E’ lecito oggi, nella chiesa, dirsi "tradizionalisti" ?

santa_messaFides Catholica n. 1-2011

Breve nota su tradizione e tradizionalismo

di Fabrizio Cannone

1. Introduzione

«Dubitare del progresso è l’unico progresso», asseriva provocatoriamente il grande pensatore colombiano Nicolàs Gòmez Davila (1). Il progresso delle conoscenze e del sapere, che si è avuto negli ultimi 2-3 secoli, è reale, ma non comporta affatto una automatica elevazione morale o civile dell’umanità: il tema, assai complesso, richiederebbe, per darne davvero conto, tutta una storia e un’accurata analisi, che qui è impossibile e perfino inutile.

La moltiplicazione delle conoscenze ha, tra l’altro, moltiplicato i lemmi del vocabolario, o almeno li ha diversificati: mentre se ne sono aggiunti di nuovi, tanti altri tendono a invecchiare e quasi a sparire sia nell’uso che nelle scritture dotte.

Certe parole poi, certe espressioni e certe etichette, atte a designare qualcosa o qualche idea, in positivo e in negativo, sono diventate strumenti della battaglia politica e ideologica, già da vari decenni, e questo lo sappiamo tutti. La mass-mediocrazia, che è una conseguenza scontata della tecnocrazia contemporanea (2), ha ampliato il fenomeno, mostrando il lato oscuro dell’aumento delle conoscenze sopra ricordato: l’aumento, paradossalmente parallelo, del semplicismo, della retorica di bassa lega e degli slogan da mandare a memoria e poi usare “al momento giusto”.

Cioè l’aumento – direttamente proporzionale all’indubitabile aumento del sapere popolare avutosi in epoca moderna e contemporanea (con il tramonto dell’analfabetismo, per esempio) – dell’ignoranza sotto la forma inedita di confusionismo, di relativismo antropologico ed etico, di sincretismo epistemologico, o di puro caos mentale.

L’ambito religioso non ha fatto eccezione a questa situazione binaria di approfondimento persino parossistico da un lato (si pensi a certa esegesi scientifica o a certe tesi ultra-specialistiche di teologia su un solo versetto biblico!) e dall’altro la marea, anzi l’oceano sconfinato di ignoranza religiosa dei cristiani, così caratteristica del nostro tempo.

Molti, tra cui ci pare di ricordare anche l’eminentissimo cardinal Siri, hanno giustamente lamentato il fatto che mai la Bibbia sia stata così letta come oggi, o almeno così acquistata, e mai d’altro canto sia stata così negletta, cioè poco praticata. Ma se è poco praticata e poco vissuta, significa che la sola lettura della sola Scrittura non basta a diventare più “biblici” o “evangelici”…

Nell’ambito strettamente teologico, l’incidenza del “progresso” linguistico e culturale si è fatta sentire con la nascita dell’ecclesialese e di espressioni “teologicamente corrette” (ma religiosamente vane, ambigue o eterodosse) (3). Spiegarne il potenziale di ambiguità significherebbe abusare della pazienza del lettore, limitiamoci dunque a citare alcune espressioni più note: apertura al mondo, tolleranza, dialogo, pluralismo, aggiornamento, liberazione, pastorale, partecipazione attiva, etc.

Sull’uso scorretto e inibente delle parole, nell’ambito della teologia contemporanea, notava tempo fa l’ottimo domenicano, padre Cavalcoli: «In un ambiente inquinato dall’eresia (…) facilmente sono gli ortodossi che possono far la figura dei devianti; magari non si arriva al punto di spudoratezza di chiamarli “eretici”, ma eventualmente con nomignoli infamanti, nell’inventare i quali i buonisti mostrano una fertile fantasia, come per esempio “fondamentalista”, “conservatore”, “reazionario”, “interista”, “tradizionalista”, “intransigente”, “preconciliare”, “destrorso”, ecc.» (4).

Di questi termini si potrebbe fare una microstoria e ad essi si potrebbero aggiungere, nello stesso senso, gli ormai desueti, “bigotto”, “guelfo”, “papista”, “papalino”, “codino” ed altri ancora. Il termine che qui interessa è uno solo, e coincide con quello, a nostro avviso, di maggior spessore teologico, storico e concettuale tra tutti: quello di tradizionalista.

2. Concetto cattolico di Tradizione

Sul concetto di Tradizione ci limitiamo per brevità ad alcuni cenni. Secondo una testo sempre autorevole, la Tradizione «con la Bibbia è una delle due fonti della Rivelazione divina e può essere definita: “La predicazione o trasmissione orale di tutte le verità (rivelate da Cristo agli Apostoli o lor suggerite dallo Spirito Santo), mediante il magistero sempre vivo e infallibile della Chiesa, assistita dallo Spirito di verità”» (5).

Importante in proposito è la chiarificazione, in funzione anti-ereticale, apportata ormai quasi mezzo secolo fa dal Concilio: «È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere» (DV 10).

Il libro che parla meglio della Tradizione, tra i più recenti, è senza dubbio quello di don Bernard Lucien (6) a cui ci ispiriamo per le righe seguenti. Scrive il Lucien che «secondo l’istituzione divina tre elementi legati tra loro o piuttosto correlati e però distinti intervengono nella trasmissione del deposito rivelato: la Tradizione, la Sacra Scrittura, il Magistero della Chiesa» (7).

L’autore nota giustamente che «se è (…) facile precisare, in un primo approccio, ciò che è la Sacra Scrittura e ciò che è il Magistero, è molto più difficile dire cos’è la Tradizione divina, perché questo vocabolo, anche entro il solo perimetro dell’uso cattolico, comporta molte accezioni» (8).

All’interno di un capitolo accuratamente argomentato, il Lucien arriva a dare una definizione della Tradizione, come si usava con le “tesi” proposte dai teologi di una volta. Eccola: «La Tradizione divina nel senso più stretto, e intesa attivamente, è la conservazione e la trasmissione continue e divine della Rivelazione, a partire dagli Apostoli, attraverso la predicazione orale e la fede della Chiesa, cioè con un mezzo distinto dalla Sacra Scrittura» (9).

Il Lucien nelle pagine seguenti spiegherà il senso e la portata del dogma della uguale autorità della Scrittura e della Tradizione – contro il biblicismo sempre rinascente e contro l’idea luterana che la lettura della Bibbia sia indispensabile per tutti per una vita di fede – mostrando poi che «la Tradizione possiede una certa priorità sulla Sacra Scrittura, dal punto di vista dell’inter-pretazione» (10).

Il tradizionalismo di cui parliamo, dunque, pur se rimanda, e a giusto titolo, all’idea tutta cattolica di Tradizione, non ne è un semplice derivato culturalmente neutro, ma si colora al giorno d’oggi di valenze identitarie, spirituali, teologiche e soprattutto liturgiche che gli provengono dalla storia recente e dall’uso che ne è stato fatto da parte di alcuni cattolici nel periodo post-conciliare. Uso, come vorrebbe dimostrare questo scritto – che ha questo chiarimento quale sua causa finale -pienamente legittimo e in nulla contrario alla verità, cioè alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero della Chiesa.

3. La parola tradizionalismo (o tradizionalista) nel magistero ottocentesco

Sappiamo tutti che fare teologia sui dizionari non è scevro da pericoli, soprattutto per il rischio di rinviare costantemente il necessario e correlato approfondimento… alle calende greche! Tuttavia servirsene al bisogno non pare in sé censurabile, ed è da almeno un paio di secoli, cosa ordinaria per docenti, studiosi e studenti di teologia.

Sul Denzinger (11) il termine tradizionalismo compare solo 3 volte e sempre in riferimento alla filosofia di Bautain e Bonnetty (12), filosofia che nulla ha a che fare con l’uso che ne viene fatto oggi per indicare una data sensibilità ecclesiale, che la si approvi o meno.

Il testo fa una stringata sintesi dei fatti: «Louis-Eugène-Marie Bautain, professore a Strasburgo e direttore del seminario arcivescovile, fu rimosso dal suo ufficio da Le Pappe de Trévern, vescovo di Strasburgo, per sospetto di fideismo e tradizionalismo. Il 15 sett. 1834 il vescovo di Strasburgo emanò un’istruzione pastorale (Advertissement) per il suo clero. Egli pose al posto di 6 domande, a cui Bautain doveva rispondere, 6 tesi della dottrina cattolica, che il 18 nov. 1835 furono sottoscritte da Bautain e dal suo circolo a Strasburgo (…).

Una lettera del 21 sett. 1837 al suo vescovo, in cui Bautain spiegava le sue asserzioni, fu occasione di nuovi sospetti. Correva il pericolo che venisse condannata la sua opera La philosophie du christianisme (Strasbourg 1835). Per evitare tale pericolo Bautain l’8 sett. 1840 sottoscrisse di nuovo in presenza del vescovo coadiutore A. Ràss 6 tesi, il cui testo si discosta lievemente da quello delle tesi del 18 nov. 1835. per ottenere il riconoscimento di una comunità religiosa da lui fondata, Bautain infine, il 26 aprile 1844 sottoscrisse per ordine della S. Congregazione dei vescovi e dei religiosi una terza formula (…). Le tesi 1-5 delle formule del 1835 e 1840 furono adoperate dalla S. Congregazione dell’Indice in occasione del processo Bonnetty» (13).

Il tradizionalismo dei padri Bautain e Bonnetty, che comunque si sottomisero alla Chiesa, dando così un bell’esempio di obbedienza e fedeltà, era un errore, o almeno una tendenza erronea di stampo filosofico-culturale, assai simile al fideismo. Un autore lo definisce così: «È la dottrina filosofico-religiosa, secondo la quale una rivelazione primitiva fu assolutamente necessaria al genere umano, non solo per acquistare la conoscenza delle verità di ordine soprannaturale, ma anche delle verità soprasensibili, cioè delle verità fondamentali di ordine metafisico, morale e religioso: esistenza di Dio e concetto di essere, spiritualità ed immortalità dell’anima, vita futura, legge morale obbligatoria, ecc.

Tale rivelazione giunge ad ogni uomo per tradizione, cioè attraverso l’insegnamento orale e sociale, che deve essere accettato per fede: la società è l’organo della rivelazione primitiva. Indipendentemente dalla rivelazione divina l’uomo non può avere nessuna conoscenza» (14).

Gli attuali cattolici-tradizionalisti, evidentemente, non solo non dipendono in nulla da questa impostazione filosofica, ma ne sono a tutta prova, i più intrepidi avversari (15). Ma perché questi due filosofi di tendenza fideista-ontologista furono chiamati tradizionalisti? Ciò si spiega con la loro idea che senza la tradizione, o rivelazione primitiva, sarebbe impossibile arrivare a Dio e ammettere i cosiddetti preambula fidei.

Tra le tesi sottoscritte da Bautain nel 1844, la n. 4 è una promessa a non insegnare «che la ragione non possa acquisire una vera e piena certezza dei motivi di credibilità, cioè di quei motivi che rendono la rivelazione divina evidentemente credibile, come lo sono particolarmente i miracoli e le profezie, e soprattutto la risurrezione di Cristo» (Denz. 2769).

Tutti gli attuali cattolici-tradizionalisti concordano colla condanna romana, ed anzi lo spirito tradizionalista è sorto proprio in reazione alle deviazioni teologiche, filosofiche e liturgiche del post-Concilio, tra cui non erano affatto assenti errori come questi.

In conclusione per misurare la distanza tra quel tradizionalismo (filosofico) e il nostro, basti dire che «La Chiesa ebbe ancora di mira il tradizionalismo, o per lo meno il suo spirito, nell’enciclica Pascendi» (16). Ebbene, questo fondamentale documento, il più importante del Pontificato di s. Pio X e uno dei più rilevanti nel magistero degli ultimi secoli, costituisce, come noto, l’anima della nostra difesa della Tradizione cattolica integrale, del nostro tradizionalismo, contro ogni modernismo, antico o contemporaneo.

4. Uso del termine nel magistero da san Pio X ad oggi

Papa S. Pio X, per la sua condanna solenne del modernismo e per la sua fulgida santità – oggi vilmente attaccata da autori legati al neo-modernismo – costituisce indubbiamente un punto di riferimento per tutti i veri cattolici. Per noi tradizionalisti lo è in modo speciale (17). La battaglia della sua vita, e il momento più luminoso della sua virtù eroica, si ebbe proprio nella lotta epocale contro il modernismo “cattolico”.

Ancora a pochi mesi dalla morte, a vari anni dalla Pascendi, scriveva: «Un altro dolor piuttosto, che mi turba ed angustia, è il diffondersi spaventoso del modernismo, specialmente nel clero secolare e regolare; un modernismo teorico in pochi, ma nei più pratico, che però trascina alle medesime conseguenze del primo, all’indebolimento e alla perdita totale della fede, In questo è l’avversario terribile che affigge la Chiesa e il papa e contro il quale devono combattere i buoni per mantenere intatto il deposito della fede e salvare tante anime che corrono alla rovina» (18).

Nella dimenticata Lettera Notre charge apostolique (19)  circa «la dottrina sociale del Sillon e il miraggio di una falsa democrazia» (20) del 25 agosto 1910, Papa Sarto, verso la fine del mirabile testo afferma: «Siano persuasi [i sacerdoti] che la questione sociale e la scienza sociale non sono nate ieri; che in ogni tempo la Chiesa e lo Stato felicemente d’accordo hanno suscitato a questo fine feconde organizzazioni; che la Chiesa, la quale non ha mai tradito il benessere del popolo con alleanze compromettenti, non ha da staccarsi dal passato e che basta riprendere con l’aiuto dei veri operai della restaurazione sociale le organizzazioni sciolte dalla Rivoluzione e adattarle, nello stesso spirito cristiano che le ha ispirate, al nuovo ambiente creato dall’evoluzione materiale della società: perché i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti».

Questa frase non ha bisogno di lunghi commenti. Secondo il grande pastore, ci sono degli amici del popolo dichiarati ma solo apparenti e ci sono al contrario dei veri amici del popolo, che forse sono meno apparenti o appariscenti, ma hanno in questa vera amicizia molta più consistenza dei primi. Tra i falsi amici vi sono i rivoluzionari e gli innovatori, tra i veri amici i tradizionalisti. È chiaro che chi ama il popolo veramente, da vero amico, è anche per forza di cose amico di Dio, e chi non ama Dio non sarà mai vero amico del popolo, cioè dei fratelli in umanità.

Nei Pontificati successivi, da Benedetto XV a Giovanni Paolo II, l’uso del termine tradizionalista, salvo meliori judicio, non risulta. Almeno non risulta nel senso culturalmente forte e pregnante in cui lo utilizzò Papa Sarto.

In tempi recentissimi, invece, a oltre 40 anni dalla chiusura del Concilio il termine è ritornato in uso, collegato specialmente con il motu proprio Summorum Pontificum (7.7.07) e con il movimento che difende la legittimità e la priorità dogmatica, anche dopo la riforma liturgica del 1969-70, della liturgia tradizionale (21). Nel Decreto di erezione della parrocchia della SS. Trinità dei Pellegrini, firmato dall’allora cardinal Vicario dell’Urbe e presidente della Cei, Camillo Ruini, il termine compare due volte (22).

Dopo aver citato il motu proprio, si asserisce che: «il Santo Padre ha disposto che nel Centro della Diocesi di Roma (…) fosse eretta una parrocchia personale atta ad assicurare un’adeguata assistenza religiosa per l’intera comunità dei fedeli Tradizionalisti residenti nella stessa Diocesi». Curioso l’uso della maiuscola, che si ripete poco dopo: «Pertanto, col presente Decreto, in virtù delle facoltà ordinarie riconosciutemi dal Santo Padre, erigo la parrocchia personale per la comunità dei fedeli Tradizionalisti, in onore di Dio Onnipotente», ecc.

Se ai fedeli tradizionalisti, viene offerta una parrocchia nel centro di Roma, per volontà esplicita del Santo Padre e in onore di Dio Onnipotente, è il segno che i tradizionalisti… esistono! Anzi essi formano una “comunità”, la comunità dei fedeli tradizionalisti. Nessuno mi pare che abbia notato la cosa in sé importante del riconoscimento di uno spirito, di un carisma che è legato ad un preciso rito liturgico e che viene identificato con quel sostantivo.

D’altra parte noi crediamo che non la sola preferenza liturgica distingua questa comunità dalle altre della diocesi e nell’intera Chiesa. La liturgia, di importanza fondamentale ne è solo l’espressione esterna e pubblica; il cuore di questa comunità spirituale, o di questo movimento o “famiglia di anime”, è l’attaccamento toto corde all’integrale patrimonio della bimillenaria Tradizione cattolica – da cui il nome di tradizionalisti (che dunque tutti i cattolici dovrebbero far proprio e a nessuno dovrebbe dar fastidio…) – in tutta la sua estensione, in tutta la sua profondità e in tutte le sue virtualità dottrinali, ascetiche, morali, liturgiche, sociali e politiche

5. Conclusione: legittimità per i cattolici militanti di oggi di dirsi tradizionalisti

Secondo l’eccellente filosofo stimmatino padre Cornelio Fabro, «il pericolo del modernismo non è mai completamente debellato perché è insita nella ragione umana, corrotta dal peccato, la tendenza a erigersi a criterio assoluto di verità per assoggettarsi a sé la fede» (23).

Con la svolta conciliare però si assiste ad una nuova ed inattesa diffusione dello spirito del modernismo in seno alla compagine ecclesiastica, tanto che un autore ha potuto scrivere tali calibrate parole: «Di solito il Magistero cattolico brillava per chiarezza concettuale e rigore terminologico, per evitare possibili fraintendimenti e aberrazioni. Nel Vaticano II, invece, s’è voluto appositamente usare un linguaggio meno preciso, a motivo della sua natura pastorale, con l’intento per sé lodevole di raggiungere il maggior numero di uomini di buona volontà, ma col risultato de facto che ognuno vi ha potuto dedurre tutto ed il contrario di tutto, a proprio uso e consumo» (24).

Oggi dunque dato che «dopo il Concilio Vaticano II il mondo cattolico, sgomento, si trovò modernista» (25) e che «mai, infatti, all’interno della Chiesa cattolica, è stato così diffuso l’errore nel campo della fede» (26), è bene usare neologismi o veterologismi che aiutino a farsi capire meglio da tutti, nella Chiesa e fuori di essa. L’uso della definizione di cattolici-tradizionalisti – come un tempo i più docili seguaci di s. Pio X nella lotta anti-modernista usarono quella di cattolici-integrali (27), o come sotto Pio IX e Leone XIII i cattolici fedeli a Roma e anti-liberali si chiamarono cattolici-intransigenti (28) – ci pare assolutamente lecito, spesso doveroso, non raramente e anzi sempre più frequentemente strettamente necessario.

6. Appendice sulla nozione di “Tradizione vivente”

A scanso di equivoci, e ammessa la legittimità di definirsi tradizionalisti, è opportuno precisare che siffatto tradizionalismo non coincide col il fissismo dogmatico assoluto, che consisterebbe nella posizione erronea di rigettare qualunque progresso dottrinale omogeneo con il patrimonio della Rivelazione.

L’abbé Lucien, nel testo da noi citato, parlava della spinosa questione, con riferimento alla cosiddetta “Tradizione vivente”. Lo studioso nota che a partire almeno da «Johann Adam Mòhler, faro della Scuola di Tubinga nel secondo quarto del XIX secolo, questa espressione è in effetti servita più di una volta a veicolare idee assai contestabili» (30). Quali? Per esempio «la riduzione della Tradizione al Magistero attuale» (31) oppure «la negazione del compimento della Rivelazione con la morte dell’ultimo apostolo» (32). «È questo secondo errore, continua don Lucien, che spesso nel prolungamento del relativismo e dello storicismo modernisti, si presenta come particolarmente virulento oggi» (33).

In estrema sintesi, e per non allungare troppo questa breve nota sul tradizionalismo, concludiamo col Lucien, notando che «in definitiva, ed avendo cura di evitare gli errori relativisti e evoluzionisti, si deve riconoscere la tripla legittimità della nozione di Tradizione vivente:

1) perché il deposito rivelato, oggettivamente concluso, si trasmette esplicitandosi

2)perché questo deposito è trasmesso attraverso degli atti umani di predicazione e di fede

3) perché questa trasmissione è divinamente assicurata, nel corso dei secoli, attraverso l’azione viva e trascendente di Cristo e dello Spirito Santo» (34).

Note

1) N. Gòmez Dàvila, In margine a un testo implicito, Milano 2001 (1977), p, 69.

2) Di cui i critici sono pochi e anzi tendono a diminuire invece che come sarebbe bene ad aumentare. Si vedano le argomentazioni sempre valide di J. Ellul, Il sistema tecnico, Milano 2009 (1977).

3) In tal senso resta sempre attualissimo il manuale di R. Amerio, Iota unum, Milano 1984. Si segnalano due nuove edizioni del testo, entrambe del 2009, a cura della benemerita casa editrice veronese Fede e cultura e della Lindau

4) G. Cavalcoli, La questione dell’eresia oggi, Roma, 2008, p. 231. Il corsivo è nostro.

5) S. Cipriani, Tradizione, in Enciclopedia cattolica, Firenze, 1954, voi. XII, col. 397.

6) B. Lucien, Révélation et Tradition. Les lieux médiateurs de la Révélation divine publique, du dépót de la foi au Magistère vivant de l’Eglise, Brannay 2009

7) B. Lucien, op. cit., p. 65 (traduzione nostra). Un eccellente excursus storico-teologico sulla nozione di Tradizione, anche in relazione con l’intricata questione del “tradizionalismo” post-conciliare, si trova in B. Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento 2010.

8) Ibid., p. 66.

9) Ibid. Mons. Gherardini, nell’opera citata (p. 279) propone questa definizione: “La Tradizione, in quanto “parola trasmessa”, è la Rivelazione stessa che la Chiesa, mediante la sua predicazione iniziata, per volere del suo divin Fondatore, fin dalle origini e mai interrotta, trasmette sotto l’assistenza dello Spirito Santo come appresa dalla viva voce di Cristo e dei suoi apostoli, ai quali – ed in essi ai loro successori – Cristo l’aveva affidata perché la ritrasmettessero per tutta la durata del tempo, fedelmente ed integralmente”.

10) Ibid., p. 96. Contro un certo tradizionalismo stretto, l’abbé Lucien mostra in sapienti pagine la legittimità dell’espressione, che si presta facilmente all’equivocità, di “Tradizione vivente” (cfr. pp. 115-119). L’espressione è lecita secondo i tre aspetti della Tradizione divina: dal punto di vista dell’oggetto (che si esplicita sempre più e meglio), dal punto di vista dell’atto della trasmissione (che è dinamico e non statico) e dal punto di vista della Causa trascendente (che assiste semper et prò semper la Chiesa e il suo infallibile Magistero). Stessa idea esprime Gherardini, cfr. op. cit., p. 246ss. Ibid., p. 96.

11) Citiamo l’edizione che abbiamo usato in questo caso: H. Denzinger, Enchiridion Symbolurum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, (a cura di P. Huenermann), Bologna, 1995. Abbreviato solitamente in Denz.

12) Ai nn. 2751, 2811, 2841. Manca inspiegabilmente nell’indice il n. 2765.

13) Denz. pp. 982-983.

14) E. Basadonna, Tradizionalismo, in EC, Firenze, 1954, vol. VIII, col. 385

15) Sembrerà un paradosso ma sono i cosiddetti progressisti, i quali si dichiarano apertamente anti-tradizionalisti, a dichiarare oggi che l’esistenza di Dio non può essere conosciuta con certezza alla luce della sola ragione (prima proposizione condannata nel sistema di Bautain). Dunque, malgrado la singolare omonimia tra il tradizionalismo di ieri e di oggi, sono i teologi progressisti, nei loro errori, gli eredi filosofici dei Bautain e Bonnetty, e non noi tradizionalisti che usiamo questo termine soltanto come sinonimo di cattolici-romani-integrali.

16) E. Basadonna, cit., col. 397.

17) Ovviamente il fatto che esistano dei gruppi cattolici, ancora non in piena comunione colla Sede Apostolica, che usano emblematicamente la figura di s. Pio X nulla toglie né alla grandezza del Pontefice, né alla legittimità del medesimo uso da parte di chi è – per grazia e senza meriti – nella piena comunione, né al fatto che il modernismo combattuto dal Papa sia un problema reale e di enorme attualità, nel cuore stesso della Chiesa…

18) Lettera del 10 luglio 1913, in A.M. Dieguez – S. Pagano, Le carte del ‘sacro tavolo’. Aspetti del pontificato di Pio X dai documenti del suo archivio privato, Città del Vaticano, 2006, pp. 327-328. Purtroppo l’introduzione e le note del libro risentono dello storico pregiudizio anti-Pio X e del dilagare del modernismo negli anni successivi al Vaticano II, come alcuni notarono fin da subito, cfr. J. Maritain, Le paysan de la Garonne, Paris 1966.

19) Non compare, per esempio, nell’accuratissimo Denzinger

20) ln AAS 2 (1910), pp. 607-633.

21) La Lettera Apostolica Summorum Pontificum “motu proprio data” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970 e la Lettera di accompagnamento Con grande fiducia alla Lettera Apostolica “Summorum Pontificum” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma del 1970, si trovano in Insegnamenti di Benedetto XVI, Città del Vaticano, 2008, vol. III, 2, pp. 20-29.

22) Decreto di erezione della parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini (23 marzo 2008), in Rivista diocesana di Roma, 3 (maggio-giugno 2008), pp. 552-553

23) C. Fabro, Modernismo, in EC, Firenze, 1952, vol. VIII, col. 1196.

24) A. M. Apollonio, Un discorso da fare. Sul Concilio Vaticano II. A proposito del recente libro di Mons. B. Gherardini, in Fides Catholica, 1 (2010) 251. Si chiede poco dopo l’insigne mariologo: «Quale profitto per l’anima d’un comune fedele può mai portare lo sforzo di cui parla GS [cioè Gaudium et spes], di penetrare perfettamente la cultura relativista, del nostro tempo? Cosa c’è di più velenoso per la fede di un semplice cristiano, che l’assorbire intellettualmente le esalazioni infernali di questa cultura di morte?».

25) Ibid., p. 254.

26) G. Cavalcoli, La questione dell’eresia oggi, Roma 2008, p. 33.

27) Si veda il Programma del Sodalitium Pianum di mons. Umberto Benigni che al primo punto esordiva così: “Noi siamo Cattolici-Romani integrali”. E che s. Pio X approvò con vari Rescritti autografi.

28) Si pensi all’uso di questo termine fatto proprio come una bandiera da don Davide Albertario, su cui cfr. G. Pecora, In prigione in nome di Gesù Cristo, ed. CLS, 2002 Torino.

29) B. Lucien, op. cit., pp. 115-119 con il titolo significativo di Quelques remarques sur la “Tradition vivente”. Per approfondire un tema spigolo ma essenziale rinviamo il lettore più esigente a prendere atto delle sapienti notazioni teologiche del teologo francese, che noi sintetizzeremo sopra.

30) Ivi, p. 115.

31) Ibid.

32) Ibid.

33) Ibid.

34) Ibid., p.117.

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