Globalizzazione, un magistero da ripensare

La Nuova Bussola quotidiana

1 Aprile 2020

Quanto sta accadendo a causa del coronavirus costringe a ripensare il tema della gflobalizzazione, anche per quel che riguarda il magistero. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVi erano prudenti, l’attuale pontefice si è molto lanciato nel globalismo. Ma il prossimo dovrà rivedere tutto il dossier. Ecco come.

di Lorenzo Fontana

È molto probabile che se un domani prossimo venturo il Pontefice allora regnante volesse scrivere una nuova enciclica sociale dovrà riconsiderare alcuni aspetti dell’insegnamento finora seguito, primo fra tutti la valutazione della globalizzazione. L’epidemia da coronavirus ha messo a nudo molte illusioni circa questo fenomeno, ne ha mostrato le crepe, le insufficienze ed anche i pericoli. Quando il magistero sociale della Chiesa ne riparlerà lo farà in modo molto diverso dal passato.

Il tema della globalizzazione era già presente nella Quadragesimo anno di Pio XI, nella Pacem in terris di Giovanni XXIII e nella Populorum progressio di Paolo VI, ma allora non si chiamava ancora così. C’era la netta percezione che esistevano ormai centri di potere transnazionali molto potenti, che la questione sociale si era fatta mondiale, e che il tema dello sviluppo andava affrontato insieme. La globalizzazione era presente anche nella Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II, ma qui a farla da padroni erano ancora i due blocchi dell’Est e dell’Ovest.

La globalizzazione come la conosciamo noi oggi entra solo negli insegnamenti degli ultimi tre pontefici, subendo una decisa accelerazione con papa Francesco. Giovanni Paolo II ne accenna nella Centesimus annus, ma si era allora nel 1991 e non c’era ancora il cablaggio planetario di internet. Ne parla invece molto la Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009 perché ormai la realtà della globalizzazione era entrata nella sua fase matura.

In ambedue i Pontefici l’atteggiamento è di prudenza: il globalismo è sbagliato, la globalizzazione è un processo che va gestito, la globalità intesa come unità del genere umano è cosa buona. Questa, in sintesi, la linea tenuta. La globalizzazione come processo è vista in modo neutro, può essere positiva o negativa in dipendenza da come la si conduce. Come disse Giovanni Paolo II nel 2001: “la globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno”.

La globalità riguarda l’”unità della famiglia umana e del suo sviluppo nel bene”, che diventa il criterio etico fondamentale per orientare e valutare la globalizzazione, come dice la Caritas in veritate n. al 42. Il globalismo è invece l’esasperazione ideologica della globalizzazione e conclude in una piatta oppressione globale gestita da poteri transnazionali anonimi.

“Opporvisi ciecamente sarebbe un suicidio” – afferma Benedetto XVl – perché la globalizzazione è anche “una grande occasione”, bisogna però “correggerne le disfunzioni”, tenendo conto che “presenta grandi difficoltà e pericoli”. Prudenza ed equilibrio, quindi, anche se Benedetto XVI si sbilancia in avanti, proponendo una “vera Autorità politica mondiale” (n. 67): essa dovrà – nientemeno – “essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo” e della “facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni”. Una affermazione da paura dopo l’esperienza del coronavirus.

Con papa Francesco l’adesione della Chiesa alla globalizzazione prende il volo. Si vorrebbe una Schengen universale delle migrazioni, la società globale multireligiosa e multietica viene proposta come bene comune universale, ogni muro e ogni confine è visto come un peccato, si propone una collaborazione mondiale tra tutte le religioni, si stabilisce un progetto di fratellanza universale, si sogna un’unica forma di educazione del cittadino del mondo, si fanno proprie tutte le proposte dell’ONU, si mobilitano i più eterogenei movimenti popolari in una specie di rinnovamento sociale mondiale.

Poi è arrivato il coronavirus. Proprio la globalizzazione lo ha fatto circolare in fretta e si sono dovuti nuovamente erigere i muri delle quarantene. Anche piazza san Pietro e Casa Santa Marta sono state sigillate. Ogni nazione colpita si è dovuta arrangiare da sé e fabbricarsi da sola le mascherine e i ventilatori per la terapia intensiva. Abbiamo dovuto pagarci anche i medici cubani. Ci siamo dovuti rivolgere alle vecchie risorse del volontariato locale e non alla classe transnazionale dei manager globali.

I Paesi europei si sono voltati le spalle reciprocamente. Il patto di stabilità dell’UE è stata abolito senza venire sostituto da nessuna misura comune: ognuno per sé e Dio per tutti. Un significativo aiuto economico è arrivato da Trump, che però è quello dei muri e non dei ponti. Per uscire dalla crisi economica dovremo indebitarci, ma ogni nazione si pagherà il proprio debito, se ce la farà: nessuna compensazione solidale.

Il quadro è cambiato e una futura nuova enciclica dovrà rivedere tutto il dossier: la collaborazione internazionale non ha niente a che fare con la globalizzazione, le nazioni hanno ancora una dimensione naturale irrinunciabile, la sovranità (anche monetaria) degli Stati è sacrosanta perché anche le nazioni hanno diritto alla libertà nel perseguire il proprio bene comune, non esiste una comunità politica mondiale come non esiste un cittadino universale da educare in modo uniforme, la finanza sovranazionale deve essere ricondotta all’economia reale, oltre il consumo va recuperato il risparmio, la famiglia, il popolo, la nazione, le tradizioni, i territori non vanno disarticolati.

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