Primavera araba. Sogno incompiuto

primavera_arabaMondo e Missione n.10 dicembre 2011

Bilancio in chiaroscuro dopo mesi di proteste, con esiti opposti in Libia e Tunisia, Tra e incognite del futuro maturità democratica delle popolazioni e fondamentalismo islamico

di Francesco Zannini

Un anno fa, il 18 dicembre 2010, il tunisino Mohamed Bouazizi si dava fuoco per protesta contro i maltrattamenti subiti dalla polizia; il suo gesto ha innescato un moto di rivolta che ha toccato (e continua a farlo) numerosi Paesi arabi.

A un anno di distanza dall’avvio della «Rivoluzione dei gelsomini» ancora è difficile capire quali possano essere le conseguenze politiche e sociali delle rivolte che hanno visto coinvolti giovani, donne, esponenti delle minoranze etniche e religiose e gran parte della società civile. Certamente, le immagini scioccanti della morte di Gheddafi e della fine del suo regime ci rendono perplessi e ci aiutano a non dimenticare che il desiderio di giustizia, democrazia e diritti umani che hanno animato le piazze possono, una volta tradotti in realtà politica, far emergere anche aspetti più negativi legati ad interessi locali e internazionali, nonché alla presenza attiva di vecchi politici e al fondamentalismo islamico.

Il cambiamento epocale che sta coinvolgendo i Paesi arabi rimane ancora difficile da interpretare. Le prime elezioni libere in Tunisia, dopo la caduta di Bel Ali (al potere per 23 anni), sembrano fare ben sperare; non deve allarmare il successo del partito islamico “al-Nahda” (Partito della Rinascita). Esso infatti è innanzitutto emerso da un trasparente confronto elettorale e il suo leader politico, Rachid al-Ghannouchi, si è sempre presentato come un pensatore aperto alla modernità, pur nel profondo rispetto della tradizione islamica, in un Paese – va ricordato – che ha sempre vantato una classe media e intellettuale liberale.

Ben diversa è la situazione della Libia, dove il potere autoritario e violento detenuto da Gheddafi per 42 anni non può non aver influenzato il modo di agire e di pensare della popolazione, in cui gli ideali di pace, giustizia e democrazia, sembrano talvolta cedere il passo, come si è visto di recente, alla vendetta e alla violenza. Trasformando la stessa “rivoluzione” in una vera e propria “guerra civile”, in cui si mescolano elementi laici e tendenze religiose radicali.

Il testo della bozza di Costituzione elaborata dal governo di transizione e le recenti dichiarazioni di esponenti del medesimo non sono chiari. Il tono laico dell’articolo 1 della suddetta bozza («La Libia è uno Stato indipendente e democratico, il popolo è la fonte dell’autorità»), in cui si sottolinea con chiarezza che «ai non musulmani lo Stato garantisce la libertà di pratica dei diritti religiosi e il rispetto per il loro sistema di statuto personale», è poi seguito da espressioni che rendono in qualche modo vacue tali affermazioni.

Infatti, più avanti, si afferma: «L’islam è la religione dello Stato e la fonte principale delle leggi è la giurisprudenza islamica (shart’a)». Si crea così, di nuovo, la tipica contraddizione presente nella maggior parte delle Costituzioni arabe, in cui non è chiaro quale sarà la reale «fonte di autorità» e se vi sia posto per un progetto di società laica e moderna.

Inoltre, la popolazione libica si troverà ora ad affrontare libere elezioni, ormai da decenni assenti nel Paese, e dovrà essere in grado di scegliere con cognizione di causa i propri rappresentanti politici. Si tratta di una sfida tutta nuova, che potrà mostrare se il popolo libico sarà capace di percorrere il cammino della democrazia, libero da alleanze tribali, pressioni religiose e interessi privati.

Di fronte ad una simile sfida si trova l‘Egitto, in cui ancora non si intravedono con chiarezza i possibile scenari politici, dopo le dimissioni di Mubarak, al timone del Paese per trent’anni. La componente liberale del popolo di «Piazza Tahrìr”» costituita da molti gruppi, con diversi obiettivi e tattiche, si trova ora a confrontarsi con elementi del vecchio regime e con la questione della laicità, in un Paese che ha visto nascere il fondamentalismo islamico.

Lo stesso rettore dell’Università di Al-Azhar, in un documento del 21 giugno scorso, ha affermato la necessità che elementi religiosi e laici facciano parte della futura Costituzione egiziana, ma ha anche asserito che l’islam e la sua sharì’a dovranno essere la base del futuro assetto istituzionale per costruire un nazione democratica, in cui siano garantiti anche i diritti di altre religioni. D’altro canto, il desiderio libertà, giustizia e democrazia del popolo egiziano non ha fatto ancora emergere un chiaro progetto politico.

Un Paese che raccoglie insieme alcuni aspetti dell’Egitto e della Libia è lo Yemen. Anche in esso, infatti, la rivolta popolare contro il dittatore Saleh, in cui è stato particolarmente significativo il ruolo delle donne e dei giovani, si trova a confrontarsi con gli interessi dei diversi partiti politici, dei vari poteri tribali e delle bande armate presenti in un Paese in cui la conflittualità è stata presente per anni.

Certamente l’obiettivo della democrazia “partecipativa”, perseguito da una società civile ricca e complessa fatta di elementi democratici, riformatori e femministi e decisa a non cedere alle pressioni politiche e militari, non si realizzerà presto. Tuttavia l’impegno e la tenacia di una leader come Tawakur Karman e del popolo che la segue sono ottime premesse per il futuro del Paese (vedi articolo a p. 34).

Un violento scontro tra la società civile e le istituzioni è ancora in atto in Siria, dove la «Primavera araba» deve fare i conti con gli strumenti di repressione del regime degli Assad e delle forze militari alawite, già allenate a schiacciare qualsiasi tipo di opposizione interna. Ogni tentativo di mediazione è finora fallito, provocando la morte di migliaia di oppositori, così come sembra molto incerto il cammino dei vari comitati che in qualche modo preparano un futuro assetto politico.

La Siria, infatti, è storicamente caratterizzata da una serie di complesse identità. Musulmani sciiti e sunniti, alawiti, cristiani appartenenti a gruppi diversi, tradizioni e riti, curdi e altre minoranze etniche e linguistiche vivono insieme in un Paese in cui le tensioni, per ora tenute a freno da un regime autoritario, potrebbero esplodere in qualsiasi momento.

Diversa è la situazione del Marocco e della Giordania, Paesi nei quali l’idea di deporre i propri monarchi sembra essere stata completamente al di fuori delle intenzioni del popolo, che invece chiede riforme sociali e cambiamenti nella politica. In tali Paesi, infatti, la presenza di una monarchia, che è considerata come diretta discendente del Profeta e che gode quindi di grande rispetto tra la popolazione locale, ha fatto sì che un cambiamento totale dell’assetto istituzionale sia assolutamente fuori discussione.

Un caso particolare è rappresentato dall’Algeria, dove le rivolte sembrano essere state per lo più finalizzate a una riforma sociale e politica, senza essere state in grado di rovesciare il regime. La realtà del Paese, infatti, è assai complessa: in esso convivono arabi di formazione francese, berberi e una grande massa strettamente araba e fortemente attaccata ai valori tradizionali e alla fedeltà all’islam.

Di conseguenza, fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, la maggior parte della popolazione algerina sembra aver aderito al Fronte di Liberazione Nazionale non per la sua ideologia, ma nella speranza di un futuro migliore e di un’equa distribuzione della ricchezza. Purtroppo, con il passare degli anni, il potere è diventato sempre più autoritario e corrotto. Ciò indusse la popolazione a cercare un’alternativa politica che si concretizzò con il trionfo del Fronte Islamico di Salvezza nelle prime elezioni multi-partitiche.

La sua susseguente messa al bando ha creato una ferita insanabile nel progresso democratico del Paese, che vive da allora una condizione di continua instabilità. Tuttavia, più che l’aspetto politico, la molla delle rivolte della «Primavera araba» algerina sembra essere stata la crisi finanziaria, che è alla base alle precarie condizioni economiche e sociali in cui sono costretti a vivere molti giovani.

È interessante, infine, notare l’assoluta disattenzione dei media nei confronti del Bahrain, dove invece la violenza interna è ancora fortemente presente e la rivolta prende sempre più l’aspetto di uno scontro religioso: nessun segno di pacificazione sembra apparire all’orizzonte, specie dopo la dichiarazione del gruppo sciita d’opposizione di boicottare le prossime elezioni.

La cosiddetta «Primavera araba», che ha visto partecipi soprattutto giovani e donne della società civile, ha imposto una svolta a tutto il mondo arabo. Non è tuttavia ancora chiaro quali saranno le sue future conseguenze. Infatti, le divisioni politiche locali, la presenza di elementi radicali islamici, la potenza di forti gruppi tribali e la presenza di forti interessi internazionali sono alcuni dei principali fattori in gioco e possono porre nuovi ostacoli a quel processo di democratizzazione e di difesa dei diritti umani voluto dalle masse fin da primi giorni della «rivolta dei gelsomini».

Quello che fa ben sperare è che molte persone sono ancora nelle strade e nelle piazze e osservano attentamente i passi di coloro che dovranno assumere il compito di rispondere con azioni concrete alle loro rivendicazioni.

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