“Die Mauer ist weig”, il Muro è caduto 1989-2019. Una lezione da non dimenticare

Alleanza Cattolica Toscana 11 Ottobre 2019

Conferenza presso la Sala delle Baleari di palazzo Gambacorti Pisa

Introduce

l’assessore Filippo Bedini

Interventi di:

Raimondo Cubeddu (Docente ordinario di Filosofia politica, Università di Pisa)

Marco Invernizzi Responsabile nazionale di Alleanza Cattolica (testo non rivisto dai relatori)

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FILIPPO BEDINI: Il Comune di Pisa è lieto di ospitare un incontro che celebra il trentennale della caduta del Muro di Berlino perché riteniamo si tratti di un simbolo la cui fine segna uno spartiacque nella storia dell’uomo. Non voglio esagerare ma nella storia alcune date segnano simbolicamente delle svolte e per quanto riguarda il Novecento, ma non solo, il 9 Novembre 1989 è una di queste svolte.  

La data segna l’inizio della fine di una ideologia che ha macchiato di sangue un intero secolo e che ancora ha delle metastasi in giro per il mondo oltre a figli e figliastri nella politica italiana.  L’impostura del Muro di Berlino – pensate che il Muro venne su in una unica notte, tra il 12 e il 13 Agosto 1961 – è già contenuta nella definizione che ne diede il leader della Germania Est di allora: Walter Ulbricht, segretario generale del partito comunista della Ddr che battezzò il Berliner Mauer  “Antifaschistischer schutzwall”, ovvero “Barriera di protezione antifascista”; come se dovesse proteggere la Germania comunista dall’assalto e dalle insidie di un fantomatico fascismo occidentale; e questo per inciso ci porta ai giorni nostri, in cui si vede il fascismo ovunque.

Ma il vero scopo del Muro in realtà doveva impedire le continue fughe verso ovest che in pochi anni avevano coinvolto il 20% della popolazione della Germania Est; una diaspora che non si era vista neppure sotto il nazionalsocialismo e che dimostra come il flusso spontaneo di persone avesse già certificato il fallimento del comunismo.

Una cosa però non mi sono mai spiegato, e sarebbe interessante capirlo dalle relazioni in programma, è che il crollo di un potere cristallizzato che tutti si aspettavano sarebbe finito prima o poi ma certamente con un finale ben diverso, come purtroppo la storia ci ha abituati, avvenne in modo non violento, indolore e quasi sordo e più cruento.

La Cortina di ferro si sciolse come neve al sole e senza significative reazioni o scontri di piazza e questo, tornando indietro con la memoria, colpisce poiché anche i regimi più impopolari e detestati hanno sempre avuto schiere di fedelissimi che prima di soccombere hanno tentato di ingaggiare uno scontro finale e una estrema difesa. A Berlino nel 1989 invece non accadde nulla, come in larga parte dei paesi che uscirono successivamente dal comunismo.

A questo proposito Marco Invernizzi in uno dei Quaderni de Il Timone, che molti conosceranno, ha riportato un interessantissimo passaggio della lettera enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II che probabilmente è l’unica risposta possibile al mistero che ho appena evocato. In essa il Papa dice: «Merita di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un simile blocco o impero si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».

Probabilmente solo con l’affermazione di Verità e Giustizia – con le iniziali maiuscole – si trova spiegazione di un fatto storicamente anomalo come la caduta quasi incruenta del comunismo, il quale ha mietuto milioni di vittime. In Italia il crollo del Muro di Berlino ha prodotto la apparente fine del comunismo e l’immediata sostituzione della sua epopea con la celebrazione della Rivoluzione francese, di cui proprio nell’89 cadeva il bicentenario.

Nacque allora, e direi purtroppo, la sinistra di oggi, non più proletaria e operaia ma radical chic, borghese, neoilluminista e molto snob, guidata da quello che possiamo definire il nuovo partito giacobino di cui fin da allora sono diventati paladini una buona parte dei magistrati “democratici” e gli pseudo intellettuali da salotto.

La sinistra, parafrasando il giornalista e saggista Marcello Veneziani, uscendo nel 1989 dal Novecento comunista scelse di abbandonare il 1917 e di tornare al 1789. Uno spartiacque tra un comunismo duro e violento, ma vero e genuino, alla Peppone, per intendersi, e uno più subdolo, pericoloso e, personalmente aggiungerei, squallido che anziché rosso è fucsia alla Boldrini, alla Saviano, alla Luxuria o alla Fazio.

Per questo prima di ogni altra cosa è importante celebrare la ricorrenza dei trent’anni della caduta del Muro, perché probabilmente dalle nostra parti ancora non ha finito di cadere. Riprendendo chi considero uno dei miei maestri, il già citato Marcello Veneziani, lascio una considerazione che secondo me sintetizza meglio di quanto avrei potuto fare io la centralità di questa data per la storia contemporanea.

Dice Veneziani: «Il comunismo fu sconfitto sul suo stesso terreno. Aveva ingaggiato una sfida con l’Occidente in nome del materialismo e dell’ateismo, del progresso e della liberazione, dell’economia e della tecnologia e fu sconfitto dall’Occidente sul medesimo piano. Da un materialismo ateo ma più pervasivo e consensuale; da una società più progredita, da una liberazione individuale più radicale, da una economia più efficace e da una tecnologia più vincente. Se vogliamo l’89 fu davvero il rovescio del ’68 e non solo perché si realizzò la Primavera di Praga ma perché lo spirito del ’68 corrose la vetusta ingessatura del comunismo».

RAIMONDO  CUBEDDU: Inizio con un ricordo personale che però dà la misura di quello che stava avvenendo e della sorpresa che causò. Nell’autunno dell’89 ero a Tubinga per un convegno sulla scuola storica dell’economia e lì ci raggiunsero i filmati di quello che stava avvenendo in Ungheria, della gente che scappava a bordo di quelle orribili e puzzolenti automobili Trabant.

Parlando con gli altri colleghi e soprattutto con dei banchieri tedeschi costatavamo l’impreparazione a quello che stava succedendo. Dal punto di vista economico, osservavano, c’erano tanti studi che spiegavano come passare da economie di mercato a economie pianificate ma non c’erano studi su come passare da una economia pianificata ad una di mercato. Questo forse dà una idea dello sconvolgimento, che nessuno si aspettava.

Naturalmente quello che era avvenuto pochi anni prima in Polonia era una consistente spia che avrebbe dovuto indurre a immaginare che si stava preparando qualcosa di importante. Lì si mostrava come il regime si fosse intimamente corrotto e il fatto che sia poi caduto in maniera non cruenta fa anche capire come, sostanzialmente e brutalmente, si erano mangiati tutto.

Era la riprova di ciò che riguardo ad una economia pianificata e socialista già nel 1920 aveva detto Ludwig von Mises; ovvero che in una economia collettivistica è impossibile un calcolo di valore e questo porta ad una progressiva distruzione del sistema economico. Questo è proprio quello che avvenne. Il tipo di economia che si volle realizzare prima in Unione Sovietica e poi negli altri paesi occidentali passati sotto l’influenza dell’Urss alla fine della seconda Guerra mondiale aveva consumato tutte le energie e non era servito a nulla, se non per breve tempo, contrastare questa perdita di capitale anche umano con aumenti più o meno cruenti della coercizione.

Per molto tempo si è cercato di far lavorare le persone con la coercizione e la paura, ma siccome anche queste hanno un costo alla fine il processo si è accelerato. I grandi investimenti in armamenti avevano accentuato ancora di più il fenomeno e tutto cadde quando non riuscirono a reggere la sfida con quello che ormai tutti considerano il bluf di Ronald Reagan: lo scudo stellare. La tecnologia sovietica era obsoleta e quando tutto cadde ci si accorse che era tutto da buttare, a cominciare dalle fabbriche che non producevano niente di decoroso – le Trabant erano un esempio – e non c’era un settore merceologico che poteva sopravvivere in una economia di mercato.

Non si sapeva quando il crollo sarebbe avvenuto ma che sarebbe avvenuto era scontato.

Un grande cinico della storia del Novecento, Joseph Shumpeter, diceva: «Cosa volete, il socialismo è una balla ma finché non lo provano non ci crederanno». Ebbene lo hanno provato per settant’anni e purtroppo qualcuno – anzi, milioni di persone – non è sopravvissuto alla sperimentazione ma alla fine è accaduto quello che Mises aveva previsto: la possente e temibile macchina si è completamente svuotata. Non c’era nulla che potesse tenerla in piedi.

Grandi spese erano state fatte nell’istruzione ma a causa della piaga dell’ateismo anche tutto quel capitale umano a 35-40 anni diventava inservibile, a causa dell’alcolismo che devastava tutto. Vi era una enorme dispersione di capitale, sia monetario che umano e tecnologico. L’Urss non aveva fatto nient’altro che arrivare nello spazio prima degli americani ma poi si era fermata lì e nel giro di appena dieci anni la situazione si è capovolta.

A queste possiamo aggiungere anche tutta un’altra serie di spiegazioni teoriche, come quelle contenute nel bel libro di Andrea Graziosi L’Unione Sovietica 1914-1991 edito da Il Mulino, e possiamo anche dire che gli austriaci lo avevano già previsto, mentre Norte dà un’altra spiegazione del crollo. Dobbiamo anche dire che c’è stato un personaggio come Giovanni Paolo II che ha avuto una funzione importante pur spalleggiato e finanziato da Reagan; non si sa attraverso quali canali ma i sovietici hanno scoperto attraverso chi il passaggio è avvenuto e gliel’hanno fatta pagare cara, alludo a Bettino Craxi.

Ma non è questo che ci interessa. Ciò che ci interessa è che mentre i comunisti e gli ex comunisti da tutte le parti si riciclano ad una velocità incredibile nel 1992 un ex comunista Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, partecipa ai bombardamenti Nato della Jugoslavia. In brevissimo tempo non si è più parlato di comunismo, tutti sono diventati liberali o neoliberali.

I comunisti cambiano casacca e finiscono per egemonizzare qualcosa di nuovo: l’ideologia del politicamente corretto. Cambia anche l’atteggiamento verso un sacco di altre cose. L’abbiamo visto con la Nato, prima il nemico principale dei comunisti di tutto il mondo occidentale; subito dopo l’Unione europea, l’avversità verso la quale dei comunisti italiani era conclamata.

Cade il Muro e l’Europa diventa immediatamente lo strumento per poter realizzare il socialismo reale che non era stato possibile realizzare in Unione Sovietica. Comincia così la lenta penetrazione degli ex comunisti a Bruxelles.

Ma ci sono anche altre cose su cui si cambia velocemente posizione; pensiamo ai diritti umani, rivendicati soprattutto per i prigionieri politici da Amnesty International contro l’Urss e poi diventano appannaggio della sinistra politicamente corretta, aiutata anche da un errore di prospettiva di Giovanni Paolo II come si desume chiaramente dalla lettera che Joseph Ratzinger ha inviato a Marcello Pera in occasione della pubblicazione del libro La Chiesa e i diritti umani, in cui Ratzinger ricorda che Giovanni Paolo II aveva “sdoganato” nella Chiesa questa espressione.

I diritti umani erano già presenti in Maritain e in altre componenti di sinistra della Chiesa ma Giovanni Paolo II è stato sostanzialmente incauto perché anche la Chiesa è stata poi travolta da una certa idea di salvezza attraverso i diritti umani. Il papa polacco ha cercato di cavalcare l’espressione contro l’Unione sovietica ma la cosa è andata al di là delle sue intenzioni.

I diritti umani sono infatti diventati l’arma ideologica della sinistra comunista che li usa per tutto, facendoli diventare incontenibili: non si sa quali siano, non si sa come possono modificarsi, non si sa chi li modifica; non si sa assolutamente nulla. Alla fine dei conti i diritti umani diventano qualcosa che fornisce la cornice all’azione politica e in questo possiamo notare un cambiamento complessivo dell’epoca, tanto da poter dire che in realtà il Muro è caduto dalla nostra parte, sulle nostre teste, lasciandoci frastornati.

Nei Paesi dell’est invece si sono prontamente e con una decisa volontà liberati di tutte le scorie ideologiche legate al comunismo; anche se in un primo momento si sono lasciati fregare da qualche movimento ma successivamente, nonostante il passaggio da una economia pianificata e inefficiente a una economia di mercato avesse dei costi umani ed economici notevoli, ciò è accaduto sempre meno. La loro idea di fondo è: “non cadiamo più negli errori del comunismo”.

Il fatto che il comunismo non è morto lo abbiamo visto pochi giorni fa, quando in occasione della risoluzione del Parlamento europeo che ha assimilato il nazionalsocialismo al comunismo, parecchi comunisti italiani e anche il presidente dello stesso Parlamento europeo l’anno giudicata eccessiva e ingiusta, tornando quasi a dire che in fondo il comunismo era un ideale buono e sono stati gli uomini, che sono cattivi, a rovinarlo.

Nessuno di noi pensa di porre in dubbio che Stalin o Lenin e con loro altre decine di migliaia di persone fossero molto cattive, però mi sembra molto autoassolutorio pensare che questo grandioso esperimento sia fallito per la cattiveria degli uomini. In realtà è fallito perché c’era qualcosa di sbagliato già nella teoria con cui non si è mai voluto fare i conti.

Dopo questa caduta abbiamo avuto una sorta di illusione. Mentre i comunisti si riciclavano, i liberaldemocratici, chiamiamoli così, ovvero la categoria piuttosto ampia di quelli che non erano comunisti, pensano sia venuto il loro momento ma in realtà sono largamente impreparati alla svolta; non sanno come gestirla. Di fronte a qualcosa di nuovo potevano riproporre le vecchie cose? Ovvero riproporre ed estendere il modello occidentale a tutto il mondo?

E’ un qualcosa che non comincia ad affiorare con George W. Bush ma già allora. Le Costituzioni che vengono scritte nei paesi ex socialisti sono in un primo tempo Costituzioni occidentali, consigliate da esperti occidentali, le quali poi vengono in seguito modificate anche in senso poco liberale, pensiamo a Orban o alla Polonia, ma insomma restano episodi marginali.

L’effetto è di qualcosa fortemente sentito: costruire una ideologia nazionale in paesi che non hanno confini naturali e che hanno da secoli una consolidata paura sia dei russi, sua dei tedeschi. Questo ci porta a parlare dell’altro grande problema dell’identità.

Come si sa da sempre, identificare o crearsi un nemico produce una certa identità. La paura e l’ostilità nei confronti dell’Unione sovietica portava ad una sorta di unità anche tra partiti abbastanza diversi; pensiamo ai socialdemocratici, non comunisti, liberali oppure ai grandi partiti di ispirazione cristiana in Italia, Germania o altri Paesi europei. Quando però il nemico esterno cade certe tentazioni sono ancora più forti, ovvero realizzare una sorta di socialismo ma democratico.

In realtà non abbiamo avuto un incremento dell’economia di mercato. Gli spazi di libertà individuale e di mercato dal 1989 in poi si sono estremamente ridotti. Vi è stata una regolamentazione di tutte le attività economiche e individuali sempre più pervasiva. Quando si parla di neoliberalismo come qualcosa di estremamente cattivo in realtà si pensa di attaccare quelli che in Italia sono chiamati liberisti e un mercato senza regole ma un mercato senza regole non esiste più; è esistito prima dell’89, ora non più.

Non c’è più alcuna attività economica che possa essere fatta senza previa autorizzazione e le autorizzazioni sono un qualcosa di costoso che producono corruzione e ritardi nel sistema produttivo aumentandone tutti i costi.

Gli ex comunisti si sono appropriati e fatto passare l’idea che caduto il Muro si sia realizzato il mercato dei liberali e che gli scompensi e le brutture che adesso vediamo siano il frutto di questa vittoria del mercato. Mettiamocelo bene in testa: adesso non possiamo neppure cambiare il colore delle nostre finestre e dobbiamo chiedere una autorizzazione per tutto, come pure non esiste un diritto umano che possa essere esercitato senza una autorizzazione.

Prima la sfera dei diritti naturali – vita, libertà, proprietà – distingueva una attività individuale che non era soggetta a controlli e autorizzazioni statali adesso non è più possibile neppure chiedere l’elemosina – vedremo come sarà possibile farlo col denaro solo digitale – senza previa autorizzazione.

Questa crisi da dove viene? Si sono realizzate altre due alleanze. Il mondo cambia, i costumi cambiano, tutto cambia e si passa dai diritti umani ai diritti di genere. Si pensava la caduta del Muro portasse alla rivincita della componente cattolica e cristiana dell’Europa sulla componente atea del marxismo ma in realtà le cose sono andate diversamente, perché ci si accorge che finito il nemico esterno anche quella compattezza e quel cemento identitario rappresentato dal cristianesimo e cattolicesimo è molto meno solido di quello che si pensava.

Nel giro di pochi anni scompare il cristianesimo politico. I partiti di ispirazione cristiana cosiddetta popolare al Parlamento europeo sono i partiti che accettano tranquillamente le questioni di genere, l’eutanasia, l’aborto e tutta una serie di altre cose.

Mentre prima della caduta del Muro avevamo anche una visione cristiana del mondo che comprendeva una certa idea di libertà, di religione ma anche una certa visione politica, dopo tutto si spappola: puoi essere ugualmente cristiano e forse andare in chiesa, anche se la religione è “quello che sentiamo”, come si dice, dato che queste forme istituzionali, pure di fronte a questo Papa argentino un po’ confusionario, non è che servano a tanto, ed essere favorevole al gender o essere vegano e abortista, perché “chi sono io per giudicare”?

Si dice che questa identità si è spappolata perché ha vinto il neoliberalismo e il relativismo del mercato, ma non è così; è troppo semplice. Semplicemente è stata accettata la versione politicamente corretta degli ex comunisti.

Il liberalismo non è relativista perché è vero che dice che puoi fare ciò che vuoi, però lo paghi. Ti vuoi drogare? Fallo, però quando muori la tua famiglia pagherà anche le spese del funerale, direbbe un liberale.

La globalizzazione ha portato un enorme incremento della disponibilità di beni che ha favorito le classi meno abbienti, pensiamo alla importazione di merci cinesi, quindi cosa dobbiamo imputare alla globalizzazione? Si sono perso posti di lavoro, ma questo è avvenuto a causa della concorrenza cinese o perché il costo del lavoro è aumentato a causa dell’aumento esponenziale del costo dello Stato?

Dopo la caduta del Muro c’è stata una grande confusione di linguaggi, e si sono imposti linguaggi diversi; i termini sono cambiati e per certi versi i cattolici e la Chiesa hanno cercato di prendersi una rivincita nei confronti del liberalismo, quasi si potesse scindere l’idea di cristianità dall’idea di Occidente ma possiamo veramente farlo? Due cose diverse che hanno convissuto male ma che sono intimamente legate e che adesso sembra si voglia far andare ciascuna per contro proprio.

E’ avvenuto qualcosa che negli anni Cinquanta e Sessanta nessuno aveva mai immaginato. Prima si pensava che la vitalità dell’Occidente fosse dovuta all’intimo contrasto tra religione e filosofia, tra teologia e politica, con da una parte il cattolicesimo e dall’altra il liberalismo; due cose difficili da mettere insieme ma la cui dialettica caratterizzava appunto la vitalità dell’Occidente.

Adesso invece sembra si voglia dire che in realtà il cristianesimo può fare a meno dell’Occidente e del mercato. Questo è ciò che ci ha confusi e colto impreparati e i cui effetti si stanno rivelando ora in tutte queste velleità. Nessuna delle ideologie del Novecento era preparata a questo evento e mentre alcuni si sono riciclati in maniera empirica, cavalcando quello che si poteva cavalcare, altri non sono stati capaci di rinnovarsi e hanno intrecciato una guerra intestina che non fa bene a nessuno e dalla quale bisognerebbe uscire.

MARCO INVERNIZZI: Comincio con una domanda che mi sono posto il 10 Novembre, continuo a pormi e che ci siamo posti in tanti. Concordo con l’analisi del professor Cubeddu: siamo rimasti tutti un po’ stupefatti dalla caduta del Muro di Berlino, anche se il nostro fondatore, Giovanni Cantoni, aveva fatto numerose conferenze dopo il 1985, anno in cui divenne segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbačëv, il quale cominciò la sua Perestrojka, dicendo che stava avvenendo una trasformazione reale e un tentativo di salvare il comunismo.

Si cominciava insomma a capire che quello che stava progettando il segretario del Pcus non era un gioco ma un tentativo autorevole di tornare al 1789, come diceva Marcello Veneziani. Di fare si che l’esperimento comunista dal 1917 tornasse alla Rivoluzione francese per tutta una serie di motivi.

Ricordo anche una figura molto importante del cattolicesimo italiano, il cardinale Siri, che spesso andava in Unione Sovietica per ragioni pastorali e più di una volta, tornando dai suoi viaggi, disse che l’Urss stava crollando, perché non ci credeva più nessuno. Era come un grande grattacielo costruito bene ma in cui non crede più nessuno.

Luigi Berlinguer quando cercò di trovare una strada al Partito comunista italiano che non fosse quella ormai obsoleta dell’Unione Sovietica e che permettesse al famoso eurocomunismo – il tentativo dei comunisti occidentali di liberarsi del fardello sovietico – di tentare una via diversa, disse una famosa frase: «La Rivoluzione d’Ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva». Che era come dire: al comunismo del ’17 non crede più nessuno.

Proprio per questo mi posi subito una domanda. Una domanda che dovrebbero porsi anche i molti Comuni che si sono liberati dal comunismo negli ultimi anni anche nel nostro paese; perché se non si riflette su ciò da cui ci siamo liberati si rischia di cadere dalla padella nella brace, come si suole dire.

Se non riflettiamo sulla storia il sacrificio dei cento milioni di morti che il comunismo ha sulla sua coscienza non è serviti a nulla. Se neppure noi facciamo lo sforzo di riflettere su cosa il comunismo ha rappresentato nella nostra storia e su cosa del comunismo rimane incistato nella nostra identità.

E’ vero che non ci sono più le falci e i martello in giro ma ci sono delle idee e degli atteggiamenti che sono rimasti nel senso comune e nel modo di ragionare delle persone che sono in qualche modo condizionate da quella ideologia o da qualcosa di molto simile.

Torno alla domanda, che fu: perché non hanno sparato? Perché non hanno fatto come a Poznan nel 1953, a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968 e in tante altre occasioni? Perché la natura intrinsecamente violenta di questa ideologia non è emersa anche in occasione della caduta del Muro? Perché hanno permesso che il Muro venisse abbattuto?

Certamente erano cambiate tante cose. Il già citato san Giovanni Paolo II col suo viaggio il Polonia nel Giugno 1979, neppure un anno dopo l’inizio del pontificato, cambiò la storia perché tutti potemmo vedere in televisione il fallimento della Polonia comunista. Un milione di polacchi era andato in piazza ad applaudire ed esultare per il loro Papa tornato a casa, nonostante il regime avesse vietato le riprese televisive e potessero essere inquadrati soltanto i palchi e le autorità; ma saltò tutto.

Saltò tutto perché un intero popolo era sceso in piazza. Da lì partì un evento come Solidarność al quale si iscrissero dieci milioni di polacchi, cosa mai accaduta neppure dietro la coercizione del partito.  Era cambiato molto nel modo di fare anticomunismo. Io purtroppo sono sufficientemente vecchi per ricordare la difficoltà che in Occidente gli anticomunisti avevano nel combattere la battaglia della libertà.

A Milano c’erano zone della città off limit e la nostra non era una nazione comunista, ma viveva un complesso di inferiorità nei confronti di un comunismo che non era neppure al potere ma toglieva la libertà ai tanti che volevano manifestare. Al massimo, e questa era una pratica molto diffusa soprattutto negli ambienti democristiani, si diceva, in silenzio: «Eh! I comunisti sono una brutta cosa; bisognerebbe combatterli». Ma non si aveva il coraggio di dirlo pubblicamente e questo comportò una debacle culturale, perché c’era un sacco di gente, la cosiddetta maggioranza silenziosa, che capiva che il comunismo era un grande male – espressione di quello che Reagan chiamò l’”Impero del male” – ma non aveva gli strumenti per combatterlo e dirlo pubblicamente, poiché quelli che avrebbero avuto i mezzi per farlo non lo facevano.

Questo cambiò in Inghilterra con Margaret Thatcher, cambiò negli Stati Uniti con Ronald Reagan, che ebbe il coraggio di portare il problema a livello di opinione pubblica sostenendo le famose resistenze dimenticate e i combattenti della libertà in tutti i Paesi in cui si ribellavano contro il comunismo.

Ricordo come noi fondammo la Conferenza internazionale delle resistenze dei paesi occupati, portando in giro per l’Italia personaggi della Cambogia, del Vietnam, dell’Etiopia e delle tante resistenze dimenticate dall’Occidente. E questo fu un contributo importante, finché qualcosa cambiò. Cambiò dopo il 1985 in Unione Sovietica.

Che cosa è cambiato all’interno del mondo comunista per decidere di non sparare e fare come a Budapest nel 1956? Stava cambiando per volontà degli stessi dirigenti comunisti il loro modo di approcciarsi alla realtà. Avevano capito che c’era qualcosa che personalmente non so spiegare se non richiamandomi alla psicologia delle masse. Quello che si può chiamare il senso comune indotto da una atmosfera.

Uno dei miei maestri, Plinio Corrêa de Oliveira, lo chiama: quel modo di percepire la realtà che circola fra la gente, che cambia col passare del tempo.

C’è una frase che voglio leggere di Eduard Schevardnadze, il ministro degli esteri di Gorbačëv e successivamente presidente della Giorgia, tra gli artefici della Perestrojka, il quale risponde alla domanda sul perché non hanno sparato, dal momento che c’erano comunisti che avrebbero voluto reprimere anche la Polonia degli anni ’80: «Perché non abbiamo utilizzato i carri armati per ristabilire l’ordine? Possiamo seriamente pensare che una cosa del genere sia possibile e il problema possa essere risolto in questo modo? Non dovremmo ricordarci le lezioni almeno dell’Afghanistan? Se ci siamo già scordati quelli del 1956, quelli del 1968 è arrivato il momento di rendersi conto che né il socialismo, né l’amicizia, né il buon vicinato, né il rispetto si possono ottenere con le baionette, i carri armati o il sangue».

Lasciamo perdere la demagogia, che indubbiamente in questa frase c’è, ma certamente Schevardnadze come Gorbačëv avevano capito che avevano perso la battaglia tecnologica, che erano ridotti ai minimi termini dal punto di vista economico, che lo scudo stellare aveva rotto l’equilibrio nucleare, ma soprattutto avevano capito che la repressione non poteva più reprimere i popoli.

Nel 1956 quello che è successo è rimasto nella psicologia dei popoli. Questa estate abbiamo fatto una scuola di formazione per i nostri giovani ed è venuta a parlare una giovane giornalista ungherese, che ovviamente non c’era nel ’56, e quando le abbiamo cantato la canzone “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest”, come è stata cantata a Roma al recente festival di Fratelli d’Italia quando è venuto il primo ministro Orban, si è ovviamente commossa e ha capito che c’è un legame dentro una popolazione in questi cinquant’anni, che ha fatto perdere un sacco di consenso allo stesso partito comunista.

Quanti comunisti nel 1956 se ne sono andati, quanta classe dirigente ha perso il partito comunista nel 1968 dopo l’invasione dei carri armati di Praga! Quante ferite all’interno del partito comunista internazionale sono state provocate da questo uso della violenza che certamente a breve ha risolto un problema ma che ne ha creato uno enormemente più grave sulla lunga distanza!

Cosa succede dopo il 1989? Cosa nasce? Nasce un mondo nuovo in cui i dissidenti, pensate a Solidarność, alla rivoluzione di velluto di Praga, a quello che è avvenuto in Ungheria, non avevano pensato più di tanto al futuro.

Havel era in prigione all’inizio dell’anno in cui divenne presidente della Repubblica cecoslovacca, ovvero all’inizio del 1989 era in galera e a Dicembre dello stesso anno è eletto presidente. Un po’ di anni dopo dirà qualcosa di abbastanza indicativo: «Siamo tornati in Europa, ma in quale Europa? Abbiamo lottato per un sistema politico diverso rispetto a quello in cui ci siamo ritrovati».

In cosa si ritrovano i paesi che si liberano dal comunismo? Trovano quello che è stato ben descritto prima, cioè ex comunisti che si riciclano e che fondano partiti radicali di massa come li abbiamo chiamati, ovvero partiti che utilizzano i diritti umani come strumento per fare una rivoluzione antropologica che il comunismo classico non aveva voluto portare fino in fondo.

Quelli che hanno la mia età ricorderanno la ritrosia del Partito comunista italiano guidato da Berlinguer nell’affrontare la campagna elettorale per il referendum sul divorzio, perché sapeva che la base comunista non era la base radicale a favore del divorzio ma che in qualche modo, magari non per motivi strettamente religiosi ma per abitudine, per tradizione, per buon senso, per diritto naturale credeva nella famiglia. Però venne coinvolto da questa nuova fase del processo rivoluzionario che fu la Rivoluzione antropologica.  

Se fino al 1968 il processo di disgregazione dell’Europa aveva in mente di conquistare le istituzioni e gli spazi, come direbbe oggi papa Francesco, c’era qualcuno che aveva in mente, sempre richiamandomi al Magistero del pontefice regnante, il lungo tempo e non il momento: il cambiamento antropologico. Si doveva passare dal divorzio e dall’aborto per arrivare al gender e tentare la trasformazione dell’uomo attraverso l’attacco alla famiglia.

La lotta di classe dentro la famiglia, fra le generazioni; questo fu il lungo ’68 che da un certo punto di vista non è ancora finito visto che siamo qui a parlare di eutanasia, introdotta nel nostro Paese, quarto in Europa, non da una legge scelta dal Parlamento ma da una sentenza della Corte costituzionale.

I Paesi che fuoriescono da un sistema totalitario si trovano di fronte un progetto di Europa che viene imposto non democraticamente ma dall’alto, in modo molto tecnocratico, al quale non possono sottrarsi, perché l’Unione europea compra i popoli.

Negli ambienti anticomunisti spesso si dice: «Fuori dall’Europa», ma, poiché non sono un economista, tutte le volte che ho chiesto un parere su cosa potrebbe succedere se lo facessimo davvero mi è stato risposto che dovremmo rinunciare a quel denaro che l’Europa dà. Non è un caso che l’unica cosa concreta che questa Europa ha fatto è stata la Banca centrale europea e la moneta unica, perché questo significa che fuori si campa male, ovvero senza quei finanziamenti che vengono garantiti. Quindi si deve trovare il modo di stare dentro l’Europa per fare una Europa diversa.

Questo è quello che in qualche modo, soprattutto nei paesi dell’Est, in cui si vede un po’ più lontano, si sta cominciando a fare, avendo di fronte due pericoli: il nazionalismo e il relativismo.

Il nazionalismo è la tentazione di chi combatte giustamente contro l’Unione europea.

Il rischio per un ungherese o di un polacco. che ha combattuto contro il comunismo tutta la sua vita e adesso si trova di fronte una realtà che in cambio dei soldi chiede di rinunciare alla sua identità, è la ribellione e il rinchiudersi dentro i confini.

Facciamo una riflessione sulla Prima Guerra mondiale, perché ci aiuta a capire che cosa è successo e a trovare una soluzione politica a una riflessione di carattere culturale. Io non posso dirvi quale sia questa soluzione perché non la conosco.

E’ facile dire che il nazionalismo ci farebbe tornare a quella guerra civile europea che è scoppiata dopo la fine degli imperi, quando si creano le ingiustizie che determineranno la guerra civile europea che Nolte ha ben descritto in tanti suoi libri. Noi non vogliamo tornare lì e la cosa bella dell’Europa che si cerca di riscostruire all’indomani della Seconda Guerra mondiale è proprio il tentativo di impedire che la Francia e la Germania tornino a massacrarsi dopo il 1870, il 1914, il 1939.

Sono stati tre cattolici ad avere avuto questa intuizione e lo scopo era soprattutto di riscostruire una fraternità tra i popoli che il nazionalismo e il comunismo avevano rotto facendo scoppiare quella guerra che va dal 1914 alla caduta del Muro di Berlino.

Dobbiamo tornare agli imperi? Mi scappa da ridere. Siamo tutti devotissimi dell’ultimo grande imperatore, il beato Carlo d’Asburgo, non solo perché è beato e speriamo diventi presto santo, ma perché lui aveva capito che l’impero che ereditò alla fine era malato di nazionalismo e intuì che bisognava creare una solidarietà fra i popoli che solo la logica imperiali poteva garantire, superando gli stati nazionali i quali avrebbero creato le ingiustizie che infatti esplosero provocando una seconda guerra mondiale.

Mi rendo però conto che non può essere una soluzione politica poiché la storia non torna indietro ma va avanti. Però può andare avanti se si conosce il passato, perché senza una identità, delle radici e una tradizione si è come una canna al vento.

In conclusione l’unica cosa che posso dire è un autoinvito a riflettere affinché i politici, gli economisti, gli uomini che guidano i poteri forti del nostro mondo possano riflettere e possano mettersi nelle condizioni di pensare a qualcosa di reale, serio e profondo.

Il mio suggerimento è di partire da quello che è avvenuto dopo la immane tragedia che fu la Grande Guerra. Mi rivolgo ai paesi che sono fuoriusciti dalla Cortina di ferro ma anche a quei politici che nel nostro Paese devono fuoriuscire culturalmente e intellettualmente dalla sudditanza nei confronti della sinistra e della ideologia comunista in particolare.

Se non riflettono sulla storia, se non fanno quel lavoro che Giovanni Paolo II nella sua saggezza ci ha invitato a fare nel 1991, appena caduto il Muro, quando convocò una assemblea speciale del sinodo dei vescovi europei finalmente uniti per dire che adesso bisognava riflettere su quel percorso che ha portato alla nascita degli stati totalitari comunisti, i quali non sono nati dal nulla ma da un processo storico e ideologico che ha le sue radici almeno nella Rivoluzione francese.

Ma io direi anche prima: in quella Riforma che ha colpito il nord dell’Europa spaccando la sua unità. Noi dobbiamo – diceva Giovanni Paolo II – favorire un processo di revisione di questo itinerario storico e solo dopo ci saranno le soluzioni politiche. Tutti noi infatti abbiamo la pretesa di avere delle soluzioni politiche senza mai avere fatto una riflessione seria sul passato e sulla storia, trovandoci poi davanti alle grandi delusioni che la politica ci dà ogni “tot” anni.

DOMANDA: Non sono rimasto contento dell’accostamento tra nazionalismo e relativismo; temo che talvolta ci sia la tendenza a prendere per buona la demonizzazione di un principio di difesa dell’identità che trovo essenziale nella lotta al relativismo

INVERNIZZI: Il nazionalismo non è l’amore di patria che è ovviamente sacrosanto. Il nazionalismo è l’ideologia che nasce con la Rivoluzione francese, che porta le truppe di Napoleone a invadere tutti i paesi europei e che alla fine dell’Ottocento acquisisce non una versione democratica, che è quello che fa il nostro Risorgimento con Mazzini e Garibaldi, ma una impostazione che gli storici chiamano imperialista e che dà vita al partito nazionalista che nel 1924 confluisce nel Partito nazionale fascista.

E’ il nazionalismo che esplode durante la prima Guerra mondiale e che distrugge l’equilibrio degli imperi provocando la nascita degli stati nazionali in cui popoli e culture diverse faticano a coesistere perché per definizione lo stato nazionale è quello che si raccoglie attorno a un solo popolo e gli altri diventano popoli di serie B.

Negli imperi i popoli erano, almeno teoricamente, garantiti nella loro identità, nella loro sopravvivenza e nella possibilità di confrontarsi. Si pensi non solo a quello che rimaneva del Sacro Romano Impero, in cui non è mai stato teorizzato l’odio fra le nazioni che invece scoppia nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento.

L’ideologia nazionalista prevede l’affermazione della propria patria a detrimento delle altre. Non la fraternità tra i popoli bensì la lotta tra i popoli e questo lo dicono tutti i teorici del nazionalismo.  Con il nazionalismo della Rivoluzione francese e di Napoleone si porta la libertà e il progresso a tutti i popoli “arretrati” ma si assiste al fenomeno degli insorgenti, ovvero quelli che amano la patria e che in ogni parte d’Italia reagiscono a questo progetto straniero e sbagliato.

Oggi sta accadendo qualcosa del genere.  I popoli che ritrovano la propria unità devono trovare un legame che non può essere il nazionalismo, ma una identità nazionale dentro una identità più alta, altrimenti se arrivano i profughi in Italia e l’Ungheria in nome della propria nazione chiude le frontiere… Ovvero se la logica è solo quella del nazionalismo non si va bene.

Io ovviamente sono cattolico e il cattolicesimo ha una visione universale che rispetta, valorizza e ama le piccole patrie ma dentro un contesto più grande. C’è insomma qualcosa che va oltre la piccola patria. Noi italiani lo capiamo perché siamo la terra dei mille campanili e pur essendo attaccati alla propria identità locale sappiamo che si deve guardare più in alto. Bisogna guardare in alto fino ad arrivare a qualcosa di universale.

Qui mi fermo perché qualcuno sicuramente mi chiede a questo punto cosa propongo.

Io non propongo niente perché non ho proposte politiche; dico solo che se la fuoriuscita dall’internazionalismo comunista significa limitarsi all’affermazione unica dei diritti, pur sacrosanti, della propria nazione non è una soluzione. O queste realtà, chiamate sovraniste o in altro modo; i nomi non sono importanti, trovano un comune denominatore che le tenga assieme e dia a tutti un progetto politico oppure ognuno tenterà di salvarsi dal predominio del denaro imposto dall’Unione europea come potrà ma senza lasciar nascere una Europa alternativa e reale. Mancherebbe un collante, che invece è importantissimo.

D. Cosa pensa Invernizzi del ruolo che ha avuto nella trasformazione della mentalità europea occidentale la Chiesa cattolica? Al professor Cubeddu invece chiedo: l’Unione europea i soldi da chi li prende? Non sono gli stessi stati che li danno? E allora perché si sentono ricattati?

CUBEDDU: Sono meccanismo piuttosto complessi e ci vorrebbe un economista, però a parte il fatto che l’Unione europea i soldi li sta facendo immettendo liquidità nei mercati interni di fatto ciò che sta avvenendo nel caso inglese, che pure non fa parte della Ue, dimostra chiaramente quanto sia difficile uscire dal meccanismo.

Per farlo non bastano le invocazioni al sovranismo e altre bischerate varie, consentitemi il termine, ci vogliono tecniche estremamente forti. I sovranisti italiani che si mettono contro l’Unione europea sono come un handicappato che si mette a gareggiare con uno specialista della corsa. Non ce la possono fare. Vi sono aspetti tecnici che il sovranismo non può risolvere.

In Inghilterra non riescono a uscire dall’Unione europea – purtroppo, aggiungo – pensate voi cosa sarebbe affidare una nostra analoga uscita a Salvini, la Meloni, Rinaldi, Borghi… Ci rendiamo conto?

Se vogliamo il sovranismo ci vuole molta più teoria.

Noi viviamo in un sistema politico in cui le qualità che servono per vincere le elezioni solo casualmente sono le stesse che servono per poter ben governare. Io credo vi sia stato qualcosa di profondamente sbagliato quando ad un certo punto si è voluta trasformare l’Unione europea in qualcosa di diverso da un sistema di libero scambio.

Personalmente rimango sulle posizioni dei cosiddetti euroscettici come la Thatcher, Antonio Martino e altri, che quando si stava preparando Maastricht dicevano di fare attenzione perché si andava preparando una nuova forma di totalitarismo, quella stessa forma di totalitarismo che vogliono gli ex comunisti e i socialisti.  

E’ prima di Maastricht che l’Europa avrebbe potuto mantenere le sue identità nazionali o incidere sui dazi ma purtroppo il passo è stato fatto e in una direzione da cui è difficilissimo tornare indietro, perché per uscire da una regolamentazione europea ci vuole uno spaventoso investimento intellettuale. Per fare un esempio è come se uno si mettesse in testa di creare un sistema alternativo a Google. Chi ci mette il capitale? Chi ce li ha i soldi? E una volta fatto chi assicura che avrebbe il suo spazio sul web accanto a Google?

Chi scommetterebbe su una cosa del genere, considerando la quantità di conoscenza che il sistema ha ormai immagazzinato il quale come sappiamo distrugge ogni concorrente. La stessa cosa per i sovranisti che vogliono uscire dall’Europa con gli economisti che hanno, i quali non è che hanno impressionato particolarmente. Eppure a me questa Unione europea, l’Unione di Delors, non piace ma sono realista.

INVERNIZZI: Quando diciamo “Chiesa” dobbiamo innanzitutto capire cosa intendiamo. Tutti i battezzati sono Chiesa. La Chiesa cattolica ha un “quid” che nessun’altra religione ha: il Magistero. Quando si parla di Islam al contrario non c’è un Islam ufficiale e come minimo ci sono quattro scuole coraniche che interpretano in modo diverso il Corano, oltre alle due grandi divisioni: Sciiti e Sunniti.

La Chiesa cattolica non è così e se si vuole sapere cosa essa pensa si deve prendere il magistero pontificio e il magistero dei vescovi in comunione con il Papa. E’ vero che poi leggiamo di tutto e di più e che in nome della Chiesa tutti dicono un sacco di cose, a cominciare dai vescovi.

Possiamo concedere una certa imprudenza ai papi, soprattutto quando rilasciano interviste che sarebbe meglio non dessero, ma se siamo onesti dobbiamo dire che il pensiero della Chiesa è uno: quello contenuto dentro il Magistero e tutto il resto sono letture molto personali e non coinvolgono la Chiesa stessa.

E’ ovvio che nella Chiesa ci sono prospettive culturali diverse. E’ ovvio, perché non si deve dimenticare che scopo della Chiesa è salvare le anime e non fare circoli culturali. Se lo  si legge tutti i giorni si vede che anche questo Papa privilegia questo aspetto, anche se ogni tanto come in tutti i papi viene fuori la componente umana e affiora qualche difetto.

Per altro la Chiesa vive nel mondo e deve pur avere indicazioni politiche e culturali ma lo scopo resta salvare le anime e quando si sente dire: mandiamoli fuori, facciamo lo scisma, dobbiamo sapere che la Chiesa non ha mai ragionato in questo modo perché sa che il suo scopo non è mandare via ma tenere dentro, perché è attraverso di lei che passa la salvezza. Se cominciamo a ragionare in questi termini si attenuano certe tensioni e certi spigoli si arrotondano.

Detto questo indubbiamente oggi viviamo una stagione del mondo cattolico simile a quella degli anni Settanta, in cui vi era un complesso di inferiorità nei confronti dell’ideologia dominante e il magistero di Paolo VI non era nella direzione che i mezzi di comunicazione volevano fare emergere ma resisteva molto a questo processo; si pensi alla Humanae Vitae del 1968 e ai dieci anni successivi.

Anche oggi il mio invito è di non confondere gli articoli di Alberto Melloni su Il Corriere della Sera o le omelie di Enzo Bianchi con il Magistero della Chiesa. Ci si chiederà: perché allora li lasciano scrivere? Non lo so e se dipendesse da me non lo farebbero ma per fortuna il bene della Chiesa non dipende da me.

D. A Pisa ho fatto il ’68 e l’ho fatto dalla parte opposta ma mi sono trovata sola e non ho avuto appoggio alcuno, né dagli insegnanti di religione né dal magistero della Chiesa, che è sempre stata latitante e stiamo attenti nel dire che il suo scopo è di includere. Cerchi piuttosto di non allontanare quelli che ha. Ormai non mi scandalizzo più di tanto ma sono veramente disorientata e delusa.

INVERNIZZI: La capisco e posso solo dire che abbiamo attraversato questo lungo periodo dal ’68 a oggi nelle stesse sue condizioni. Alleanza Cattolica nasce nel 1968 contro il sessantottismo e da li siamo arrivati ad oggi ma c’è qualcosa di più grande di ciò che avviene nella storia.

Non so se siete dei cultori de Il Signore degli anelli, in cui ad un certo punto Sem dice a padron Frodo: «C’e qualcosa di buono nel mondo ed è un bene, padron Frodo»; c’è qualcosa che va oltre ciò a cui siamo attaccati ed è un bene che nel caso della Chiesa, che non è un partito e una realtà umana vi sia qualcosa che deve essere preservato.

La Chiesa è il Corpo di Cristo, ovvero una società umana e divina e non può essere trattata come un partito o una organizzazione umana, anche quando ci sono delle espressioni gerarchiche che possono provocare dei dispiaceri. Non c’è vita di un santo che non abbia avuto dispiaceri dai suoi superiori.  Nella Chiesa c’è un qualcosa di misterioso che dobbiamo accettare e credo questa sia la posizione giusta che un cattolico ha di fronte alla Chiesa.

Certo, è difficile ma è come quando Noe viene trovato dai figli ubriaco: lo hanno coperto e non lo hanno deriso o rifiutato. Se un parroco non la pensa bene resta pur sempre il parroco. Si può cambiare parrocchia ma se si pensa bene gli scismi e le eresie sono nati proprio dal fatto che qualcuno ha cominciato a pensare che sarebbe stato giusto fare in un altro modo.

Vorrei poi dire che io insisto sul tema del nazionalismo perché sono di destra e non ho problemi a dirlo ma credo che la destra e il nazionalismo non siano la stessa cosa. Se osserviamo bene la storia europea vediamo che il nazionalismo è una forma di relativismo, proprio perché spezza l’unità dell’Europa e mette i pezzi in contrasto gli uni contro gli altri.

Questa rivisitazione storica è molto difficile e sentimentalmente complicata, poiché anch’io negli anni Settanta andavo in giro col tricolore, che allora rappresentava l’alternativa al comunismo, ma non dobbiamo dimenticare cosa ha rappresentato alla fine del Settecento il tricolore nella storia italiana e da chi è nato.

Come in Francia oggi il tricolore può rappresentare l’alternativa al mondialismo, alla massoneria e alle altre forme di relativismo diffuso pur rappresentando in origine la Rivoluzione Francese, cioè quello che ha distrutto i principi che oggi siamo qui a difendere.  E’ chiaro che bisogna avere molta prudenza. Non andrei mai da mio genero, tenente colonnello dei Carabinieri, a denigrare il tricolore o la Costituzione; certi discorsi sono da fare con molta prudenza e buon senso, perché spesso, come avveniva negli anni Settanta chi difendeva il tricolore difendeva la Patria e faceva benissimo.

Qual è la via di uscita? Che ciascuno si ricompatti dietro il suo tricolore o che tutte queste forze, sovraniste o chiamatele come volete, trovino un’anima comune per costruire un’altra Europa? E dove la possono trovare? Per questo dico di riflettere a partire dalla Grande Guerra, che è l’occasione per capire il dramma dell’Europa: una guerra civile che comincia nel 1914 e finisce nel 1989.

CUBEDDU: Dico due cose.per quanto riguarda il relativismo dobbiamo intenderci sul suo significato. Il fatto che si possano avere opinioni diverse non vuol dire essere relativisti e l’importante è individuare qualcosa di comune a cui riferirsi.

Come passare dall’opinione alla conoscenza mi sembra sia un problema.

Per il filosofo la conoscenza è uno stato e una volta arrivati alla conoscenza sopraggiungono altri problemi. Per il nazionalismo è buono solo quello che va bene al mio paese ma questa è una versione realistica ma un po’ semplicistica perché sostanzialmente ciò significa pensare a qualcosa di autarchico.

Seconda cosa: il disagio espresso nella domanda è vero. In tutto questo disastro dimenticare quella componente del Concilio Vaticano II che ha portato tutto questo disastro sembra esagerato. Non è facile dimenticare Maritain o l’astio che certa parte della Chiesa cattolica ha sempre avuto nei confronti del liberalismo o del mercato.

Ci sono stati tentativi per capire le ragioni della diversità e ciò su cui si poteva essere d’accordo ma c’è stata anche una tendenza, a cominciare da Maritain e la sua sciagurata idea di diritti umani, che ha portato ad esasperare la diversità. Giovanni Paolo II è stato il Papa più aperto, forse perché venendo dalla Polonia aveva visto cos’è il comunismo, all’economia di mercato, poi siamo passati ad un progetto ancor più ambizioso con Benedetto XVI il quale si rende conto che l’Occidente è sostanzialmente diventato un inferno e si chiede come sia possibile uscire dal fatto che la Chiesa si ritrovi a essere o una versione più dolce della teologia della liberazione o una versione più etica dell’economia di mercato.

In questa polarizzazione non risolta sta il dramma.

Invernizzi diceva giustamente che la Chiesa si occupa della salvezza ma quante volte è stato detto che il tema della salvezza è restato molto al margine? Si può raggiungere la salvezza attraverso i diritti umani o l’ecologismo? Talvolta si è avuta questa sensazione. Noi parliamo di dottrina, ma quale dottrina?

Prima sembrava che certe persone finissero per sempre all’inferno, adesso pare che non è così e allora non ci possiamo fidare neppure di questo? Va bene non fidarsi delle ricette economiche ma almeno di qualcosa mi dovrò fidare, o no? In questi ultimi tempi questa incertezza si è accentuata e per un laico come me, molto attento a questi problemi il cambiamento è chiaro e lo dico da un punto di vista filosofico, senza acrimonia ma cercando di capire. Perché c’è stato questo cambiamento?

Si può pensare ad una Chiesa senza l’Occidente? Guardate che si tratta di una scommessa epocale ma questo sembra. Su scala internazionale sembra che la Chiesa abbandoni l’Occidente, entri in contrasto con i cattolici americani, in America meridionale e centrale intere comunità cattoliche passano agli evangelici e altre denominazioni in un crescendo impressionante. All’interno della Chiesa si è scatenata una competizione tra religioni dove alcuni parlano di salvezza e altri di ecologismo.

ANDREA BARTELLONI (MODERATORE): E’ vero, tutti abbiamo vissuto il fatto che un parroco diceva una cosa e un altro l’esatto opposto e noi di parroci purtroppo ne abbiamo passati tanti e ne abbiamo viste di tutti i colori ma ricordiamoci di non confondere lo Spirito  del Concilio con la lettera del Concilio, i commenti di Melloni sul Corriere o l’intervista e l’uscita sul giornale che prende il titolone con il Magistero.

Lo spirito del Concilio è il contrario del testo del Concilio. Ricordo don Pietro Cantoni che ci fece leggere i testi del Concilio Vaticano considerati più controversi ma di controverso non c’era proprio nulla. Però lo “spirito” se ne era impossessato, come si era impossessato anche di molti uomini di chiesa. Un po’ come lo spirito di don Bosco – io vengo da una parrocchia salesiana – dove sembrava dovesse essere tutto un “volemose bene” e poi leggendo don Bosco ci si accorge che è un’altra cosa.

E’ chiaro che i problemi ci sono stati, come pure c’è stata la tentazione da parte di qualcuno di dire me ne vado e farsi testimone di Geova perché eravamo rifiutati dai nostri mentre gli altri, i nemici, erano accolti con tutti gli onori. Però una cosa è il parroco e una cosa il Magistero e anche oggi è così.

Stiamo attenti perché tutti questi spiriti che girano per l’aria qualche volta possono un po’ ubriacare. C’è da soffrire ma tornando al nostro tema ricordo che negli anni Settanta pensare che non saremmo morti rossi era quasi impossibile; auguriamoci di avere un giorno una Europa che prenda in mare quelle radici cristiane che voleva san Giovanni Paolo II e che invece gli fu negato vedere.

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