesso: viviamo nel blocco dell’amicizia, là, oltre i confini del paese, c’è il blocco dei nemici.

E addirittura, se là vive un nostro amico, bisogna fare attenzione, perché «oggettivamente», se si dovesse arrivare a una guerra, egli sarebbe contro di noi. Qui, da noi, per principio abbiamo degli amici, ma anche con loro bisogna fare attenzione, perché si possono rivelare alleati dei nemici. La prudenza e il sospetto derivano da minacce «oggettive». Se è così, la paura è comprensibile di per se stessa. Bisogna aver paura per poter essere.

Una volta messo in movimento, il meccanismo delle associazioni della paura porta a un effetto reciproco: per giustificare la menzogna bisogna richiamarsi alla paura, richiamandoci alla paura la facciamo crescere e in tal modo prepariamo la terra su cui la menzogna di nuovo può diffondersi senza ostacoli.

Dice Jakub Berman: «La Polonia non può essere staccata dal blocco sovietico. Perché, dopo averla staccata, dove la potremmo collocare? Sulla luna! E dovremmo andare con lei sulla luna? La Polonia è sulla strada che porta dall’Unione Sovietica all’Europa Occidentale, e la sua posizione è chiara: aut-aut, non ci sono colori intermedi, perché la Polonia non può stare sospesa in aria.

La realtà oggettiva è quindi questa, che o l’America riuscirà a creare qui un fermento tale da cancellarci e allora, ovviamente, ci sarà un intervento dell’Unione Sovietica e ci sarà un tale spargimento di sangue che tutta la nazione ne sarà macchiata, e questa non è una soluzione per nessuno; oppure tutto il blocco andrà alla rovina e la Polonia diventerà il Principato di Varsavia; oppure scoppierà la terza guerra mondiale e tutta l’Europa o una sua parte sarà annientata. Non vedo altre prospettive e non capisco perché la società polacca, l’intellighenzia polacca, non se ne renda conto» (p. 356).

E così, quindi, abbiamo la divisione del mondo e le associazioni di paura ormai consolidate. Bisogna mentire se non si vuole uno spargimento di sangue. La menzogna è una necessità per vivere. Essa, però, ha dietro di sé una verità di fondo, una verità che non è compresa dall’intellighenzia: la Polonia non può stare sospesa a mezz’aria. L’intellighenzia ricorda sempre i mali del passato nei rapporti tra la Polonia, la Russia e l’Unione Sovietica.

Non capisce dove questo può portare? Bisogna saper rinunciare a una veridicità in tutti i particolari, perché lo richiede la fondamentale verità politica. La paura della guerra e della morte dovrebbe arrivare al punto di abbracciare anche le verità particolari inopportune per il politico. Il politico non le mette in discussione. Però, manipolando ad arte la paura fa sì che la veridicità particolare sembri un reato, una provocazione.

Le associazioni ormai consolidate evocano la sciagura che potrebbe accadere se venisse introdotta la veridicità. La menzogna, se non diviene quindi un bene, si rivela il male minore. Dove sono i confini di questo male? Da qual momento in poi la verità può non essere pericolosa? I confini cambiano sempre. Si arriva all’assurdo. La menzogna a un certo punto diventa tanto evidente che anziché suscitare proteste suscita una meraviglia senza limiti. Ecco due esempi in cui la menzogna ha oltrepassato ogni limite di buon senso.

Dice Jakub Berman: «Per me è stato un mistero perché durante il processo Bucharin e Kamenev abbiano fatto tante autocritiche senza senso accusandosi di reati che non avevano commesso. Penso che li abbiano convinti a farlo dicendo: “Ascolta, la sola cosa che puoi ancora fare per il partito è prendere su di te tutte le colpe, quelle commesse e quelle non commesse”.

L’imputato forse allora non sapeva di dover morire, di essere già stato condannato, probabilmente sapeva solo di dover essere processato e di dover fare una confessione pubblica. E quindi accettò di dar testimonianza alla sua dedizione al partito, se il partito chiedeva un tale sacrificio, perché servire il partito per i vecchi comunisti era una necessità interiore » (p. 228).

Nel 1952 una delegazione di comunisti polacchi si recò da Stalin per discutere con lui il testo della nuova costituzione. Berman ricorda: «Gli mostrammo l’introduzione alla costituzione, il preambolo, in cui, tra l’altro, era scritto che nel passato la Polonia era stata divisa fra due potenze, quella austriaca e quella tedesca. Evidentemente i redattori di quel brano avevano avuto paura che ricordare la spartizione russa potesse suscitare l’ira di Stalin, quindi avevano preferito sorvolare.

Stalin lesse l’introduzione e a quel punto gli fu chiesto se menzionare la spartizione zarista o no. Stalin disse di menzionarla perché non farne menzione non avrebbe avuto senso, mentre quell’evento storico non aveva nessuna risonanza antisovietica. Queste sue parole indubbiamente ci aiutarono e introducemmo il brano» (p. 314).

Entrambi gli esempi rivelano un meccanismo di associazioni di paura. Il politico non ha paura per sé, ma ha paura per il popolo: la sua paura è una paura «popolare», una paura assunta dal popolo, una paura in nome del popolo. Quando mente, mente per il bene del popolo. Ciò non significa che la menzogna sulle sue labbra cessi di essere un male e divenga un bene, ma è un male minore di quello che nascerebbe dalla veridicità.

Da ciò emerge un particolare «eroismo della menzogna»: l’eroica convinzione che il politico debba portare sulle spalle il peso della colpa di una menzogna necessaria, connessa all’essenza dell’esercizio del potere, affinchè i sudditi possano mangiare in pace il proprio pane e alcuni possano addirittura avere l’onore di criticare la menzogna del potere.

L’«eroismo della menzogna» si unisce alla paura della catastrofe e porta la menzogna a oltrepassare i confini del ragionevole, assumendo dimensioni mostruose. Per non nuocere al buon nome del partito, Bucharin e Kamenev divengono gli accusatori di se stessi. Per non irritare Stalin gli autori del progetto della costituzione sono disposti «eroicamente» a negare la parte avuta dalla Russia nelle spartizioni della Polonia.

Quanto maggiore è la menzogna, tanto maggiore è l’«eroismo» e, al contrario, l’«eroismo» della menzogna genera non-verità sempre più assurde.

Trasformazione dei concetti

La menzogna giustificata dalla paura, però, ha un potere d’azione limitato. Con il suo ausilio ci si può eventualmente difendere dalle accuse, ma non si può costruire un nuovo, splendido, mondo. Il potere che se ne serve dimostra la propria dipendenza da altro e una sua certa impotenza. Certamente essa non gli da autorità. Quindi bisogna andare oltre e più in profondità e fare una revisione radicale del concetto di verità.

L’avversario attacca il potere a partire dalla verità, ma che cosa è questa verità? Un uomo di intelletto normale è convinto che la verità dipenda dalla coerenza tra la conoscenza e la realtà relativa a tale conoscenza. Quindi un discorso veridico è un discorso che cerca di esprimere tale coerenza. Ma l’intelletto politico è più penetrante.

La conoscenza a che cosa si riferisce? Che cos’è la realtà? È qualcosa di stabile e immutabile? Forse è così in matematica, ma nella vita sociale non ci sono cose stabili e immutabili. Nella mutevole realtà sociale ciò che ancora non esiste, ma, appunto, è in divenire ha una maggiore «forza di esistenza» ed è più «reale» di ciò che ancora permane ma è già condannato a morte. Da qui nasce una nuova proposta dell’intelletto politico: la verità è ciò, e unicamente ciò, che porta gli effetti desiderati.

La concezione politica della verità trova un approfondimento politico nella teoria della verità marxista-leninista. Il marxismo-leninismo insegna che l’ultimo criterio della verità è la cosiddetta «prassi». La prassi, poi, come una volta ha spiegato A. Schaff è «l’azione degli uomini che trasformano la realtà oggettiva». Gli uomini che trasformano la realtà oggettiva sono i politici.

Essi guidano la prassi sociale del popolo in una direzione decisa dall’alto. A tal fine essi decidono che cosa sia e che cosa non sia «la realtà oggettiva». Si servono dell’ausilio della filosofia dialettica, della storia e dell’esperienza sociale, in particolare dell’esperienza del partito comunista. La teoria e l’esperienza sono i due elementi fondamentali di una politica scientifica. L’esperienza indica al politico la «realtà oggettiva», dura come pietra.

Grazie alla teoria, però, egli sa che le pietre sono solo il materiale per la futura costruzione. Avendo in mano una strategia e una tattica adeguate, il politico riesce a spaccare la pietra, a ridurla in polvere e a costruire con il materiale così ottenuto un mondo nuovo e meraviglioso.

Il marxismo-leninismo permette al politico di mentire avendo la convinzione di dire la verità. Infatti ciò che egli dice è una verità dinamica, una verità dialettica, perciò una verità maggiore della verità «statica» fondata su «preconcetti metafisici» dell’intelletto comune. Ma il nuovo concetto di verità non deve necessariamente eliminare quello comune, semplicemente ne limita la portata. Il pensiero comune dovrebbe essere consegnato all’intelletto del politico, che definirà lo spazio dei suoi possibili movimenti. A difesa di questo spazio egli porrà il censore.

Quindi dapprima occorre definire più precisamente la visione del «nuovo meraviglioso mondo» verso cui tende la storia, indicare cioè ciò che è in divenire. Berman concretizza così i fini generali del comunismo: «II fine è sempre stato lo stesso: creare un’altra Polonia, unita dal punto di vista nazionale, senza analfabetismo, molto industrializzata, con un alto livello di civiltà, una cultura sviluppata che permetta un enorme progresso sociale a milioni di persone. La immaginavamo così. Avevamo questa visione» (p. 293).

Successivamente bisogna definire il presente come fosse materia: «Noi siamo condannati a portare sulle spalle l’enorme fardello di esperienze millenarie e il processo necessario a staccarci dalla tradizione e innamorarci della nuova forma non è facile, non può avvenire elasticamente, lentamente, deve provocare degli sconvolgimenti, che in una forma o in un’altra si ripeteranno nel tempo… Non credendo nell’azione magica della parola, sono convinto che la somma delle azioni da noi condotte con coerenza e capacità porterà alla fine gli effetti desiderati e creerà una nuova coscienza nei polacchi… Forse ciò accadrà tra cinquant’anni, forse tra cento, non voglio essere un profeta ma sono certo che un giorno accadrà » (pp. 357-8).

E infine una menzogna che a uno sguardo più attento si rivela una «verità»: la questione delle elezioni. Era proprio necessario falsificarle? T. Toranska dice: «Mentite, mentite senza sosta».

Berman spiega: «Si poteva forse evitare di correggere le elezioni, dal momento che era evidente che avremmo perso?», e più avanti: «La prego di capire, non era possibile. Se avessimo avuto un’alternativa: se vinciamo rimaniamo al potere, se perdiamo lo cediamo, allora sì che avremmo potuto dire tutta la verità. Ma noi qui siamo in una situazione estrema e in queste o in quelle elezioni non ci possiamo lasciar guidare dal criterio della maggioranza, perché non abbiamo nessuno a cui lasciare il potere. Non lo avevamo allora e non lo abbiamo oggi… Del resto neppure adesso possiamo fare delle elezioni libere, forse ci è più impossibile oggi di vent’anni fa, perché le perderemmo. Non c’è alcun dubbio. Quindi che senso avrebbero elezioni di questo genere?» (pp. 289-294 passim).

Ecco quindi che la verità (le elezioni) che non porta i risultati desiderati non è la verità, ma una menzogna. L’apparente falsificazione delle elezioni in realtà è la concessione di una verità maggiore, perché permette il divenire e ciò che deve accadere.

A. Besangon nella famosa opera Les orìgines intellectuelles du leninisme definisce così la concezione di verità proposta da Lenin distinguendola da quella di Machiavelli che, nonostante tutto, rimane sempre la concezione del senso comune: «II monismo ontologico di Machiavelli permette la contrapposizione menzogna-verità all’interno di una stessa realtà. La verità descrive una comune realtà, la menzogna la deforma e la confonde.

Abbiamo quindi uno sdoppiamento del linguaggio. Menzogna e verità abitano all’interno dello stesso soggetto che sceglie a seconda della propria volontà se dire la verità o mentire. Se mente è diviso in sé, perché cerca di eliminare da sé la coscienza della verità. Il significato è uno solo.

Il dualismo ontologico di Lenin capovolge la situazione. Non c’è più nessuna verità in sé, ormai non ci sono più verità. Perché su che cosa dovrebbe essere la verità? Per chi?, si chiede Lenin. Non c’è una comune realtà. Ci sono due verità legate da una concorrenza mortale, ognuna legata al suo campo aggettivo, una verità borghese per la borghesia e una verità proletaria per il proletariato.

Tra esse non c’è alcuna simmetria e nessuna uguaglianza. In primo luogo infatti la seconda verità è garantita dal futuro, invece la prima appartiene al passato e annega nel passato e quindi è un falso; in secondo luogo inoltre la coscienza proletaria abbraccia la conoscenza di quella borghese, mentre invece quella borghese non è in grado di abbracciare quella proletaria» (2).

La concezione politica della verità determina lo stile del pensiero politico, del pensiero che da la predominanza assoluta ai tentativi di classificare rispetto a ogni sguardo contenutistico all’essenza. La domanda guida è: chi è con noi e chi contro di noi? Ponendo questa domanda il pensiero politico fa nascere il sospetto, smaschera, agita e quando è necessario denuncia, classificando il mondo e la storia secondo schemi preparati in precedenza: feudalismo, capitalismo, imperialismo, liberalismo, dogmatismo, reazione, controrivoluzione eccetera.

I tentativi di classificare, da un lato, sono una continuazione delle associazioni di paura secondo i principi del pavlovismo (3), d’altro lato le trasferiscono su un piano più alto: sul piano dell’anticipazione del mondo di domani. Cercano al tempo stesso di spingere verso l’azione, e la prima e fondamentale azione dovrebbe essere la dichiarazione di fede politica nella forza creativa dell’ideologia.

La dichiarazione di fede dovrebbe influenzare la fede degli altri. Quanti più saranno coloro che vengono influenzati dalla fede, tanto più veloce sarà la venuta del futuro luminoso. Prima però che ciò accada avviene un cambiamento nei sudditi: essi cominciano a pensare. Ciò significa che essi stessi cominciano a sospettare, smascherare, agitare, denunciare, classificare secondo gli schemi imposti dal potere.

E così nel seno della società dei sudditi può formarsi il creativo genio della menzogna, che diviene il supporto inestimabile del potere. Ed è proprio quello che interessa. Il potere deve unicamente indicare la direzione della menzogna e il resto lo deve fare la fantasia dei sudditi.

Risposta alla menzogna

La menzogna politica ha una doppia faccia: per l’intelletto comune si rivela essere «il male minore», per l’intelletto politico diviene «la maggiore verità». Chi parla di male minore fa ancora delle concessioni al senso comune, chi parla di maggiore verità invece non ne fa più alcuna. Ma sia nell’un caso che nell’altro è necessario un eroismo. Non è quindi vero che i politici mentano per viltà, al contrario: la menzogna dei politici che va contro le idee correnti a volte richiede un coraggio non inferiore a quello della veridicità.

Tuttavia resta una domanda: che cosa fanno in questa situazione i sudditi?

La risposta dei sudditi ovviamente può essere molto diversa: gli uni si lasciano infettare dalla menzogna e dallo stile di pensiero adattato alla menzogna e fanno tutto quello che il politico chiede loro; gli altri rifiutano la menzogna e perseverano nei valori del senso comune. Ma non saranno molti né i primi né i secondi. Il gruppo più numeroso sarà costituito da coloro che cercheranno di prendersi la rivincita e risponderanno alla menzogna del potere con la propria menzogna rivolta contro il potere, convinti che ciò che è permesso al potere non è permesso ai sudditi.

Se quindi il potere dichiara che bisogna mentire perché teme per la sorte dei suoi sudditi, allora i sudditi si sentiranno spinti alla menzogna per il timore di irritare inutilmente il potere: bisogna compatire il potere così come il potere compatisce i sudditi. Se secondo il potere la ragione dell’obbedienza dei sudditi si trova nei timori del loro inconscio, timori simili dovrebbero essere radicati nell’inconscio di chi è al potere; quindi è un bene che ogni tanto una parte spaventi l’altra.

Per calmare queste paure è necessario che fra le due parti si introduca l’istituzione della corruzione. Nulla calma le paure reciproche come la fiducia nella possibilità della bustarella. Se i sudditi per il potere sono solo argilla da modellare, anche il potere per i sudditi è un’argilla senza volto, che occorre, formare con informazioni adeguatamente formulate.

Il potere ha proposto ai sudditi il pensiero politico in quanto classificazione attraverso il sospetto, l’agitazione, la denuncia. I sudditi accettano volentieri l’invito e propongono al potere una propria classificazione, usando così uno stile di pensiero simile. Gli schemi di classificazione sono meno numerosi e i criteri in un certo senso più semplici. In fondo tutto è riconducibile a due semplici parole: «noi» «loro».

La menzogna una volta messa in movimento si muove da sola. Così cresce un edificio costruito con un comune sforzo. Si può giocare e ci si può divertire esaminando a fondo questa complessa costruzione. In essa si possono distinguere le più diverse menzogne; quelle in cui nessuno crede, che però ci sono, quelle in cui crede solo il potere e non i sudditi e infine quelle in cui credono solo i sudditi. Ma non è questa la cosa più importante.

La cosa più importante è il sospetto. Esso si diffonde ovunque. A un certo momento si arriva al punto in cui nessuno è in grado di credere a qualcuno. Diventano dubbie addirittura le verità più evidenti.

E allora, solo allora, si può arrivare a ciò che aveva descritto Norwid poco dopo lo scoppio della sanguinosa rivoluzione in Polonia: «Già quaranta giorni che in Polonia si battono contro i Moscoviti, e per essere più esatti in Europa contro la menzogna, che ha preparato questa orribile lotta. Zampillano menzogne grandi e accuratamente portate a compimento sul giorno, segnato da fiumi di sangue… » (4)

1) T. Toranska, Oni (Loro), Londra 1985.
2) A. Besancon, Les origines intellectuelles du leninisme, 1977, pp. 253-254.
3) Pavlov Ivan Petrovic (1849-1936), fisiologo russo. Scoprì i riflessi condizionati. Premio Nobel nel 1904.

4) C.K. Norwid, Listy, Do MìchaJa Kleczkowskiego (Lettere, A Michal Kleczkowski), 6 marzo 1863.
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