Islam, indios e Spagna cattolica. “Una storia unica” senza peli sulla lingua

Tempi.it 17 Novembre 2019  

Il nuovo libro di Angela Pellicciari sulla reconquista della Spagna e la conquista delle Indie rilegge senza patemi politicamente corretti molti fatti ancora oggi “sensibili”

Pietro Piccinini

Non ci si può abituare a una sorpresa, questo è vero per definizione, ma in un certo senso Angela Pellicciari ha abituato i suoi lettori alla sorpresa della scoperta. I suoi studi illuminano sempre aspetti dell’umana vicenda che nei libri di storia di solito restano semisotterrati nelle note a piè di pagina, quando non vengono totalmente (e spesso volutamente) dimenticati.

Aspetti che però – di qui la sorpresa – costringono a una comprensione dei fatti e dei loro protagonisti radicalmente diversa da quella, per dire, che si è imparata a scuola. È stato così per la sua celebre saga sul “Risorgimento anticattolico”, idem per il volume sulla massoneria e poi per quello su Lutero.

Lo spirito battagliero di ex sessantottina convertita al cristianesimo ha portato Angela Pellicciari a “intestardirsi” – forse per un desiderio di giustizia, oltre che per amore di verità – su una rilettura del ruolo della Chiesa nella storia finalmente depurata dai pregiudizi anticattolici. In oltre vent’anni di studio e divulgazione, questo suo schierarsi deciso le ha attirato non poca ostilità, a tratti perfino grottesca.

Tuttavia nessuno dotato di cognizione di causa, nemmeno dai fronti avversi, le ha mai potuto contestare l’autorevolezza e il rigore scientifico. Anche nel suo nuovo libro, uscito da un mese, Una storia unica. Da Saragozza a Guadalupe (Cantagalli, 152 pagine, 17 euro), Angela Pellicciari riserva notevoli sorprese.

E questa volta la (ri)scoperta riguarda una delle imprese più gigantesche che la storia del mondo ricordi: l’inimmaginabile e strapazzatissima (dagli storici mainstream) parabola della Spagna cattolica dalla sottomissione all’islam all’affermazione come prima potenza mondiale, ossia dalla reconquista alla conquista delle Americhe.

Un arco di tempo e di gloria lunghissimo che la Pellicciari – ecco la prima sorpresa – lega insieme, come lascia intuire il sottotitolo del volume, nel segno di Maria.

TEMI SENSIBILI

In un’epoca come l’attuale, molto “suscettibile” in tema di rapporti con l’islam e con l’Amazzonia, il libro di Angela Pellicciari decisamente non può non accendere qualche curiosità, a patto di non scandalizzarsi davanti a visioni del mondo parecchio diverse da quella edulcorata oggi dominante.

Un assaggio:

«Nei primi decenni del XX secolo esplode in Spagna l’odio anticattolico coltivato con cura dal pensiero illuminato, diffuso a tappeto dall’invasore Napoleone e dalle logge da lui fondate, venuto alla luce in tutta la sua ferocia durante la guerra civile. Perfetto rappresentante di quel periodo è il presidente Manuel Azaña Díaz che ritiene la Spagna uscita dalla riconquista “un impero di mendicanti e frati unito a miseria e superstizione”.

Se si pensa che la riconquista sia il frutto di arcaismo, superstizione, intolleranza e povertà, inevitabilmente si finisce col ritenere che la Spagna musulmana fosse un modello di tolleranza, apertura culturale, modernità e ricchezza.

Indipendentemente dal fatto che ai nostri giorni le note vicende del califfato dell’Isis dovrebbero rendere più circospetti nel racconto delle dominazioni islamiche, il disprezzo per la storia della cattolica Spagna rende incomprensibili due fatti rilevanti, quanto unici, che restano senza spiegazione:

– come mai la Spagna ha saputo non solo mantenere la fede sotto l’occupazione musulmana (anche la Grecia e l’Armenia l’hanno fatto) ma anche, caso unico al mondo, è stata capace di liberarsi dal giogo islamico;

– come mai la Spagna è riuscita in pochissimo tempo a evangelizzare e latinizzare un intero continente».

UNA FORZA IMPOSSIBILE

Da Saragozza a Guadalupe, la risposta di Angela Pellicciari a questi interrogativi è la sorpresa del libro: la forza della Spagna cattolica fu davvero la fede. Non la violenza, non il sopruso, non l’avidità, non la brama di potere e di proselitismo, come invece si sono rassegnati a pensare anche molti cattolici.

E pensare che all’epoca (1496, a riconquista appena ultimata) fu il Papa in persona a «gratificare i sovrani spagnoli con un titolo prestigioso, mai utilizzato fino ad allora», quello di “Re Cattolici”, ricorda la Pellicciari.

Fu quell’incredibile impresa – la reconquista – resa possibile soltanto dalla fede, non certo dalla superiorità militare o dal calcolo di convenienza, a dare origine alla leggenda di Santiago Matamoros, san Giacomo uccisore dei mori, che oggi desta qualche imbarazzo perfino a Compostela.

LA RESISTENZA DEGLI ASTURIANI

Angela Pellicciari ha scelto come metodo la consultazione sistematica delle fonti, e questo le offre un vantaggio non indifferente: all’epoca di cui si occupa, nessuno si poneva il problema del canone politicamente corretto. Le cose si facevano senza complimenti, guerre comprese, e se ne dicevano i motivi senza reticenze.

Esemplare da questo punto di vista il “botta e risposta”, ricostruito nel libro, tra «Oppas, l’eretico vescovo di Siviglia fattosi banditore della causa degli invasori» islamici, e Pelagio, il capo dello sparuto popolo cristiano asserragliato sulle montagne delle Asturie intenzionato a resistere a ogni costo. Anni venti del secolo VIII.

«[Oppas] grida a Pelagio: “L’intero esercito dei goti non ha potuto resistere alla forza dei musulmani, come puoi resistere tu su questo monte? Segui il mio consiglio, abbandona i tuoi sforzi, e vivrai felice con i tanti benefici che i mori ti daranno”. […].

È la fede che permette a Pelagio di rispondere ad Oppas così: “Non hai letto nelle Sacre Scritture che la chiesa del Signore è come il seme di senape che, piccolo come è, per grazia di Dio diventa più grande di tutti?”; “la nostra speranza è Cristo; questo monte sarà la salvezza della Spagna e del popolo dei goti; la grazia di Cristo ci libererà da questa moltitudine”».

LA CHIESA AL CENTRO

Il libro della Pellicciari costringe a buttare via la chiave di interpretazione esclusivamente politicheggiante e materialista con cui in genere si accede a questo pezzo di storia. Le guerre motivate ultimamente dal possesso dei “mezzi di produzione”, la religione ridotta machiavellianamente a instrumentum regni, la colonizzazione come arma dei ricchi per sfruttare e opprimere i poveri: non queste cose fecero grande la Spagna, ma «l’integra fede di pochi, la fede parziale di molti», verrebbe da dire leggendo Una storia unica (e parafrasando T. S. Eliot).

Scrive la Pellicciari raccontando la riconquista:

«La Castiglia si forma così: vescovi e monaci, contadini-soldati liberi, città romane ripopolate, roccaforti costruite a presidio del territorio, con la chiesa sempre al centro. Un reticolo di fede, di interessi, di imprese, di attività, che si organizzano per ripopolare, difendere, estendere il territorio strappato ai mori e riguadagnato a Cristo. Per riconquistare la Spagna. Per tornare a vivere liberi, ritrovando la bellezza della cultura romano-cristiana».

Lo stesso succederà durante la conquista spagnola dell’America:

«Non si capisce la conquista senza la riconquista. Perché gli spagnoli applicano in entrambi i casi un modello consolidato: si comportano nella conquista delle Indie come al tempo della riconquista quando c’era da ripopolare i territori sottratti ai mori. Appena si prende possesso di un posto gli si dà un nome, si traccia un minimo di pianta del futuro centro abitato, si costruisce la chiesa, il municipio, la piazza e, intorno, le strade e le case».

«COME UOMINI DOTATI DI RAGIONE»

E come detto, fede per la Spagna cattolica non vuol dire oscurantismo, come sostengono i fautori della “leggenda nera” antispagnola e anticattolica. Al contrario. Un’altra sorpresa offerta dal libro della Pellicciari è il continuo riferimento al legame tra fede e ragione contenuto nelle Istruzioni inviate ai conquistadores dalla regina Isabella, per la quale l’autrice ha un debole evidente.

«Per rendere possibile e facilitare il superamento dell’arretratezza culturale degli indios, Ferdinando ed Isabella promuovono il matrimonio fra indiani e cristiani: “Che alcuni cristiani si sposino con alcune donne indie, e le donne cristiane con alcuni indios in modo che gli uni e gli altri si aiutino e si insegnino a vicenda, così da conoscere sia la nostra religione sia come lavorare le terre e condurre le proprietà in modo che gli indios e le indie possano vivere come uomini e donne dotati di ragione”. Il diffuso meticciato scaturito dalle indicazioni della corona dà origine a una nuova civiltà, la civiltà indio-latina, con la sua marcata, allegra e vivace originalità, sia artistica che artigianale».

LA SALVEZZA DEGLI INDIOS

Insegnare agli indios a «vivere come uomini e donne dotati di ragione». Poche settimane dopo il Sinodo sull’Amazzonia, con il suo eccesso di venerazione verso la civiltà ecocompatibile degli indigeni depredata dai colonizzatori, inevitabile che qualcosa si accenda in chi legge, mentre la Pellicciari spiega come i cattolici spagnoli difesero, anche con le armi, anche con la «guerra giusta», le popolazioni indie più deboli dalle altre tribù che le attaccavano, le schiavizzavano, le mangiavano.

«La descrizione delle atrocità commesse in nome degli dèi è così spaventosa che, per capire la rapidità e la stessa possibilità della conquista, vale la pena di leggere alcuni brani dei racconti che ci hanno tramandato gli esterrefatti soldati e religiosi spagnoli. Il soldato Bernal Díaz del Castillo così racconta i primi tempi dell’esplorazione dello Yucatan nel 1517: in un’isoletta “abbiamo trovato due case ben lavorate, davanti ad ogni casa c’erano alcuni gradini da cui si accedeva a degli altari, su quegli altari c’erano idoli di figure malvagie, che erano i loro dèi. Lì in quella notte erano stati sacrificati 5 indios, i cui petti erano stati squarciati, le braccia e le gambe tagliate, le pareti delle case erano piene di sangue”.

Poco lontano da lì, altro orrore. Durante una ricognizione nelle vicinanze di Tenochtitlán i soldati si imbattono in “templi in cui erano stati sacrificati uomini e ragazzi, e le pareti e gli altari dei loro idoli erano pieni di sangue, e i cuori offerti agli idoli; hanno anche trovato i coltelli di selce con cui aprono i corpi per estrarne il cuore.

Pedro de Alvarado ha detto che tutti quei corpi erano senza braccia e senza gambe, e che gli indios hanno spiegato che li avevano tagliati per mangiarseli; i nostri soldati sono rimasti inorriditi da tanta crudeltà. E smettiamo di parlare di tanto sacrificio, perché da lì in poi in ogni città non abbiamo trovato altro”».

BENEDETTA COLONIZZAZIONE

Il contrario esatto della schiavitù e dell’occupazione. Secondo la Pellicciari la colonizzazione per i re cattolici di Spagna significava liberazione attraverso l’evangelizzazione. Tanto è vero che il divieto di ridurre in schiavitù gli indios da parte dei sovrani iberici anticipò di trent’anni la condanna della pratica da parte dei papi.

«A maggior ragione Isabella è fermissima contro la mentalità schiavista che rischia di affermarsi nelle nuove provincie sulla scia delle idee e del comportamento di Colombo. Anche se oggi è difficile crederlo, Isabella ordina, sì, la colonizzazione di territori enormi e lontani, ma la sua motivazione principale è l’evangelizzazione. Isabella desidera e, per quanto può, ordina che il Vangelo sia predicato nelle Indie e che ciò avvenga in condizioni di libertà».

La stessa straordinaria vicenda dell’apparizione della Madonna a Guadalupe e della costruzione del santuario, lascia intendere la Pellicciari concludendo il libro, apparirebbe fuori contesto se non fosse che in quel 1531 «l’adesione al cristianesimo da parte degli indiani è entusiasta. Gli indios hanno sete della dottrina cristiana e fanno chilometri per ascoltare le prediche dei loro catechisti».

L’ultima appendice del volume è proprio la ricostruzione del caso stesa in forma quasi poetica dall’azteco Antonio Valeriano. Altra bella sorpresa. E un utile ripasso per ex scolari male indottrinati.

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