Islam e terrorismo: qualche riflessione di fronte al futuro

attentato_islamDalla Newsletter di Tradizione Famiglia Proprietà (TfP) del maggio 2011

di Julio Loredo


Apriamo con la domanda, ovviamente fatta in tono provocatorio: tutti i musulmani sono terroristi?

La migliore risposta è forse quella di Abdel Rahman al Rashed, all’epoca (2005) direttore del quotidiano egiziano Asharq al Awsat e oggi direttore generale della TV Al Arabiya: “L’amara verità è che, anche se non tutti i musulmani sono terroristi, la gran parte dei terroristi sono musulmani. Quasi tutti gli attentati suicidi negli autobus, nelle scuole e nei centri residenziali in tutto il mondo negli ultimi dieci anni sono stati compiuti da musulmani. (…) Noi musulmani non possiamo ripulire la nostra immagine se non ammettiamo questo fatto scandaloso. (…) La situazione è umiliante, dolorosa e aspra per tutti noi” (1).

Al Rashed voleva innescare una reazione degli intellettuali arabi moderati contro le frange jihadiste. Compito arduo, visto che proprio in Egitto si fa sentire sempre di più l’influenza dei Fratelli Musulmani.

Sin dall’inizio è stato possibile distinguere nell’islam due anime, le cui differenze riguardano — punto importante — non la meta bensì i metodi per arrivarci. Questa divergenza deriva dal modo in cui è stato composto il Corano, unica fonte di verità per i musulmani.

Come nasce il Corano

 

Maometto nacque alla Mecca nel 570. Fattosi carovaniere, egli ebbe contatti col mondo cristiano bizantino ed ebreo da dove ricavò le idee fondamentali per il suo credo, a cominciare dal monoteismo. A venticinque anni, sposò la sua datrice di lavoro, la vedova Khadigia allora quarantenne.

Rimasto vedovo, entrò in un periodo di forte depressione, con fenomeni che la medicina moderna potrebbe identificare come crisi epilettiche. In preda a frequenti allucinazioni visive ed auditive, Maometto cadeva per terra stramazzato, tremendo di freddo anche nelle giornate calde. Fu in questa situazione di turbamento nervoso che, trovandosi sulla collina di Hira, dichiarò di aver ricevuto la visita dell’arcangelo S. Gabriele che gli avrebbe rivelato la sua missione: essere il “messaggero di Dio e il suggello dei profeti”.

Egli cominciò a predicare la nuova religione nella sua città, conquistando pochi seguaci. L’ambiente meccano, che oggi chiameremo “multiculturale”, in quanto crocevia di popoli e meta di pellegrinaggio delle tribù beduine, nonché la sua propria condizione di inferiorità, gli imponevano però molta cautela. Perciò l’islam di questo periodo appare piuttosto ecumenico e remissivo, sottolineando i punti di contatto con le altre “religioni del libro”, vale a dire l’ebraismo e il cristianesimo.

Tutto cambia nel 622, l’anno dell’Egira. Maometto è costretto a rifugiarsi a Yatrib, che egli ribattezza Medina. I clan arabi della città si convertono subito all’islam, acclamando Maometto come capo assoluto. Concentrando nella sua persona il potere politico, economico, religioso, culturale e militare, il discorso di Maometto cambia radicalmente, facendosi intransigente e bellicoso. Alla Mecca era incominciato come predicatore, a Medina è diventato despota.

Tanto per cominciare, ai cristiani e agli ebrei viene imposta la conversione o l’esilio. Per ordine diretta di Maometto, un intero clan ebreo, il Banu Curayza, è esterminato fino all’ultimo uomo. Si calcola che le esecuzioni, avvenute in piazza pubblica, furono quasi mille.

E intanto, Maometto continuava a predicare. Tutto ciò che usciva dalla sua bocca era ritenuto parola di Allah. I suoi seguaci prendevano nota delle sue esternazioni, registrandole su mezzi di fortuna: pergamene, papiri, foglie, ossa imbianchiate, pezzi di legno e via dicendo. Tocca al terzo califfo, Uthman ibn Affan (559-656), il compito di raccogliere questa accozzaglia di testi per comporre il Corano. Migliaia di piccoli brani rimasti fuori furono invece raccolti negli hadit, poi incorporati nella suna o tradizione islamica. Nessuno sa, fino ad oggi, quanti hadit vi siano.

Nel Corano tutto e il contrario di tutto

E qui si pose il problema. In assenza di un criterio ordinativo, per esempio cronologico o tematico, il califfo organizzò le sura (capitoli) per lunghezza: la più lunga all’inizio, la più breve alla fine. Così facendo, però, egli rimescolò i testi del periodo meccano con quelli del periodo medinese, speso in contradizione fra loro.

Un esempio tipico: nella sura 16,69 il vino è permesso e qualificato addirittura di “guarigione per gli uomini”; nella sura 4,43 si consiglia semplicemente ai credenti di “non accostarsi all’orazione in stato di ebbrezza”; finalmente, nella sura 5,90 il vino è definito “opera abominevole di Satana”.

Un altro esempio, mentre alcune sura (2,26-27; 6,70; 18,29; 4,111) affermano il libero arbitrio, altre invece (7,171-178; 6,149; 16,37; 74,31) lo negano in maniera categorica.

Accorgendosi di queste contradizioni clamorose nel Corano, i teologi islamici hanno escogitato il “principio dell’abrogante e dell’abrogato” (al-nasikh wa ‘l-mansukh). In sintesi: tutto il Corano è sacro, sia nel contenuto che nella forma, e non può essere per nulla modificato. In realtà non potrebbe essere nemmeno tradotto. Allah stesso può “abrogare” ciò che ha detto prima, ma non cancellarlo. Il problema è che, senza un ordine cronologico che possa determinare il “prima” e il “poi”, serve un’esegesi molto accurata per scoprire quale sura è abrogata e quale, invece, affermata. E non tutti accettano un’esegesi del Corano.

Di conseguenza, nel Corano si trova tutto e il contrario di tutto, senza che vi sia un criterio ermeneutico univoco né autorità religiosa centrale che possa proporre l’interpretazione ufficiale, come avviene per esempio nella Chiesa cattolica.

Ecco che, sin dall’inizio, mentre alcuni settori islamici si ispiravano alle sura più concilianti, altri invece prendevano spunto da quelle più truculente. Personalmente, Maometto seguì questa linea, dando l’esempio ai suoi seguaci. Dal massacro del clan Banu Curayza, commenta l’arabista Francesco Gabrieli, “ne conseguì che chi, allora e poi, sparse sangue umano per la causa dell’islam, non agì affatto contro lo spirito di Maometto”.

Maometto prese parte in almeno ottanta battaglie, spronando i suoi seguaci a dominare il mondo, a cominciare dall’Impero Bizantino. Già morente, diede ordine al suo luogotenente Isama ibn Said di attaccare i confini bizantini nella Transgiordania, una spedizione risoltasi nella sconfitta, che però presagiva l’espansione al di là della penisola arabica.

Al-Jihad, al-Harb, al-Quital

Il mondo, secondo il Corano, è diviso fra il Dar al-Islam (territorio dell’islam) e il Dar al-Harb (territorio della guerra). Il primo è caratterizzato da quattro elementi che formano un’unità inscindibile: l’umma o comunità dei credenti; l’islam o vera religione; la sharia o legge coranica; e lo halif (califfo) o autorità islamica. Il secondo è il territorio abitato dai ginn (miscredenti), e va “sottomesso” attraverso una jihad (sforzo totale e permanente), che può giungere all’uso della forza militare (al-Harb o al-Quital). I teologi musulmani parlano della “grande jihad” (sforzo spirituale) e la “piccola jihad” (sforzo militare). Quest’ultima può essere difensiva oppure offensiva.

Tutti i musulmani coincidono nello scopo finale della loro religione, cioè la “sottomissione” degli infedeli. “Islam” vuol dire proprio questo: sottomissione.  Differiscono, però, nei metodi. Mentre le correnti più moderate intendono la jihad nei suoi connotati più mansueti — per esempio attraverso una lenta immigrazione che finisca per alterare l’equilibro etnico di un Paese — altre invece utilizzano sistematicamente la guerra. A questa corrente appartengono, per esempio, Al Qaeda e Hamas.

Ai guerrafondai non manca certo il sostegno del Corano. Eccone alcuni brani, che vi preghiamo di leggere con attenzione:

“Hanno preso il Messia figlio di Maria, come signore all’infuori di Allah. (…) I nazzareni dicono: ‘Il Messia è il figlio di Allah’. Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li annienti Allah!”
. (Sura 9,30)

“O voi che credete, combattete i miscredenti, che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi”. (Sura 9,123)

“Uccidete i miscredenti ovunque li incontriate”. (Sura 2,191)

“Maledetti! Ovunque saranno trovati, saranno presi e massacrati”. (Sura 33,61)
“Quando dunque incontrate in battaglia quelli che non credono, colpiteli al collo e quando li avete massacrati di colpi, stringete bene i ceppi. Così dovrete fare”. (Sura 47,4)

“Quelli che non credono non si illudano, non prevarranno! Preparate dunque contro di loro forze e cavalli”. (Sura 8,57)

“Combatti dunque per la causa di Allah – sei responsabile solo di te stesso e incoraggia i credenti. Forse Allah fermerà l’acrimonia dei miscredenti. Allah è più temibile nella Sua acrimonia, è più temibile nel Suo castigo“. (Sura 4,84)

“Uccidete questi miscredenti ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati”. (Sura 9,5)

“Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite”. (Sura 2,216)

“Combattete coloro che non credono in Allah (…) che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati”. (Sura 9,29)

“Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro”. (Sura 9,14)

Se non vi lancerete nella lotta, [Allah] vi castigherà con doloroso castigo”. (Sura 9,39)

Questi versetti, evidentemente di epoca medinese, risultano in contradizione con altri di epoca meccana. Ma, come segnala l’arabista Giorgio Vercellin, “con i versetti che accordavano il permesso incondizionato di far la guerra, posteriori in ordine di rivelazione, vennero ritenuti abrogati tutti i precedenti, più concilianti” (2).

È legittimo per un musulmano richiamarsi ai versetti meccani piuttosto che a quelli medinesi? Sicuramente. Come è legittimo anche il contrario. Proprio come fanno i segmenti jihadisti, sempre più numerosi.

La “cavalcata musulmana”

Senza, dunque, negare che vi possano essere correnti più moderate, con le quali al limite si potrebbe “dialogare”, è doveroso constatare che, in molti periodi della storia, hanno predominato le correnti jihadiste. Spiega Vercellin: “Fin dalle sue origini, l’islam si diffuse anche attraverso i conflitti armati. Una tendenza destinata ad accentuarsi nel primo secolo della sua esistenza” (3).

L’espansione islamica inizia subito dopo l’Egira (622), con colpi di mano contro le carovane. Le scaramucce diventano man mano più impegnative fino a sfociare in vere e proprie battaglie, come quella di Al-Badr con la quale l’armata islamica conquista la Mecca.

Nel 638 il califfo Omar conquista Gerusalemme, cristiana da tre secoli. In meno di un secolo, i musulmani s’impadroniscono di Palestina, Siria, Mesopotamia, Egitto, Nord Africa. Nel 709 invadono la Spagna, eliminando il regno cristiano dei Visigoti. Varcano i Pirinei. Nel 719  conquistano Narbona. L’anno successivo stringono d’assedio Tolosa, e avrebbero occupato l’intera Europa occidentale fino al Reno si Carlo Martello non li avessi fermati a Poitiers, nel 732. Nei secoli VIII e IX conquistano Persia, Afghanistan e parte dell’India.

Nel 846 attaccano Gaeta, Napoli e Salerno, ma la Lega Campana al mando del Console Cesario riesce a respingerli. Lo stesso anno sbarcano e distruggono Ostia e Miseno e giungono fino a Roma, saccheggiando San Pietro e San Paolo Fuori le Mura. Nel 849, ammassano in Sardegna una immensa flotta con l’intenzione di invadere il cuore della Cristianità. Papa Leone IV, che nel frattempo aveva fortificato Roma, chiama nel suo ausilio Cesario. La flotta campana annienta quella della mezzaluna nella battaglia di Ostia, qualificata dallo storico Schipa “la più insigne vittoria navale dei cristiani sui musulmani prima di Lepanto”.

Ma la cavalcata islamica continua. Ricordiamo il massacro spaventoso dell’intera popolazione di Otranto (1480), l’assedio di Negroponte (1470), la cui popolazione è sterminata, la conquista di Famagosta (1570), il cui capitano Marc’Antonio Bragadin, dopo due settimane di continue ed orrende sevizie, è scorticato vivo per non aver voluto abiurare la sua fede in Cristo.

Nel 1453 i turchi espugnano Costantinopoli, massacrando la popolazione e dando il colpo di grazia all’Impero Bizantino. L’Islam mette nuovamente piede in Europa. Il suo potere navale viene però annichilito a Lepanto, nel 1571, dalla flotta cristiana riunita sotto l’egida di Papa San Pio V.

Nel 1663 i turchi invadono l’Ungheria e risalgono la valle del Danubio stringendo d’assedio Vienna, la cui caduta avrebbe lasciato l’intera Europa occidentale alla portata dei seguaci di Allah. Il 12 settembre 1683, 65.000 cristiani al mando di Jan III Sobieski sbaragliano 200.000 maomettani, salvando ancora una volta la cristianità.

Quando si fermerà questa espansione? Risponde Gamal Abdel Nasser, allora presidente dell’Egitto: “Soltanto una cavalcata musulmana potrà restituire la gloria dei tempi antichi. Questa gloria sarà riconquistata soltanto quando i cavalieri di Allah avranno calcato San Pietro e Notre Dame di Parigi”.

La storia ci mostra, però, che quando l’islam jihadista giunge a minacciare certi punti nevralgici della Civiltà cristiana europea, dove è insediata la Cattedra di Pietro, la Provvidenza dispensa grazie specialissime dalle quali scaturiscono le grandi reazioni vittoriose. Reazioni prima di tutto spirituali, in difesa delle nostre irrinunciabili radici cristiane, che finiscono per cambiare il corso della storia.

È un’eventualità che non possiamo perdere di vista. Né noi né loro.

Note

1). Cfr. Magdi Allam, “L’islam dei moderati va alla prima crociata”, Corriere della Sera, 11 luglio 2005.
2). Giorgio Vercellin, «Jihad. L’islam e la guerra», Giunti, Firenze, 2005, p. 26
3). Ibid., p. 10.

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