Pio XII, il “Papa sociale”

Testo della trasmissione andata in onda su Radio Mater il 10 marzo 2020

di Giuseppe Brienza

Introduzione

Uno dei documenti del Magistero della Chiesa del XX secolo più lucidi e “profetici”, anche dal punto di vista storico-politico, è secondo me l’Enciclica “Divini Redemptoris” sul Comunismo ateo, pubblicata il 19 marzo del 1937. Si tratta di un testo di Papa Pio XI, ampiamente predisposto dall’allora segretario di Stato Eugenio Pacelli (1876-1958), futuro Pio XII (1939-1958).

Cito solo un passaggio di chiarezza esemplare, che credo possa far comprendere come abbia avuto ragione, all’inizio (e non alla fine!) del secolo delle idee assassine(Robert Conquest) la Chiesa Cattolica: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana» (n. 58).

Il Magistero successivo sociale di Pio XII pone ripetutamente in guardia contro il pericolo di quello che, in Italia, ha assunto la denominazione di “compromesso storico”. Che oltretutto dal punto di vista della sicurezza sociale, come ha anticipato “profeticamente” Papa Pacelli in tanti suoi discorsi e documenti, finisce per determinare la spersonalizzazione dell’uomo trascinando alla «socializzazione universale» (cioè al comunismo, appunto).

Il “Papa sociale”: un tentativo originale?

Segretario di Stato della Santa Sede dal 1930 al 1939, Eugenio Pacelli visse come noto al fianco di Papa Ratti i tormenti dell’epoca dei totalitarismi. Il comunismo cercava di estendersi in tante parti del mondo con le sue teorie ateistiche e, ancora oggi, tiranneggia milioni di persone.

Con la recente apertura, avvenuta il 2 marzo, degli Archivi Vaticani relativi al periodo del Pontificato di Pio XII, ne è stata ripercorsa quasi esclusivamente l’opera in favore degli ebrei perseguitati e, per questo, seppure in una sintetica trattazione come la presente, ci sembra utile soffermarci sul suo Magistero sociale.

Penso infatti che, per la quantità e qualità dei suoi documenti, si possa tranquillamente attribuire ad Eugenio Pacelli il titolo di Papa sociale, in riferimento appunto all’importante e vasto contributo dato alla Dottrina sociale della Chiesa(DSC) del XX e XXI secolo. Il mio tentativo ambisce però ad essere originale perché, per valorizzare l’apporto del Magistero pacelliano sui temi della pace, della società, della famiglia e dello Stato, riprenderò alcuni brani tratti da quattro Encicliche di Pio XII di taglio specificamente teologico-ecclesiale e, pertanto, ricorrerò a documenti ormai poco o nulla citati e, direi, quasi misconosciuti a chi presenta/divulga contenuti in merito tratti dalla DSC.

La causa di beatificazione

Ma veniamo prima ad accennare a qualche dato anagrafico del Venerabile Pio XII, al secolo Eugenio Maria Giuseppe Pacelli, nato a Roma il 2 marzo 1876 e morto a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958. Durante i vent’anni del suo Pontificato (dal 1939 al 1958) ha scritto ben 41 Encicliche, nessuna delle quali “monograficamente” sociale come s’intende oggi.

Impartì nondimeno importanti insegnamenti di Dottrina sociale della Chiesa attraverso discorsi e messaggi, in particolare quelli radiofonici in occasione delle festività Natalizie. Nel 1964, quando a 6 anni dalla sua morte Paolo VI inaugurò la statua di Pio XII che è ancora posta all’ingresso della Basilica di S. Pietro, un’opera drammaticamente espressiva dello scultore siciliano Francesco Messina, espresse dei contenuti davvero sentiti anche perché frutto di una esperienza personale e diretta della figura e dell’operato di Papa Pacelli.

Disse fra l’altro: «Noi fummo testimoni ammirati…dell’assoluta dedizione al suo apostolico ufficio, da lui compreso e meditato con insonne coscienza; testimoni della mitezza dell’animo suo…testimoni della sua inappuntabile pietà religiosa, non troppo propensa per verità alle celebrazioni esteriori del culto, ma rivolta piuttosto a intime effusioni ed a personale osservanza; testimoni ancora dell’incomparabile vigore del suo ingegno, della eccezionale potenza della sua memoria, dell’ammirabile versatilità del suo spirito, della sua fenomenale resistenza al lavoro nonostante le esili membra e la gracile salute; testimoni della rara sua capacità ad avvertire ed a curare le piccole cose relative alla perfezione sostanziale e formale del suo lavoro, con la simultanea e sempre vigilante attenzione alle grandi cose, in cui era impegnata la sua attività».

Non a caso fu proprio Papa Montini che aprì, tre anni dopo nel 1967, il processo diocesano per la causa di beatificazione e canonizzazione di Pio XII. Nel 1990, con decreto firmato da San Giovanni Paolo II, Pacelli è stato quindi proclamato Servo di Dio e, nel 2009, Benedetto XVI ne ha firmato il decreto che ne riconosce l’eroicità delle virtù, affidando contestualmente il lavoro per il prosieguo del processo alla Compagnia di Gesù.

Il prossimo 19 dicembre 2020, quindi, celebreremo l’XI anniversario del riconoscimento ufficiale delle virtù eroiche e della conseguente venerabilità di Eugenio Pacelli. Per approfondire la figura del “Pastor angelicus”, come è definito Pacelli nel noto documentario del 1942, sono disponibili sul sito della Postulazione della causa di beatificazione e canonizzazione www.papapioxii.it, numerosi audio originali come i radiomessaggi tratti dagli archivi della Radio Vaticana e preghiere e testi del Pontefice.

Il sito internet dedica anche una sezione ai «Fioretti di Pio XII», brevi testimonianze di collaboratori e familiari, raccolte dalla Postulazione, che incorniciano episodi della quotidianità lontani dalle occasioni solenni: dalla penicillina urgente in dono, presa dall’appartamento privato, alla scelta di restare «al freddo come i suoi figli» nell’inverno 1943, dalla speciale devozione per san Giuseppe a Pio XII e il “confessore di Roma” padre Felice Maria Cappello.

Chiunque riceva grazie o favori dal Venerabile Pio XII è pregato di darne comunicazione al Postulatore scrivendo a:

Curia Generalizia della Compagnia di Gesù

Borgo Santo Spirito, 4 00193

ROMA

Posta elettronica: info@papapioxii.it.

Gli Archivi del Pontificato di Pio XII

Nella ricorrenza degli ottant’anni dall’elezione a Sommo Pontefice del Venerabile Pio XII, il 2 marzo 1939, Papa Francesco ha deciso l’apertura totale degli archivi e della documentazione prodotta durante il suo Pontificato, parte della quale era stata già resa consultabile agli studiosi sia da Paolo VI sia da Giovanni Paolo II. Si tratta di due milioni di carte per un equivalente di circa 323 metri lineari e, oltre 150, sono gli studiosi provenienti da tutto il mondo che, in questi primi giorni, hanno fatto richiesta di consultazione.

Nonostante l’importanza di queste fonti e dei conseguenti studi e riletture che ne conseguiranno, mi pare opportuno richiamare quanto Papa Montini, inaugurando la statua di Pio XII in Vaticano, disse a proposito del suo Magistero, esprimendosi con una frase coincisa ma estremamente significativa: «Seguire gli insegnamenti e gli esempi [di Eugenio Pacelli] sarà conforto» per tutti i fedeli.  

Disponendo l’apertura il 2 marzo degli Archivi Vaticani per il periodo 1939-1958, a coronamento di un lavoro di quasi tredici anni necessario per ultimarne la paziente e scrupolosa preparazione, Papa Bergoglio ha manifestato – lo crediamo fermamente – la sua più alta stima nei confronti di Eugenio Pacelli.

Nel Discorso pronunciato il 4 marzo del 2019 agli Officiali dell’Archivio Vaticano, ne ha ricostruito la genesi ed i possibili effetti con queste parole: «Assumo questa decisione sentito il parere dei miei più stretti Collaboratori, con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni. […] La Chiesa non ha paura della storia, anzi, la ama, e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio! Quindi, con la stessa fiducia dei miei Predecessori, apro e affido ai ricercatori questo patrimonio documentario».

Anche Benedetto XVI, nel 2008, colse con parole molto belle la radice della personalità spirituale e della dottrina di Eugenio Pacelli: «Tutto nasceva dall’amore per il Suo Signore Gesù Cristo e dall’amore per la Chiesa e per l’umanità. Egli infatti era innanzitutto il sacerdote in costante ed intima unione con Dio, il sacerdote che trovava la forza per il suo immane lavoro in lunghe soste di preghiera davanti al santissimo Sacramento, in colloquio silenzioso con il suo Creatore e Redentore. Da lì traeva origine e slancio il suo Magistero, come d’altronde ogni altra sua attività».

Il “silenzio” sulla persecuzione degli ebrei

Ancor oggi, come detto in principio, quando si parla del Venerabile Pio XII si solleva la questione del suo presunto “silenzio” durante la tragedia dell’Olocausto. Anche se gli storici seri, di qualsiasi orientamento ideologico e di appartenenza religiosa, hanno mostrato l’infondatezza di questa critica, l’argomento rischia di far trascurare altri aspetti importantissimi dell’attività e del Magistero di questo Papa.

Da questo punto di vista penso si possa parlare riguardo a Pacelli di un martirio, postumo, della memoria, laddove si assiste ad una ingiusta, spesso calunniosa leggenda nera (o damnatio memoriae) di Pio XII, il che confligge coi più basilari principi ed elementi dell’incontrovertibile verità storica.

Dagli Archivi Vaticani, dunque, come emerge la figura di Papa Pacelli e il suo impegno, o disimpegno, nei confronti degli ebrei avviati nei campi di concentramento nazionalsocialisti e destinati all’Olocausto? Certamente, chi voleva ascoltare da questo Pontefice parole chiare e nette contro l’ideologia hitleriana, non le ascoltò. Ma questo perché Pio XII preferì tacere e agire.

Dagli atti della Gendarmeria Vaticana non c’è ombra di dubbio che l’opera di salvataggio che fece per assistere tanti ebrei è assolutamente dimostrata. Così come l’asilo ai militari scappati dai campi di prigionia e, dopo la Liberazione di Roma, anche ai militari tedeschi. A un certo punto, in Vaticano c’erano militari alleati e militari tedeschi, ospitati nella caserma della Gendarmeria, posti tutti sotto la protezione del Papa.

La più lampante dimostrazione della grandiosa opera di Papa Pacelli in favore degli ebrei è la vicenda storicamente accertata del tentato progetto di Adolf Hitler di far rapire Pacelli. Lo ha scritto chiaramente nei suoi diari da Joseph Goebbels, uno dei più importanti gerarchi nazionalsocialisti e ministro della Propaganda del Terzo Reich.

Nei documenti già pubblicati diversi anni fa dall’Archivio della Gendarmeria Pontificia, a cura del medico, storico e scrittore Cesare Catananti, già direttore del policlinico Gemelli di Roma, è descritta persino la dinamica dell’auspicato blitz tedesco in Vaticano. Lo studioso ne ha tratto il volume Vaticano nella tormenta, appena pubblicato dalle Edizioni San Paolo.  

Goebbels riferisce di un incontro con Hitler il giorno successivo alla caduta di Mussolini, il 26 luglio 1943. Visto che dopo la caduta di Mussolini il Vaticano confinava direttamente con il Terzo Reich, quella stessa sera Hitler disse: «Ora basta! Dobbiamo invadere il Vaticano e prendere il Papa e arrestare anche il Re d’Italia». E successivamente Karl Wolff, il capo delle SS in Italia, dichiarò che il Führer lo aveva chiamato per preparare un’organizzazione che invadesse il Vaticano e prendesse il Pontefice. Non è chiaro poi perché il progetto non si concretizzò.

Famiglia, comunità locali e Stato: uniti in nome della sussidiarietà

Venendo ora allo specifico Magistero sociale di Pio XII, spesso dimenticato anche in non pochi manuali o “compendi” di Dottrina sociale della Chiesa, vale la pena partire da quanto affermato da un insigne esperto, vale a dire padre Raimondo Spiazzi (1918-2002). Secondo il noto teologo domenicano, infatti, discorsi e radiomessaggi di Pio XII hanno arricchito notevolmente il patrimonio della DSC, rappresentando negli anni del secondo dopoguerra uno «dei solidi fondamenti per la ripresa morale e civile dopo la catastrofe bellica» (Dottrina Sociale della Chiesa, Vivere In, Roma 1989, p. 150).

Il più importante dei radiomessaggi, per il suo carattere sistematico, è quello natalizio del 24 dicembre 1942, che Papa Pacelli rivolse a tutti gli uomini di buona volontà dei Paesi in guerra. Il punto centrale dell’allocuzione pontificia risiedeva nell’auspicio di «una profonda reintegrazione dell’ordinamento giuridico» che, secondo il Pontefice, poteva realizzarsi solo col tendere alle seguenti fondamentali mete sociali e politiche:

– la promozione della Dignità e diritti della persona umana;

– la difesa dell’unità sociale e particolarmente della famiglia;

– la riaffermazione della Dignità e delle prerogative del lavoro;

– l’edificazione di una concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano.

Dal radiomessaggio della Vigilia di Natale del 1942 derivò il lavoro della “Settimana di studio” di Camaldoli, convocata dal 18 al 24 luglio 1943 per un gruppo di intellettuali cattolici (laici e religiosi), che si riunì presso il locale monastero benedettino sotto la guida di mons. Adriano Bernareggi (1884-1953), allora assistente ecclesiastico dei laureati dell’Azione Cattolica.

L’intento era quello di confrontarsi e riflettere sulla Dottrina sociale della Chiesa e sui problemi della società, richiamando quindi l’imprescindibile ruolo nella ricostruzione dell’Europa della cellula fondamentale della società, la famiglia, definita da Papa Pacelli secondo una formula molto significativa: «insostituibile cellula del popolo».

Secondo il giudizio “profetico” del Venerabile, per reintegrare la famiglia nella sua funzione essenziale, la politica e la società dovevano perseguire assieme i seguenti obiettivi:

1) il rifiuto di «ogni forma di materialismo»;

2) la difesa della «indissolubilità del matrimonio»;

3) la creazione di tutte le condizioni socioeconomiche e giuridiche affinché la famiglia «possa attendere alla missione di perpetuare nuova vita e di educare i figli in uno spirito, corrispondente alle proprie vere convinzioni religiose»;

4) la rinnovata alleanza tra lo Stato – in particolare il sistema d’istruzione pubblica – e le famiglie, ripristinando «quel vincolo di fiducia e di mutuo aiuto, che in altri tempi maturò frutti così benefici, e che oggi è stato sostituito da sfiducia».

Si capisce, insomma, come per Papa Pacelli (ora come allora!) al centro di qualsiasi progetto di ricostruzione morale e materiale non può che esserci la famiglia, perché se essa è sana, di conseguenza la società e lo Stato possono sanamente funzionare…

Nei suoi documenti sociali Papa Pio XII indicava l’ordine di priorità secondo il quale avrebbero dovuto intervenire, a protezione dell’individuo, i fattori della sicurezza sociale, e cioè:

1) la famiglia,

2) gli organismi professionali e locali,

3) lo Stato.

La destinazione universale dei beni

Dopo quello di sussidiarietà, nell’Enciclica Sertum Laetitiae, pubblicata immediatamente dopo la sua elezione al soglio di Pietro nel 1939 nel 150° anniversario dell’istituzione della Gerarchia Ecclesiastica negli Stati Uniti, Pio XII poneva al centro della risoluzione della questione sociale l’altro dei principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa, ovvero la destinazione universale dei beni.

Il punto fondamentale della questione sociale, affermava Papa Pacelli in questo documento,era infatti «che i beni da Dio creati per tutti gli uomini equamente affluiscano a tutti, secondo i principi della giustizia e della carità. Le memorie di ogni età testimoniano che vi sono sempre stati ricchi e poveri; e l’inflessibile condizione delle cose umane fa prevedere che così sempre sarà» (1).

È compito quindi delle persone maggiormente abbienti, prosegue Pacelli, assolvere all’«ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito e la cui mano – così possono sperare – li condurrà negli eterni tabernacoli» (2).

Oltre al dovere individuale della solidarietà sociale, il canale più efficace di destinazione universale dei beni è costituito dall’equo salario, quantificato in salario familiare quando diretto ad un lavoratore sul quale gravano carichi di famiglia. Anche in questo caso il primo richiamo di Pio XII è alla responsabilità personale dei datori di lavoro e di«quanti possiedono con larghezza fondi e mezzi pecuniari».

I quali devono «aiutare i bisognosi, per ragione ancor più grave devono agli stessi dare il giusto. Gli stipendi degli operai, come è conveniente, siano tali che bastino ad essi e alle loro famiglie. […]. Avvenga che ognuno il quale sia in forze ottenga l’equa possibilità di lavorare per guadagnare per sé e per i suoi il vitto quotidiano.[…] La sapienza dei reggitori, una lungimirante larghezza da parte dei datori di lavoro, insieme con il ristabilimento di più favorevoli condizioni esterne, […]facciano sì che tali giusti desideri trovino compimento a vantaggio di tutti» (3).

Il primo rimedio contro la corruzione pubblica

Nell’Enciclica Divino Afflante Spiritu sulla promozione degli studi biblici, pubblicata nel 1943, Pio XII fornisce quello che definirei il primo rimedio alle ingiuste disuguaglianze e alla corruzione pubblica, cioè la conoscenza e l’esempio della Santa Umanità di Gesù Cristo. Se il sistema educativo, politico e legislativo degli Stati fosse ricondotto a Colui «che insegna a tutti tanto alle autorità quanto ai sudditi la vera onestà, l’incorrotta giustizia e la generosa carità», ne seguirebbe automaticamente, insegnava Pacelli, il più «stabile fondamento e sostegno di pace e di tranquillità, poiché “altro fondamento non si può gettare fuor di quello che già è stato posto, cioè Cristo Gesù” (1 Cor. 3, 11). Di questo autore della salute, che è Cristo, gli uomini tanto più piena conoscenza avranno, tanto più ardente amore concepiranno […] e infine tutti impareranno Cristo “che è capo di ogni principato e potestà” (Col. 2, 10)» (4).

Autorità e servizio: indispensabili alle società di tutti i tempi

Nell’Enciclica Mediator Dei sulla liturgia, pubblicata nel 1947 da un Pio XII il cui insegnamento, ricordiamolo, è stato «la spina dorsale del Concilio Vaticano II» (5), troviamo chiare indicazioni sulla configurazione gerarchica della Chiesa che, riportate nella società temporale, richiamano uno dei principi meno ricordati oggi della DSC, vale a dire quello dell’autorità.

Ma se la Chiesa rimane, come insegnava dopo Pacelli anche San Paolo VI, una «società giuridica, organizzata, visibile, perfetta» (6), essa esige perciò stesso una sua propria linea di autorità e conseguente gerarchia.

«Se tutte le membra del Corpo Mistico partecipano ai medesimi beni e tendono ai medesimi fini– scriveva in tal senso il Venerabile Pio XII –, non tutte godono dello stesso potere e sono abilitate a compiere le medesime azioni.[…] Ai sacerdoti, dunque, deve ricorrere chiunque vuol vivere in Cristo, perché da essi riceva il conforto e l’alimento della vita spirituale[e]la benedizione che consacra la famiglia. […]Procurate, dunque,[…] che templi edificati dalla fede e dalla pietà delle generazioni cristiane nel decorso dei secoli[…], siano il più possibile aperti ai sempre più numerosi fedeli[…].Soltanto così potrà avvenire che tutta l’umana famiglia si pacificherà nell’ordine» (7).

La libertà di coscienza, antidoto ad ogni ideocrazia

Uno dei punti sui quali ritorna il Magistero sociale di Pio XII è quello della libertà di coscienza. Papa Pacelli non smette di ricordare, in un’epoca di totalitarismi come quella da lui vissuta, quella sfera riservata che è dominio invalicabile della coscienza, che nessuno può e deve violare, nemmeno lo Stato, nemmeno l’autorità internazionale. Una sfera dalla quale derivano diritti e doveri inviolabili, legittimi e irrevocabili, che trovano nondimeno un limite e una qualifica in quelli prioritari dello spirito, cioè nei superiori diritti di Dio.

Solo nel primato di Dio e della legge morale naturale, quindi, si rinviene l’elemento più alto della dignità della persona umana. Nell’Enciclica Humani Generis sull’ortodossia della Dottrina Cattolica, pubblicata nel 1950, Pio XII spiega la necessità di fondare quindi l’ordine civile sulla legge naturale. La norma di comportamento individuale e collettiva, infatti, non può che originare da Dio e, pertanto, si sbagliano di grosso, come conferma la storia, coloro i quali credono in una possibile “morale laica”.

Scriveva in propositoil Pontefice oggi Venerabile: «I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale, […] sono sempre stati origine e causa di fortissimo dolore, ma specialmente oggi, quando vediamo come da ogni parte vengano offesi gli stessi principi della cultura cristiana.[…] Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l’ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione» (8).

Con mezzo secolo di anticipo, inoltre, Pio XII delinea quella degradazione della ragione umana che, per usare la felice definizione di Giuliano Ferrara, è definita la “dittatura del desiderio”. Nel raggiungere la sua felicità naturale, infatti, l’intelletto umano se disancorato dalla Fede non può che incontrare ostacoli derivanti dalle «cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi “non vogliono che sia vero”. Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore» (9).

Conclusione  

Pio XII durante il suo Pontificato si donò completamente alla Missione ricevuta da Cristo. Nonostante il suo carattere solitario e la proverbiale discrezione e riservatezza non mancò d’incontrare personalmente una quantità e una varietà enorme di persone e, questo, non solo durante l’Anno Santo del 1950.

Per esempio, nel 1952 le persone ricevute in udienze furono quasi mezzo milione: orfani e mutilati di guerra, contadini, minatori, sportivi, giornalisti e psicologi, medici, artisti, astronomi… L’apertura degli archivi su Pio XII potrà aiutare la sua causa di beatificazione. Preghiamo per questo e chiediamo al grande Papa di suggerire alla Chiesa italiana la modalità migliore per aiutare i laici cristiani a ricostruire il tessuto economico, sociale e morale della Nazione, duramente provato da questi duri tempi di emergenza sanitaria e civile.

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Bibliografia

Articoli

Andrea Riccardi, Gli spazi del Papa, in L’Osservatore Romano, 2 febbraio 2020, p.4.

Libri

Don Ennio Innocenti, Presenza di Pio XII nel Vaticano II, Ed. Apes, Roma 1968;

suor Margherita Marchione, Pio XII. Architetto di pace, Piemme, Casale Monferrato 2002;

Alberto De Marco-Duilio Paoluzzi,Eugenio Pacelli Pio XII, PagineEd., Roma 2006;

suor Margherita Marchione, Eugenio Pacelli Pio XII, Bibliotheca Ed., Roma 2007;

Mons. Vitaliano Mattioli, L’eredità di Pio XII, Fede & Cultura, Verona 2008;

Giuseppe Brienza: Il Magistero di Pio XII e l’ordine sociale(Prefazione di Francesco Mario Agnoli, Fede & Cultura, Verona 2012.

Siti internet

Sito ufficiale della Causa di Canonizzazione di Papa Pio XII: www.papapioxii.it.

Video  

Pio XII, il Pastor Angelicus eletto il giorno del compleanno: https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2018-03/video-sull-anniversario-nascita-ed-elezione-pio-xii.html.

Note

1) PioXII, Lettera Enciclica Sertum Laetitiaenel 150° anniversario dell’istituzione della Gerarchia Ecclesiastica negli Stati Uniti d’America, Città del Vaticano, 1° novembre 1939.

2) Ibid.

3) Ibid.

4) Pio XII, Lettera Enciclica Divino Afflante Spiritu sul modo più opportuno di promuovere gli studi Biblici, Città del Vaticano, 30 settembre 1943.

5) Don Ennio InnocentiPresenza di Pio XII nel Vaticano II, Ed. Apes, Roma 1968, p. 13.

6) Paolo VI, Udienza generale, Città del Vaticano 25 maggio 1966.

7) PioXII, Lettera Enciclica Humani Generis circa alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della Dottrina Cattolica, Città del Vaticano, 20 novembre 1947.

8) Pio XII, Lettera Enciclica Mediator Dei sulla Sacra liturgia, Città del Vaticano, 22 agosto 1950.

9) Ibid

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